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SULLA CULTURA DEL COMPROMESSO

Al dr. Sergio ROMANO
Corriere della Sera

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Egregio Ambasciatore,
mi permetta di apprezzare davvero l'intento costruttivo del Suo fondo sulla cultura del compromesso ( in occasione della nomina del Direttore RAI ) ma di non condividere l'auspicio, così come Lei lo pone, dell'estensione del compromesso su larga scala.

La capacità di scegliere le persone più capaci non discende dalla logica del compromesso tra maggioranza e opposizione (anzi, nel medio periodo il continuo compromesso soffoca il confronto politico e rende impossibile il controllo dei cittadini). Quella capacità di scelta dipende dal considerare o meno come principale compito di chi governa e della sua maggioranza, il raggiungere il miglior livello possibile nella gestione istituzionale. Quando la consapevolezza di questo compito c'è ( e ciò è favorito dal fatto che i cittadini dimostrino di tenerne debito conto), allora prima di scegliere sarà ascoltata anche l'opposizione e soprattutto l'appartenenza del candidato non farà premio sulla competenza. Il fattore decisivo – l'ambito fiore all'occhiello del designatore – sarà la professionalità dell'incaricato.

Lei stesso, del resto, scrive che nella democrazia consociativa tutto viene spartito e lottizzato. Dunque, il rimedio non è più cultura del compromesso e più anatemi al colore politico. Il rimedio è più cultura della scelta responsabile da parte dei politici e più giudizio non ideologico e attento ai risultati da parte dei cittadini. Insomma, il rimedio è tutto interno alla logica democratico conflittuale della politica liberale, che è l'esatto contrario dell'utopia dei tecnici distaccati dalla politica. Per ottenere più competenze negli incarichi pubblici, occorre più attenzione a cosa riescono a fare le idee, i programmi e i loro interpreti, cioè più confronto politico. Non meno.

Con i migliori saluti
Raffaello Morelli
Roma 23 giugno 2006

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