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IL CASO MICROSOFT E IL LIBERALISMO
L'articolo "Il caso Microsoft e il futuro della concorrenza in Europa" del prof. Carlo Lottieri pubblicato su l'Indipendente del 9 luglio, è un classico esempio ( naturalmente escludendo motivazioni lobbistiche) di come si possono sostenere tesi contrarie al liberalismo politico dicendo di parlare in nome del liberalismo.
In riferimento alle inchieste contro la Microsoft in America e in Europa, viene citato un volume curato per l’Istituto Bruno Leoni da Alberto Mingardi e Paolo Zanetto, "Colpirne uno per educarne cento" (edizioni Facco e Rubettino), per contestare l'idea che un mercato possa essere libero solo se al suo interno nessun soggetto ha una posizione monopolistica o anche solo dominante. L'argomento è che "è fatale prevedere che – almeno per un certo periodo – sia il monopolista assoluto con un rapporto tra qualità e prezzo che non ha eguali" quell'imprenditore che sia un inventore o anche che solo introduca processi produttivi altamente innovativi. Ma la regola antimonopolistica liberale aggiunge che questo certo periodo non deve potersi dilatare al punto di divenire di fatto un ostacolo al mercato se non addirittura un divieto di accesso.
Qui non interessa rilevare che, nella fattispecie, la violazione della regola liberale è palese, poiché la Microsoft è divenuta egemone nel mercato internazionale senza alcuna sostanziale invenzione o innovazione hardware o sofware ma solo adottando politiche di marketing molto aggressive ed espansive. Qui interessa criticare l'assunto dell'articolo in sé, per cui su un mercato ampio e dinamico non sarebbe un sufficiente indizio di ostacolo alla concorrenza il fatto che un soggetto mantenga per anni una posizione dominante solo – sottolineo il solo – con operazioni di marketing autoreferenziali, ove il consumatore è spinto ad usare sempre di più materiali con il medesimo marchio per tutti i prodotti di contorno del settore. In realtà, in casi del genere, il consumatore non effettua una scelta tra più offerte , ne percepisce una sola appunto perché la posizione dominante consente al monopolista di oscurare le altre offerte.
Non è liberalismo politico quello che si sostiene nell'articolo, e cioè che la tradizione liberale concerne le regole e non i risultati, per cui non sarebbe lecito che vi sia un arbitro che introduce penalizzazioni a carico di questa o quella squadra. Non è così nel senso che per i liberali la capacità individuale di intraprendere e disporre autonomamente delle proprie risorse deve essere riferita ad ogni individuo sotto ogni profilo, innanzitutto nella sua caratteristica essenziale di cittadino consumatore. Dunque, il fatto che la proliferazione del successo dominante di qualcuno tenda, come una metastasi, a soffocare le possibilità di esprimersi altri, come imprenditori o come consumatori, rappresenta per il liberale un vulnus del mercato e lo spinge ad introdurre regole antimonopolistiche. Questa è la ragione, ben capita negli Stati Uniti già 116 anni or sono, per cui è stata clamorosamente bocciata la previsione di Marx dei ricchi che dovevano divenire sempre più ricchi.
Per i liberali la libertà politica non è uno stato di natura ma una costruzione dell'uomo che si è sviluppata nei secoli, con andamento variabile ma con una costante: l'introduzione di regole, differenti nei luoghi e nei tempi, tese a far crescere le libertà di ognuno in una società pluralista fondata sulle differenze individuali, multietnica e democraticamente conflittuale. Questo vale anche per il mercato, che non è una giungla bensì un insieme di regole mirate a massimizzare la libertà attraverso la concorrenza. Senza attori dominanti.
Raffaello Morelli da Liberal Cafè, 11 luglio 2006
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