Relazione del Segretario Politico
al 5° Congresso


 


V CONGRESSO NAZIONALE F. d. L.
Roma , 17 - 18 febbraio 2001

RELAZIONE DEL SEGRETARIO POLITICO
RAFFAELLO MORELLI





Cari amici congressisti,

Stamani abbiamo deciso che, tra i grandi padri liberali nel Preambolo del nostro Statuto, andava inserito il nome di Antonio Baslini, lungimirante protagonista di battaglie di libertà che della FdL è stato Presidente e Presidente d'Onore. Lui ci ha insegnato che la caratteristica dei liberali è di essere idealisti senza illusioni e di non rinunciare mai allo spirito critico e costruttivo. Per questo noi della FdL - gli unici in Italia che dicendosi liberali non mentono e che agendo non smentiscono quello che dicono - abbiamo il dovere della coerenza senza ipocrisie e senza malintesi pudori elettorali.
 
Noi - che dell'Ulivo siamo stati tra i fondatori e poi partecipi dell'intero percorso costitutivo e programmatico per buona parte del '95, nel 1996 e fino a Gargonza e dopo nella primavera del 1997 - facendo il bilancio di fine legislatura, non possiamo sottacere la delusione, una delusione profonda, per i risultati politici ottenuti dalla coalizione di centro sinistra, che non solo non ha realizzato in molte parti il programma originario dell'Ulivo ma che in alcuni punti neppure lo ha rispettato ed è andata perdendone per strada lo spirito .

I risultati migliori sono stati ottenuti con l'attività di governo, nella fase iniziale, con l'ingresso nell'Europa della moneta unica, con l'avvio del risanamento dei conti dello Stato, con la partecipazione all'intervento NATO in Kosovo all'insegna della piena affidabilità, con le leggi sull'Amministrazione Pubblica, sulla riforma del Commercio, sulla redifinizione di aspetti non secondari della Giustizia e nell'ultimo anno con gli indirizzi nel settore della Sanità. Ma a parte questi aspetti dell'opera di governo, la coalizione di centro sinistra è andata progressivamente irrigidendosi in una incapacità politico progettuale di fondo. Sono rispuntati i vecchi vizi. 

Il crollo del muro di Berlino e poi il maggioritario avevano rotto la politica dei blocchi immutabili, ma si è verificato un irresistibile richiamo ai santi vecchi del rapporto privilegiato DS - Popolari, un continuo oscillare tra la demonizzazione e l'inciucio nei confronti dell'opposizione, il riproporsi a sinistra di non sopite tentazioni egemoniche e nell'area popolare della negazione dei rapporti con i laici. Così è stato mancato il grosso delle riforme istituzionali, si è rallentata la marcia in avanti in tema di privatizzazioni e liberalizzazioni, una coraggiosa e ineludibile normativa sul conflitto di interessi, un'adeguata riforma della scuola al passo con i tempi . A ciò si aggiunga il continuo rincorrere la sinistra antagonista di Bertinotti con i più indegni contorcimenti nel programma e nella dignità della maggioranza ed un posizionamento politico incapace di tener conto del malessere sociale e della crescente disaffezione elettorale dell' area laica e moderata. Soprattutto nei DS è prevalsa la convinzione luciferina che il potere avrebbe ammaliato il mondo della borghesia rampante e consentito di entrare in sintonia con l'eterno conformismo italico. Alla faccia della conclamata capacità riformatrice di una sinistra occidentale.

Se la nostra delusione di cittadini abituati alle asprezze della lotta politica è grande, si può ben immaginare quale sia la delusione del cittadino comune. Perché il cittadino comune, quando assiste al dissolversi della legittima fiducia in un programma condiviso e al riproporsi un modo vecchio di intendere il potere senz'anima, quando non intravede soluzioni, più facilmente cade preda dello scoramento e del distacco , prima ancora che prendere in considerazione un altro schieramento.

I pappagalli del maggioritario a questo punto graciderebbero: o di qua o di là, o di qua o di là. Per un liberale le cose non sono così semplici. Prima di tutto perché la Casa delle Libertà non risolve il problema della governabilità riformatrice, lo aggrava.

Le illibertà della CdL sono radicate nella mentalità del modo d'essere e di proporsi, che accoppia un conservatorismo profondo ad una insofferenza appena dissimulata per le procedure parlamentari. Il '94 è la notte della democrazia perché il governo Berlusconi perse la maggioranza. I conti dello Stato si ipotizzano non veritieri perché non corrispondono abbastanza alle tesi dell'opposizione. La Carta Europea di Nizza viene ossequiata ma insieme gli euroscettici sono fra le colonne della CdL. La libertà di riunione e di espressione è esaltata ma insieme se ne vogliono stabilire di volta in volta i modi di esercizio ( caso Gay Pride). L'haiderismo è ufficialmente criticato ma insieme viene accolto con grandi onori Bossi che incarna come Haider gli umori più retrivi del paese. La propaganda viene praticata in modo ossessivo e tutto avvolge, al punto che, senza pudori, si fanno promesse da imbonitore, più di un milione di posti di lavoro, 150 mila miliardi di opere pubbliche e tagli della pressione fiscali vicine ai 10 punti; e poi si va a Londra e si sostiene che Blair condivide il programma politico di Berlusconi e insieme che la Tatcher è il naturale leader della CdL, quella Tatcher di cui Malagodi criticò il governo perché illiberale. L'importante proposta einaudiana dell'abolizione del valore legale dei titoli di studio viene irrisa come il trionfo dell'ignoranza. Si dice di accettare il criterio del dubbio e della differenza e insieme si vota per imporre per legge valori morali assolutamente unilaterali ( vedi fecondazione assistita e bioetica). Senza dimenticare il completo voltafaccia sul come organizzare la RAI/TV, dalla privatizzazione al mantenimento del status quo; o i ripetuti voltafaccia sul sistema elettorale. Insomma, leggere i programmi della CdL è comunque tempo perso perché valgono come carta straccia.

Ma poi, oltre queste già rilevanti considerazioni, per un liberale non va bene proprio il ritornello dei pappagalli del maggioritario, "o di qua o di là". E' il senso critico, vale a dire l'anima profonda del liberalismo, a far rigettare immediatamente la teoria oscurantista del dover stare, prima di tutto, "o di qua o di là". E' un concetto dall'inconfondibile sapore illiberale. Chi lo sostiene, ripropone di fatto il principio dello scontro tra il bene e il male, dell'appartenenza come cosa viscerale, della incomunicabilità tra le idee, della politica costruita sulle scomuniche e sulle demonizzazioni del diverso da sé. E poi, non contento, corre ad allearsi con i sostenitori di una visione miope e contraddittoria della funzione del maggioritario , quella per cui il maggioritario in ambito nazionale servirebbe a ridurre i partiti. Se non subito a due, almeno ad un bipolarismo senza ritorno.

Non sono pochi a dirlo. Anche l'on. Amato basa su questa visione distorta la proposta politica cui lavora in prospettiva quando afferma che " la sommatoria di tanti piccoli partiti rappresenta una falsa vocazione maggioritaria". Ma la pretesa di ridurre i partiti è un oggettivo restringimento della libertà. Non a caso è l'aspirazione ricorrente in tutti coloro che, consapevoli o meno, rifuggono la diversità e vorrebbero una società di "gruppi chiesa" l'un l'altro contrapposti per motivi di colore e di appartenenza fideistica. Per loro - anche se lo negano - l'unico fine è battere l'avversario, non governare. Viceversa per i liberali il fine è governare per consentire più libertà. E farlo sulla base del confronto civile, che è tanto più ricco quanto sono più ampie le proposte di partenza e tanto più efficace quanto il sistema della scelta permette di aggregare progressivamente piattaforme programmatiche alternative e dunque di consentire ai cittadini un voto a ragion veduta. Questa è la funzione reale (e liberale) del maggioritario. 

Agli sciocchi profeti del bipolarismo senza ritorno, dobbiamo rispondere che non si deve confondere un procedimento tecnico di scelta con una gabbia per limitare le idee e i punti di vista. Eternizzare i due poli equivale a tessere una coperta troppo corta per una società aperta. Lo comprova l'esperienza dal '94 in poi. La pratica di un maggioritario distorto ha portato a coalizioni puramente elettorali e dunque ad una governabilità che zoppica assai, poco meno di un tempo. In aggiunta, vi è stata un'eclisse pressoché totale della battaglia politica fatta di idee e di proposte.

Noi liberali vogliamo far risorgere la politica. Perché senza una politica colma di idee e di passione civile, la convivenza inaridisce. Questo lo afferma anche Democrazia Europea, il nuovo partito di Andreotti. Ma noi vogliamo far risorgere la politica per andare avanti, non per tornare alle situazioni di un tempo. Innanzitutto per questo non stiamo con Democrazia Europea, che esprime sì l'esigenza di politica ma di una politica sostanzialmente restauratrice. Dal sen. Andreotti, da Sergio D'Antoni e dal sen. Zecchino ci dividono il proporzionale e l'equidistanza. 

Noi non vogliamo ritornare al proporzionale, da un lato perché l'Italia è abbastanza maturata per non dover sacrificare la governabilità alla rappresentanza di tradizioni politico culturali così frammentate e dall'altro perché , essendo queste tradizioni irriducibili (almeno in tempi brevi), l'Italia ha bisogno di un sistema 
maggioritario per raggiungere una più evoluta capacità di scelta. 

Noi non condividiamo il concetto di equidistanza rispetto ai due poli esistenti, sia perché l'equidistanza definisce in negativo mentre la politica liberale si definisce invece per quanto autonomamente propone, sia perché, in generale, è assai improbabile che le alternative in campo, pur distanti e di poco spessore, lascino indifferenti i liberali vigendo il maggioritario . 

In realtà , Democrazia Europea appare forse come la più coerente interprete del vecchio spirito democristiano e dunque è portatrice di una proposta politica significativamente diversa da quella liberale anche nelle sue radici .

La nostra proposta di liberali, in questa epoca storica, è quella, alternativa, delle concrete scelte politiche che si pongono l'obbiettivo di un'Italia laica e liberalizzata, per dare più spazio al cittadino, non solo in termini di diritti ma della possibilità di esercitarli. In ottobre il Consiglio Nazionale varò il nostro Manifesto per il 2001 che costituisce il patto con i cittadini nella raccolta di firme in corso in vista delle elezioni e che individua con chiarezza l'obiettivo complessivo della FdL - lo sviluppo come libertà - e poi sei indirizzi di fondo e nove iniziative politiche . Sono tutte questioni di grande attualità e decisive in prospettiva . Dobbiamo confermarne in pieno il valore anche se in questa sede non penso opportuno soffermarmici ancora una volta salvo che per richiamare i sei indirizzi di fondo. Primo la cittadinanza europea che renda ogni cittadino titolare di diritti individuali egualmente garantiti; secondo, il rilancio del principio dello Stato Laico, sul quale focalizzerò le mie considerazioni in seguito; terzo, la non discriminazione, per superare ogni genere di fattori che ostacolano il libero dispiegarsi delle potenzialità individuali; quarto, una politica della immigrazione coerente con i valori dello Stato Laico; quinto la liberalizzazione degli enti, apparati, amministrazioni e procedure pubbliche in modo da ridurre i vincoli di sistema che gravano sul cittadino; sesto la partecipazione e il controllo civile diffusi e sviluppati ad ogni livello istituzionale.

In questa sede, desidero piuttosto insistere sul significato profondo del nostro fare politica da liberali. Per gettare alle ortiche le chiacchiere inconsistenti cui si è ridotta la politica, per gettare alle ortiche l'abitudine a reprimere il senso critico, per disegnare un organico progetto politico che affronti i nodi della convivenza globalizzata, per consentire a ciascun cittadino di esprimersi al meglio e alla comunità di sviluppare gli scambi interculturali. Il che costituisce la vera garanzia di una migliore qualità della vita e dello sviluppo sostenibile.

Per questo nostro progetto di un'Italia laica e liberalizzata, ci rivolgiamo a chi vuol irrobustire il filone politico culturale liberale comportandosi da liberale, a chi non vuole essere né equidistante né indifferente né isolazionista, a chi è convinto che non esistono tante politiche liberali tra loro significativamente distinte e che oggi la sola politica liberale possibile è quella della laicità. Dirsi liberali e al tempo stesso contraddire principi e scelte operative del liberalismo critico e dello stato di diritto, diviene sempre più pretestuoso e insostenibile.

Liberalismo è cultura dell'individualità e della diversità, è rapportarsi ai ritmi del tempo e dell'esperienza, è incentrarsi sulla libertà del cittadino, che è alla base dell'uguale dignità e della pace. La libertà dei liberali è indivisibile, critica e dinamica. E' il presupposto della conoscenza, del continuo sforzo di costruire il futuro, della cultura del fare. Favorisce la convivenza non egoista per massimizzare il libero esprimersi della diversità di ciascuno. La libertà è per il liberale sinonimo di vita. Non è un frutto spontaneo e selvaggio ma il prodotto del secolare organizzarsi nello stato, che resta una delle grandi invenzioni liberali di cui andiamo orgogliosi. Lo stato liberale deve esserci per garantire le regole di convivenza tra diversi e per promuovere la spinta evolutiva dello sviluppo. Quella spinta che, per noi liberali, è la capacità dell'individuo - abile o disabile che si trovi ad essere - di disporre del senso critico, delle competenze, delle risorse e dei diritti per battersi contro la povertà fisica e morale che ne soffocherebbe la diversità. 

Questa è la cultura di cui ha bisogno l'Italia e che insieme è l'approccio più fecondo alla variabilità caratteristica della società aperta e globalizzata. Nella prospettiva di far crescere le potenzialità del cittadino , la libertà pone sempre problemi nuovi . La stessa "manutenzione" delle vecchie soluzioni è un problema attuale di libertà; e i problemi nuovi di oggi non sono meno importanti di quelli di ieri. Non solo, anche oggi e anche nei paesi più avanzati, sono tanti i problemi e i limiti gravi per la libertà. Anzi, oggi i problemi della libertà nei paesi più avanzati hanno assunto una dimensione che accresce la necessità di un approccio liberale. 

In questi paesi, per lunghissimo tempo la battaglia politica ed quella economica sono ruotate attorno al conflitto tra "chi ha" e "chi non ha" beni materiali. Questo conflitto ha attraversato varie fasi, dalla via rivoluzionaria di derivazione marxista per dare il potere " a chi non ha" a quella moderata e socialdemocratica dell'istruzione di base e del benessere diffuso, fino a che ha di nuovo prevalso "chi ha" ma nel senso che ha la maggioranza per definire le idee prevalenti, le abitudini, i costumi, le attese, le credenze, i valori condivisi, insomma le scelte pubbliche. Questo poneva già, dal punto di vista liberale, dei problemi di libertà nascenti dalla tendenza della maggioranza ad autoperpetuare in chiave conformistica i propri valori trasformandoli in valori comunitari. Ma la vita è andata ancora avanti, e sta cominciando oggi a porre il problema del passaggio del potere politico " a chi conosce" di più i meccanismi del reale. 
Questa tendenza da una parte mette la parola fine all'impostazione della filosofia marxista , fin qui fallita per i suoi sperimentati effetti totalitari ma che diviene addirittura inapplicabile in quanto riferita ad una problematica non più essenziale ( il controllo sui mezzi di produzione) ; dall'altra parte, questa tendenza induce un mutamento nelle ragioni di scambio sul mercato. 

La conoscenza non è scambiabile sul mercato nei modi tradizionali: specie se gli scambi sono interessati dalle strutture della grande rete telematica, che li moltiplica, li rende più veloci e sempre più immateriali, collocandoli in una dimensione crescentemente impalpabile e invisibile, fin qui addirittura percepita come estranea al mondo umano. La competizione non è più soltanto tra diversi principi di organizzazione della società esterna agli individui ma principalmente tra modi di essere dei singoli individui; e l'ambito della competizione sarà contemporaneamente globalizzato e individualizzato ma soprattutto verterà su una gamma di beni immateriali che sarà possibile enumerare ma il cui conteggio, probabilmente, non avrà fine o comunque possibilità di concludersi in tempi prevedibili.

Tutte queste nuove problematiche si traducono, a livello politico, nella richiesta di una pratica riformatrice e di concrete istituzioni pluraliste in grado di consentire di continuo al cittadino una riflessione critica e un'ampia possibilità di valutare autonomamente la realtà mettendo in discussione quei valori che le culture dominanti pretenderebbero assoluti. La società libera è necessariamente complessa, mutevole, non semplificabile. Ogni struttura sociale è vitale solo se è, per più aspetti, transitoria in quanto aggiornabile e, in particolare, la società aperta si distingue per il perenne mutamento. Per potenziare la capacità umana di interagire, dalla più piccola comunità ai grandi agglomerati delle più varie dimensioni, occorre una mentalità liberale più diffusa.

E ciò muta lo scenario di riferimento. Nella vita politica e sociale di una società liberale, a differenza di quelle consociative e organicistiche, deve essere considerato fisiologico il continuo confliggere, secondo le regole, di legittimi valori, interessi, iniziative, ambizioni . Un simile conflitto sgretola le sempre presenti propensioni parassitarie, conservatrici, corporative della pace sociale a tutti i costi tipiche di una società appesantita nel conformismo e nel paternalismo dello stato o dei potenti . Una realtà sociale sempre in discussione consente il dispiegarsi delle specificità di ciascuno, il vaccinarsi contro le condizioni di emarginazione e il rimediare rapidamente quando nonostante tutto queste condizioni si presentano. 
Le armi con cui il liberalismo affronta queste sfide sono il senso critico, la tolleranza, l'uguaglianza delle opportunità, lo stato di diritto e il diritto di resistenza. 

Esse costituiscono il fulcro di una concreta azione riformatrice che, frazionando il potere, lo limitano, ne ostacolano la cristallizzazione e ne agevolano l'uso a fini di libertà. Il liberalismo si caratterizza per l'autogestione dell'individuo e per la libera scelta dei diversi livelli di convivenza e dunque costituisce l'antidoto più conseguente alle spinte separatiste dello Stato proprio perché di per sé avversa il centralismo amministrativo di derivazione democratico-giacobina e l'assistenzialismo che delega ad un'entità esterna al cittadino un impossibile processo liberatorio . La tolleranza liberale è l'esatto contrario dell' uniformità , perché presuppone l'altro, il diverso da sé, lo rispetta, lo osserva in qualche modo con curiosità, non esclude forme di confronto e di scambio.

Questi principi e valori, che sono l'essenza del liberalismo e che non sono un fatto teorico perché collaudati dall'esperienza plurisecolare delle lotte di liberazione umana, non risultano né ovvi né di semplice adozione. Ed è un grave errore considerarli come un dato definitivamente acquisito ed applicato nella nostra civiltà, locale e mondiale. Senza dubbio i decisivi successi riscontrati in sede storica hanno spinto a tenerli in considerazione e ad assumerne alcuni aspetti; ma è molto più ostico farne accettare la mentalità e il metodo, vale a dire proprio ciò che ne costituisce il nocciolo e la ragione politica forte. 

La difficoltà di accettare - e soprattutto di applicare - il nocciolo del liberalismo nasce dal fatto che il liberalismo è stata ed è una svolta rivoluzionaria rispetto ad una aspettativa ancestrale, quella di cercare la sicurezza in un messaggio sul senso ultimo delle cose e della vita. Questo messaggio il liberalismo esclude di poterlo dare, perché il senso della vita è la vita stessa. Poi , quando ognuno sente il bisogno personale di soddisfare nell'intimo tale aspettativa , c'è libero e rispettato, il ricorso alla religione, che non può che essere un fatto privato perché misteriosa, fideistica, eternizzante. La sola interfaccia della religione con la dimensione civile è l'importante processo di irrobustimento dei tratti etici che viene avviato dalla religiosità privata.

I liberali non possono permettersi mai di dare per acquisiti principi e regole delle libertà. Né in Italia, né in Europa, né a livello globale. Perché anche sotto il profilo culturale delle visioni del mondo e dei valori, vi sono contrasti fortissimi tra gli abitanti del villaggio globale nonostante le molte strutture comuni ( le economie su scala mondiale, le organizzazioni degli Stati, i grandi mass media, un certo tipo di consumismo di massa, tipo Coca Cola e i computer). Senza una incessante e determinata opera di dialogo in termini liberali, il bisogno di trovare sicurezza sul senso ultimo delle cose e della vita oppure il confronto possente tra blocchi etnico culturali, apre le porte ai fondamentalismi che ormai sono un fenomeno globale anche se connettono varie culture e tradizioni locali. Come italiani dobbiamo abbandonare la felice illusione che il nostro paese ne sia immune.

I fondamentalismi non sono una religione né un fatto religioso. Sono un fatto politico, che usa il veicolo religioso perché la religione in genere è assertrice di una verità rivelata e dunque adatta a divenire, sul piano politico, il substrato dell'asservimento dell'individuo e del suo spirito critico e creativo. Fondamentalista è ogni progetto politico che vuol abbattere le delimitazioni tra religione e politica, politicizzando la religione e puntando ad una sorta di teocrazia sostitutiva dello stato laico moderno.

Con buona pace del Cardinale Biffi, il fondamentalismo è un fenomeno globale, perché esistono un fondamentalismo cristiano, un fondamentalismo ebraico, un fondamentalismo indù, un fondamentalismo confuciano e naturalmente un fondamentalismo islamico. Non esiste solo quest'ultimo anche se si vuol far credere così, magari agevolati dalla circostanza che la politica islamica rivendica validità universale. Tutti i fondamentalismi rifiutano in varia misura valori decisivi per i liberali, quali pluralismo, tolleranza, democrazia e le forme istituzionali che li incarnano, considerano chi non fa parte della propria comunità chiusa un infedele e demonizzano chi dissente facendone un pericoloso eretico e un nemico. 

In particolare, il fondamentalismo islamico adotta strumentalmente le conquiste della modernità ma respinge del tutto l'idea - che è alla base della modernità - della conoscenza fondata sulla ragione. E in campo politico, afferma che la sovranità è del Dio, non del popolo. In sostanza è vero e proprio neo assolutismo. Di qui il programma di rivolta contro l'Occidente, la sua cultura e i suoi istituti ripresi negli ordinamenti degli stati islamici. Non è qui il caso di affrontare la complessa questione di quale deve essere, in Africa, in Asia e nel mondo, il rapporto tra il processo di democratizzazione e il fondamentalismo . Ma è importante sottolineare che il fondamentalismo va combattuto con le idee piuttosto che con le armi, innanzitutto con le idee liberali, tra cui quella che la religione non può che essere un'etica basata sull'amore divino e non su un ideologia politica ( ciò per contrastare la mistificazione dell'obbligo religioso al terrorismo verso lo stesso Islam liberale). E rifuggendo la pericolosa indifferenza circa l'esito dello scontro tra l'Islam liberale e quello fondamentalista, che sarà decisivo nel determinare la posizione di quegli Stati verso il mondo occidentale e nel fare l'area Mediterranea o il luogo ponte tra Islam ed Europa o la barriera dell'Islam contro l'Occidente. 

Come si può vedere sono proprio le questioni della modernità e delle grandi prospettive culturali negli anni futuri a richiedere robuste iniezioni di metodo, di idee e di politica liberale . Prima di tutto sul punto essenziale di rafforzare dove c'è, o di introdurre dove ancora è carente, il principio della delimitazione tra politica e religione, battendo i progetti politico religiosi o di religioni impegnate in politica. Il laico è colui che applica nell'agire politico questo principio liberale della separazione tra politica e religione, nel senso che la libertà liberale include la libertà religiosa, non viceversa. E questo vale ovunque, anche se in un grado diverso. Quello che alcuni sembrano non voler capire - e tra questi in prima fila un professore storico e noto opinionista - è che non solo tali questioni non appartengono al passato bensì al futuro, ma che, in Italia, data la massiccia presenza della Chiesa romana, sono assolutamente centrali. Anche se nella Chiesa si sviluppa cautamente un divenire riflessivo sulla religione che è sconosciuto dal fondamentalista. 

Innanzitutto, c'è l'ambiguità del Concordato che necessariamente presuppone la Chiesa come Stato (e dunque ne fa una teocrazia) . Non a caso in Olanda tre signore parlamentari , liberali e socialiste, hanno proposto di riconoscere alla Chiesa romana lo status di grande religione ma non quello di Stato. Ma perché anche la Chiesa non comincia a riflettere sulla circostanza che nel terzo millennio un Concordato non serve neppure a tutelare la formale libertà di organizzare la religione - come un recente clamoroso episodio dimostra - ed al contrario è un'arma in più nelle mani della ragion di Stato ? E che la ragion di Stato è il peggior nemico dei credenti e dei non credenti ? E che la lotta al clericalismo, che della ragion di Stato è il fulcro, non dovrebbe essere solo una prerogativa dei laici ? 
E poi. Cosa significa la convinzione, fatta circolare a più riprese in ambienti cattolici bene introdotti, che "un messaggio papale può arrivare al cuore di una gente che abitualmente non viene raggiunta da messaggi politici ? E il dire che "la tentazione di cedere alla paura dell'immigrato clandestino può essere contrastata meglio, nelle persone politicamente meno provvedute, dalla parola e dall'esempio della Chiesa"?

Sostenere - contro l'esperienza storica - che, per organizzare la convivenza, i messaggi del Papa sono più efficaci della politica delle libertà, significa lavorare per restituire alla religione la supremazia in campo politico e implicitamente rilanciare la necessità di ricorrere ad un'autorità esterna alla democrazia. Del resto, la Chiesa ha scelto da qualche anno, a livello internazionale e in Italia, di svolgere un ruolo in prima persona nel dibattito sulle grandi questioni civili, utilizzando la tesi della prevalenza della società civile sulla politica e sulle parti politiche. Di continuo affiora la pretesa ecclesiale di invadere il terreno della politica e al tempo stesso di rifiutare di essere oggetto di valutazione politica secondo il metro dei comportamenti tenuti. 

Per il credente quello che conta è come porsi al cospetto della misericordia divina che tutto vedendo tutto può comprendere. Ma per il comune cittadino, sotto il profilo civile, non è accettabile che si voglia rappresentare tutto e il contrario di tutto. Come invece fa la Chiesa sui temi che non rientrano nel cuore del suo magistero. Il Papa si pronuncia contro la pena di morte e il recente catechismo la consente; vi sono autorevoli pronunzie antirazziste e si riceve Haider; si fanno appelli ad essere caritavoli verso gli immigrati e poi una serie di importanti uomini di Chiesa, in ultimo la Conferenza Episcopale Emiliana, lanciano appelli a battersi contro l'invasione dei non cattolici; si riconoscono le colpe sul caso Galileo e si ripetono gli stessi errori intellettuali in tema di bioetica e di ricerca in tema di organismi geneticamente modificati; si vogliono attribuire diritti umani al concepito come se fosse già una persona e poi non si vuol considerare la possibilità che una persona malata decida autonomamente il modo di uscire dalla comunità dei viventi. In tutti questi casi e altri ancora, si pretende di imporre le proprie credenze religiose e si considerano i principi degli altri alla stregua di aberrazioni morali. 

Tutto ciò non deve però scandalizzarci come cittadini, come liberali e come laici. Gli uomini di Chiesa fanno legittimamente quello che pensano essere il loro mestiere. Quello che dobbiamo fare come cittadini, di qualunque credo o mancanti di credo, è opporsi fermamente quando qualche autorità religiosa, di qualunque credo, pretende di dettare anche agli altri il metro delle scelte e dei comportamenti in campo civile. La direzione della cosa pubblica si decide con la politica e con il voto, le fedi religiose si predicano ma non si impongono. Deviare da questi principi di separatezza, come si è detto, comporta dei pericoli gravi per la libertà dell'individuo. Comunque , in molte occasioni il vero scandalo non sono i religiosi né la predicazione religiosa. Sono la versione massmediologica che pretende di trasformare l'evento religioso in dato di fatto acriticamente accettato dalla maggioranza, sono i laici che, credendosi furbissimi o per quieto vivere, non sanno resistere al richiamo della foresta clericale. E il clericalismo è la versione soft del fondamentalismo.

Comportarsi da laici e liberali è una caratteristica politica univoca. Il praticare la laicità non è un optional che chiunque, di qualsiasi indirizzo e colore, a destra e a sinistra, può indifferentemente adottare. Soprattutto non può esserlo in Italia dove la straripante presenza pubblica della Chiesa ( e, ancor più, di una mentalità religiosa applicata alle questioni civili) rende assai farraginoso l'esercizio corrente del senso critico. Non perché esista il "diritto di autore" per il possesso del senso critico. Anzi è preferibile una società in cui i singoli come tali applichino tendenzialmente il senso critico ( e dunque va benissimo se perfino gli avversari del senso critico ne seguono lo spirito e i consigli). Ma , domandiamoci, questa tendenziale propensione individuale si traduce automaticamente in comportamenti conseguenti ? 

Proprio no. Il senso critico non è innato. E' una conquista umana con delle lotte sulla carne della convivenza, non a caso osteggiata di continuo più o meno apertamente. Inoltre i rapporti con gli altri influenzano sempre l'esercizio del senso critico, sotto forma di esempi, di mode, di cultura, di convenienze ed altro ancora. Dunque, ai fini dell'esercizio del senso critico, le condizioni ambientali e gli avversari non sono un dato neutro. Se le condizioni sono peggiori, il senso critico viene utilizzato meno; e man mano che peggiorano, per esercitare il senso critico occorre una inclinazione all'eroismo ( quell'eroismo che , ironia della sorte, proprio il senso critico dovrebbe rendere inutile ). Ne deriva che è essenziale, specie nelle condizioni italiane, effettuare una cura ricostituente per lo stato di salute del senso critico. Perché, insomma, la tendenziale propensione individuale al senso critico trovi un habitat più confacente e si sviluppi meglio.

Di fatto non è possibile mantenere l'attitudine critica appartenendo a parti politiche che rifiutano più o meno apertamente la centralità culturale dello spirito critico. Questo comportamento contribuisce a diffondere veleni contro la cultura critica, travolgendola con lo slogan illiberale "o di qua o di là". Per un laico l'appartenenza politica fisiologica non è la sinistra o la destra ma è, guarda caso, la parte politica laica. Solo se si collegano i portatori della cultura critica e riformatrice, si possono creare delle condizioni ambientali più confacenti all'esercizio della propensione critica individuale 

La profonda anomalia della situazione politica italiana sta nella diaspora della cultura critica e riformatrice. Un'anomalia appunto, e non un destino, come in passato ha sostenuto Norberto Bobbio rimasto legato ad una visione della politica dominata da ineludibili necessità organizzative non compatibili con la pratica del senso critico. L'esser laici - e dunque per antonomasia portatori del senso critico - non esclude affatto il principio di organizzazione purché essa non sia quella della catena di montaggio e degli automi ma consenta a ciascuno di conservare la propria autonomia intellettuale. Ormai la storia ha dimostrato che è utile governare le nazioni nel segno della libertà e del senso critico. Perché non si dovrebbe poter organizzare una parte politica ? Ed è qui che, tra mille e mille difficoltà, dovrà essere risolto il problema se si vuole che il nostro paese non resti indietro. I laici liberali non devono più accettare di fare da aggettivi per sostantivi incoerenti. Così come non devono più sperare che, battezzando qualcuno come tecnico in questo o quel campo, egli possa realizzare in quel campo una innovativa politica di liberalizzazioni o di ricerca. Queste politiche sono scelte politiche che vanno chiamate con il loro nome e solo con il loro nome possono maturare in un paese civile moderno. 

Questo non significa che i laico liberale sia strutturalmente indifferente tra destra e sinistra. Nella situazione italiana di oggi, l'intero centro-destra è naturalmente clericale o per convinzioni di per sé pregevoli o per meno pregevoli calcoli di conformistica convenienza, mentre nel centro-sinistra, insieme ai grandi sacerdoti dell'ipocrisia clericale, si trovano anche dei segmenti non clericali . E su certe questioni è più agevole raccordarsi con gli uni che con gli altri. Ma , ancor oggi, come quasi sempre, sono innanzitutto i laici che hanno le qualità specifiche per mantenere vivo lo spirito critico e così allargare le frontiere della conoscenza, per la libertà e la crescita di tutti. Sperare che questo compito lo svolgano altri che laici non sono, spesso è solo una fuga dalle gravose responsabilità dell' essere laico come ognuno come può e sa.

Prendere nelle proprie mani la propria bandiera è per i laici l'atto politicamente più rivoluzionario in questo paese alle soglie del XXI secolo. Perché consente di riconoscere la priorità di questioni come la cittadinanza, la libertà, la convivenza aperta, consente di considerare la libertà individuale come impegno sociale, consente di dare forza ai portatori di una mentalità coerente alle sfide da affrontare (appunto il senso critico), consente di coniugare cambiamento e salvaguardia di valori sociali della libera convivenza, consente il massimo del pluralismo e di lasciare che gruppi diversi sperimentino le proprie diverse strade, impegna a non parlare di libertà ma a praticarla. L'iniziativa politica laica significa fuoriuscire dal pantano di vecchie impostazioni che, seppure in modi apparentemente più blandi, continuano a determinare la scena politica: la lotta di classe, lo sfruttamento conservatore, la competizione senza regole e lo statalismo, ambedue negatori dei valori individuali, la subordinazione dello Stato di diritto alle esigenze clericali e alla ragion di stato. Il campionario di queste vecchie impostazioni è molto nutrito e fare esempi è purtroppo assai facile. Voglio farne qualcuno, cominciando dal dibattito sulla concertazione. 
Su alcune questioni importanti la CGIL è in dissenso con gli altri sindacati e così una parte della sinistra si sente in dovere di sostenere che, in mancanza di assenso di uno dei sindacati maggiori, non possono essere fatti accordi di concertazione. Secondo questa tesi, la concertazione non è uno strumento di confronto per razionalizzare il conflitto ma trae la sua legittimità solo dall'unità sindacale; il che equivale a riproporre una concezione tipo lotta di classe, padroni contro lavoratori. E non si tratta solo di teoria. A Milano, l'anno passato è stato fatto un patto tra Comune e sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori - non sottoscritto dalla CGIL - per consentire il lavoro con più flessibilità. Tale patto non ha dato molti frutti perché la CGIL ha fatto fuoco e fiamme per evitarne l'applicazione e ha trovato una sponda nell'ipocrita conformismo di un certo mondo imprenditoriale preoccupato di non indispettire il sindacato più forte. All'insegna appunto della libera contrattazione.

Passiamo al campo scolastico . Qui la mancanza di una sufficiente iniziativa laica liberale ha permesso che venisse varata una legge sulla parità scolastica di notevole e pericolosa ambiguità tra le funzioni irrinunciabili della scuola pubblica e le funzioni di quella privata. Non è stata chiarita la cruciale distinzione bene illustrata nel punto 7 del Manifesto FdL . E cioè che mentre la funzione di educazione pubblica è irrinunziabile, le scuole private possono seguire due linee educazionali: o quella della educazione pubblica rispettandone puntualmente norme e programmi ( e allora è possibile la "parità") oppure quella della libertà di insegnamento programmatica e organizzativa ( e allora non sono possibili oneri per lo Stato). Sempre nel settore scolastico e sempre l'insufficienza di senso critico, ha prodotto anche una riforma della scuola con gravi incongruenze. Si va da una autonomia puramente di facciata senza effettivi contenuti, alla inaccettabile cancellazione di fatto di un'approfondita formazione storica. L'aver abbandonato lo studio in ordine cronologico per sostituirlo con quello per temi, è un errore culturale grave: equivale a sostenere che nella descrizione del reale è superfluo il parametro tempo. Viceversa, l'intero percorso della conoscenza umana ha progressivamente fatto emergere che la vita è inscindibilmente legata alla freccia del tempo e alla sua irreversibilità.

In materia di individualismo, la mancanza del senso critico è il viatico ad un delirante individualismo, il più narcisista, il più ingordo, il più edonista. Un individualismo che pensa solo ad gratificare sé stesso per darsi ruolo e coraggio. E che naturalmente si accompagna ad una sottovalutazione della ricerca scientifica e della centralità della conoscenza. In Italia le chiacchere sull'innovazione, sulla modernità, sulla socialità e sull'orgoglio di essere tra i primissimi paesi industrializzati al mondo, hanno nascosto dietro una cortina fumogena una realtà ben diversa. Quella - come è stato scritto - di un'industria chimica agonizzante, di un'industria farmaceutica inconsistente e di un'industria delle bioetecnologie inesistente. Si agitano le paure millenaristiche contro la ricerca e non si pone attenzione alla circostanza che sui mercati ( e non tanto su quelli dei paesi poverissimi che ne avrebbero davvero motivo ) sono richieste quantità crescenti di beni alimentari , provocando così un'espansione dei consumi che moltiplica i rischi biologici. Un atteggiamento più responsabilmente critico dovrebbe consigliare di accogliere la proposta di Edoardo Boncinelli, consumare di meno e ricercare di più. Il fatto però è che pochi, se non i laici liberali, si pongono il problema di queste valutazioni complessive. Ad esempio, Berlusconi ha lanciato il Research Day così come ha fatto con il Grande Fratello, evidentemente non cogliendo , tutto preso come è dal mito di richiamare l'attenzione ad ogni costo, che le due cose corrispondono a due filosofie del tutto contrapposte .

Veniamo ora ai riflessi in campo economico dei comportamenti laici e liberali. Di recente il Centro Einaudi di Torino ha fatto uno studio applicando a molti paesi un indice della libertà economica dei rispettivi sistemi. L'indice comprende una molteplicità di parametri, economici e politico sociali, in equilibrato rapporto tra di loro, cioè in chiave non liberista. Ed è un indice attendibile, dato che anche variando un po' i parametri, i risultati restano in sostanza gli stessi. Bene, la situazione italiana ci colloca nel gruppo di coda, la situazione migliore è quella dell'Olanda, dove, guarda caso, il governo è fondato sulla fruttuosa collaborazione di liberali e socialisti. Ma la cosa più significativa è che viene comprovata una chiara tendenza: più il paese è libero, più è alto il Prodotto Interno Lordo e più è alta la capitalizzazione di Borsa rispetto al Prodotto Interno Lordo. Vale a dire l'espansione della libertà è al tempo stesso il fine primario e il mezzo essenziale dello sviluppo. Come ha scritto Amartya Sen, lo sviluppo per i laici e i liberali è un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani ed è un qualcosa che include, ma insieme travalica, la crescita del PIL, i redditi individuali, l'industrializzazione, il progresso tecnologico, la modernizzazione.

Nello stesso settore economico finanziario, si può fare un altro esempio degno di nota nell'ottica della carenza di spirito laico e liberale. Nelle scorse settimane il Governatore della Banca d'Italia ha dato una sorta di stop alle fusioni bancarie, cui viene addebitato di perseguire più sogni di grandezza e di riduzione della concorrenza nazionale che non l'obbiettivo di ridurre le diseconomie e di far crescere le sinergie per essere più concorrenziali sul mercato internazionale. Siamo alle solite. Dalle grandi burocrazie italiche, anche quelle delle imprese bancarie, lo spirito liberale viene malsopportato proprio perché punta a rimettere sempre in discussione il potere acquisito e gli assetti consolidati. E un altro caso ancora è dato dal modo ipocrita e illiberale con cui il sistema bancario ha affrontato la legge antiusura. Si sapeva benissimo che un articolo di questa legge aveva stabilito che gli interessi maturavano al momento del pagamento da parte del debitore e che dunque un tasso originariamente legittimo poteva divenire usurario con il passare del tempo creando problemi non indifferenti ai conti bancari. Ma si è preferito ricorrere ad accordi caso per caso, facendo finta che non esistesse il nocciolo del problema, nella convinzione che tanto da noi le leggi ci sono ma i furbi possono disattenderle. E ora che il bubbone è giustamente emerso, ci si dispera di interventi legislativi che pongono rimedio per il futuro ma che non possono essere retroattivi per compiacere un sistema opportunamente punito dalla propria stessa furbizia.

Poi vi è il settore dei diritti che subisce la carenza di senso critico liberale. Perché, quando si tratta di regole liberali, non è che si può scegliere fior da fiore e rispettarne solo quelle facili scartando le più difficili. Pensiamo ad esempio alla libertà di espressione. Troppo spesso emerge la tendenza a riconoscerla solo a quelli che esprimono idee non troppo dissimili da quelle comunemente accettate. E non mi riferisco alla difficoltà di accesso ai canali di informazione - che pure è un problema non piccolo ma già di una fase successiva - mi riferisco proprio alla contestazione del diritto stesso di sostenere idee scomode. La censura da noi è sempre una tentazione per risolvere le questioni scabrose. Ma si può anche pensare alla politica per l'immigrazione, non tanto sotto il profilo dei flussi di ingresso - che non intendo trattare in questa sede - quanto sotto il profilo della convivenza successiva ad un ingresso regolare. E' chiaro che un liberale è rispettoso delle diversità culturali, linguistiche e religiose. Lo è in base al principio della convivenza pluralistica e della tolleranza reciproca di vita. Allora, il senso critico laico liberale porta a dire che una condizione all'ingresso deve essere posta, una sola ma essenziale: l'impegno di chi entra ad accettare le regole della Società Aperta, senza sconti e senza fobie. Questo è irrinunciabile. Non si può fare confusione e pensare che, siccome il nostro ordinamento è di tipo liberaldemocratico, ogni diversità è accettata. Sono accettate solo tutte quelle diversità che non ledono i diritti umani e le regole generali della convivenza, una convivenza appunto tra diversi, che si scambiano le culture e non le impongono. Per dire, in una società aperta non sono accettabili la pratica del fondamentalismo politico tribale oppure quella di tradizioni che infieriscono sull'integrità della persona come la barbarie della clitoridectomia o della infibulazione: si tratta di culture chiuse che intenderebbero far prevalere la propria idea di convivenza a prezzo di far arretrare le garanzie per l'individuo. Chi vuol stare nel nostro paese, non può violare il principio dei diritti umani. 

Insomma, da questa non circoscritta serie di esempi si ha la conferma che il raggruppamento laico non è una nostra teoria accademica, è la richiesta che emerge quotidianamente dall'urgenza dei problemi. Noi focalizziamo l'attenzione sui cittadini dei paesi ricchi ma la cosa è ancor più vera per quelli dei paesi poveri. Molta parte dell'inadeguatezza delle risposte deriva appunto da una carenza di "laicità liberale" negli approcci programmatici. Che è preoccupante se pensiamo ad alcune questioni non irrilevanti che si vanno profilando.

Si è manifestata ad esempio una tendenza - che non pare né superficiale né occasionale - a dare rilievo crescente agli umori passeggeri, quasi istantanei della "gente" , del pubblico, che possono cambiare alla luce di una anche piccola novità o considerazione. Una sorta di consumo usa e getta applicata ai problemi della convivenza. Questa attitudine è difficilmente inquadrabile negli usuali canali istituzionali e per di più interagisce con un altro fenomeno anch'esso centrifugo rispetto alle istituzioni: quello dei portatori di interessi particolari e, in ambito internazionale, delle organizzazioni non governative, che spesso saltano il confronto con la politica, segnatamente quella istituzionale, affidandosi alla pressione fondata su impulsi istantanei con il massimo impatto e sostenendo, anche senza riscontri, di interpretare la volontà popolare. Pensiamo a tutta la casistica di manifestazioni di massa - tipo blocco di servizi pubblici, di centrali energetiche, di aeroporti, di conferenze internazionali e così via - più appariscenti, più difficili da fronteggiare e che al contempo richiedono poche risorse per essere organizzate. Tutto questo dilagare della volubilità da un lato delegittima oggettivamente le istituzioni e dall'altro spinge verso decisioni che non sono informate - come dice Dahrendorf - né dalla storia né da una visione consapevole del futuro.

Anche qui la cultura laica e liberale assomma la capacità fisiologica di sintonizzarsi sui cambiamenti alla radicata convinzione della necessità di regole durature, anche se sempre rivedibili. Per questo la cultura laico liberale è sicuramente la via maestra per ricondurre il gioco politico nei canali costituzionali magari anche inventando nuovi organismi che diano voce stabilmente alla società civile. Come in campo scientifico, anche qui non si deve pensare che l'ordine e la stabilità possano rappresentare esaurientemente il vitale. Come ormai, da tempo, scienza e fisica fanno i conti con i sistemi dinamici instabili riconoscendo il ruolo prioritario delle fluttuazioni , dell'instabilità, della flessibilità, altrettanto deve cominciare a fare la politica della convivenza, riconoscendo che l'ordine costituzionale è indispensabile ma deve essere flessibile ed aperto. E il modo d'essere liberale e laico , per fare tutto ciò, è il punto di riferimento naturale.
Desidero esporre un ultimo esempio di un nuovo campo di utile applicazione del senso critico, e cioè il senso critico come antidoto alle manipolazioni che agiscono sull'individuo dall'esterno. Oramai la tecnica è in grado di creare in una persona - magari utilizzando forti campi magnetici concentrati in alcune parti del corpo - degli stati fisici che inducono all'azione materiale correlata a quello stato senza che vi sia un atto di volontà. Eppure l'interessato resta convinto - dal momento che il suo stato fisico era realmente quello che induceva l'azione compiuta - che tutto ciò stata una propria decisione volontaria. Qui si va molto oltre la forma psicologica - tipo imbonimento o ipnotismo - ed ancor più risalta il ruolo del senso critico nell'attivare di continuo un personale riesame che accresce e garantisce una miglior consapevolezza di sé.

Cari amici, come si può vedere l'iniziativa politica laica e liberale ha naturalmente un grande spessore e investe questioni chiave della quotidianità e delle sue future prospettive. E proprio per questo è un'iniziativa che risulta per troppi scomoda. Perché vuole evitare che si ripeta la vergogna istituzionale cui si è assistito in occasione del Giubileo dei Politici, con la corsa di massime cariche del Parlamento ad ottenere riconoscimenti estranei alla logica di uno Stato liberaldemocratico. Perché i liberali sono avversari dei conservatori, di destra e di sinistra, dei nazionalisti, dei clericali, delle corporazioni piccole e diffuse che ingessano il paese, delle Chiese che si pongono come attori politici in prima persona , dei pigri incapaci di uscire dal proprio egoismo e di quelli che , attenti solo al proprio particolare, coltivano la pericolosa illusione che questa attenzione a sé stessi basti a rendere possibile la convivenza aperta e libera.

La realtà è che Laici e Liberali sono considerati in Italia solo una specificazione aggiuntiva che può essere utile ad aggregati numericamente consistenti, non un filone politico culturale autonomo. E' una miopia. Ma così è. Si giunge a dire che ormai non vi sono più differenze tra politica civile e politica religiosa, tra liberismo e assistenzialismo, tra destra e sinistra, tra liberali e conservatori (totalitari e autoritari). Quello che conterebbe sarebbe solo la scelta di campo, " o di qua o di là ". E in questa corsa all'assurdo, si arriva addirittura, sul quotidiano di casa Berlusconi, al caso clinico di un ardito esperimentatore della diluizione del proprio plasma sanguigno con liquido di rilevante tenore alcolico: dopo questa diluizione egli riesce a sostenere perfino che l'autentico pensiero liberale non è mai stato laicista, che la tolleranza consente la diffusione dei soli valori religiosi e morali ma - udite bene - non la gioia di vivere. Da episodi del genere si può indurre solo una conferma sperimentale: il cervello funziona solo con il sangue non diluito. 

La miopia del centro sinistra, in primo luogo del partito che aveva la malcelata presunzione di esserne la guida - i DS - e poi di coloro che mai hanno saputo ritrovare la capacità dell'antica DC di tessere il bandolo della collaborazione con i laici - la galassia dei PPI, Udeur, Rinnovamento - ha lavorato senza sosta e con ottusità ad eliminare il mondo laico e liberale, i primi perché ubriacati dalla presunzione di poterlo rappresentare in proprio, i secondi perché drogati dalle fumisterie di un indistinto solidarismo . Per tutti costoro, noi laici e liberali abbiamo la colpa di non accettare di omologarci, di non rinunciare alla nostra anima, di non farci egemonizzare. 

Dalla nostra parte vogliono stare invece quelli che, più sensibili, formulano questionari con cui cercano di dare pagelle di laicità. Li ringraziamo per la buona volontà e il tentativo di dare una mano. Ma queste iniziative individuano propensioni personali, non attivano l'indispensabile presa di coscienza della propria soggettualità politica come laici e liberali. Un passo che a nostro parere deve essere compiuto con urgenza. 

Per questo noi abbiamo auspicato la convergenza di socialisti democratici, di verdi, di radicali, di repubblicani e in genere di chi si batte, tra i partiti e nell'associazionismo, per il rilancio della cultura critica e riformatrice. Questa convergenza di chi è fisiologicamente più vicino al modo d'essere e alle esigenze della società civile non inquadrata, finalmente potrebbe colmare la vera anomalia della politica italiana rispetto all'occidente. Perché è lo scarso peso rappresentativo delle forze liberali, laiche e riformiste a livello politico, ad avere conseguenze gravissime su questioni essenziali per la convivenza civile che proprio della cultura critica hanno bisogno per essere adeguatamente affrontate nell'ambito di una società come l'attuale, mobile, individualizzata, al tempo stesso globale e localista. 

Prima o poi quest'area dovrà raggiungere una forza propria, rovesciando la vecchia concezione politica per cui solo le chiese e le grandi organizzazioni strutturate territorialmente o mediaticamente sono decisive nelle scelte democratiche. Dovranno giungere al potere le diversità, per mostrare le grandi potenzialità sprigionate dai diversi che si collegano per costruire le condizioni di una libera convivenza in una Società Aperta. Non è un sogno. Le posizioni e gli atteggiamenti del Ministro Professor Veronesi sono l'esempio della forza di una pacata laicità che non si piega al conformismo dei succubi al clericalismo.

Tutto ciò non possiamo e non vogliamo farlo da soli: l'idea è corretta e gli altri ne danno riscontro, ma sembrano non avere ancora la consapevolezza della portata rivoluzionaria dell'assumere questo punto di vista come fulcro di una proposta politica . Anche La Malfa riconosce questa esigenza di più spazio ai laici liberaldemocratici . E' la sua scelta successiva - che pure rispettiamo - ad essere non conseguente. Pur di raggiungere soluzioni immediate - maggiori riconoscimenti per sé e il suo partito - rinuncia alla capacità rappresentativa dei laici liberali , accetta la tesi che i Poli sono quelli e quelli resteranno, e contribuisce così a ritardare il processo di complessiva liberalizzazione . Il suo errore è quello del marito che si evira per far dispetto alla moglie . Quanto poi al nuovo PSI, è palesemente dominato dal risentimento che fa velo alla ragione . Ma gli uni o gli altri cullano una costosa illusione . L'illusione è che qualche individuo eletto, ove non importa, sostituisca la presa in mano del loro destino da parte dei laici . L'aspetto costoso sta nel fatto di accompagnarsi al leghismo per formare quella che Berlusconi etichetta come la sinistra della Casa delle Libertà e di non accorgersi che in questo modo Berlusconi ripropone la tesi, incredibile ai limiti del vaneggiamento, secondo cui si sarebbe riformato lo schieramento del '48: tutti i democratici contro i comunisti .

Naturalmente , nella logica maggioritaria non intendiamo sottrarci alla fine ad una scelta di coalizione . E in tale prospettiva dobbiamo dire, da liberali, che uno dei due raggruppamenti numericamente più consistenti propone un candidato alla Presidenza del Consiglio , l'on. Berlusconi appunto, che sotto il profilo del senso critico liberale ha delle gravissime controindicazioni. Ne citerò solo tre che sono davvero tre macigni e che introdurrebbero nel paese ulteriori elementi di illibertà.

Il conflitto di interessi. Al di là delle modalità furbesche con cui una sinistra sorda alle ragioni liberali ha trattato la questione per anni, resta il fatto che per qualsiasi liberale l'abnorme concentrazione di potere economico e politico che si verrebbe a creare nelle mani di una sola persona è un qualcosa di talmente macroscopico da rendere increduli i liberali di tutto il mondo . Anche quelli più moderati non riescono a capacitarsi di come una cosa del genere possa accadere in un paese democratico dell'Occidente.

Il diritto all'informazione. Per i liberali, specie in campagna elettorale, tutti devono avere gli stessi spazi di propaganda perché tutti devono avere l'uguale possibilità di farsi conoscere per consentire poi ad ogni cittadino di deliberare a ragion veduta. Invece Berlusconi va ripetendo tutti i giorni che gli spazi TV non devono essere uguali per tutti ma ripartiti in proporzione alla forza elettorale dimostrata: più un partito è grosso, più deve aver tempo per fare propaganda. Da un punto di vista liberale, è una concezione semplicemente aberrante.

Il controllo dei mezzi di informazione. Su questo basta ricordare quanto ha scritto pochi giorni or sono Montanelli a proposito della vittoria della Casa della Libertà: " la prima delle conseguenze che ne deriveranno sarà la raccolta nello stesso pugno delle sei reti televisive che monopolizzano l'etere italiano: tre a titolo privato, tre a titolo pubblico ( e nessuno tenti di muovere obbiezioni a questo discorso perché io lo rivolgo a chi vuole e rispetta la verità, non ai falsari)".

Vedete, la non miscibilità culturale di noi liberali con i fautori dell'autoritarismo e del totalitarismo - che sono estranei alla democrazia - e con la cultura politica antagonista - che droga il cittadino con l'utopia - è scritta nei rispettivi geni. Ma l'esperienza quotidiana ci fa anche toccare con mano che i liberali non sono confondibili con il centrodestra immerso nel conformismo conservatore e refrattario alla pratica della partecipazione. Berlusconi è l'alfa e l'omega della Casa della Libertà. Non solo ne è il padrone, ma la incarna totalitariamente.

Non a caso dunque la stragrande maggioranza del mondo laico non è con Berlusconi ( e quelli che in passato l'hanno provato si sono ritratti ). Poi, nei giorni scorsi, lo stesso Berlusconi ha freudianamente detto che nel centro sinistra, oltre alle tresche con Bertinotti e l'alleanza con Cossutta e Diliberto, vi sono gli altri partiti satellite dei DS " che sono a sinistra dei DS stessi" . Dato che non evidentemente non può riferirsi alla vasta area dei cattolici democratici ( PPI, Udeur, Rinnovamento e Democratici), l'anatema era indirizzato a verdi, socialisti e noi. Ve l'immaginate: "A sinistra dei DS". E' del tutto ridicolo ma ha un senso nella concezione berlusconiana. E' proprio il nostro esser laici che ci fa ritenere da Berlusconi ancor più pericolosi per il suo tradizionalismo conservatore e illiberale. Per lui siamo il bambino che ha il coraggio di dire che il re nudo. Ecco, penso che non dobbiamo deluderlo e dobbiamo praticare tale attitudine, sforzandoci di fare il possibile per attivare l'aggregazione dei laici.

Naturalmente, da bravi utilizzatori del senso critico, non possiamo non rilevare le difficoltà, anche grandi, incontrate sulla strada di dar vita ad un'ampia lista laica. Intanto c'è il problema dei radicali. Ai quali vogliamo rivolgere un appello perché fino all'ultimo considerino seriamente la possibilità di contribuire a formare - e con un ruolo centrale - la lista laica. E' un appello, il nostro, convinto che l'anima radicale non può non far parte di questo disegno, specie se, come sembra, ha accantonato la tentazione dell'assalto referendario alla via parlamentare. 

Tuttavia, ad oggi, i dirigenti radicali paiono privilegiare una presenza elettorale in solitario con un candidato premier, Emma Bonino, e con una lista omonima, incentrando la propaganda sulla protesta per l'ostracismo da parte dei grandi mass media TV che giudicano esserci nei loro confronti. Per parte nostra abbiamo fatto osservare come vi possa essere contraddizione tra il propugnare il sistema maggioritario addirittura ad un turno e presentare un candidato alla Presidenza del Consiglio perfettamente degno ma chiaramente non in gara quanto a suffragi; con la conseguenza, alla fine, di rifiutare di fatto la scelta di coalizione. E comunque ci sembra che sarebbe incongruo affrontare come fatto esclusivo del mondo radicale alcune problematiche politiche che hanno una valenza più generale per i laici. 

Per la stessa questione dell'ostracismo televisivo, i casi sono due: o vale il criterio illiberale della presenza in base alla dimensione , e allora possono lamentarsi solo del criterio ; oppure vale il criterio liberale dell'eguale diritto ad informare, e allora devono lamentarsi dell'applicazione. In tutti e due i casi il lamento dei radicali non ha senso come persecuzione contro di loro perché in verità rientra in una questione generale, che riguarda tutti nel primo caso e l'intera area laica ed ambientalista nel secondo. Nel complesso, insistiamo nel nostro appello per ritrovarci in una lista laica comune e ci permettiamo di sottolineare che con la frenesia di raggiungere evoluzioni immediate, con la radicalizzazione delle scelte da far compiere, si possono ottenere effetti maggiormente pirotecnici ma non il superamento di quell'anomalia italiana che è la diaspora dei laici.

Assai più promettenti appaiono le possibilità di una lista comune legata all'iniziativa del Girasole. L'obiettivo dichiarato dalla coordinatrice dei Verdi, che ne è stata la promotrice, è quello di farne la proposta elettorale - ma non solo elettoralistica - di quel mondo ambientalista, socialista, laico e della società civile che oggi non ha voce adeguata . Da quando è avvenuto il lancio del Girasole, gli sviluppi però non sono stati travolgenti, nel senso che, al di là dei numerosissimi contatti - comunque sempre a due a due e non collegiali - non è sufficientemente maturata una precisa definizione dell'immagine politica della proposta e del suo programma. 

Vi sono stati due inciampi. Prima la pressione dei Comunisti di Cossutta e Diliberto per far parte organicamente del progetto, respinta dai socialisti con l'argomento ineccepibile che con quel partito si può collaborare in un governo ma non si può presentare un comune progetto politico culturale. E poi i contrasti connessi alle vicende della ricerca, in specie sugli organismi geneticamente modificati. L'esser laici e liberali, lo ho già detto, è connaturato con la libertà di ricerca. E vi è una discussione con i Verdi, da parte nostra e da parte dei socialisti. 

Va però precisato che la discussione non verte sulla libertà di ricerca degli scienziati, libertà che i dirigenti Verdi affermano di riconoscere e di voler sostenere anche aumentando i fondi alla ricerca. La discussione verte su come interpretare il cosiddetto principio di precauzione. Nel senso che a noi e ai socialisti pare che se per precauzione si intende la valutazione politico sociale dei risultati delle ricerche prima del loro utilizzo pubblico, è ovvio che la precauzione è indispensabile; se invece per precauzione si intende un'attitudine al rigore metodologico del ricercatore, è superfluo richiamarla perché il rigore metodologico è connaturato al sistema di autocontrolli fisiologicamente imposto dalla stessa comunità scientifica al suo interno; se infine per precauzione si intende un controllo pubblico sul cosa e sul come ricercare, allora la precauzione diverrebbe un blocco non dichiarato della ricerca che una mentalità laica non può consentire. Non a caso gli unici importanti appoggi alle posizioni più rigide di certi ambienti verdi sono venute da alti prelati del Vaticano, come Monsignor Sgreccia. 

Nel complesso , comunque, si può azzardare a dire che le possibilità di arrivare a presentare il Girasole come raggruppamento degli ambientalisti, dei laici, dei socialisti, dei liberali e della società civile non legata ai miti dei grandi partiti, si possono ritenere abbastanza buone. Anche perché in tale direzione stanno spingendo molto i Socialisti Democratici che , si può dire senza tema di smentita, incarnano la vera anima della migliore tradizione socialista.

Questa dunque è la direzione di marcia che dovrebbe seguire la Federazione dei Liberali alle prossime elezioni politiche. Di fronte alle molte questioni irrisolte del paese che è oggi urgente affrontare, la medicina non è cambiare polo per cadere dalla padella nella brace. La medicina è costruire una politica più laica e liberale aumentando il tasso di liberalismo dove almeno c'è qualcuno che ha orecchi capaci di sentire la nostra musica. Non è da sottovalutare il fatto che il candidato Presidente del Consiglio del Centro Sinistra, Francesco Rutelli, non solo fa parte del Gruppo Liberaldemocratico al Parlamento Europeo ma ha costantemente rappresentato il mondo laico, radicale e ambientalista. E che sembra più sensibile a considerare la circostanza che, senza una riconosciuta presenza laica liberale, la coalizione di centro sinistra è destinata all'impotenza politica e alla sconfitta elettorale. 

Cari amici, desidero concludere richiamandomi a due dei massimi esponenti liberali dell'ultimo secolo, con due citazioni che oggi si attagliano alle scelte che dobbiamo fare e ai comportamenti che dobbiamo tenere. Nella tarda epoca umbertina, Giolitti disse: "Vedo troppo chiaro quanto vi è di brutto e di spregevole nell'andamento attuale della politica italiana, ma non voglio aiutare chi ci porterebbe a cose peggiori". E Croce , una trentina di anni dopo, nel 1929, riferendosi alla scelta Concordataria, pronunziò in Senato la famosa frase "accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri per i quali l'ascoltare una messa è una cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza." 

Ecco. Noi liberali siamo chiamati oggi ad esercitare insieme la nostra responsabilità e le nostre convinzioni. La nostra coscienza ci impone di scegliere oggi il possibile ma anche di prepararci ad esercitare domani il liberale diritto di resistenza. La resistenza verso l'incombente ondata di una destra che non conosce cosa siano il liberalismo e la laicità dello Stato.


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