Relazione del
Segretario Politico
al 5° Congresso
Cari amici congressisti,
Stamani abbiamo deciso che, tra i grandi padri liberali nel Preambolo del nostro Statuto,
andava inserito il nome di Antonio Baslini, lungimirante protagonista di battaglie di
libertà che della FdL è stato Presidente e Presidente d'Onore. Lui ci ha insegnato che
la caratteristica dei liberali è di essere idealisti senza illusioni e di non rinunciare
mai allo spirito critico e costruttivo. Per questo noi della FdL - gli unici in Italia che
dicendosi liberali non mentono e che agendo non smentiscono quello che dicono - abbiamo il
dovere della coerenza senza ipocrisie e senza malintesi pudori elettorali.
Noi - che dell'Ulivo siamo stati tra i fondatori e poi partecipi dell'intero percorso
costitutivo e programmatico per buona parte del '95, nel 1996 e fino a Gargonza e dopo
nella primavera del 1997 - facendo il bilancio di fine legislatura, non possiamo sottacere
la delusione, una delusione profonda, per i risultati politici ottenuti dalla coalizione
di centro sinistra, che non solo non ha realizzato in molte parti il programma originario
dell'Ulivo ma che in alcuni punti neppure lo ha rispettato ed è andata perdendone per
strada lo spirito .
I risultati migliori sono stati ottenuti con l'attività di governo, nella fase iniziale,
con l'ingresso nell'Europa della moneta unica, con l'avvio del risanamento dei conti dello
Stato, con la partecipazione all'intervento NATO in Kosovo all'insegna della piena
affidabilità, con le leggi sull'Amministrazione Pubblica, sulla riforma del Commercio,
sulla redifinizione di aspetti non secondari della Giustizia e nell'ultimo anno con gli
indirizzi nel settore della Sanità. Ma a parte questi aspetti dell'opera di governo, la
coalizione di centro sinistra è andata progressivamente irrigidendosi in una incapacità
politico progettuale di fondo. Sono rispuntati i vecchi vizi.
Il crollo del muro di Berlino e poi il maggioritario avevano rotto la politica dei blocchi
immutabili, ma si è verificato un irresistibile richiamo ai santi vecchi del rapporto
privilegiato DS - Popolari, un continuo oscillare tra la demonizzazione e l'inciucio nei
confronti dell'opposizione, il riproporsi a sinistra di non sopite tentazioni egemoniche e
nell'area popolare della negazione dei rapporti con i laici. Così è stato mancato il
grosso delle riforme istituzionali, si è rallentata la marcia in avanti in tema di
privatizzazioni e liberalizzazioni, una coraggiosa e ineludibile normativa sul conflitto
di interessi, un'adeguata riforma della scuola al passo con i tempi . A ciò si aggiunga
il continuo rincorrere la sinistra antagonista di Bertinotti con i più indegni
contorcimenti nel programma e nella dignità della maggioranza ed un posizionamento
politico incapace di tener conto del malessere sociale e della crescente disaffezione
elettorale dell' area laica e moderata. Soprattutto nei DS è prevalsa la convinzione
luciferina che il potere avrebbe ammaliato il mondo della borghesia rampante e consentito
di entrare in sintonia con l'eterno conformismo italico. Alla faccia della conclamata
capacità riformatrice di una sinistra occidentale.
Se la nostra delusione di cittadini abituati alle asprezze della lotta politica è grande,
si può ben immaginare quale sia la delusione del cittadino comune. Perché il cittadino
comune, quando assiste al dissolversi della legittima fiducia in un programma condiviso e
al riproporsi un modo vecchio di intendere il potere senz'anima, quando non intravede
soluzioni, più facilmente cade preda dello scoramento e del distacco , prima ancora che
prendere in considerazione un altro schieramento.
I pappagalli del maggioritario a questo punto graciderebbero: o di qua o di là, o di qua
o di là. Per un liberale le cose non sono così semplici. Prima di tutto perché la Casa
delle Libertà non risolve il problema della governabilità riformatrice, lo aggrava.
Le illibertà della CdL sono radicate nella mentalità del modo d'essere e di proporsi,
che accoppia un conservatorismo profondo ad una insofferenza appena dissimulata per le
procedure parlamentari. Il '94 è la notte della democrazia perché il governo Berlusconi
perse la maggioranza. I conti dello Stato si ipotizzano non veritieri perché non
corrispondono abbastanza alle tesi dell'opposizione. La Carta Europea di Nizza viene
ossequiata ma insieme gli euroscettici sono fra le colonne della CdL. La libertà di
riunione e di espressione è esaltata ma insieme se ne vogliono stabilire di volta in
volta i modi di esercizio ( caso Gay Pride). L'haiderismo è ufficialmente criticato ma
insieme viene accolto con grandi onori Bossi che incarna come Haider gli umori più
retrivi del paese. La propaganda viene praticata in modo ossessivo e tutto avvolge, al
punto che, senza pudori, si fanno promesse da imbonitore, più di un milione di posti di
lavoro, 150 mila miliardi di opere pubbliche e tagli della pressione fiscali vicine ai 10
punti; e poi si va a Londra e si sostiene che Blair condivide il programma politico di
Berlusconi e insieme che la Tatcher è il naturale leader della CdL, quella Tatcher di cui
Malagodi criticò il governo perché illiberale. L'importante proposta einaudiana
dell'abolizione del valore legale dei titoli di studio viene irrisa come il trionfo
dell'ignoranza. Si dice di accettare il criterio del dubbio e della differenza e insieme
si vota per imporre per legge valori morali assolutamente unilaterali ( vedi fecondazione
assistita e bioetica). Senza dimenticare il completo voltafaccia sul come organizzare la
RAI/TV, dalla privatizzazione al mantenimento del status quo; o i ripetuti voltafaccia sul
sistema elettorale. Insomma, leggere i programmi della CdL è comunque tempo perso perché
valgono come carta straccia.
Ma poi, oltre queste già rilevanti considerazioni, per un liberale non va bene proprio il
ritornello dei pappagalli del maggioritario, "o di qua o di là". E' il senso
critico, vale a dire l'anima profonda del liberalismo, a far rigettare immediatamente la
teoria oscurantista del dover stare, prima di tutto, "o di qua o di là". E' un
concetto dall'inconfondibile sapore illiberale. Chi lo sostiene, ripropone di fatto il
principio dello scontro tra il bene e il male, dell'appartenenza come cosa viscerale,
della incomunicabilità tra le idee, della politica costruita sulle scomuniche e sulle
demonizzazioni del diverso da sé. E poi, non contento, corre ad allearsi con i
sostenitori di una visione miope e contraddittoria della funzione del maggioritario ,
quella per cui il maggioritario in ambito nazionale servirebbe a ridurre i partiti. Se non
subito a due, almeno ad un bipolarismo senza ritorno.
Non sono pochi a dirlo. Anche l'on. Amato basa su questa visione distorta la proposta
politica cui lavora in prospettiva quando afferma che " la sommatoria di tanti
piccoli partiti rappresenta una falsa vocazione maggioritaria". Ma la pretesa di
ridurre i partiti è un oggettivo restringimento della libertà. Non a caso è
l'aspirazione ricorrente in tutti coloro che, consapevoli o meno, rifuggono la diversità
e vorrebbero una società di "gruppi chiesa" l'un l'altro contrapposti per
motivi di colore e di appartenenza fideistica. Per loro - anche se lo negano - l'unico
fine è battere l'avversario, non governare. Viceversa per i liberali il fine è governare
per consentire più libertà. E farlo sulla base del confronto civile, che è tanto più
ricco quanto sono più ampie le proposte di partenza e tanto più efficace quanto il
sistema della scelta permette di aggregare progressivamente piattaforme programmatiche
alternative e dunque di consentire ai cittadini un voto a ragion veduta. Questa è la
funzione reale (e liberale) del maggioritario.
Agli sciocchi profeti del bipolarismo senza ritorno, dobbiamo rispondere che non si deve
confondere un procedimento tecnico di scelta con una gabbia per limitare le idee e i punti
di vista. Eternizzare i due poli equivale a tessere una coperta troppo corta per una
società aperta. Lo comprova l'esperienza dal '94 in poi. La pratica di un maggioritario
distorto ha portato a coalizioni puramente elettorali e dunque ad una governabilità che
zoppica assai, poco meno di un tempo. In aggiunta, vi è stata un'eclisse pressoché
totale della battaglia politica fatta di idee e di proposte.
Noi liberali vogliamo far risorgere la politica. Perché senza una politica colma di idee
e di passione civile, la convivenza inaridisce. Questo lo afferma anche Democrazia
Europea, il nuovo partito di Andreotti. Ma noi vogliamo far risorgere la politica per
andare avanti, non per tornare alle situazioni di un tempo. Innanzitutto per questo non
stiamo con Democrazia Europea, che esprime sì l'esigenza di politica ma di una politica
sostanzialmente restauratrice. Dal sen. Andreotti, da Sergio D'Antoni e dal sen. Zecchino
ci dividono il proporzionale e l'equidistanza.
Noi non vogliamo ritornare al proporzionale, da un lato perché l'Italia è abbastanza
maturata per non dover sacrificare la governabilità alla rappresentanza di tradizioni
politico culturali così frammentate e dall'altro perché , essendo queste tradizioni
irriducibili (almeno in tempi brevi), l'Italia ha bisogno di un sistema
maggioritario per raggiungere una più evoluta capacità di scelta.
Noi non condividiamo il concetto di equidistanza rispetto ai due poli esistenti, sia
perché l'equidistanza definisce in negativo mentre la politica liberale si definisce
invece per quanto autonomamente propone, sia perché, in generale, è assai improbabile
che le alternative in campo, pur distanti e di poco spessore, lascino indifferenti i
liberali vigendo il maggioritario .
In realtà , Democrazia Europea appare forse come la più coerente interprete del vecchio
spirito democristiano e dunque è portatrice di una proposta politica significativamente
diversa da quella liberale anche nelle sue radici .
La nostra proposta di liberali, in questa epoca storica, è quella, alternativa, delle
concrete scelte politiche che si pongono l'obbiettivo di un'Italia laica e liberalizzata,
per dare più spazio al cittadino, non solo in termini di diritti ma della possibilità di
esercitarli. In ottobre il Consiglio Nazionale varò il nostro Manifesto per il 2001 che
costituisce il patto con i cittadini nella raccolta di firme in corso in vista delle
elezioni e che individua con chiarezza l'obiettivo complessivo della FdL - lo sviluppo
come libertà - e poi sei indirizzi di fondo e nove iniziative politiche . Sono tutte
questioni di grande attualità e decisive in prospettiva . Dobbiamo confermarne in pieno
il valore anche se in questa sede non penso opportuno soffermarmici ancora una volta salvo
che per richiamare i sei indirizzi di fondo. Primo la cittadinanza europea che renda ogni
cittadino titolare di diritti individuali egualmente garantiti; secondo, il rilancio del
principio dello Stato Laico, sul quale focalizzerò le mie considerazioni in seguito;
terzo, la non discriminazione, per superare ogni genere di fattori che ostacolano il
libero dispiegarsi delle potenzialità individuali; quarto, una politica della
immigrazione coerente con i valori dello Stato Laico; quinto la liberalizzazione degli
enti, apparati, amministrazioni e procedure pubbliche in modo da ridurre i vincoli di
sistema che gravano sul cittadino; sesto la partecipazione e il controllo civile diffusi e
sviluppati ad ogni livello istituzionale.
In questa sede, desidero piuttosto insistere sul significato profondo del nostro fare
politica da liberali. Per gettare alle ortiche le chiacchiere inconsistenti cui si è
ridotta la politica, per gettare alle ortiche l'abitudine a reprimere il senso critico,
per disegnare un organico progetto politico che affronti i nodi della convivenza
globalizzata, per consentire a ciascun cittadino di esprimersi al meglio e alla comunità
di sviluppare gli scambi interculturali. Il che costituisce la vera garanzia di una
migliore qualità della vita e dello sviluppo sostenibile.
Per questo nostro progetto di un'Italia laica e liberalizzata, ci rivolgiamo a chi vuol
irrobustire il filone politico culturale liberale comportandosi da liberale, a chi non
vuole essere né equidistante né indifferente né isolazionista, a chi è convinto che
non esistono tante politiche liberali tra loro significativamente distinte e che oggi la
sola politica liberale possibile è quella della laicità. Dirsi liberali e al tempo
stesso contraddire principi e scelte operative del liberalismo critico e dello stato di
diritto, diviene sempre più pretestuoso e insostenibile.
Liberalismo è cultura dell'individualità e della diversità, è rapportarsi ai ritmi del
tempo e dell'esperienza, è incentrarsi sulla libertà del cittadino, che è alla base
dell'uguale dignità e della pace. La libertà dei liberali è indivisibile, critica e
dinamica. E' il presupposto della conoscenza, del continuo sforzo di costruire il futuro,
della cultura del fare. Favorisce la convivenza non egoista per massimizzare il libero
esprimersi della diversità di ciascuno. La libertà è per il liberale sinonimo di vita.
Non è un frutto spontaneo e selvaggio ma il prodotto del secolare organizzarsi nello
stato, che resta una delle grandi invenzioni liberali di cui andiamo orgogliosi. Lo stato
liberale deve esserci per garantire le regole di convivenza tra diversi e per promuovere
la spinta evolutiva dello sviluppo. Quella spinta che, per noi liberali, è la capacità
dell'individuo - abile o disabile che si trovi ad essere - di disporre del senso critico,
delle competenze, delle risorse e dei diritti per battersi contro la povertà fisica e
morale che ne soffocherebbe la diversità.
Questa è la cultura di cui ha bisogno l'Italia e che insieme è l'approccio più fecondo
alla variabilità caratteristica della società aperta e globalizzata. Nella prospettiva
di far crescere le potenzialità del cittadino , la libertà pone sempre problemi nuovi .
La stessa "manutenzione" delle vecchie soluzioni è un problema attuale di
libertà; e i problemi nuovi di oggi non sono meno importanti di quelli di ieri. Non solo,
anche oggi e anche nei paesi più avanzati, sono tanti i problemi e i limiti gravi per la
libertà. Anzi, oggi i problemi della libertà nei paesi più avanzati hanno assunto una
dimensione che accresce la necessità di un approccio liberale.
In questi paesi, per lunghissimo tempo la battaglia politica ed quella economica sono
ruotate attorno al conflitto tra "chi ha" e "chi non ha" beni
materiali. Questo conflitto ha attraversato varie fasi, dalla via rivoluzionaria di
derivazione marxista per dare il potere " a chi non ha" a quella moderata e
socialdemocratica dell'istruzione di base e del benessere diffuso, fino a che ha di nuovo
prevalso "chi ha" ma nel senso che ha la maggioranza per definire le idee
prevalenti, le abitudini, i costumi, le attese, le credenze, i valori condivisi, insomma
le scelte pubbliche. Questo poneva già, dal punto di vista liberale, dei problemi di
libertà nascenti dalla tendenza della maggioranza ad autoperpetuare in chiave
conformistica i propri valori trasformandoli in valori comunitari. Ma la vita è andata
ancora avanti, e sta cominciando oggi a porre il problema del passaggio del potere
politico " a chi conosce" di più i meccanismi del reale.
Questa tendenza da una parte mette la parola fine all'impostazione della filosofia
marxista , fin qui fallita per i suoi sperimentati effetti totalitari ma che diviene
addirittura inapplicabile in quanto riferita ad una problematica non più essenziale ( il
controllo sui mezzi di produzione) ; dall'altra parte, questa tendenza induce un mutamento
nelle ragioni di scambio sul mercato.
La conoscenza non è scambiabile sul mercato nei modi tradizionali: specie se gli scambi
sono interessati dalle strutture della grande rete telematica, che li moltiplica, li rende
più veloci e sempre più immateriali, collocandoli in una dimensione crescentemente
impalpabile e invisibile, fin qui addirittura percepita come estranea al mondo umano. La
competizione non è più soltanto tra diversi principi di organizzazione della società
esterna agli individui ma principalmente tra modi di essere dei singoli individui; e
l'ambito della competizione sarà contemporaneamente globalizzato e individualizzato ma
soprattutto verterà su una gamma di beni immateriali che sarà possibile enumerare ma il
cui conteggio, probabilmente, non avrà fine o comunque possibilità di concludersi in
tempi prevedibili.
Tutte queste nuove problematiche si traducono, a livello politico, nella richiesta di una
pratica riformatrice e di concrete istituzioni pluraliste in grado di consentire di
continuo al cittadino una riflessione critica e un'ampia possibilità di valutare
autonomamente la realtà mettendo in discussione quei valori che le culture dominanti
pretenderebbero assoluti. La società libera è necessariamente complessa, mutevole, non
semplificabile. Ogni struttura sociale è vitale solo se è, per più aspetti, transitoria
in quanto aggiornabile e, in particolare, la società aperta si distingue per il perenne
mutamento. Per potenziare la capacità umana di interagire, dalla più piccola comunità
ai grandi agglomerati delle più varie dimensioni, occorre una mentalità liberale più
diffusa.
E ciò muta lo scenario di riferimento. Nella vita politica e sociale di una società
liberale, a differenza di quelle consociative e organicistiche, deve essere considerato
fisiologico il continuo confliggere, secondo le regole, di legittimi valori, interessi,
iniziative, ambizioni . Un simile conflitto sgretola le sempre presenti propensioni
parassitarie, conservatrici, corporative della pace sociale a tutti i costi tipiche di una
società appesantita nel conformismo e nel paternalismo dello stato o dei potenti . Una
realtà sociale sempre in discussione consente il dispiegarsi delle specificità di
ciascuno, il vaccinarsi contro le condizioni di emarginazione e il rimediare rapidamente
quando nonostante tutto queste condizioni si presentano.
Le armi con cui il liberalismo affronta queste sfide sono il senso critico, la tolleranza,
l'uguaglianza delle opportunità, lo stato di diritto e il diritto di resistenza.
Esse costituiscono il fulcro di una concreta azione riformatrice che, frazionando il
potere, lo limitano, ne ostacolano la cristallizzazione e ne agevolano l'uso a fini di
libertà. Il liberalismo si caratterizza per l'autogestione dell'individuo e per la libera
scelta dei diversi livelli di convivenza e dunque costituisce l'antidoto più conseguente
alle spinte separatiste dello Stato proprio perché di per sé avversa il centralismo
amministrativo di derivazione democratico-giacobina e l'assistenzialismo che delega ad
un'entità esterna al cittadino un impossibile processo liberatorio . La tolleranza
liberale è l'esatto contrario dell' uniformità , perché presuppone l'altro, il diverso
da sé, lo rispetta, lo osserva in qualche modo con curiosità, non esclude forme di
confronto e di scambio.
Questi principi e valori, che sono l'essenza del liberalismo e che non sono un fatto
teorico perché collaudati dall'esperienza plurisecolare delle lotte di liberazione umana,
non risultano né ovvi né di semplice adozione. Ed è un grave errore considerarli come
un dato definitivamente acquisito ed applicato nella nostra civiltà, locale e mondiale.
Senza dubbio i decisivi successi riscontrati in sede storica hanno spinto a tenerli in
considerazione e ad assumerne alcuni aspetti; ma è molto più ostico farne accettare la
mentalità e il metodo, vale a dire proprio ciò che ne costituisce il nocciolo e la
ragione politica forte.
La difficoltà di accettare - e soprattutto di applicare - il nocciolo del liberalismo
nasce dal fatto che il liberalismo è stata ed è una svolta rivoluzionaria rispetto ad
una aspettativa ancestrale, quella di cercare la sicurezza in un messaggio sul senso
ultimo delle cose e della vita. Questo messaggio il liberalismo esclude di poterlo dare,
perché il senso della vita è la vita stessa. Poi , quando ognuno sente il bisogno
personale di soddisfare nell'intimo tale aspettativa , c'è libero e rispettato, il
ricorso alla religione, che non può che essere un fatto privato perché misteriosa,
fideistica, eternizzante. La sola interfaccia della religione con la dimensione civile è
l'importante processo di irrobustimento dei tratti etici che viene avviato dalla
religiosità privata.
I liberali non possono permettersi mai di dare per acquisiti principi e regole delle
libertà. Né in Italia, né in Europa, né a livello globale. Perché anche sotto il
profilo culturale delle visioni del mondo e dei valori, vi sono contrasti fortissimi tra
gli abitanti del villaggio globale nonostante le molte strutture comuni ( le economie su
scala mondiale, le organizzazioni degli Stati, i grandi mass media, un certo tipo di
consumismo di massa, tipo Coca Cola e i computer). Senza una incessante e determinata
opera di dialogo in termini liberali, il bisogno di trovare sicurezza sul senso ultimo
delle cose e della vita oppure il confronto possente tra blocchi etnico culturali, apre le
porte ai fondamentalismi che ormai sono un fenomeno globale anche se connettono varie
culture e tradizioni locali. Come italiani dobbiamo abbandonare la felice illusione che il
nostro paese ne sia immune.
I fondamentalismi non sono una religione né un fatto religioso. Sono un fatto politico,
che usa il veicolo religioso perché la religione in genere è assertrice di una verità
rivelata e dunque adatta a divenire, sul piano politico, il substrato dell'asservimento
dell'individuo e del suo spirito critico e creativo. Fondamentalista è ogni progetto
politico che vuol abbattere le delimitazioni tra religione e politica, politicizzando la
religione e puntando ad una sorta di teocrazia sostitutiva dello stato laico moderno.
Con buona pace del Cardinale Biffi, il fondamentalismo è un fenomeno globale, perché
esistono un fondamentalismo cristiano, un fondamentalismo ebraico, un fondamentalismo
indù, un fondamentalismo confuciano e naturalmente un fondamentalismo islamico. Non
esiste solo quest'ultimo anche se si vuol far credere così, magari agevolati dalla
circostanza che la politica islamica rivendica validità universale. Tutti i
fondamentalismi rifiutano in varia misura valori decisivi per i liberali, quali
pluralismo, tolleranza, democrazia e le forme istituzionali che li incarnano, considerano
chi non fa parte della propria comunità chiusa un infedele e demonizzano chi dissente
facendone un pericoloso eretico e un nemico.
In particolare, il fondamentalismo islamico adotta strumentalmente le conquiste della
modernità ma respinge del tutto l'idea - che è alla base della modernità - della
conoscenza fondata sulla ragione. E in campo politico, afferma che la sovranità è del
Dio, non del popolo. In sostanza è vero e proprio neo assolutismo. Di qui il programma di
rivolta contro l'Occidente, la sua cultura e i suoi istituti ripresi negli ordinamenti
degli stati islamici. Non è qui il caso di affrontare la complessa questione di quale
deve essere, in Africa, in Asia e nel mondo, il rapporto tra il processo di
democratizzazione e il fondamentalismo . Ma è importante sottolineare che il
fondamentalismo va combattuto con le idee piuttosto che con le armi, innanzitutto con le
idee liberali, tra cui quella che la religione non può che essere un'etica basata
sull'amore divino e non su un ideologia politica ( ciò per contrastare la mistificazione
dell'obbligo religioso al terrorismo verso lo stesso Islam liberale). E rifuggendo la
pericolosa indifferenza circa l'esito dello scontro tra l'Islam liberale e quello
fondamentalista, che sarà decisivo nel determinare la posizione di quegli Stati verso il
mondo occidentale e nel fare l'area Mediterranea o il luogo ponte tra Islam ed Europa o la
barriera dell'Islam contro l'Occidente.
Come si può vedere sono proprio le questioni della modernità e delle grandi prospettive
culturali negli anni futuri a richiedere robuste iniezioni di metodo, di idee e di
politica liberale . Prima di tutto sul punto essenziale di rafforzare dove c'è, o di
introdurre dove ancora è carente, il principio della delimitazione tra politica e
religione, battendo i progetti politico religiosi o di religioni impegnate in politica. Il
laico è colui che applica nell'agire politico questo principio liberale della separazione
tra politica e religione, nel senso che la libertà liberale include la libertà
religiosa, non viceversa. E questo vale ovunque, anche se in un grado diverso. Quello che
alcuni sembrano non voler capire - e tra questi in prima fila un professore storico e noto
opinionista - è che non solo tali questioni non appartengono al passato bensì al futuro,
ma che, in Italia, data la massiccia presenza della Chiesa romana, sono assolutamente
centrali. Anche se nella Chiesa si sviluppa cautamente un divenire riflessivo sulla
religione che è sconosciuto dal fondamentalista.
Innanzitutto, c'è l'ambiguità del Concordato che necessariamente presuppone la Chiesa
come Stato (e dunque ne fa una teocrazia) . Non a caso in Olanda tre signore parlamentari
, liberali e socialiste, hanno proposto di riconoscere alla Chiesa romana lo status di
grande religione ma non quello di Stato. Ma perché anche la Chiesa non comincia a
riflettere sulla circostanza che nel terzo millennio un Concordato non serve neppure a
tutelare la formale libertà di organizzare la religione - come un recente clamoroso
episodio dimostra - ed al contrario è un'arma in più nelle mani della ragion di Stato ?
E che la ragion di Stato è il peggior nemico dei credenti e dei non credenti ? E che la
lotta al clericalismo, che della ragion di Stato è il fulcro, non dovrebbe essere solo
una prerogativa dei laici ?
E poi. Cosa significa la convinzione, fatta circolare a più riprese in ambienti cattolici
bene introdotti, che "un messaggio papale può arrivare al cuore di una gente che
abitualmente non viene raggiunta da messaggi politici ? E il dire che "la tentazione
di cedere alla paura dell'immigrato clandestino può essere contrastata meglio, nelle
persone politicamente meno provvedute, dalla parola e dall'esempio della Chiesa"?
Sostenere - contro l'esperienza storica - che, per organizzare la convivenza, i messaggi
del Papa sono più efficaci della politica delle libertà, significa lavorare per
restituire alla religione la supremazia in campo politico e implicitamente rilanciare la
necessità di ricorrere ad un'autorità esterna alla democrazia. Del resto, la Chiesa ha
scelto da qualche anno, a livello internazionale e in Italia, di svolgere un ruolo in
prima persona nel dibattito sulle grandi questioni civili, utilizzando la tesi della
prevalenza della società civile sulla politica e sulle parti politiche. Di continuo
affiora la pretesa ecclesiale di invadere il terreno della politica e al tempo stesso di
rifiutare di essere oggetto di valutazione politica secondo il metro dei comportamenti
tenuti.
Per il credente quello che conta è come porsi al cospetto della misericordia divina che
tutto vedendo tutto può comprendere. Ma per il comune cittadino, sotto il profilo civile,
non è accettabile che si voglia rappresentare tutto e il contrario di tutto. Come invece
fa la Chiesa sui temi che non rientrano nel cuore del suo magistero. Il Papa si pronuncia
contro la pena di morte e il recente catechismo la consente; vi sono autorevoli pronunzie
antirazziste e si riceve Haider; si fanno appelli ad essere caritavoli verso gli immigrati
e poi una serie di importanti uomini di Chiesa, in ultimo la Conferenza Episcopale
Emiliana, lanciano appelli a battersi contro l'invasione dei non cattolici; si riconoscono
le colpe sul caso Galileo e si ripetono gli stessi errori intellettuali in tema di
bioetica e di ricerca in tema di organismi geneticamente modificati; si vogliono
attribuire diritti umani al concepito come se fosse già una persona e poi non si vuol
considerare la possibilità che una persona malata decida autonomamente il modo di uscire
dalla comunità dei viventi. In tutti questi casi e altri ancora, si pretende di imporre
le proprie credenze religiose e si considerano i principi degli altri alla stregua di
aberrazioni morali.
Tutto ciò non deve però scandalizzarci come cittadini, come liberali e come laici. Gli
uomini di Chiesa fanno legittimamente quello che pensano essere il loro mestiere. Quello
che dobbiamo fare come cittadini, di qualunque credo o mancanti di credo, è opporsi
fermamente quando qualche autorità religiosa, di qualunque credo, pretende di dettare
anche agli altri il metro delle scelte e dei comportamenti in campo civile. La direzione
della cosa pubblica si decide con la politica e con il voto, le fedi religiose si
predicano ma non si impongono. Deviare da questi principi di separatezza, come si è
detto, comporta dei pericoli gravi per la libertà dell'individuo. Comunque , in molte
occasioni il vero scandalo non sono i religiosi né la predicazione religiosa. Sono la
versione massmediologica che pretende di trasformare l'evento religioso in dato di fatto
acriticamente accettato dalla maggioranza, sono i laici che, credendosi furbissimi o per
quieto vivere, non sanno resistere al richiamo della foresta clericale. E il clericalismo
è la versione soft del fondamentalismo.
Comportarsi da laici e liberali è una caratteristica politica univoca. Il praticare la
laicità non è un optional che chiunque, di qualsiasi indirizzo e colore, a destra e a
sinistra, può indifferentemente adottare. Soprattutto non può esserlo in Italia dove la
straripante presenza pubblica della Chiesa ( e, ancor più, di una mentalità religiosa
applicata alle questioni civili) rende assai farraginoso l'esercizio corrente del senso
critico. Non perché esista il "diritto di autore" per il possesso del senso
critico. Anzi è preferibile una società in cui i singoli come tali applichino
tendenzialmente il senso critico ( e dunque va benissimo se perfino gli avversari del
senso critico ne seguono lo spirito e i consigli). Ma , domandiamoci, questa tendenziale
propensione individuale si traduce automaticamente in comportamenti conseguenti ?
Proprio no. Il senso critico non è innato. E' una conquista umana con delle lotte sulla
carne della convivenza, non a caso osteggiata di continuo più o meno apertamente. Inoltre
i rapporti con gli altri influenzano sempre l'esercizio del senso critico, sotto forma di
esempi, di mode, di cultura, di convenienze ed altro ancora. Dunque, ai fini
dell'esercizio del senso critico, le condizioni ambientali e gli avversari non sono un
dato neutro. Se le condizioni sono peggiori, il senso critico viene utilizzato meno; e man
mano che peggiorano, per esercitare il senso critico occorre una inclinazione all'eroismo
( quell'eroismo che , ironia della sorte, proprio il senso critico dovrebbe rendere
inutile ). Ne deriva che è essenziale, specie nelle condizioni italiane, effettuare una
cura ricostituente per lo stato di salute del senso critico. Perché, insomma, la
tendenziale propensione individuale al senso critico trovi un habitat più confacente e si
sviluppi meglio.
Di fatto non è possibile mantenere l'attitudine critica appartenendo a parti politiche
che rifiutano più o meno apertamente la centralità culturale dello spirito critico.
Questo comportamento contribuisce a diffondere veleni contro la cultura critica,
travolgendola con lo slogan illiberale "o di qua o di là". Per un laico
l'appartenenza politica fisiologica non è la sinistra o la destra ma è, guarda caso, la
parte politica laica. Solo se si collegano i portatori della cultura critica e
riformatrice, si possono creare delle condizioni ambientali più confacenti all'esercizio
della propensione critica individuale
La profonda anomalia della situazione politica italiana sta nella diaspora della cultura
critica e riformatrice. Un'anomalia appunto, e non un destino, come in passato ha
sostenuto Norberto Bobbio rimasto legato ad una visione della politica dominata da
ineludibili necessità organizzative non compatibili con la pratica del senso critico.
L'esser laici - e dunque per antonomasia portatori del senso critico - non esclude affatto
il principio di organizzazione purché essa non sia quella della catena di montaggio e
degli automi ma consenta a ciascuno di conservare la propria autonomia intellettuale.
Ormai la storia ha dimostrato che è utile governare le nazioni nel segno della libertà e
del senso critico. Perché non si dovrebbe poter organizzare una parte politica ? Ed è
qui che, tra mille e mille difficoltà, dovrà essere risolto il problema se si vuole che
il nostro paese non resti indietro. I laici liberali non devono più accettare di fare da
aggettivi per sostantivi incoerenti. Così come non devono più sperare che, battezzando
qualcuno come tecnico in questo o quel campo, egli possa realizzare in quel campo una
innovativa politica di liberalizzazioni o di ricerca. Queste politiche sono scelte
politiche che vanno chiamate con il loro nome e solo con il loro nome possono maturare in
un paese civile moderno.
Questo non significa che i laico liberale sia strutturalmente indifferente tra destra e
sinistra. Nella situazione italiana di oggi, l'intero centro-destra è naturalmente
clericale o per convinzioni di per sé pregevoli o per meno pregevoli calcoli di
conformistica convenienza, mentre nel centro-sinistra, insieme ai grandi sacerdoti
dell'ipocrisia clericale, si trovano anche dei segmenti non clericali . E su certe
questioni è più agevole raccordarsi con gli uni che con gli altri. Ma , ancor oggi, come
quasi sempre, sono innanzitutto i laici che hanno le qualità specifiche per mantenere
vivo lo spirito critico e così allargare le frontiere della conoscenza, per la libertà e
la crescita di tutti. Sperare che questo compito lo svolgano altri che laici non sono,
spesso è solo una fuga dalle gravose responsabilità dell' essere laico come ognuno come
può e sa.
Prendere nelle proprie mani la propria bandiera è per i laici l'atto politicamente più
rivoluzionario in questo paese alle soglie del XXI secolo. Perché consente di riconoscere
la priorità di questioni come la cittadinanza, la libertà, la convivenza aperta,
consente di considerare la libertà individuale come impegno sociale, consente di dare
forza ai portatori di una mentalità coerente alle sfide da affrontare (appunto il senso
critico), consente di coniugare cambiamento e salvaguardia di valori sociali della libera
convivenza, consente il massimo del pluralismo e di lasciare che gruppi diversi
sperimentino le proprie diverse strade, impegna a non parlare di libertà ma a praticarla.
L'iniziativa politica laica significa fuoriuscire dal pantano di vecchie impostazioni che,
seppure in modi apparentemente più blandi, continuano a determinare la scena politica: la
lotta di classe, lo sfruttamento conservatore, la competizione senza regole e lo
statalismo, ambedue negatori dei valori individuali, la subordinazione dello Stato di
diritto alle esigenze clericali e alla ragion di stato. Il campionario di queste vecchie
impostazioni è molto nutrito e fare esempi è purtroppo assai facile. Voglio farne
qualcuno, cominciando dal dibattito sulla concertazione.
Su alcune questioni importanti la CGIL è in dissenso con gli altri sindacati e così una
parte della sinistra si sente in dovere di sostenere che, in mancanza di assenso di uno
dei sindacati maggiori, non possono essere fatti accordi di concertazione. Secondo questa
tesi, la concertazione non è uno strumento di confronto per razionalizzare il conflitto
ma trae la sua legittimità solo dall'unità sindacale; il che equivale a riproporre una
concezione tipo lotta di classe, padroni contro lavoratori. E non si tratta solo di
teoria. A Milano, l'anno passato è stato fatto un patto tra Comune e sindacati dei datori
di lavoro e dei lavoratori - non sottoscritto dalla CGIL - per consentire il lavoro con
più flessibilità. Tale patto non ha dato molti frutti perché la CGIL ha fatto fuoco e
fiamme per evitarne l'applicazione e ha trovato una sponda nell'ipocrita conformismo di un
certo mondo imprenditoriale preoccupato di non indispettire il sindacato più forte.
All'insegna appunto della libera contrattazione.
Passiamo al campo scolastico . Qui la mancanza di una sufficiente iniziativa laica
liberale ha permesso che venisse varata una legge sulla parità scolastica di notevole e
pericolosa ambiguità tra le funzioni irrinunciabili della scuola pubblica e le funzioni
di quella privata. Non è stata chiarita la cruciale distinzione bene illustrata nel punto
7 del Manifesto FdL . E cioè che mentre la funzione di educazione pubblica è
irrinunziabile, le scuole private possono seguire due linee educazionali: o quella della
educazione pubblica rispettandone puntualmente norme e programmi ( e allora è possibile
la "parità") oppure quella della libertà di insegnamento programmatica e
organizzativa ( e allora non sono possibili oneri per lo Stato). Sempre nel settore
scolastico e sempre l'insufficienza di senso critico, ha prodotto anche una riforma della
scuola con gravi incongruenze. Si va da una autonomia puramente di facciata senza
effettivi contenuti, alla inaccettabile cancellazione di fatto di un'approfondita
formazione storica. L'aver abbandonato lo studio in ordine cronologico per sostituirlo con
quello per temi, è un errore culturale grave: equivale a sostenere che nella descrizione
del reale è superfluo il parametro tempo. Viceversa, l'intero percorso della conoscenza
umana ha progressivamente fatto emergere che la vita è inscindibilmente legata alla
freccia del tempo e alla sua irreversibilità.
In materia di individualismo, la mancanza del senso critico è il viatico ad un delirante
individualismo, il più narcisista, il più ingordo, il più edonista. Un individualismo
che pensa solo ad gratificare sé stesso per darsi ruolo e coraggio. E che naturalmente si
accompagna ad una sottovalutazione della ricerca scientifica e della centralità della
conoscenza. In Italia le chiacchere sull'innovazione, sulla modernità, sulla socialità e
sull'orgoglio di essere tra i primissimi paesi industrializzati al mondo, hanno nascosto
dietro una cortina fumogena una realtà ben diversa. Quella - come è stato scritto - di
un'industria chimica agonizzante, di un'industria farmaceutica inconsistente e di
un'industria delle bioetecnologie inesistente. Si agitano le paure millenaristiche contro
la ricerca e non si pone attenzione alla circostanza che sui mercati ( e non tanto su
quelli dei paesi poverissimi che ne avrebbero davvero motivo ) sono richieste quantità
crescenti di beni alimentari , provocando così un'espansione dei consumi che moltiplica i
rischi biologici. Un atteggiamento più responsabilmente critico dovrebbe consigliare di
accogliere la proposta di Edoardo Boncinelli, consumare di meno e ricercare di più. Il
fatto però è che pochi, se non i laici liberali, si pongono il problema di queste
valutazioni complessive. Ad esempio, Berlusconi ha lanciato il Research Day così come ha
fatto con il Grande Fratello, evidentemente non cogliendo , tutto preso come è dal mito
di richiamare l'attenzione ad ogni costo, che le due cose corrispondono a due filosofie
del tutto contrapposte .
Veniamo ora ai riflessi in campo economico dei comportamenti laici e liberali. Di recente
il Centro Einaudi di Torino ha fatto uno studio applicando a molti paesi un indice della
libertà economica dei rispettivi sistemi. L'indice comprende una molteplicità di
parametri, economici e politico sociali, in equilibrato rapporto tra di loro, cioè in
chiave non liberista. Ed è un indice attendibile, dato che anche variando un po' i
parametri, i risultati restano in sostanza gli stessi. Bene, la situazione italiana ci
colloca nel gruppo di coda, la situazione migliore è quella dell'Olanda, dove, guarda
caso, il governo è fondato sulla fruttuosa collaborazione di liberali e socialisti. Ma la
cosa più significativa è che viene comprovata una chiara tendenza: più il paese è
libero, più è alto il Prodotto Interno Lordo e più è alta la capitalizzazione di Borsa
rispetto al Prodotto Interno Lordo. Vale a dire l'espansione della libertà è al tempo
stesso il fine primario e il mezzo essenziale dello sviluppo. Come ha scritto Amartya Sen,
lo sviluppo per i laici e i liberali è un processo di espansione delle libertà reali
godute dagli esseri umani ed è un qualcosa che include, ma insieme travalica, la crescita
del PIL, i redditi individuali, l'industrializzazione, il progresso tecnologico, la
modernizzazione.
Nello stesso settore economico finanziario, si può fare un altro esempio degno di nota
nell'ottica della carenza di spirito laico e liberale. Nelle scorse settimane il
Governatore della Banca d'Italia ha dato una sorta di stop alle fusioni bancarie, cui
viene addebitato di perseguire più sogni di grandezza e di riduzione della concorrenza
nazionale che non l'obbiettivo di ridurre le diseconomie e di far crescere le sinergie per
essere più concorrenziali sul mercato internazionale. Siamo alle solite. Dalle grandi
burocrazie italiche, anche quelle delle imprese bancarie, lo spirito liberale viene
malsopportato proprio perché punta a rimettere sempre in discussione il potere acquisito
e gli assetti consolidati. E un altro caso ancora è dato dal modo ipocrita e illiberale
con cui il sistema bancario ha affrontato la legge antiusura. Si sapeva benissimo che un
articolo di questa legge aveva stabilito che gli interessi maturavano al momento del
pagamento da parte del debitore e che dunque un tasso originariamente legittimo poteva
divenire usurario con il passare del tempo creando problemi non indifferenti ai conti
bancari. Ma si è preferito ricorrere ad accordi caso per caso, facendo finta che non
esistesse il nocciolo del problema, nella convinzione che tanto da noi le leggi ci sono ma
i furbi possono disattenderle. E ora che il bubbone è giustamente emerso, ci si dispera
di interventi legislativi che pongono rimedio per il futuro ma che non possono essere
retroattivi per compiacere un sistema opportunamente punito dalla propria stessa furbizia.
Poi vi è il settore dei diritti che subisce la carenza di senso critico liberale.
Perché, quando si tratta di regole liberali, non è che si può scegliere fior da fiore e
rispettarne solo quelle facili scartando le più difficili. Pensiamo ad esempio alla
libertà di espressione. Troppo spesso emerge la tendenza a riconoscerla solo a quelli che
esprimono idee non troppo dissimili da quelle comunemente accettate. E non mi riferisco
alla difficoltà di accesso ai canali di informazione - che pure è un problema non
piccolo ma già di una fase successiva - mi riferisco proprio alla contestazione del
diritto stesso di sostenere idee scomode. La censura da noi è sempre una tentazione per
risolvere le questioni scabrose. Ma si può anche pensare alla politica per
l'immigrazione, non tanto sotto il profilo dei flussi di ingresso - che non intendo
trattare in questa sede - quanto sotto il profilo della convivenza successiva ad un
ingresso regolare. E' chiaro che un liberale è rispettoso delle diversità culturali,
linguistiche e religiose. Lo è in base al principio della convivenza pluralistica e della
tolleranza reciproca di vita. Allora, il senso critico laico liberale porta a dire che una
condizione all'ingresso deve essere posta, una sola ma essenziale: l'impegno di chi entra
ad accettare le regole della Società Aperta, senza sconti e senza fobie. Questo è
irrinunciabile. Non si può fare confusione e pensare che, siccome il nostro ordinamento
è di tipo liberaldemocratico, ogni diversità è accettata. Sono accettate solo tutte
quelle diversità che non ledono i diritti umani e le regole generali della convivenza,
una convivenza appunto tra diversi, che si scambiano le culture e non le impongono. Per
dire, in una società aperta non sono accettabili la pratica del fondamentalismo politico
tribale oppure quella di tradizioni che infieriscono sull'integrità della persona come la
barbarie della clitoridectomia o della infibulazione: si tratta di culture chiuse che
intenderebbero far prevalere la propria idea di convivenza a prezzo di far arretrare le
garanzie per l'individuo. Chi vuol stare nel nostro paese, non può violare il principio
dei diritti umani.
Insomma, da questa non circoscritta serie di esempi si ha la conferma che il
raggruppamento laico non è una nostra teoria accademica, è la richiesta che emerge
quotidianamente dall'urgenza dei problemi. Noi focalizziamo l'attenzione sui cittadini dei
paesi ricchi ma la cosa è ancor più vera per quelli dei paesi poveri. Molta parte
dell'inadeguatezza delle risposte deriva appunto da una carenza di "laicità
liberale" negli approcci programmatici. Che è preoccupante se pensiamo ad alcune
questioni non irrilevanti che si vanno profilando.
Si è manifestata ad esempio una tendenza - che non pare né superficiale né occasionale
- a dare rilievo crescente agli umori passeggeri, quasi istantanei della "gente"
, del pubblico, che possono cambiare alla luce di una anche piccola novità o
considerazione. Una sorta di consumo usa e getta applicata ai problemi della convivenza.
Questa attitudine è difficilmente inquadrabile negli usuali canali istituzionali e per di
più interagisce con un altro fenomeno anch'esso centrifugo rispetto alle istituzioni:
quello dei portatori di interessi particolari e, in ambito internazionale, delle
organizzazioni non governative, che spesso saltano il confronto con la politica,
segnatamente quella istituzionale, affidandosi alla pressione fondata su impulsi
istantanei con il massimo impatto e sostenendo, anche senza riscontri, di interpretare la
volontà popolare. Pensiamo a tutta la casistica di manifestazioni di massa - tipo blocco
di servizi pubblici, di centrali energetiche, di aeroporti, di conferenze internazionali e
così via - più appariscenti, più difficili da fronteggiare e che al contempo richiedono
poche risorse per essere organizzate. Tutto questo dilagare della volubilità da un lato
delegittima oggettivamente le istituzioni e dall'altro spinge verso decisioni che non sono
informate - come dice Dahrendorf - né dalla storia né da una visione consapevole del
futuro.
Anche qui la cultura laica e liberale assomma la capacità fisiologica di sintonizzarsi
sui cambiamenti alla radicata convinzione della necessità di regole durature, anche se
sempre rivedibili. Per questo la cultura laico liberale è sicuramente la via maestra per
ricondurre il gioco politico nei canali costituzionali magari anche inventando nuovi
organismi che diano voce stabilmente alla società civile. Come in campo scientifico,
anche qui non si deve pensare che l'ordine e la stabilità possano rappresentare
esaurientemente il vitale. Come ormai, da tempo, scienza e fisica fanno i conti con i
sistemi dinamici instabili riconoscendo il ruolo prioritario delle fluttuazioni ,
dell'instabilità, della flessibilità, altrettanto deve cominciare a fare la politica
della convivenza, riconoscendo che l'ordine costituzionale è indispensabile ma deve
essere flessibile ed aperto. E il modo d'essere liberale e laico , per fare tutto ciò, è
il punto di riferimento naturale.
Desidero esporre un ultimo esempio di un nuovo campo di utile applicazione del senso
critico, e cioè il senso critico come antidoto alle manipolazioni che agiscono
sull'individuo dall'esterno. Oramai la tecnica è in grado di creare in una persona -
magari utilizzando forti campi magnetici concentrati in alcune parti del corpo - degli
stati fisici che inducono all'azione materiale correlata a quello stato senza che vi sia
un atto di volontà. Eppure l'interessato resta convinto - dal momento che il suo stato
fisico era realmente quello che induceva l'azione compiuta - che tutto ciò stata una
propria decisione volontaria. Qui si va molto oltre la forma psicologica - tipo
imbonimento o ipnotismo - ed ancor più risalta il ruolo del senso critico nell'attivare
di continuo un personale riesame che accresce e garantisce una miglior consapevolezza di
sé.
Cari amici, come si può vedere l'iniziativa politica laica e liberale ha naturalmente un
grande spessore e investe questioni chiave della quotidianità e delle sue future
prospettive. E proprio per questo è un'iniziativa che risulta per troppi scomoda. Perché
vuole evitare che si ripeta la vergogna istituzionale cui si è assistito in occasione del
Giubileo dei Politici, con la corsa di massime cariche del Parlamento ad ottenere
riconoscimenti estranei alla logica di uno Stato liberaldemocratico. Perché i liberali
sono avversari dei conservatori, di destra e di sinistra, dei nazionalisti, dei clericali,
delle corporazioni piccole e diffuse che ingessano il paese, delle Chiese che si pongono
come attori politici in prima persona , dei pigri incapaci di uscire dal proprio egoismo e
di quelli che , attenti solo al proprio particolare, coltivano la pericolosa illusione che
questa attenzione a sé stessi basti a rendere possibile la convivenza aperta e libera.
La realtà è che Laici e Liberali sono considerati in Italia solo una specificazione
aggiuntiva che può essere utile ad aggregati numericamente consistenti, non un filone
politico culturale autonomo. E' una miopia. Ma così è. Si giunge a dire che ormai non vi
sono più differenze tra politica civile e politica religiosa, tra liberismo e
assistenzialismo, tra destra e sinistra, tra liberali e conservatori (totalitari e
autoritari). Quello che conterebbe sarebbe solo la scelta di campo, " o di qua o di
là ". E in questa corsa all'assurdo, si arriva addirittura, sul quotidiano di casa
Berlusconi, al caso clinico di un ardito esperimentatore della diluizione del proprio
plasma sanguigno con liquido di rilevante tenore alcolico: dopo questa diluizione egli
riesce a sostenere perfino che l'autentico pensiero liberale non è mai stato laicista,
che la tolleranza consente la diffusione dei soli valori religiosi e morali ma - udite
bene - non la gioia di vivere. Da episodi del genere si può indurre solo una conferma
sperimentale: il cervello funziona solo con il sangue non diluito.
La miopia del centro sinistra, in primo luogo del partito che aveva la malcelata
presunzione di esserne la guida - i DS - e poi di coloro che mai hanno saputo ritrovare la
capacità dell'antica DC di tessere il bandolo della collaborazione con i laici - la
galassia dei PPI, Udeur, Rinnovamento - ha lavorato senza sosta e con ottusità ad
eliminare il mondo laico e liberale, i primi perché ubriacati dalla presunzione di
poterlo rappresentare in proprio, i secondi perché drogati dalle fumisterie di un
indistinto solidarismo . Per tutti costoro, noi laici e liberali abbiamo la colpa di non
accettare di omologarci, di non rinunciare alla nostra anima, di non farci
egemonizzare.
Dalla nostra parte vogliono stare invece quelli che, più sensibili, formulano questionari
con cui cercano di dare pagelle di laicità. Li ringraziamo per la buona volontà e il
tentativo di dare una mano. Ma queste iniziative individuano propensioni personali, non
attivano l'indispensabile presa di coscienza della propria soggettualità politica come
laici e liberali. Un passo che a nostro parere deve essere compiuto con urgenza.
Per questo noi abbiamo auspicato la convergenza di socialisti democratici, di verdi, di
radicali, di repubblicani e in genere di chi si batte, tra i partiti e
nell'associazionismo, per il rilancio della cultura critica e riformatrice. Questa
convergenza di chi è fisiologicamente più vicino al modo d'essere e alle esigenze della
società civile non inquadrata, finalmente potrebbe colmare la vera anomalia della
politica italiana rispetto all'occidente. Perché è lo scarso peso rappresentativo delle
forze liberali, laiche e riformiste a livello politico, ad avere conseguenze gravissime su
questioni essenziali per la convivenza civile che proprio della cultura critica hanno
bisogno per essere adeguatamente affrontate nell'ambito di una società come l'attuale,
mobile, individualizzata, al tempo stesso globale e localista.
Prima o poi quest'area dovrà raggiungere una forza propria, rovesciando la vecchia
concezione politica per cui solo le chiese e le grandi organizzazioni strutturate
territorialmente o mediaticamente sono decisive nelle scelte democratiche. Dovranno
giungere al potere le diversità, per mostrare le grandi potenzialità sprigionate dai
diversi che si collegano per costruire le condizioni di una libera convivenza in una
Società Aperta. Non è un sogno. Le posizioni e gli atteggiamenti del Ministro Professor
Veronesi sono l'esempio della forza di una pacata laicità che non si piega al conformismo
dei succubi al clericalismo.
Tutto ciò non possiamo e non vogliamo farlo da soli: l'idea è corretta e gli altri ne
danno riscontro, ma sembrano non avere ancora la consapevolezza della portata
rivoluzionaria dell'assumere questo punto di vista come fulcro di una proposta politica .
Anche La Malfa riconosce questa esigenza di più spazio ai laici liberaldemocratici . E'
la sua scelta successiva - che pure rispettiamo - ad essere non conseguente. Pur di
raggiungere soluzioni immediate - maggiori riconoscimenti per sé e il suo partito -
rinuncia alla capacità rappresentativa dei laici liberali , accetta la tesi che i Poli
sono quelli e quelli resteranno, e contribuisce così a ritardare il processo di
complessiva liberalizzazione . Il suo errore è quello del marito che si evira per far
dispetto alla moglie . Quanto poi al nuovo PSI, è palesemente dominato dal risentimento
che fa velo alla ragione . Ma gli uni o gli altri cullano una costosa illusione .
L'illusione è che qualche individuo eletto, ove non importa, sostituisca la presa in mano
del loro destino da parte dei laici . L'aspetto costoso sta nel fatto di accompagnarsi al
leghismo per formare quella che Berlusconi etichetta come la sinistra della Casa delle
Libertà e di non accorgersi che in questo modo Berlusconi ripropone la tesi, incredibile
ai limiti del vaneggiamento, secondo cui si sarebbe riformato lo schieramento del '48:
tutti i democratici contro i comunisti .
Naturalmente , nella logica maggioritaria non intendiamo sottrarci alla fine ad una scelta
di coalizione . E in tale prospettiva dobbiamo dire, da liberali, che uno dei due
raggruppamenti numericamente più consistenti propone un candidato alla Presidenza del
Consiglio , l'on. Berlusconi appunto, che sotto il profilo del senso critico liberale ha
delle gravissime controindicazioni. Ne citerò solo tre che sono davvero tre macigni e che
introdurrebbero nel paese ulteriori elementi di illibertà.
Il conflitto di interessi. Al di là delle modalità furbesche con cui una sinistra sorda
alle ragioni liberali ha trattato la questione per anni, resta il fatto che per qualsiasi
liberale l'abnorme concentrazione di potere economico e politico che si verrebbe a creare
nelle mani di una sola persona è un qualcosa di talmente macroscopico da rendere
increduli i liberali di tutto il mondo . Anche quelli più moderati non riescono a
capacitarsi di come una cosa del genere possa accadere in un paese democratico
dell'Occidente.
Il diritto all'informazione. Per i liberali, specie in campagna elettorale, tutti devono
avere gli stessi spazi di propaganda perché tutti devono avere l'uguale possibilità di
farsi conoscere per consentire poi ad ogni cittadino di deliberare a ragion veduta. Invece
Berlusconi va ripetendo tutti i giorni che gli spazi TV non devono essere uguali per tutti
ma ripartiti in proporzione alla forza elettorale dimostrata: più un partito è grosso,
più deve aver tempo per fare propaganda. Da un punto di vista liberale, è una concezione
semplicemente aberrante.
Il controllo dei mezzi di informazione. Su questo basta ricordare quanto ha scritto pochi
giorni or sono Montanelli a proposito della vittoria della Casa della Libertà: " la
prima delle conseguenze che ne deriveranno sarà la raccolta nello stesso pugno delle sei
reti televisive che monopolizzano l'etere italiano: tre a titolo privato, tre a titolo
pubblico ( e nessuno tenti di muovere obbiezioni a questo discorso perché io lo rivolgo a
chi vuole e rispetta la verità, non ai falsari)".
Vedete, la non miscibilità culturale di noi liberali con i fautori dell'autoritarismo e
del totalitarismo - che sono estranei alla democrazia - e con la cultura politica
antagonista - che droga il cittadino con l'utopia - è scritta nei rispettivi geni. Ma
l'esperienza quotidiana ci fa anche toccare con mano che i liberali non sono confondibili
con il centrodestra immerso nel conformismo conservatore e refrattario alla pratica della
partecipazione. Berlusconi è l'alfa e l'omega della Casa della Libertà. Non solo ne è
il padrone, ma la incarna totalitariamente.
Non a caso dunque la stragrande maggioranza del mondo laico non è con Berlusconi ( e
quelli che in passato l'hanno provato si sono ritratti ). Poi, nei giorni scorsi, lo
stesso Berlusconi ha freudianamente detto che nel centro sinistra, oltre alle tresche con
Bertinotti e l'alleanza con Cossutta e Diliberto, vi sono gli altri partiti satellite dei
DS " che sono a sinistra dei DS stessi" . Dato che non evidentemente non può
riferirsi alla vasta area dei cattolici democratici ( PPI, Udeur, Rinnovamento e
Democratici), l'anatema era indirizzato a verdi, socialisti e noi. Ve l'immaginate:
"A sinistra dei DS". E' del tutto ridicolo ma ha un senso nella concezione
berlusconiana. E' proprio il nostro esser laici che ci fa ritenere da Berlusconi ancor
più pericolosi per il suo tradizionalismo conservatore e illiberale. Per lui siamo il
bambino che ha il coraggio di dire che il re nudo. Ecco, penso che non dobbiamo deluderlo
e dobbiamo praticare tale attitudine, sforzandoci di fare il possibile per attivare
l'aggregazione dei laici.
Naturalmente, da bravi utilizzatori del senso critico, non possiamo non rilevare le
difficoltà, anche grandi, incontrate sulla strada di dar vita ad un'ampia lista laica.
Intanto c'è il problema dei radicali. Ai quali vogliamo rivolgere un appello perché fino
all'ultimo considerino seriamente la possibilità di contribuire a formare - e con un
ruolo centrale - la lista laica. E' un appello, il nostro, convinto che l'anima radicale
non può non far parte di questo disegno, specie se, come sembra, ha accantonato la
tentazione dell'assalto referendario alla via parlamentare.
Tuttavia, ad oggi, i dirigenti radicali paiono privilegiare una presenza elettorale in
solitario con un candidato premier, Emma Bonino, e con una lista omonima, incentrando la
propaganda sulla protesta per l'ostracismo da parte dei grandi mass media TV che giudicano
esserci nei loro confronti. Per parte nostra abbiamo fatto osservare come vi possa essere
contraddizione tra il propugnare il sistema maggioritario addirittura ad un turno e
presentare un candidato alla Presidenza del Consiglio perfettamente degno ma chiaramente
non in gara quanto a suffragi; con la conseguenza, alla fine, di rifiutare di fatto la
scelta di coalizione. E comunque ci sembra che sarebbe incongruo affrontare come fatto
esclusivo del mondo radicale alcune problematiche politiche che hanno una valenza più
generale per i laici.
Per la stessa questione dell'ostracismo televisivo, i casi sono due: o vale il criterio
illiberale della presenza in base alla dimensione , e allora possono lamentarsi solo del
criterio ; oppure vale il criterio liberale dell'eguale diritto ad informare, e allora
devono lamentarsi dell'applicazione. In tutti e due i casi il lamento dei radicali non ha
senso come persecuzione contro di loro perché in verità rientra in una questione
generale, che riguarda tutti nel primo caso e l'intera area laica ed ambientalista nel
secondo. Nel complesso, insistiamo nel nostro appello per ritrovarci in una lista laica
comune e ci permettiamo di sottolineare che con la frenesia di raggiungere evoluzioni
immediate, con la radicalizzazione delle scelte da far compiere, si possono ottenere
effetti maggiormente pirotecnici ma non il superamento di quell'anomalia italiana che è
la diaspora dei laici.
Assai più promettenti appaiono le possibilità di una lista comune legata all'iniziativa
del Girasole. L'obiettivo dichiarato dalla coordinatrice dei Verdi, che ne è stata la
promotrice, è quello di farne la proposta elettorale - ma non solo elettoralistica - di
quel mondo ambientalista, socialista, laico e della società civile che oggi non ha voce
adeguata . Da quando è avvenuto il lancio del Girasole, gli sviluppi però non sono stati
travolgenti, nel senso che, al di là dei numerosissimi contatti - comunque sempre a due a
due e non collegiali - non è sufficientemente maturata una precisa definizione
dell'immagine politica della proposta e del suo programma.
Vi sono stati due inciampi. Prima la pressione dei Comunisti di Cossutta e Diliberto per
far parte organicamente del progetto, respinta dai socialisti con l'argomento ineccepibile
che con quel partito si può collaborare in un governo ma non si può presentare un comune
progetto politico culturale. E poi i contrasti connessi alle vicende della ricerca, in
specie sugli organismi geneticamente modificati. L'esser laici e liberali, lo ho già
detto, è connaturato con la libertà di ricerca. E vi è una discussione con i Verdi, da
parte nostra e da parte dei socialisti.
Va però precisato che la discussione non verte sulla libertà di ricerca degli
scienziati, libertà che i dirigenti Verdi affermano di riconoscere e di voler sostenere
anche aumentando i fondi alla ricerca. La discussione verte su come interpretare il
cosiddetto principio di precauzione. Nel senso che a noi e ai socialisti pare che se per
precauzione si intende la valutazione politico sociale dei risultati delle ricerche prima
del loro utilizzo pubblico, è ovvio che la precauzione è indispensabile; se invece per
precauzione si intende un'attitudine al rigore metodologico del ricercatore, è superfluo
richiamarla perché il rigore metodologico è connaturato al sistema di autocontrolli
fisiologicamente imposto dalla stessa comunità scientifica al suo interno; se infine per
precauzione si intende un controllo pubblico sul cosa e sul come ricercare, allora la
precauzione diverrebbe un blocco non dichiarato della ricerca che una mentalità laica non
può consentire. Non a caso gli unici importanti appoggi alle posizioni più rigide di
certi ambienti verdi sono venute da alti prelati del Vaticano, come Monsignor
Sgreccia.
Nel complesso , comunque, si può azzardare a dire che le possibilità di arrivare a
presentare il Girasole come raggruppamento degli ambientalisti, dei laici, dei socialisti,
dei liberali e della società civile non legata ai miti dei grandi partiti, si possono
ritenere abbastanza buone. Anche perché in tale direzione stanno spingendo molto i
Socialisti Democratici che , si può dire senza tema di smentita, incarnano la vera anima
della migliore tradizione socialista.
Questa dunque è la direzione di marcia che dovrebbe seguire la Federazione dei Liberali
alle prossime elezioni politiche. Di fronte alle molte questioni irrisolte del paese che
è oggi urgente affrontare, la medicina non è cambiare polo per cadere dalla padella
nella brace. La medicina è costruire una politica più laica e liberale aumentando il
tasso di liberalismo dove almeno c'è qualcuno che ha orecchi capaci di sentire la nostra
musica. Non è da sottovalutare il fatto che il candidato Presidente del Consiglio del
Centro Sinistra, Francesco Rutelli, non solo fa parte del Gruppo Liberaldemocratico al
Parlamento Europeo ma ha costantemente rappresentato il mondo laico, radicale e
ambientalista. E che sembra più sensibile a considerare la circostanza che, senza una
riconosciuta presenza laica liberale, la coalizione di centro sinistra è destinata
all'impotenza politica e alla sconfitta elettorale.
Cari amici, desidero concludere richiamandomi a due dei massimi esponenti liberali
dell'ultimo secolo, con due citazioni che oggi si attagliano alle scelte che dobbiamo fare
e ai comportamenti che dobbiamo tenere. Nella tarda epoca umbertina, Giolitti disse:
"Vedo troppo chiaro quanto vi è di brutto e di spregevole nell'andamento attuale
della politica italiana, ma non voglio aiutare chi ci porterebbe a cose peggiori". E
Croce , una trentina di anni dopo, nel 1929, riferendosi alla scelta Concordataria,
pronunziò in Senato la famosa frase "accanto o di fronte agli uomini che stimano
Parigi valer bene una messa, sono altri per i quali l'ascoltare una messa è una cosa che
vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza."
Ecco. Noi liberali siamo chiamati oggi ad esercitare insieme la nostra responsabilità e
le nostre convinzioni. La nostra coscienza ci impone di scegliere oggi il possibile ma
anche di prepararci ad esercitare domani il liberale diritto di resistenza. La resistenza
verso l'incombente ondata di una destra che non conosce cosa siano il liberalismo e la
laicità dello Stato.