Relazione del Segretario Politico
al 6° Congresso


 


VI CONGRESSO NAZIONALE F. d. L.
Roma , 18 - 19 gennaio 2003

RELAZIONE DEL SEGRETARIO POLITICO
RAFFAELLO MORELLI


Amiche, amici e cittadini che ci seguite su Internet,

siamo qui - rispettando una periodica cadenza di confronto che in sé è già una distinzione - per riaffermare la nostra volontà di mantenere viva l’azione politica di quanti si riconoscono nel grande filone liberale. Due cose ci caratterizzano: la convinzione che la carenza di liberalismo sia la principale malattia di cui soffre il nostro paese; e la responsabilità di far crescere le idee e il metodo liberali per far crescere l’Italia. Del liberalismo occorre un’applicazione vera, costante e coerente, lontana dalle meccaniche citazioni rituali di chi si riempie la bocca del termine liberalismo senza coglierne il senso e gli insegnamenti.

Questo è l’intento riassunto nel tema del nostro Congresso, che indica il punto essenziale della differenza politica tra i liberali, la destra e la sinistra. Per i liberali, la libertà è la più efficace costruttrice del processo di emancipazione umana e di libera convivenza e dunque è la naturale avversaria del privilegio che, nelle sue molteplici forme, ne impedisce un’applicazione più diffusa e più ampia. La sinistra, invece, intende il privilegio solo nel suo aspetto economico sociale, l’esser ricchi, o come la conseguenza, da guardare con sospetto, dell’ accumulo di meriti individuali; mentre la destra neppure avverte il problema perché confonde la libertà con l’assenza di vincoli e il merito con la legge del più forte. Né la sinistra né la destra, seppur in modi diversi, vedono l’aspetto essenziale del privilegio che è la violazione della libertà nei rapporti tra i cittdini. Cosìcché non escludono il privilegio in via assoluta: la sinistra lo pratica a favore di chi dichiara di voler organizzare i più poveri e la destra lo pratica a favore dei potenti e dell’autorità costituita.

Il liberalismo è il solo indirizzo politico culturale che vuol promuovere compiutamente la libertà del singolo cittadino, ma facendolo per tutti i cittadini (ricchi e poveri, forti e deboli, noti e ignoti, abili e disabili, religiosi e atei, maschi e femmine, etero e omoessuali, bianchi e neri, gialli e rossi) e quindi nella consapevolezza che la libertà del cittadino non è assoluta, perché la libertà di ciascuno trova un limite nella libertà degli altri. La libertà liberale non può esistere al di fuori delle regole che la promuovono. Per questo motivo, lo sforzo di individuare e dare regole alla convivenza per ampliare la libertà del cittadino, è il pane quotidiano del liberalismo politico. Regole che sono un prodotto storico complesso, in parte con degli aspetti sostanzialmente invarianti, sempre commisurato alla specifica realtà di applicazione, in ogni caso da rivedere di tempo in tempo; e regole che attengono a variegati settori, politico culturali non meno che legali, fiscali, assistenziali, consuetudinari. Nell’insieme il coacervo delle regole liberali da concretezza alla libertà di ciascuno, così come al libero esplicarsi delle relazioni interpersonali e dell’associarsi in una miriadedi interessi, valori e comportamenti, in un apparente caos creatore di sempre nuove conoscenze e opportunità di emancipazione umana; quella libertà è di continuo messa in discussione - e potenzialmente a rischio di rimanere soffocata - dai privilegi di tutti coloro che non rispettano l’equità nei rapporti con gli altri e che si avvantaggiano non dei propri meriti ma appunto del mancato rispetto delle complessive norme di convivenza. Così tanto la libertà dei liberali è legata al concetto della lotta al privilegio, che la liberaldemocrazia, insieme all’invenzione del moderno sistema una testa / un voto, ha posto regole perfino per limitare il potere della maggioranza, che non può tutto, perché deve rispettare certi diritti basilari del singolo cittadino o delle minoranze.

L’importanza che la lotta al privilegio ha per noi liberali, è dirimente circa la collocazione della FdL nei confronti della aggregazione politica che ha portato al governo Berlusconi. I liberali non possono che essere all’opposizione. Due anni fa, nel documento finale della prima sessione del nostro V Congresso, affermammo che " le proposte ed i comportamenti della Casa delle Libertà complicavano i problemi del Paese introducendo ulteriori elementi di illibertà", come "la abnorme concentrazione nelle mani di una sola persona di potere economico e politico, il monopolio gestionale di fatto dei mezzi di informazione televisiva, il misurare il diritto alla propaganda politica sulla forza elettorale di ciascun partito ". Siamo stati facili profeti. Oggi, non è più possibile nemmeno concedere il beneficio di inventario. Dopo venti mesi di governo ed un progetto di legge di merito che non affronta il nodo della questione politico culturale, è definitivamente chiaro che Berlusconi non intende affatto sciogliere il nodo del proprio conflitto di interessi. Innanzitutto perché, essendo lontano dal liberalismo, non avverte neppure come la questione sia decisiva per il corretto funzionamento e la trasparenza del sistema.

Il conflitto di interessi non nasce con Berlusconi, perché era ed è un problema diffuso , presente da tempo nella nostra democrazia. Questo non è però un buon motivo per proseguire imperterriti così, ed è una grave colpa dell’Ulivo al governo non averlo affrontato, specie quando, con Berlusconi il fenomeno ha raggiunto l’evidenza di un caso di scuola senza riscontri nelle altre democrazie evolute. Il conflitto di interessi ammorba la vita istituzionale perché – oltre ai possibili danni diretti derivanti dall’indebito accumulo di posizioni privilegiate - spezza il circuito fisiologico del confronto politico, che tende a non esser più sulle idee , sui progammi e sugli atti di chi governa ma sulle sue convenienze e sui suoi interessi, personali e di clan. E il giudizio di natura politica su aspetti assai importanti della vita pubblica - dalle leggi che modificano strutture rilevanti nel settore della giustizia o in quello societario e fiscale fino agli assetti della televisione di stato - viene forzatamente depistato dal merito delle norme perché inestricabilmente connesso al non infondato dubbio sulla strumentalità dei provvedimenti a fini personali. La conseguenza è che la piena legittimità giuridica del governo, che è e resta indubitabile, non si accompagna a quella affidabilità politico morale anche presso gli oppositori e presso settori non trascurabili dell’opinione pubblica, che in una liberaldemocrazia è essenziale per governare, specie in passaggi complicati della vita socioeconomica.

Sappiamo che vi sono ancora troppi - al di sopra di ogni sospetto di sudditanza berlusconiana - che, pur non negando questo stato di cose, ne sminuiscono l’importanza perché lo reputano ininfluente sulle vicende della quotidianità. Berlusconi ha quantificato in meno del 10% le persone che danno molta importanza al conflitto di interessi e all’accentramento dei poteri. Ma questo non sposta minimamente il problema. Queste cose sono assai influenti sulla libertà di convivere. Storicamente fanno addirittura parte del nucleo originario delle lotte liberali per porre limiti al sovrano e al potere. Sono l’A,B,C del liberalismo. E dunque, di fronte alla disattenzione per questioni così basilari, è nostro primario dovere di liberali ammonire i nostri concittadini, senza iattanza ma con fermezza, che nelle istituzioni il conflitto di interessi e l’accentramento dei poteri si evolvono come un cancro. Inizialmente possono non produrre sintomi percepibili, ma alla lunga esplicano fatalmente sull’organismo i loro effetti devastanti.

Nel frattempo, nel breve periodo, il clima inquinato dal conflitto di interessi e dall’accentramento dei poteri costituisce un habitat favorevole per il proliferare negli spiriti meno determinati dell’attitudine, tipica del Fracchia fantozziano, a soddisfare i desideri del capo/padrone ancor prima che si manifestino. Gli episodi si moltiplicano. Per restare a personaggi non ignoti a molti di noi, si è assistito al patetico tentativo, visto che Forza Italia è nel Partito Popolare Europeo, di far nascere in Forza Italia la corrente denominata liberalismo popolare, per far credere che tra i popolari ci sono anche i liberali e che i liberali stanno nel partito dei popolari. Il che è un assurdo concettuale e per di più la negazione delle poprie radici passate; però serve a mettersi in buona luce davanti al padrone.

In questa prima fase, in cui il conflitto di interessi e l’accentramento dei poteri diffondono ancora un’aurea di potere e di successo, la nostra opposizione liberale è difficile, non ce lo nascondiamo. In apparenza è disarmata di fronte a chi vuole sintonizzarsi sulla voce del padrone o a chi si rassegna a "come va il mondo". Non dobbiamo spaventarci e dobbiamo resistere. Ricordando oltretutto che l’affannarsi per indovinare "dove il mondo va " è un’abitudine consolidata del costume italiano. In uno scritto del ’35 , Benedetto Croce ha fatto al riguardo queste attualissime considerazioni. Quest’abitudine "nasce, o presto diventa, modo e strumento di quel che nell’antico e dantesco italiano si chiamava "viltate": "viltate" nel duplice senso di asservimento ad altrui per non compiere sotto le proprie responsabilità sforzi di volere e di pensiero, e nel senso di pessimistico smarrimento e avvilimento. La vagamente e malamente determinata immagine di "ciò verso cui il mondo va", appare come un fatto che è un fato . Gli uni, per non andare "dove il mondo va", non si muovono punto; gli altri, per andare dove il mondo va", si muovono dietro a coloro che vanno verso quel segno: si muovono a guisa di pecorelle che non sanno o non domandano il perché. Invece ciò che si richiede è che si ubbidisca ad una necessità morale. La quale comanda che si attenda con ogni rischio, a tutelare e promuovere gli umani valori e le umane virtù, il rispetto della personalità, il dir no al male e sì al bene, ciò che si chiama, insomma, il culto della libertà; la quale è il principio direttivo a cui sempre si deve far ricorso. Quale che sia lo schema di ciò "verso cui il mondo va", quello schema sarà riempito da uomini e sarà reale solo nei pensieri, nei sentimenti e negli atti degli uomini, e avrà quella realtà che essi gli daranno, e tanto migliore quanto migliori quegli uomini. Non vi date, dunque, pensiero di dove vada il mondo, ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi di voi stessi".

Ecco. La FdL intende rifuggire la viltate. Senza furie eroiche ma con pacata convinzione e con responsabilità. La nostra opposizione in nome delle libertà e contro il privilegio, è un prodotto delle nostre radici. Che non ci allontana dalla realtà e al contrario ci unisce ad essa, perché la libertà di ciascuno è il propellente del mondo vivo. Noi ci opponiamo per costruire, non per distruggere. Sappiamo che costruire le regole per una libera convivenza richiede un gradualismo tenace e la paziente fermezza di seguire la bussola delle libertà. E sappiamo che la nostra opposizione, siccome intende essere liberale, è difficile e talvolta addirittura solitaria, perché non può permettersi di contraddirsi confondendosi oltre misura con altre opposizioni condotte nel segno di principi o comportamenti o proposte non liberali. Ma per convinzione e per responsabilità dobbiamo fare il massimo sforzo per dare all’Italia di oggi quell’opposizione liberale di cui ha urgente bisogno.

Per fare questo sforzo, occorre liberare il campo da due errate impostazioni che, se assunte come premessa, inducono poi ad un’azione sterile e non liberale. La prima è pensare che , siccome il conflitto di interessi e l’accumulo di potere incrinano i fondamenti stessi dello stato di diritto, allora ciò costituisce un problema per tutti i cittadini di qualunque parte politica, sia di destra sia di sinistra. Non è affatto così. A chi non si fa guidare nei comportamenti da una mentalità liberale, di questa problematica importa poco o nulla, a destra come a sinistra. In altre parole, su questioni così importanti, non serve atteggiarsi a fautori di una trasversalità equivoca, oltre che in materia inesistente. L’impostazione va ribaltata. Si devono chiamare le cose con il loro nome e promuovere apertamente la convergenza di tutti coloro che hanno una certa mentalità di tipo liberale, per dar forza appunto ad un’opposizione che sia liberale e che dunque voglia ripristinare i fondamenti dello Stato di Diritto ora incrinati..

La seconda errata impostazione è pensare che l’opposizione da creare deve mettere da parte le distinzioni di schieramento ed operare con ogni mezzo democratico per ripristinare le condizioni minime della competizione politica senza rassegnarsi ad un Governo Berlusconi per l’intera legislatura. Qui l’abbaglio è addirittura clamoroso. Innanzitutto, non è pensabile, specie nell’ottica liberale, un’opposizione che prescinda dallo scegliere politicamente, cioè dallo schierarsi e dichiarare quale tipo di opposizione vuole essere. Poi, la frase "operare con ogni mezzo democratico" o non significa nulla in quanto ovvietà tautologica (i liberali operano solo democraticamente) oppure dissimula l’ammiccamento alla tesi che il Governo sarebbe illegittimo ed occorrerebbe giungere alla soglia di atti di mobilitazione preinsurrezionale per cacciarlo. Un simile atteggiamento massimalistico – provocato dalla rabbia incontrollabile per la violazione di principi liberali - una volta adottato finirebbe per dare più spazio alle stesse violazioni che vuo combattere. Infatti , non sussistendo le condizioni politico sociali per la deriva insurrezionale, non troverebbe sponde significative nel normale cittadino medio e porterebbe i suoi promotori nel ghetto dell’isolamento.

Liberarsi da queste due errate impostazioni consente di fare chiarezza su dove vuol portare la strada dell’opposizione liberale. Vuol portare a far convergere tutti coloro che per organizzare oggi la convivenza vogliono l’adozione almeno parziale di essenziali strumenti liberali. Ed è immediato accorgersi che proporsi questa convergenza non porta dalle parti dei gioiosi girotondi e nemmeno da quelle del nebbioso ulivismo indistinto. Sono luoghi tra loro non coincidenti, eppure analoghi nel trovarsi lontani dal liberalismo e, quel che più conta, nell’ oggettivo favorire il berlusconismo.

I girotondi di Moretti e Pardi sono un fenomeno composito, a base alto borghese. Sono un insieme di persone incredule di non trovare più al potere gli abituali punti di riferimento se non di connivenza e convinte della illegittimità morale se non addirittura giuridica del governo Berlusconi. Da qui la loro indignazione permanente, intesa come strumento che dovrebbe esorcizzare il loro brutto sogno ed esser sufficiente a risvegliare le persone dabbene e a farle ricompattare con le masse per cacciare la banda degli usurpatori. Ora, l’indignazione permanente è un atteggiamento moralistico che presuppone l’allineamento dei giudizi di tutti con il proprio e che neanche ipotizza l’esistenza di motivi profondi per il successo berlusconiano. L’indignazione permanente non si pone il problema di un programma alternativo perché essa stessa pretende di essere il programma. Non solo. La settimana scorsa, al Convegno di Firenze, Moretti e Pardi hanno sostenuto che "nei partiti della sinistra ci sono gli apparati, noi abbiamo dalla nostra le masse". Forse non si sono neppure resi conto che la contrapposizione tra partiti parlamentari e partiti di massa è stata già la suggestione di un certo comunismo nel periodo a cavallo tra la resistenza e la repubblica e rappresentò il tentativo, fallito, di instaurare una società in cui il cittadino fosse affogato nella massa e la massa potesse essere manovrata, nell’ambito dello stato, dai pochi privilegiati che la guidavano dai palchi dei comizi ( e che oggi rischiano addirittura di essere dei leader autoproclamatisi). Insomma, con l’indignazione permanente non si va oltre il velleitarismo e di certo non si costruisce una maggioranza con adeguati profili liberali che vinca nel Paese . Così si rendono ancor più lunghi i tempi del berlusconismo.

Poi c’è l’ulivismo. L’ulivismo indistinto è stato e continua ad essere l’ossessione che ha condannato l’Ulivo, prima all’involuzione, poi alla sconfitta ed ora ad una opposizione che scalcia impotente. E si badi bene. L’ulivismo è un’escrescenza insorta dopo il successo dell’Ulivo. L’Ulivo delle origini, quello del 1995 che vinse le elezioni del ‘96, non era ulivista e soprattutto non era percepito come tale. Ne aveva alcuni sintomi premonitori – che noi liberali avvertimmo e denunciammo con il risultato di essere ostracizzati da chi già allora coltivava questa bella pensata – ma non era ulivista. Non lo era perché accettava di essere una coalizione con tante anime e una dozzina di partiti; perché la coalizione discuteva partecipatamente di strategie e tattiche; perché il programma fu il frutto di mesi di intensi dibattiti cui contribuirono solo a livello nazionale trecento o quattrocento persone differenti per cultura ed esperienze; perché, al di là della contrapposizione alla Casa delle Libertà, esisteva il messaggio positivo di fondo della coalizione ed era il disegno di far entrare da subito l’Italia nell’Europa di Maastricht.

Ben presto, però, gli ulivisti alzarono la cresta con insistenza pari alla miopia politica. Gli argomenti utilizzati avevano tutti fondamenta traballanti. Del tipo , è necessario evitare la frammentazione in piccoli partiti ( come se l’esser piccoli fosse delittuoso), oppure bisogna rispettare una logica bipolare (sbandierata come se fosse una cosa ovvia e non un’interpretazione distorta del maggioritario), oppure occorre accettare la volontà degli elettori dell’Ulivo più numerosi di quelli dei partiti che lo compongono ( come se scegliere l’Ulivo significasse esprimere una volontà ulivista). Successivamente, visto che la cosa non decollava, gli ulivisti divennero gli adoratori della favoleggiata "terza via" mondiale, che però era inconsistente e si afflosciò in un contenuto lasso di tempo. In realtà, dietro tutto questo, c’era e c’è una ansia malcelata e malintesa di apparire nuovi in quanto iconoclasti delle culture precedenti, segnatamente il socialismo di discendenza marxista e il conservatorismo di ascendenza religiosa; ma anche la volontà, non importa se consapevole, di riprodurne il mito fondante della contrapposizione tra il bene (l’Ulivo) e il male (la Casa Libertà) pensati come i due nuovi partiti chiesa; e c’è infine la bramosia di cancellare, con l’allontanamento dei laici come tali, anche quello che i laici rappresentano in termini di centralità del cittadino individuo.

Di fatto, poggiandosi su questo guazzabuglio culturale, gli ulivisti non sono stati capaci, dopo il successo del governo Prodi nell’entrare con il primo gruppo in Europa, di individuare un altro obbiettivo altrettanto chiaro ed importante, forse anche perché - specie nella sinistra, ma non solo – lo riteneva superfluo stante la supposta invincibilità in quanto detentori del potere. Così l’irrealistica costruzione ulivista non è decollata, e, quando, stupefatta, ha perso le elezioni del 2001. si è addirittura ritrovata priva di ogni slancio vitale ed ha cominciato ad imputridire rendendo impossibile la costruzione di un’opposizione. Non dico un’opposizione liberale, ma neanche un’opposizione dotata di un disegno unitario che fosse qualcosa di più della avversione a Berlusconi o dell’avvitarsi in sterili diatribe di supremazia che portano all’autocannibalismo. Più ci si incaponisce nell’ulivismo indistinto e più l’Ulivo si frantuma politicamente e tende ad esaurirsi nel rituale inseguimento del fantasma di una unità che non si trova – e non si può trovare - proprio su quello che più conta, e cioè sull’anima politico programmatica.

Purtroppo il mondo ulivista non sembra aver imparato dai propri fallimenti. Ancor oggi si riparla di un nuovo Ulivo perseverando nelle stesse impostazioni di fondo irrealistiche e sbagliate. E ciò avviene non solo a livello dei partiti ma anche delle iniziative che si moltiplicano nell’area di centro sinistra, magari più per il ribollire delle diverse fazioni DS che davvero spontaneamente. " I cittadini per l’Ulivo", ad esempio, organizzati in comitati, associazioni, coordinamenti, liste civiche, promuovono una assemblea nazionale che avrà luogo nel prossimo marzo, e, per darsi un progetto comune, discutono un manifesto che comprende anche accenti innovativi che paiono lasciar spazio al confronto (il concetto di Ulivo come coalizione, i partiti come soggetti primari della scena politica, l’obbligo di replicare alle proposte della destra solo con proposte alternative, il valorizzare l’incontro di tradizioni politico-sociali un tempo contrapposte facendole anche confrontare con i movimenti critici sui processi di globalizzazione). Ma al dunque casca l’asino o meglio l’asinello. Il dunque è che si vuol subito fissare quale dovrà essere la conclusione dell’intero futuro dibattito. I cittadini per l’Ulivo lavorano per l’unità dell’Ulivo e puntano alla convocazione di una Costituente per ricostruire l’Ulivo come soggetto politico fortemente strutturato e portatore di una nuova cultura politica unitaria. Che confronto aperto è mai se le conclusioni sono precostituite? A che serve parlare di salvaguardia delle differenze e delle peculiarità culturali , se si deve apoditticamente realizzare il soggetto unico? A che serve parlare di primarie per trasformarle da storico grimaldello contro le prepotenze dei partiti chiusi in procedura strumentale alla costruzione del nuovo partito dell’Ulivo? Il confronto e il dibattito sono veri ed hanno il sapore liberale solo se le conclusioni sono aperte e scelte alternative sono possibili.

Noi liberali non ci sottraiamo mai a confronti e dibattiti che funzionino davvero così. Tanto che anche alla conclusione della seconda parte del V Congresso, nel dicembre 2001, insieme alla conferma della funzione autonoma dei liberali, scegliemmo il metodo di promuovere l'aggregazione di tutti i liberali, i laici e i radicali, per poter meglio interloquire con le altre forze politiche e per aver la possibilità di seguire il processo della Margherita al fine di una riqualificazione del centro sinistra anche in contenuti e metodo liberali. Alcuni di noi avevano anche sperato che la Margherita potesse avere un’evoluzione del genere. Oggi, dopo quasi un anno e mezzo dalle prime riunioni, la smentita dei fatti è difficilmene contestabile. La Margherita non vuole, o comunque non può, districarsi da alcuni difetti strutturaliu che la portano lontano da una funzione liberale.

Innanzitutto è un partito dominato dai popolari e dalla tradizione democristiana, più esattamente quella della sinistra; e dunque pratica una ridottissina considerazione per il ruolo politico laico e in parallelo la chiusura a quelle istanze liberali che pure sono sempre più centrali per la convivenza, tipo bioetica, ricerca, sessualità, famiglia. In secondo luogo la Margherita è un partito che mira sempre alla supremazia sugli alleati non affidandosi alla leadership della proposta politica bensì ai legami di convenienza anche extra politici e al conformismo profondo del modo d’essere degli italiani. In terzo luogo la Margherita pone come obbiettivo dichiarato della sua evoluzione una particolare forma di ulivismo, che prende le mosse dall’attuale Ulivo bipolare (DS e Margherita stessa), per giungere ad una confluenza in un soggetto ancora indefinito eppure riconducibile nella galassia dei popolari ; confluenza che si intende ottenere attraverso l’uso sistematico dell’ambiguità su temi decisivi come il rapporto con i no-global o con l’antiberlusconismo, che, facendo da sponda alla sinistra radicale e aggirando quella riformista, impedisca alla sinistra riformista una scelta chiarificatrice e salutare per la democrazia italiana. In quarto luogo, la Margherita si rifiuta di completare la riforma maggioritaria, facendo traspsrire propensioni proporzionalistiche e quanto meno impedendo al centro-sinistra di schierarsi - in coerenza con la tesi n.1 dell’originario programma dell’Ulivo - a favore di un maggioritario compiuto per affidare ai cittadini la scelta diretta sulle questioni di fondo. Oltretutto, su questi quattro punti non deve essere sottovalutata la consonanza di fatto con i democristiani del centro destra, che è molto forte, ai limiti della connivenza. Da tutto questo, non credo si possa davvero dire che la Margherita è oggi più vicina di ieri al liberalismo, o meno lontana. Può ovviamente proseguire un confronto fisiologico per il liberali, ma definitivamente chiarendo il nostro no ad ipotesi di riconoscere la funzione liberale della Margherita, la cui unica preoccupazione è solo dare un’immagine più sfumata alla sua anima incrollabilmente popolarconservatrice.

Dunque la strada dell’opposizione liberale non porta né ai gioiosi girotondi né al sogno del nebbioso ulivismo indistinto come via per superare la realtà dalle molte anime. Peraltro, la strada dell’opposizione liberale non porta neppure a distaccare la società civile dalla politica come parrebbe pretendere la neonata Libertà e Giustizia, l’associazione che si è presentata negli ultimi due mesi con grande clamore e con l’adesione di numerose personalità dell’economia e della cultura. Già è stato rilevato - non senza qualche ragione – che Libertà e Giustizia sarebbe la risposta al tycoon del centro destra, Berlusconi, sponsorizzata dal tycoon del centro sinistra, De Benedetti, in una sfida tra interessi che, sganciata come è dalla politica, non fa bene al paese. A parte questo, la tesi bandiera di Libertà e Giustizia è che la società civile è la custode dei diritti, delle libertà e dei bisogni dei cittadini quando lo Stato arretra e le Istituzioni si stanno sfarinando, ma che proprio per questo essa società civile non si dovrebbe mescolare con la politica limitandosi ad esprimere criticamente i suoi principi. La prima parte della tesi è liberale, la seconda no.

Le due parti non contrastebbero solo in una visione antitetica alla tradizione e alla mentalità liberali, in base alla quale la società civile deve estraniarsi dallo Stato in quanto è lo Stato la vera malattia e una società senza stato e senza istituzioni , cioè spontanea e senza regole, è più libera. Viceversa in un quadro liberale, società civile e politica sono distinte nelle funzioni, non reciprocamente estranee. Le relazioni tra i cittadini ed il loro associarsi devono esplicarsi liberamente ma d’altra parte, per consentire la più grande libertà possibile ai cittadini, singoli e associati, è indispensabile la politica, uno specifico modo di associarsi irrinunciabile in un sistema libero, che ha appunto il fine di organizzare la convivenza civile tra diversi affinandone le regole quadro. La società civile è frutto prelibato della democrazia liberale perché incarna il rifiuto del panpoliticismo, l’autonomia del cittadino rispetto allo Stato anche nella vita pubblica. Quando però si avvertono i sintomi del pericolo opposto, l’avvio della disgregazione dello Stato, allora l’associazionismo della società civile deve farsi carico del gravoso impegno di puntellare la politica per risollevarla dalla sua decadenza fino a restituirla alle sue funzioni democratico liberali. Se non lo facesse tradirebbe la filosofia stessa del suo essere autonomia della cittadinanza. Senza Stato, non c’è più cittadinanza.

Ecco, la tesi di fondo di Libertà e Giustizia può indurre un migliormento delle buone maniere, può risultare il fiore all’occhiello per un’entrata in politica di personaggi illustri, ma di per sé non porta all’opposizione liberale. Oggi la società civile deve guardarsi dentro e, conservando senso critico e misura di realtà, avere la consapevolezza che se sul mercato politico non esiste l’offerta giusta, bisogna introdurcela. Oggi, la società civile, per evitare lo spettro dell’Aventino, deve trovare la passione per sapersi mescolare pro tempore alla politica fatta di idee, cultura, programmi per avere "meno Stato e più società civile". Il punto chiave non è divenire direttamente partito. Il punto chiave è dichiararsi esplicitamente dalla parte di chi, assumendosi l’onere del farsi partito, sostenga il modo d’essere dell’associazionismo della società civile con coerenza di impostazione, di comportamenti e di storia culturale. Certo, schierarsi costa fatica e talvolta, in un contesto pervaso da corporazioni chiuse e ossequio al potere, rinuncia al quieto vivere. Ma impegnarsi per mantenere le condizioni di una libera società civile è comunque un investimento vantaggioso.

Ora, alla luce del complesso di considerazioni fin qui svolte, in noi si è radicato il convincimento che la strada dell’opposizione liberale passa per lo sforzo di aggregare liberali, democratici, repubblicani, radicali, laici, riformatori e di sviluppare così una Grande Alleanza imperniata sul primato della libertà che punti ad avviare la riforma e l’ammodernamento della Repubblica. Per corrispondere a questa esigenza che, il 20 ottobre, a Laterina, insieme agli amici di LobbyLiberal, è stata costituita l’AREA LIBERAL, che riteniamo la strada maestra per far tornare a votare chi non lo fa e per dare rappresentanza nelle scelte a quanti oggi se ne sentono privi. Anche in Italia, come nei principali paesi europei, è necessario ottenere una rappresentanza parlamentare autonoma dell’area liberal-democratica-riformatrice: non per arricchire le carriere di tutti noi ma per riequilibrare il clima politico del paese.

In questi tre mesi, è stata giuridicamente costituita l’Associazione AREA LIBERAL, la si è dotata di un portale telematico e si è lavorato intorno alla formazione, regione per regione, di una Conferenza Permanente dell’AREA LIBERAL . Nelle ultime settimane , a seguito dei contatti progressivamente intessuti con i Verdi Verdi ( quelli dell’orsetto ), si sta profilando la concreta possibilità che presto entrino nell’Area Liberal, con pari dignità e portando il significativo patrimonio dell’ambientalismo né influenzato da prassi marxiste né funzionale ai disegni delle grandi multinazionali.

La Grande Alleanza dei gruppi dell’Area Liberal è la strada maestra per dare a tutti coloro che si rifanno ai valori della società civile, dei liberal-democratica-riformatori, dell’ambientalismo non fondamentalista, il coraggio di mettersi alla prova, individuando connessioni collaborative e rivendicando il ruolo che naturalmente dovrebbe spettare al filone culturalmente più dinamico. Questa area non è riducibile ad un sottoinsieme della sinistra, non è confondibile con la destra conservatrice, non è disposta ad affidare la costruzione politica della convivenza a parametri di carattere religioso. E’ la sola risorsa cui attingere, in termini di cultura e di bacino elettorale, per sviluppare un’opposizione liberale che sia l’opposizione dei liberali. Un’opposizione che, nel segno e per mezzo della libertà di ciascuno esercitata secondo le regole, spinga progressivamente a cancellare povertà ed emarginazione dalla convivenza reale.

I mali dell’Italia non si curano senza l’apporto della Grande Alleanza dell’area liberal. Ed è un apporto che non può essere rimpiazzato dai corsi accelerati di liberalismo innestati su altri ceppi culturali, che dal liberalismo sono stati sempre distinti, spesso lontani e talvolta contrapposti. Il risultato di questi innesti non sono politiche più liberali bensì un travestimento che tenta di illudere i cittadini finché ne è capace. Destra, sinistra e liberali restano cose diverse, per mentalità e per comportamenti di fatto. E’ controproducente cercare di aggirare questo stato di cose con artifici che finiscono solo per far confusione e aggrovigliare sempre di più le questioni.

E’ controproducente - invece di ricorrere ai liberali, democratici e riformatori dell’area liberal - pensare di risolvere le carenze programmatiche e di suffragi del centro sinistra cercando di richiamare all’ordine Bertinotti perché non faccia mancare i suoi voti all’Ulivo. Le scelte politiche di Bertinotti sono strettamente coerenti con le impostazioni di principio che dichiara e che pratica, quelle illiberali della sinistra antagonista, e in un’ottica liberaldemocratica ( della quale è un caposaldo la corrispondenza tra quello che si dice e quello che si fa) la sua coerenza non può essere una colpa. Chi si affanna a richiamare all’ordine Bertinotti in questi termini, ha in mente non di battere Berlusconi nel nome di un disegno liberale ma di condurre contro Berlusconi una vera e propria guerra di potere in cui contano solo le alleanze di forza e non quelle di contenuti.

E’ controproducente - invece di ricorrere ai liberali, democratici e riformatori dell’area liberal – pensare di intercettare i delusi del centro destra per le promesse mancate e la truffa politico ideologica di Berlusconi, affidandosi alla favola bella della terza via, per di più facendola impersonare a notori esponenti della tradizione PCI; oppure affidandosi ad uomini di assoluto spessore intellettuale che però, delle origini ad oggi, hanno solcato tutti i mari della sinistra e ricoperto molti ruoli di responsablità senza mai manifestare slanci di limpida progettualità politica, tanto meno improntati a sensibilità liberal.

E’ controproducente - invece di ricorrere ai liberali, democratici e riformatori dell’area liberal – pensare di nascondere il problema politico della sinistra dietro il paravento della critica alla presunta insufficienza del leader D’Alema, quando il punto debole non è tanto il leader quanto l’arretratezza della linea politica e dell’anima della sinistra.

E’ controproducente - invece di ricorrere ai liberali, democratici e riformatori dell’area liberal – pensare di adottare di continuo la tesi dell’emergenza solo perché il mondo reale non corrisponde più ai propri modelli e emblematicamente non si è capaci di sottrarsi all’alternativa tra i due Moretti , quello delle BR e quello dei girotondi, che in verità è lo Scilla e Cariddi di una sinistra prigioniera dei propri modelli culturali arcaici e dedita ad inseguire miraggi che paiono scorciatoie per restare al passo con i tempi, anni fà le toghe corporative, oggi le manovre degli orfani DC..

Per l’Italia occorre una dose massiccia di liberalismo che riporti al dibatitto e alla civile partecipazione collocando i contrasti sul metro della concretezza e della libera convivenza. Senza una crescente aggregazione di un’area liberal, il paese sarebbe come un natante privo di qualcuno che svolga la funzione di timoniere. Non è detto che il timoniere coincida con il comandante ma in ogni caso il comandante non può fare a meno del timoniere. Se la rotta deve essere quella della libertà nelle regole, si deve saper leggere la bussola delle libertà e i liberali sono i più attrezzati, per cultura e per esperienze, a svolgere questa funzione e tener la rotta tra lo sballottio delle onde e le spinte del vento. Non si ricomincia sempre da zero: l’educazione consiste appunto nel comprendere che non si parte mai dal nulla.

Di recente un importante saggista inglese, Adair Turner, ha svolto al riguardo delle considerazioni istruttive su cui il mondo degli oppositori a Berlusconi dovrebbe attentamente meditare. " Non vedo alcuna ragione buona, anzi un certo pericolo, nel chiamare terza via un approccio che non soltanto ha delle profonde radici storiche e che non è per niente una terza via a mezza strada fra socialismo e capitalismo ma è semplicemente un capitalismo con un volto più umano. Il problema essenziale è come conciliare un’economia dinamica e i benefici della libertà economica individuale con l’obiettivo di una società inclusiva, riconoscendo che dei mercati totalmente liberi non raggiungono tale scopo. Non si tratta di un problema nuovo e non siamo la prima generazione che lo pensa. Ha già appassionato a suo tempo John Stuart Mill e John Maynard Keynes. Le sue implicazioni filosofiche e politiche furono studiate da Karl Popper, quelle economiche vennero studiate in profondità da James Meade. E’ un tema ricorrente oggi negli scritti di Paul Krugman, Samuel Brittan e Ralf Dahrendorf. Le politiche concrete da seguire vanno ridefinite di continuo per rispondere ai cambiamenti della realtà economica. Ma il nucleo essenziale di questa filosofia non ha bisogno di un nome nuovo perché già esiste. Si chiama liberalismo. "

Nella situazione politica italiana, rilanciare il liberalismo significa rivoluzionare gli schemi mentali e il modo di approccio alla realtà. Le culture dominanti dei partiti di massa propongono la staticità come aspirazione e dunque adottano modelli ideali slegati dal tempo, che concepiscono il cambiamento solo come transizione per adeguarsi alle caratteristiche della staticità finale. Viceversa il liberalismo è indissolubilmente legato allo scorrer del tempo, alla dinamicità della vita e al cambiamento come condizione essenziale dell’esser vitali. Dal punto di vista liberale, la formula " conservare la libertà" è un ossìmoro e dunque non esprime con esattezza il concetto della libertà liberale: perché la libertà liberale non si conserva fermando il tempo, cioè la vita, si conserva cogliendone l’intima connessione al cambiare. Proprio per questa sua caratteristica, come ricorda sempre Amartya Sen, la libertà costituisce il solo effettivo sviluppo realizzabile. E di conseguenza, divengono centrali gli strumenti cardine della libertà, l’uso del senso critico e il metodo sperimentale, che consentono di conoscere e di adoperare l’immensa e pervasiva forza trasformatrice della conoscenza per fuoriuscire dalla morsa per cui l’umanità sarebbe dominata o dal caso o dalla necessità. Il caso non ha memoria, la necessità ha soltanto memoria di sè e di ciò che deve essere, la libertà ha la memoria di ciò che siamo stati ma si trasforma in memoria che vive nel presente e si proietta nel futuro.

Questa impostazione rivoluzionaria del liberalismo, ne spiega anche le difficoltà di far proseliti nel nostro paese. L’abitudine a considerare come massima aspirazione la staticità proposta dai modelli dei partiti di massa, porta a ricercare la salvezza che quei modelli illusoriamente propongono. E non è facile sradicare questa illusione per sostituirla con l’attitudine a regolarsi sugli insegnamenti dell’esperienza e sull’uso del senso critico. Perciò, per comportarsi da liberali non si può mai dimenticare di essere parte di un conflitto politico di fondo che non ci possiamo permettere di non combattere.

Sostenere la nostra identità di liberali, non è dimostrarsi anacronisti. Anacronista è chi sostiene sistemi che non mettono la libertà del singolo cittadino prima di tutto e preferiscono società ossequienti ai proclami di una grande organizzazione politica o religiosa. L’identità liberale pensa all’oggi in funzione del futuro. E non può mai rinchiudersi in sé stessa, proprio perché si è posta due grandi compiti cui adempiere: mettere la libertà innanzi a tutto e puntare sulla diversità dell’individuo considerandola come risorsa sociale. La nostra mentalità di liberali e il senso critico sono il motore per mantenere aperto il circuito sociale e per conservare sempre la possibilità di alternative tra cui scegliere. Queste sono le finalità della critica liberale nelle attuali condizioni del nostro paese e di quelli evoluti. Non è più solo poter esprimere un’opinione contro un’altra, dando legittimità e valore ad ambedue; soprattutto è misurare la libertà della convivenza sui dati reali, sugli avvenimenti storici e su quelli che si costruiscono e si sperimentano. Nelle democrazie moderne, la libertà di parola è in genere assicurata, ma questo non basta affatto per rendere superflua una politica liberale. Caso mai ne è solo una della premesse. Fare una politica liberale, significa applicare il metodo critico nell’approntare i programmi e nell’agire. E soprattutto, significa ispirarsi all’amore einaudiano per costruire le condizioni effettive di una società libera. In modo che la libera convivenza non risulti in nessun caso un gioco a somma zero, dove si può vincere solo quello che un altro perde.

Per i liberali i grandi disegni non possono esistere al di fuori dei passi che li individuano, li compongono e li rendono un processo nel tempo. Per questo la pace non è un concetto di base per i liberali , perché è una speranza, un’aspirazione, piuttosto che un progetto che si autocostruisce, e come speranza e aspirazione la pace non è e non può essere garanzia di libertà. Viceversa la libertà si costruisce ed è costruttrice della pace. Da qui l’estrema attenzione dei liberali al problema di quali istituzioni e di quali regole preporre alla convivenza. Ben sapendo che naturalmente istituzioni e regole, poiché puntano alle libertà dei cittadini, non possono essere sempre e dovunque le stesse; devono essere commisurate ai problemi del tempo e del luogo. Il che è normale dal momento che la libertà dei liberali non presuppone né pensa di raggiungere l’assenza dei problemi e l’intangibilità del proprio mondo bensì richiede un impegno costante, e talvolta una lotta, per rendere possibile una convivenza più aperta tra i cittadini.

Per i liberali, come ha scritto Dahrendorf, si possono "affrontare e risolvere alcuni problemi posti dalla modernità più attraverso un’estensione internazionale dello stato di diritto che attraverso la costruzione di nuove e più ampie istituzioni democratiche. L’importante è concentrarsi sui modi per rispettare nei fatti i principi dell’ordine liberale che sostengono la democrazia, invece che tentare di imitarne le istituzioni tradizionali".

Per costruire le strutture delle libertà, i liberali fanno tesoro dell’esperienza e dello sperimentare. Il faro per i loro comportamenti è una sorta di prosaica razionalità, che è un pragmatismo di principi, attento a verificare cosa producono le scelte fatte e pronto ad introdurre gli aggiustamenti che si rendano necessari. E questo faro accomuna tutti coloro che sono liberali in politica. Che non sono proprio una cosa identica - il che in fin dei conti è ovvio tenuto conto che il liberalismo è la dottrina della diversità. Ma ciò che conta è che le differenze tra chi è più conservatore, più liberal, più sociale, più classico, più radicale. più economicista, più libertario, più repubblicano o quant’altro sono trascurabili rispetto alle differenze con chi liberale non è, come quelli che confondono individualismo con egoismo oppure quelli che vogliono annullare l’individuo nella comunità oppure quelli che della libertà non riescono a cogliere le strette connessioni con il divenire e il tempo. La prosaica razionalità caratterizza in modo inequivoco la mentalità liberale e la rende il nemico naturale dei fondamentalismi, ideologici e di mercato.

I sei punti individuati a Laterina per l’Area Liberal sono i primi tratti prosaici del disegno di una rotta verso una convivenza più libera ed aperta. Sono i geni costitutivi dell’opposizione dei liberali, che non concepisce altra maniera di opporsi a Berlusconi se non dando vita ad un differente progetto politico sociale, condiviso ampiamente e rispettoso del sistema del maggioritario. In sintesi, ricordiamolo, l’area Liberal vuole innanzitutto uno Stato che non imponga comportamenti dettati da particolari comunità politiche, ideologiche o religiose; vuole un’Unione Europea che fondi la sua costituzione sui valori di cittadinanza libera e tollerante per far crescere ancora il grande disegno della collaborazione di culture diverse e che adotti strutture istituzionali atte ad andar oltre i rapporti tra Nazioni. Inoltre l’Area Liberal propone un’incompatibilità assoluta tra mandato parlamentare e incarichi di governo; una scuola laica che educhi al senso critico e formi soprattutto buoni cittadini della Repubblica; una economia di mercato fondata sulla libera concorrenza e un nuovo sistema di norme per un intervento dello Stato che, senza orientare il mercato verso direttrici prefissate, ne moderi gli eccessi "anarchici" per l’equa tutela ai gruppi sociali più deboli e marginali; la cessione sul mercato di tutte le partecipazioni azionarie del Tesoro; dei robusti investimenti in una università liberata dalle baronie universitarie e in una ricerca scientifica auto regolamentata e libera da vincoli di ordine religioso.

Ora, nei prossimi mesi, diviene decisivo dedicare ogni nostra energia all’impegno esterno per diffondere e divulgare la mentalità e le proposte liberali dell’Area Liberal e far uscire l’intera area liberale dalla gabbia dello zoo intellettuale ove vorrebbero confinarla i conservatori, di centro destra e di centro sinistra. E penso, una volta messo in moto il meccanismo, che il fine naturale di questo impegno di costruzione di un’identità ampia dei liberali, dovrà essere la formazione di una rete di relazioni e di iniziative che, tra un anno e mezzo, possa supportare la presentazione di una lista dell’Area liberal alle Elezioni Europee, elezioni che – qualunque sarà la legge elettorale – più si prestano a focalizzare l’attenzione sul confronto tra i filoni culturali.

Quest’opera di divulgazione dovrà puntare, per la circolazione delle idee, sulle risorse telematiche dei siti dei gruppi fondatori e non potrà prescindere da un robusto approfondimento delle analisi, delle tematiche e delle proposte che sceglieremo per delineare l’immagine del nuovo soggetto Area Liberal e farlo penetrare nel cuore e nel cervello dei cittadini più attenti alle questioni di libertà.

L’ impegno che per un liberale viene prima di tutti gli altri è operare per limitare al massimo gli svantaggi che obbiettivamente fanno carico ai singoli cittadini colpiti da una ridotta funzionalità organica. Per noi liberali questa non è materia di compassione o di carità. E’ l’unico modo coerente di valorizzare l’irripetibilità di ogni individuo, che da una parte ha dei diritti inalienabili nella qualità di vivente dotato di autocoscienza e che dall’altra arricchisce la società come potenziale portatore di contributi né prevedibili né surrogabili. E’ questa naturale affinità per l’attenzione alla personalità di ciascuno e non al privilegio di una presunta normalità, il terreno comune su cui si è naturalmente creato e poi progressivamente rinsaldato il legame tra la FdL e il MOICOS che è impegnato fattivamente sul terreno della socialità e che ha concretamente aiutato la FdL a continuare nel suo impegno.

Dopo l’impegno a favore dei cittadini colpiti da una propria ridotta funzionalità organica, per un liberale viene l’impegno ad operare per migliorare le possibilità e le qualità della convivenza tra i cittadini perché ciascuno possa esprimere al meglio la propria individualità e perseguire i propri modi di vita. E siccome la questione centrale è mantenere al primo posto la libertà di essere diversi, diviene decisivo appuntare l’attenzione sul fatto che i meccanismi della libertà sono necessariamente complessi, articolati e richiedono grande attenzione in modo a essere periodicamente aggiustati. Le istituzioni della libertà sono tante, tutte con funzioni diverse e tutte in qualche modo necessarie ( lo Stato, il mercato, il governo, i partiti, le imprese, i sindacati, le associazioni civili, la scuola, il parlamento e altre ancora a vari livelli nazionali e internazionali ) per interagire e sostenere un complessivo sviluppo fondato sull’iniziativa individuale, sul conflitto secondo le regole e mirato a soddisfare i bisogni del cittadino.

In questa ottica, il liberale deve battersi a fondo contro chi vuole appiccicare addosso al liberalismo l’etichetta di fautore di un fondamentalismo di mercato. Per il liberale il mercato è un’istituzione tra tante, decisiva ma non spontanea e nemmeno autosufficiente; è un dato empirico, non può essere una fede ideologica. Anzi, a ben riflettere, il sostenere la pura spontaneità di un fantomatico ordine capitalista vuol dire negare alla radice la potenza trasformatrice dei liberi atti individuali. Di fatti, il capitalismo spontaneo spingerebbe verso una concentrazione dei soggetti economici autonomi con ciò diminuendo la possibilità dei liberi atti individuali e perciò riducendo il grado di libertà del sistema. Allora il liberalismo adotta con decisione strumenti che ostacolino questo effetto del capitalismo spontaneo. Ma questo è per l’appunto una funzione esterna ad un mercato inteso come autosufficiente. Insomma per i liberali il mercato è uno strumento di libertà, non un rigido modello di riferimento assoluto e di applicazione universale. Per i liberali, il mercato non è una religione ma il sistema più coerente e flessibile per mettere la libertà innanzi a tutto.

A tal proposito, è istruttivo richiamare un’esperienza che è emblematica e da meditare nei suoi significati più profondi, quella delle vicende russe. In Russia, prima vi è miseramente fallito il socialismo reale dei privilegi burocratici senza libertà e senza mercato; poi, nell’ultimo decennio, vi è stato sperimentato che è assai difficile, e soprattutto non rapido, importare il capitalismo senza classi dirigenti adeguate e senza uno Stato abbastanza forte dal farne rispettare le regole e dal far pagare le imposte.

Questa esperienza fa intendere – se ancora ce ne fosse bisogno - che il sistema capitalistico non attecchisce bene sul terreno di una libertà economica senza freni e in mancanza di una mentalità degli operatori che sia adatta. In verità c’è una simbiosi tra le regole essenziali di funzionamento del mercato e quelle che limitano il potere arbitrario dello Stato e combattono i privilegi. La storia ha dimostrato, in pratica, che mercato e libertà si sorreggono l’un l’altra e che l’uno e l’altra hanno bisogno, per funzionare al meglio, di regole duttili da trovare e da applicare senza fondamentalismi. Con quella razionale prosaicità che è il faro del comportarsi da liberali.

L’impegno successivo dei liberali è quello di applicarsi - e di spingere la gente ad applicarsi - per conoscere al meglio la realtà, per capire quello che sta davvero succedendo e confrontarlo con la bussola delle libertà. Ora, la cosa che oggi più colpisce ed appassiona è il cosiddetto fenomeno della globalizzazione e più precisamente del libero scambio globale. E sul cosa sia e cosa possa comportare, si è scatenata, negli ultimi anni anche in Italia, una tempesta poco rispettosa della razionale prosaicità – che invece era il punto di riferimento del Manifesto di Oxford di Liberal International del 1997 – nonché tendenzialmente portata a caricare il libero scambio globale di caratteristiche che non ha, distorcendone così la sostanza. Da sottolineare come la responsabilità di queste distorsioni - che di fatto significa incapacità di comprendere la natura del fenomeno e quindi di assumere nei suoi confronti un atteggiamento utile ai fini della libertà - non sia affatto dei soli no global, ma vada equamente ripartita anche con i fondamentalisti del mercato e le lobbies delle multenazionali dell’industria. Tutti e tre questi gruppi partono dalla premessa, sbagliata, che solo una maggior liberalizzazione degli scambi con i paesi in via di sviluppo può consentire al mondo occidentale di mantenere la propria prosperità e la propria ricchezza. E da questo fanno discendere la condanna senza appello o la celebrazione fideistica del libero scambio globale.

 

 

In realtà , questo modo di intendere la globalizzazione non trova conferma nei dati di fatto. I dati di fatto dicono che un’economia sviluppata poggia sugli scambi con i paesi in via di sviluppo assai meno di quello che si pensi, dal momento che circa il 95% degli scambi avviene tra economie di alta prosperità, vale a dire Stati Uniti, Europa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. I dati di fatto dicono che la globalizzazione non porta tanto ad una competizione tra nazioni quanto piuttosto influenza l’economia dei paesi sviluppati, non da sola ma neppure principalmente rispetto ad altri fattori ( tra cui spiccano la tecnologia dell’informazione e della comunicazione e l’economia dei servizi alla persona e della loro prestazione) e comunque senza sminuire l’importanza delle scelte politico economiche prese a livello nazionale. La competizione c’è ma riguarda le aziende non le nazioni. In altre parole, quello che nella scienza si chiama l’effetto farfalla – lo sbattere delle ali di una farfalla nelle foreste amazzoniche può innescare processi che portano a catastrofi ecologiche anche a diecine di migliaia di chilometri – non va inteso in chiave deterministica neanche nel caso della convivenza umana, nel senso che sono strutturalmente possibili delle contro alternative la cui scelta e il cui esito dipendono dalle risposte dislocate in giro per il mondo.

I dati di fatto dicono che il valore del livello degli scambi resta stabile – e magari un po’ decrescente - pur in presenza di un aumento del loro volume perché i prezzi dei beni e servizi scambiati scendono rispetto ai prezzi di quelli che non si scambiano; e dal momento che nella tecnologia dell’informazione e comunicazione vi è una rapida crescita di produttività che non ci può essere nei settori dei servizi come l’istruzione, la sanità, l’intrattenimento, i collaboratori domestici, il valore aggiunto e i posti di lavoro tendono a spostarsi verso questi settori e dunque a localizzarsi, perché legati alla persona. Nel complesso insomma la tendenza alla crescita degli scambi fisici ed immateriali favorita dalle tecnologie e dal libero scambio su larga scala viene bilanciata da una tendenza opposta alla localizzazione e ad una sorta di artigianalità che il computer non può ridurre.

I dati di fatto dicono che la globalizzazione ha un diverso impatto sui paesi evoluti e quelli in via sviluppo. Quelli evoluti non hanno tanto visto aumentare gli scambi di capitali quanto superata la distinzione tra esportatori e importatori di capitali. Quelli in via di sviluppo sono passati dai finanziamenti bancari e statali o di altri enti ed istituzioni, ad invesimenti diretti delle multinazionali ed in genere tendono ad adottare un politica di liberalizzazione interna del paese. Quello che è stato globalizzato è la filosofia dei liberi mercati, con grandi benefici a molti paesi in via sviluppo, dato che, anche se concorrono anche altri fattori e circostanze, i più bassi livelli di libertà corrispondono alle maggiori povertà, principalmente in Africa ( Congo e Zimbabwe, Zambia e Rwanda).

I dati di fatto dicono che di sicuro non è vero che la globalizzazione accentua la diseguaglianza tra le nazioni ( Cina, Corea e altre asiatiche crescono più rapidamente degli Stati Uniti ma anche studi accuratissimi mostrano che i coefficienti di diseguaglianza stanno scendendo per la prima volta dalla rivoluzione industriale). E’ invece vero, entro certi limiti, che la globalizzazione accentua la diseguaglianza all’interno di ciascun paese, specie in quelli in via di sviluppo, perché in genere i concomitanti processi di liberalizzazione e di privatizzazione inducono differenti dinamiche salariali tra settori publici e privati e tra tipologie di lavoro a seconda della qualificazione.

I dati di fatto dicono che tutti i mercati non sono mai perfetti e pertanto sono molto diversi tra di loro, talvolta in modo diametralmene opposto (mercato del lavoro e mercato finanziario). I primi non sono mai del tutto flessibili e sono vischiosi, vale a dire che, per ragioni normative diverse ma anche di carattere psicologico e sociale, reagiscono lentamente e non del tutto come vorrebbe la teoria per raggiungere il livello di equilibrio capace di assicurare il massimo impiego. All’opposto i mercati finanziari tendono naturalmente ad essere molto più volatili di quanto indichirebbe la teoria e possono registrare oscillazioni di prezzo irrazionali, che impediscono, anche per lunghi periodi, di assestarsi sui livelli di equilibrio e possono produrre effetti dannosi all’economia. (e ciò non per caso, ma perché nel settore finanziario vi è difficoltà nell’individuare il giusto valore di prodotti non reali, le commissioni di compravendita sono molto inferiori ad altri prodotti, vi è un’asimmetria dei rendimenti a carico della maggior parte degli operatori del settore, che sono intermediari tendenzialemente non chiamati a rispondere delle perdite). Anche quando si tratta di mercati efficienti e ragionevolmente liberi da insider training ed anche se le informazioni sul mercato sono diffuse in simultanea a tutti, è difficile evitare le ondate psicologiche dell’Orso o del Toro. In pratica la regolamentazione dei mercati bancari e finanziari deve essere appropriata, vigile e la liberalizzazione affrontata con cautela consapevole della complessità e non di tipo dogmatico, per imbrigliare la tendenza ad eccessive reazioni del mercato finanziario. Basti pensare che se aumentasse all’improvviso la propensione al risparmio anche di solo un 3%, gli effetti sulla capacità di finanziare gli scambi sarebbero pesantissimi. Però, mentre nei paesi sviluppati gli effetti più perversi di improvvisi cambiamenti possono essere disinnescati dalle strumentazioni politiche esistenti, nelle economie dei paesi in via di sviluppo e ai soggetti più vulnerabili possono provocare costi sproporzionati al di là di qualsiasi errore eventualmente commesso e mettere in forse le condizioni per un’apertura dell’economia mondiale.

I dati di fatto dicono che la liberalizzazione dei prodotti è largamente positiva ma deve essere bidirezionale tra paesi sviluppati e non. Non è possibile continuare con il doppio standard, per cui i paesi ricchi aiutano le loro agricolture e al tempo stesso chiedono a quelli poveri di liberalizzare, provocando così una concorrenza perversa a scapito proprio di chi avrebbe più bisogno di trovare sbocchi consistenti verso i paesi più ricchi. E’ di scuola il caso grano. Gli aiuti all’esportazione in USA e nell’UE portano dei prezzi bassi nelle forniture all’Egitto che poi, facendo parte del Gruppo africano, può vendere sottocosto sui mercati africani e dunque rovina le agricolture locali. Analogo caso con la farina di riso in Indonesia. La nuova proposta UE al negoziato WTO a Ginevra in queste settimane propone minori sussidi e un qualche maggior equilibrio ma il problema resta, come resta quello di una qualche forma di prelievo sulle transazioni finanziarie internazionali, tipo la tassa proposta dal liberale Tobin, che ha difficoltà attuative evidenti, ma che mette in rilievo un problema importante.

Nel complesso conoscere meglio la realtà, fa capire che è l’uso distorto del mercato – o per difetto o per eccessiva spontaneità – che accentua i problemi e talvolta ne crea. Ma la cura è puntare su un uso più diffuso dei meccanismi di mercato. Naturalmente avendo presente che il mercato ha diverse possibili articolazioni e richiede aggiustamenti di continuo, anche attraverso manovre tariffarie e fiscali rese possibili a livello nazionale dagli Stati e da accordi nell’ambito di organismi internazionali. Occorre muoversi all’insegna di una maggior concorrenza, di una regolamentazione sempre più accurata, di un pragmatismo nei regimi valutari. E sotto questo profilo, ben si comprende come lo Stato e i Governi abbiano un ruolo di enorme importanza per rendere il capitalismo utile dal punto di vista sociale e sostenere il successo economico di lungo periodo proprio occupandosi di quei settori, a cominciare da scuole, sanità, riforme quadro delle strutture economiche generali che consentono un miglior funzionamento dell’applicazione delle libere iniziative dei cittadini.

Un approccio simile deve essere adottato pure nelle questioni ambientali, dove non occorre meno mercato bensì un uso più penetrante e coerente dell’economia di mercato. Tenendo conto del fatto che nelle questioni ambientali esistono pure delle problematiche che influiscono sulla competitività internazionale ed altre che sono rilevanti anche se non direttamente implicate in una funzione economica classica. Ma la risposta a queste problematiche non può né deve essere quella dello scontro da guerra di religione tra gli ecofanatici e gli adoratori dell’economicismo senza frontiere. Gli ideologismi rigidi, più stanno lontani dall’ambiente, meglio è. Foss’altro perché in problematiche di questo tipo rientrano questioni la cui importanza per la nostra vita è destinata a crescere progressivamente ed a cui pertanto è bene dedicare la massima attenzione e la massima razionale prosaicità per evitare appunto che nel prossimo futuro determinino un restringimento delle libertà del cittadino.

Mi riferisco soprattutto ai problemi dei livelli di concentrazione di CO2 nell’atmosfera , del congestionamento della mobilità provocato dalla sua stessa centralità nei sistemi di scambio, del rapporto dimensionale tra aree interessate ad insediamenti antropici e aree che non lo sono. La complessità di questi problemi già ci da una precisa indicazione. Le risposte non possono essere semplici e dunque occorre applicare una logica di mercato che si è dimostrata la strumentazione più duttile e più penetrante per scovare la soluzione più efficiente ed efficace a moltissimi problemi. Anche in questi settori, è indispensabile adottare come criterio centrale quello dell’analisi costi / benefici , che certo non è facile – perché non è facile anche dal punto di vista psicologico tener conto di costi che non toccano cose misurabili (ad esempio come i diritti di proprietà ) , che spesso non sono precisamente definibili , che insomma sono per così dire alieni e per di più non di rado lontani nel tempo e nello spazio. Ma è il solo criterio che, per quanto già sperimentato, ha dimostrato la capacità di avviare la soluzione dei problemi cui è stato applicato, e che inoltre ha il merito di implicare una maggior partecipazione di ogni cittadino, perché da liberali sosteniamo che in fin dei conti sono i cittadini i titolari ultimi della valutazione costi / benefici e delle scelte da essi conseguenti.