Riportiamo l'articolo di Piero Ostellino  (Corriere della Sera del 24 settembre 1998 ) che inquadra nell'ottica liberale la decisiva questione dei rapporti tra media e democrazia


 

Il millennio che si chiude vedrà la morte della moderna democrazia liberale per agorafobia? I grandi spazi aperti dell'"agorà telematica" la stanno soffocando, esattamente come i chiusi e ristretti "palazzi del totalitarismo e dell'autoritarismo" la soffocarono, fino a minacciarne la morte per claustrofobia, in questo secolo.

Invece di chiedersi se sia stato "giusto" esporre al pubblico ludibrio i vizietti privati di un presidente americano sessuomane, il mondo avrebbe, dunque, fatto assai meglio a chiedersi quali conseguenze, per il futuro del sistema politico in cui felicemente viviamo, avrà la diffusione di quella sorta di "democrazia diretta e istantanea" che sono i sondaggi d'opinione e quelle "adunate televisive", chiamate, assai opportunamente, "Tv spazzatura". Forse, la risposta sarebbe stata proprio questa: la probabile fine della moderna democrazia liberale per "asfissia da partecipazione popolare".

Fino a ieri, nelle grandi e complesse società di massa moderne, era tecnicamente impossibile il "governo diretto del popolo". La partecipazione diretta dei cittadini, "nella piazza principale" (nell'agorà), ai processi decisionali si confà unicamente a piccoli Stati e a ridotte comunità dove, come ha scritto Rousseau, "il popolo può facilmente radunarsi e in cui ogni cittadino può conoscere altrettanto facilmente gli altri".

Perciò, la moderna democrazia liberale aveva previsto una serie di meccanismi sia di rappresentanza politica, sia di separazione istituzionale fra Stato e società civile. Ciò al fine di consentire, da un lato, la nascita di una società civile pluralistica e autonoma e, dall'altro, la presenza di istituzioni statali responsabili di fronte a essa grazie a appositi strumenti di controllo (come i partiti, le legislature, i mezzi di comunicazione).

Oggi, però, la tecnologia sta rendendo relativamente facile ciò che, fino a ieri, era impossibile. Entra così in crisi, con la separazione fra società civile e Stato, anche il meccanismo di rappresentanza politica e, con esso, quello di delega a governare. Il popolo, grazie alle "adunate televisive" e alla telematica è perennemente in campagna elettorale e, quindi, in grado di togliere ai propri governanti, in qualsiasi momento, la delega. Decade anche il concetto di legislatura come elemento temporale di giudizio popolare sull'operato dei propri eletti.

Se ci si limitasse alla traduzione letterale di democrazia come "comando del popolo", o alla funzione che Popper le assegna di poter destituire senza spargimento di sangue, più che di eleggere, i governanti, se ne dovrebbe concludere che è stato fatto un ulteriore passo in avanti lungo la strada della democrazia compiuta. Ma se si intende per democrazia anche e soprattutto, sempre nella definizione popperiana, "un mezzo per evitare la tirannide", per impedire ogni tipo di comando che non sia quello dello Stato di diritto e per difendere la libertà personale da tutte le forme di dominio, allora, la conclusione è, invece, che si è fatto un grande passo indietro.

In democrazia, non c'è il principio che il popolo (o anche solo la sua maggioranza) abbia sempre ragione, perché il popolo (o la sua maggioranza) può sbagliare. "Qualunque gruppo si voglia considerare come il popolo, si tratti dei militari, dei funzionari, dei lavoratori e degli impiegati (giornalisti, commentatori della radio e della televisione, scrittori, terroristi, adolescenti) non vogliamo - scrive ancora Popper - il loro potere, né il loro dominio".

Il solo "dominio" nei confronti del quale chi è liberale e democratico fa eccezione rimane quello della rule of law, della sovranità della legge. L'amore per la libertà non deve far trascurare i pericoli del suo abuso.

PIERO OSTELLINO