Coltiviamo una speranza. Che la stampa nazionale, dopo aver dato notizia, senza tanti giri di parole, dello schiaffo rifilato dal vertice dell'Ulivo al Governo sul pacchetto Flick, prenda coraggio e non si periti a dire che l'Ulivo mondiale è una bufala globale.
Il pacchetto sull' "indulto" era stato lanciato con piglio napoleonico e in termini più sbrigativi ma con la stessa tecnica massmediologica usata per l'Ulivo planetario. I dioscuri di Palazzo Chigi ( nel caso "indulto" scortati dai due reduci di Cernobbio '94) fanno filtrare casuali indiscrezioni sull'evento. Il resto lo fa il tam tam del giornalismo propenso al lancio di spettacoli più che al vaglio critico, e così acquista aspetto concreto un evento virtuale. Nel caso dell'Ulivo planetario, il tam tam è stato talmente ossessivo che perfino le obiezioni di D'Alema hanno trovato ascolto con difficoltà.
In certi ambienti si è giunti a bollare come sprovveduto chi non si affretta a convincersi che il forum a New York del 21 settembre tra Clinton, Blair e Prodi sarà il primo passo di una nuova aggregazione politica. Naturalmente né Clinton né Blair danno il minimo appiglio a queste fantasiose interpretazioni (anzi, collegandosi al sito http://www.law.nyu.edu/forum/ si può scoprire che il forum sul rafforzamento della democrazia nell'economia globale non è stato affatto organizzato, come in Italia si fa intendere, dalla Casa Bianca bensì dal Preside della Facoltà di Legge dell'Università di New York, che ha sfruttato la concomitanza della cerimonia di apertura dell'Assemblea delle Nazioni Unite per far partecipare anche leader politici di rilievo al forum di grandi esponenti del mondo del lavoro, degli affari e dell'università). Ma quello che conta in Italia è l'ammicco dei potenti che sanno. E se i potenti ammiccano a incontri per l'Ulivo planetario, vuol dire che sull'Ulivo planetario ci si può scommettere.
Del resto, l'inconsistenza di una prospettiva internazionale non preoccupa i profeti dell'Ulivo planetario. Descrivono l'Ulivo planetario come superamento dei grandi filoni culturali, come alleanza mondiale dei "buoni" contro le forze oscure della globalizzazione. Parlano del mondo ma si riferiscono all'Italia, che dell'Ulivo planetario è il solo, vero obbiettivo. Vogliono far intendere che è in grande sviluppo quella stessa formula che i dioscuri cercano dal '96 di far decollare in Italia: l'Ulivo come unico ed indistinto movimento buonista fondato sui suoi leader di governo e non l'Ulivo come coalizione programmatica di culture diverse.
L'Ulivo planetario è un diversivo per tentare di dar fiato al Movimento dell'Ulivo, finora impantanato nelle sue ambiguità irresolubili. Il disegno originario dell'Ulivo puntava alle grandi riforme, ma queste non si fanno cercando di annullare i filoni culturali diversi fondatori dell'Ulivo. Qui sta l'ambiguità del Movimento dell'Ulivo. Nel maggioritario, i filoni culturali diversi ( la sinistra di derivazione marxista, i cattolici, i liberali, i socialisti democratici, gli ambientalisti non fondamentalisti) possono costruire riforme attraverso il confronto per elaborare programmi comuni. Se viceversa si pretende di costringere quei filoni culturali a perdere le rispettive peculiarità - che sono state forti ieri, che lo sono ancor oggi, e che nelle questioni di fondo sono destinate e restarlo - si apre la strada all'albero del conformismo e dell'uniformità, un albero che non hai mai avuto come frutto le riforme.
I dioscuri di Palazzo Chigi avevano lavorato tanto al successo mediatico del forum del 21 settembre tra Clinton, Blair, Prodi a New York presentato come lancio dell'Ulivo planetario.Purtroppo la diabolica destra americana, preoccupata per la nuova aggregazione politica, ha distrutto i loro sogni pubblicitari programmando in TV nello stesso giorno la testimonianza di Clinton sul sexgate. Così, oscurati negli effetti speciali (dopo che già l'ipotesi Ulivo planetario non era decollata quanto a credibilità internazionale), i dioscuri di Palazzo Chigi hanno riformulato il loro copione. Hanno cominciato a sostenere che l'obbiettivo non è dar vita ad una nuova aggregazione politica ma porre le basi di una terza via tra il socialismo e il liberalismo. Anche questa nuova formulazione non dà però spessore all'Ulivo planetario e non ne cela l'intento strumentale a fini italiani.
L'espressione terza via può essere interpretata in due modi. Il primo è che esprima la necessità di abbandonare la cultura socialista e quella liberale, colpevolmente carenti. Ma se l'obiettivo politico è trovare soluzione ai problemi della convivenza ai vari livelli di un mondo che cambia e che continuerà a farlo, perché rinunciare ad individuare terapie maturate nel confronto tra le culture esistenti, scegliendo invece di azzerare tutto e di avventurarsi nella costruzione di una nuova teoria culturale interamente da sperimentare ? Più che riproporre l'utopia di una nuova palingenesi risolutrice, perché non cercare risposte secondo ragione e secondo esperienza legate alle differenti sfide emergenti?
L'altro modo di interpretare l'espressione terza via è che esprima la necessità di definire una sintesi tra il socialismo e il liberalismo che sia forte delle rispettive robustezze politico culturali. In verità questa interpretazione non spiega il mancato invito a New York (ammesso e non concesso che fosse vera la tesi dell'incontro per l'Ulivo planetario) del Primo Ministro del Canada Chretien, Vice Presidente dell'Internazionale Liberale , che sarebbe stato il naturale dirimpettaio del socialista Blair. Ma comunque, prendendola per buona, in base a quale titolo la funzione guida della sintesi, nel ramo italiano dell'Ulivo, dovrebbe essere destinata a personalità mai appartenute al mondo socialista o a quello liberale ( quelle anzi che, nell'area della sinistra, hanno tradizionalmente rappresentato idee politiche nei fatti sconfitte dal socialismo, e che, nell'area moderata, hanno tradizionalmente rappresentato pratiche politico gestionali nei fatti sconfitte dal liberalismo)? Non sarebbe preferibile rinunciare al nuovo per il nuovo (che è solo conformismo) e, per elaborare le risposte concrete ai problemi della convivenza , seguire la via del confronto tra i rappresentanti non improvvisati delle diverse culture socialiste e liberali?
Insomma, anche nella nuova formulazione, l'Ulivo planetario è caratterizzato da una ambigua mancanza di radici che depista l'originario progetto riformatore dell'Ulivo sulla strada di un mero disegno di potere.
Le idee di Ralf Dahrendorf
24 settembre 1998, articolo pubblicato su La Repubblica
I NUOVI APOSTOLI DELLA TERZA VIA
di RALF DAHRENDORF, Presidente d'onore dell'Internazionale Liberale
LE STELLE non sono particolarmente
favorevoli al tanto annunciato convegno dei capi del mondo della Terza Via. Il convegno si
è svolto, come programmato, lunedì alla Facoltà di legge della New York University, ma
lo show è stato oscurato dai video di Clinton, per quanto Hillary Clinton, seduta in
prima fila, abbia tentato di farlo scordare ai presenti. Altrettanto importante: due dei
protagonisti invitati erano assenti. Il presidente del Brasile, Cardoso, ha problemi a
casa nella corsa per la rielezione tali da non poter correre il rischio di lasciare il
paese. E il primo ministro di Svezia, Persson, non è riuscito a recarvisi per via del
fatto che alle elezioni di domenica non è che abbia precisamente vinto.
Come il primo ministro Jospin in Francia e naturalmente come Romano Prodi in Italia,
Persson dipende ora da un partito che si colloca all' estrema sinistra dello spettro
politico, la qual cosa non può che ricordargli la fragilità del suo nuovo progetto.
Cos'è questo progetto in ogni caso? Se ne è scritto parecchio, ma la dinamica della
Terza Via non è diventata molto più chiara. Il breve pamphlet di Tony Blair - pubblicato
in concomitanza con il convegno newyorchese - ha per sottotitolo "Nuove politiche per
il nuovo secolo". Per i Nuovi Laburisti tutto dev'essere ora "nuovo", il
che autorizza il sospetto che l'involucro sia importante quanto il contenuto. Per quanto
riguarda il contenuto, esso suona come una sintesi universale: "La mia visione del
XXI secolo contempla delle politiche popolari che permetteranno di riconciliare punti di
vista che nel passato sono stati erroneamente considerati antagonisti, patriottismo e
internazionalismo, diritti e responsabilità e la promozione dell'imprenditoria e
l'attacco alla povertà e alla discriminazione".
Queste parole di Blair potrebbero essere anche una buona sintesi del nuovo libro del suo
guru, Anthony Giddens della London School of Economics. Tuttavia, il libro di Giddens
contiene un elemento che ha sorpreso gli osservatori che seguono Blair. Negli ultimi mesi,
Blair e i suoi consiglieri avrebbero probabilmente collocato la Terza Via tra il
neoliberalismo e la socialdemocrazia. Ora la socialdemocrazia è tornata nei loro favori;
Giddens parla del "rinnovamento della socialdemocrazia". Una posizione rivolta a
coloro che nella sinistra altrimenti potrebbero approdare a un nuovo e potenzialmente
minaccioso partito, un partito come il Partito Nazionale Scozzese che a volte si definisce
i "veri laburisti"; ma che, in ogni caso, non ha alcun valore riguardo al fatto
che la Terza Via sia ora una sorta di "rifondazione socialdemocratica".
Il risultato è l'emergere di una nuova struttura politica. Affollandosi intorno al
centro, due progetti si fanno la concorrenza. Uno è il progetto neoliberale, un po'
evoluto rispetto alla versione Reagan-Thatcher, anche se non di molto. L' altro progetto
è quello neosocialdemocratico alla Clinton- Blair. Entrambi rispondono alla sfida della
globalizzazione, l'uno con una specie di fondamentalismo del mercato, l' altro con una
filosofia del mercato temperata da elementi di carattere solidaristico. In entrambi i
fronti dello schieramento sopravvivono - anzi, guadagnano forza - scelte molto più
radicali. Rifondazione comunista e Rifondazione fascista sono probabilmente definizioni
esagerate, ma è altrettanto chiaro che la sinistra socialista e la destra nazionalista
giocano un ruolo consistente nella nuova scena politica.
Cosa ci dice tutto ciò della possibilità di dare alla Terza Via, al progetto
neosocialdemocratico, un respiro universale? Sarebbe possibile qualcosa tipo un Ulivo
Mondiale? Lo stesso nome sembra indicare le differenze piuttosto che le similitudini.
Prodi, ex democristiano, è difficilmente un uomo del Neolaburismo, e non è nemmeno un
Neodemocratico. Per caso egli è, contrariamente a Clinton e a Blair, un economista.
Presumibilmente non sarà soddisfatto con l'approccio assai morbido dei
neosocialdemocratici, i quali, in sostanza, vogliono lasciare l'economia alle forze del
mercato pur aggiungendoci un po' di solidarietà e di spirito comunitario. L'Ulivo è, a
ogni buon conto, una formula per una coalizione e non può essere quindi descritto in
termini di "grande idea".
La realtà francese e le prospettive svedesi sono rivolte ad altre due varianti delle
nuove politiche. Nei Paesi Bassi il governo che è stato confermato in carica combina
neoliberali e neosocialdemocratici in un solo gabinetto, e lo fa anche in modo assai
efficace. Succederà lo stesso in Germania dopo le elezioni di domenica prossima?
E ciononostante, tutto ciò detto e
fatto, la questione centrale dello sfortunato convegno di New York non dovrebbe essere
tralasciata con leggerezza. Allo stesso modo in cui i progressi neoliberali dei primi anni
Ottanta segnarono un cambiamento decisivo negli atteggiamenti riguardanti la comunità, il
progetto neosocialdemocratico risponde alle tendenze di questi tempi. Praticamente non
c'è di questi tempi una qualche riunione internazionale in cui non venga avanzata la
richiesta di contenere i mercati finanziari con nuove regole. Più in generale, il
fondamentalismo di mercato ha fatto i suoi giorni nella maggior parte dei paesi (per
quanto non ancora in alcuni dei "mercati emergenti" dell'Est Europeo, dell'Asia
e dell'America Latina). Dunque una nuova politica sociale non può non essere messa in
cima alla lista delle priorità; sarà una politica che combatterà l'esclusione. Il suo
argomento centrale (come sottolineato sia da Blair che da Giddens nelle loro
pubblicazioni) non è più il vecchio motivo dell'uguaglianza, ma uno nuovo che incoraggia
e permette alle persone di usare la propria iniziativa per garantire il reddito di base.
C'è pertanto un nuovo spirito nella politica del consenso o, comunque, un distacco dal
neoliberalismo nel suo produrre divisione. I neosocialdemocratici sono più preoccupati di
occupare il posto al centro. O si dovrebbe dire che il centro stesso si è spostato un
poco a sinistra?
Tutto ciò è una base fattibile per una nuova alleanza internazionale? Questo nuovo
spirito è sicuramente presente in molti luoghi. I partiti che l' hanno raccolto sono
spesso partiti tradizionali della sinistra. Ma quello che ora difendono non è poi tanto
nuovo quanto i loro protagonisti amano rivendicare. La combinazione di valori e di
pragmatismo che patrocina Tony Blair ha caratterizzato anche i vecchi socialdemocratici
oltre che quelli nuovi. Quindi le vecchie organizzazioni, includendo l' Internazionale
socialista, possono servire abbastanza bene allo scopo di mettere in collegamento i
neosocialdemocratici ovunque. E ci rimane un buon margine di spazio per punti di vista
meno ortodossi, forse anche liberali, che potranno anche non trovare un proprio partito,
ma che sono il sale del discorso politico a mano a mano che s'insedia la nuova ortodossia.
(Traduzione di Guiomar Parada)