FECONDAZIONE ASSISTITA
di Raffaele Prodomo
A proposito delle recenti polemiche sulla proposta di
regolamentare la fecondazione artificiale, il prof. Sergio Cotta
ha invitato a prendere sul serio il problema etico e a condannare
senza esitazioni sia la fecondazione eterologa sia l'estensione
degli interventi medici di procreazione assistita alle coppie di
fatto. In un'intervista ad uno dei maggiori quotidiani nazionali
egli afferma che "Questa è la vera posizione liberale:
prima deve venire l'etica", intendendo che nelle questioni
morali non devono entrare compromessi o strumentalizzazioni
politiche.
A prima vista, sembrerebbe paradossale che un noto filosofo
cattolico, presidente internazionale dei giuristi cattolici,
nella stessa intervista in cui critica Marini, segretario del PPI
(partito di dichiarato orientamento cattolico), per aver
preferito la fedeltà alla Costituzione repubblicana all'obbedienza
al Papa e ai suoi insegnamenti, dica, poi, anche che cosa deve
pensare e fare un liberale. Tuttavia, dimenticando queste
circostanze, che pure indurrebbero a considerare il prof. Cotta,
almeno come maestro di liberalismo, poco affidabile, proviamo a
prendere sul serio il suo invito e a considerare la questione
della fecondazione eterologa e delle coppie di fatto da un punto
di vista etico. Anche perché perplessità analoghe sono state
sollevate di recente anche da parte tradizionalmente liberale. Mi
riferisco ad un recente articolo di Ernesto Galli Della Loggia,
in cui ci si chiede se la fecondazione eterologa non possa
mettere in discussione "il carattere biologico-personale
della discendenza".
Per chi è diventato liberale leggendo Benedetto Croce non c'è
nessun problema a compiere una tale operazione intellettuale. Il
liberalismo non è solo costruzione politico-giuridica ma anche e,
soprattutto, scelta etica, addirittura, secondo Croce, scelta
religiosa. Ed è proprio in quanto fedele della laica religione
della Libertà che mi rifiuto anche solo di immaginare una società
in cui fosse proibito a due persone di sesso diverso, adulte e
consapevoli, legalmente sposate o meno, di avere un figlio (altrimenti
impossibile da far venire al mondo) attraverso una fecondazione
eterologa, ossia facendo ricorso al seme di un donatore anonimo.
Troverei questa proibizione assurda quanto una legislazione, ad
esempio, che vietasse le adozioni, giustificando il divieto con l'argomento
che al bambino adottato verrebbe negato un legame naturale e
biologicamente fondato con i genitori adottivi. Se ben si
riflette, infatti, la fecondazione eterologa ha molte analogie
con la pratica dell'adozione. Si potrebbe parlare di una sorta di
adozione solo da parte paterna, in quanto il partner maschile si
impegna ad adottare, o riconoscere, un figlio generato dalla
propria compagna o sposa con l'ausilio del seme di un donatore.
Tuttavia, un atteggiamento proibizionista in questo campo sarebbe
sbagliato non solo perché pretenderebbe di sanzionare
giuridicamente una scelta morale individuale, limitando, quindi,
il valore etico-religioso della Libertà, ma, soprattutto, per un
altro motivo. Si tratterebbe, infatti, di una condanna morale
dettata da una concezione dei rapporti familiari fondata sulla
mistica esaltazione del rapporto di sangue. E questo è un vero e
proprio frammento archeologico di un'etica biologizzante, ossia
di un'etica che pretende di ritrovare nella natura un ordine
anteriore e superiore alle scelte culturali che l'uomo compie
concretamente nel corso del suo sviluppo storico. È proprio
questa etica che non convince affatto.
Chiarito il punto, ossia che l'etica liberale su queste questioni
può essere tutt'altra da quella proposta da fonti più o meno
attendibili, è interessante spiegarsi il perché di un tale
atteggiamento. Alla base di prese di posizione così apodittiche
(mi riferisco a quella di Cotta, in quanto Galli Della Loggia
esprime le sue riflessioni, più laicamente, in forma dubitativa)
c'è, a mio modo di vedere, una vecchia abitudine di alcuni
cattolici, soprattutto italiani, a considerare la propria
religione e la propria morale come la Religione e la Morale
scritte con la maiuscola, per cui chi dissente da esse non
professa un'altra fede o persegue altri valori morali ma è, più
semplicisticamente, senza fede e senza valori.
È bene esser chiari su questo: anche se si possono comprendere
le ragioni storiche e geografiche di questo integralismo
intollerante, francamente, non lo si può più accettare in una
discussione pubblica.
Raffaele Prodomo
Ottobre 1998