Non mettere la virtù al di sopra delle regole


di Valerio Zanone

(da Il Sole 24 ore del 15 agosto 1998)

  

Quest’anno il sogno di mezza estate è stato la ricerca dei giacobini. Mentre giornali e rotocalchi ne andavano in cerca usciva sul Sole 24 ore il sondaggio di Diamanti sul senso civico degli italiani. Ne risultava il ritratto collettivo di una nazione dove i cittadini politicamente impegnati e appassionati sono meno dei cittadini indifferenti o insofferenti; il vincolo comunitario più forte è il localismo del campanile, del quartiere e del vicinato; il familismo è antico, il civismo occasionale. Poiché nel bene e più spesso nel male la prima virtù giacobina è il dovere dei cittadini verso lo Stato, è difficile trovare un Paese meno giacobino dell’Italia.

Ci sono però due versioni del giacobinismo che possono trovare un referente nella storia dell’Italia recente. La prima versione è quella del giacobinismo "mite" che, senza arrivare all’estremismo, tuttavia privilegia i doveri pubblici rispetto al permissivismo privato. Quella versione ha avuto in Italia una sua tradizione peculiare nell’azionismo. Che si trattasse di una tradizione irrevocabilmente minoritaria lo si vide all’inizio della Repubblica, quando il Partito d’Azione, che aveva svolto un’azione di primo piano nella Resistenza, non resse alle prime prove elettorali, I dirigenti azionisti si dispersero da allora nei vari partiti della Sinistra, portandovi la propria intransigenza minoritaria e quella psicologica dell’indignazione che anche i postazionisti di oggi rivendicano come proprio connotato nei confronti dei comportamenti pubblici spregiativamente definiti "all’italiana".

Vengono da quella esperienza anche gli altri connotati che tuttora si rimproverano ai postazionisti alias neogiacobini: un certo autocompiacimento nel ritenersi cassandre in un Paese opportunistico; l’orgoglio (o la rassegnazione) di ritenersi cittadini di una "altra Italia" rispetto alla mediocrità quotidiana; il proposito (o la pretesa) di insegnare il progressismo alla Sinistra e l’illuminismo all’alta borghesia; e infine e soprattutto la propria autocertificazione come "coscienza critica", che è un altro modo per segnare la propria distanza anche rispetto al contesto che si condivide.

Nella polemica di mezza estate si è però affacciata anche una versione del tutto diversa del giacobinismo italiano: non il giacobinismo mite degli azionisti storici, ma quello intollerante del sessantottismo e dei suoi ormai trasformati epigono. Il difetto più grave che si imputa ai giacobini all’italiana non è infatti fra quelli già detti, ma piuttosto è l’intolleranza di chi negli argomenti che utilizza e nel linguaggio con cui si esprime rifiuta il dialogo con gli interlocutori, non conosce oppositori con cui discutere ma solo nemici da abbattere, almeno a parole. La demonizzazione e criminalizzazione dell’avversario fa parte indubbiamente del retaggio sessantottesco. A distanza di trent’anni anche gli epigoni del Sessantotto si sono dispersi nelle posizioni politiche più disparate, comprese quelle più lontane dal punto di partenza. Si può rintracciare, volendo, la traccia di quella intolleranza in personaggi tanto della Sinistra quanto della Destra di oggi.

Dunque nella prima versione il giacobinismo all’italiana è soltanto un’attitudine minoritaria e nella seconda versione è soltanto una traccia diffusa. L’interpretazione più attendibile è perciò che la polemica di mezza estate sia una metafora per segnalare la disputa ben più sostanziale, destinata a riattivarsi dopo il Ferragosto.

La disputa riguarda in realtà il più classico dei temi giacobini, ossia l’uso degli strumenti di giustizia come fattore del mutamento politico. I giacobini classici ricorrevano alla giustizia per mettere la "virtù" sopra le regole, contro i liberali classici che difendevano le regole come prima virtù della giustizia. Oggi si discute sui giacobini per discutere sull’impiego della giustizia come mannaia politica. In realtà la transizione politica italiana è iniziata nel 1994 con un ricambio del ceto politico in cui le telecamere delle aule giudiziarie hanno funzionato da ghigliottina. Ma in proposito il giudizio più imparziale e insieme più severo resta quello dell’ Economist. Una democrazia liberale non ammette la persecuzione giudiziaria degli oppositori: ma una democrazia liberale non ammette neppure l’accordo fra maggioranza e opposizione per neutralizzare i magistrati scomodi.

Il solo fatto provato è che nelle falle della transizione politica il potere giudiziario ha esercitato in Italia un’azione dirimente, osannata o demonizzata dalle parti politiche secondo le convenienze. La ricerca di regole costituzionali che garantissero erga omnes i diritti di difesa e il presidio della legalità è fallita per mancanza di valori umani. La debolezza della democrazia liberale in Italia non è nella mancanza o nell’eccesso di giacobinismo, ma nel deficit storico del senso dello Stato.