La medicina contemporanea tra tendenze autoritarie e libertà terapeutica
( a cura di Raffaele PRODOMO, responsabile per la Bioetica
) .
Il dibattito sulla bioetica è stato il più delle volte
monopolizzato da alcuni problemi di etica medica particolarmente
esplosivi: nel tempo l'aborto, l'eutanasia, la fecondazione
assistita e l'ingegneria genetica. Questo ha portato a trascurare
due cose fondamentali. In primo luogo, il fatto che non esiste
solo la bioetica medica ma sono importanti anche le questioni di
bioetica ambientale e bioetica animale. In secondo luogo, la
necessità di dedicare attenzione, invece che a temi e questioni
importanti ma particolari, ad una riconsiderazione più
complessiva del ruolo e dei compiti della medicina. Si sono
privilegiate, infatti, nell'ambito della bioetica medica le
questioni di frontiera rispetto alle questioni quotidiane,
riprendendo una felice e nota distinzione di Giovanni Berlinguer.
Di recente c'è qualche sintomo di cambiamento ed è sperabile
che nel futuro, senza trascurare le questioni classiche, la
bioetica medica s'interroghi più e meglio su temi diversi da
quelli solitamente presenti nella letteratura corrente.
Un tema abbastanza trascurato è, ad esempio, quello delle
implicazioni e dell'impatto etico-politico di alcune tendenze
della medicina contemporanea, etichettabili sotto il termine
generale di salutismo. Il salutismo può essere definito come
quella tendenza a delineare modelli di benessere psico-fisico,
con le connesse strategie terapeutiche, interpretati come modelli
validi in modo universale e, quindi, da proporre anche agli altri.
Fin qui niente di male, se poi non si verificassero alcune
conseguenze incresciose, ossia non si operasse, sulla scorta del
modello ritenuto valido universalmente, una discriminazione
morale nei confronti di chi non rientra nel modello e si colloca
su una visione alternativa del proprio benessere personale.
A questo punto la questione diventa complessa e la medicina
comincia ad avere a che fare con il problema dei diritti
individuali. Che questo sia un problema nuovo e relativamente
recente della pratica medica è cosa nota e facilmente
comprensibile. La medicina tradizionale, fino alla metà di
questo secolo, aveva a disposizione strumenti terapeutici tanto
esigui e limitati da non porre alcun problema di corretta
utilizzazione degli stessi. Banalizzando ma non troppo, si
potrebbe affermare che in fondo la medicina poteva poco o nulla
contro le malattie, di conseguenza poteva poco o nulla contro le
libertà del malato (a parte le considerazioni di ordine medico
sociale indipendenti dalla potenza tecnologico-terapeutica come,
ad esempio, il caso di misure di isolamento di malati mentali o
disabili o le misure di quarantena per le malattie contagiose).
Da cinquant'anni a questa parte, però, le cose sono
profondamente cambiate e si può sostenere con relativa sicurezza
una tesi che vede nel pluralismo e nella ricchezza di terapie
disponibili l'anticamera per la presentazione di scelte
terapeutiche libere e aperte a una visione pluralistica anche sul
terreno etico-politico. Infatti, oggi sono in competizione sul
mercato della salute le cosiddette medicine alternative che,
spesso, si sono inserite nel circuito ufficiale conquistando
considerazione scientifica e prestigio sociale. Si pensi al
percorso compiuto dall'omeopatia che, di fatto, è riconosciuta a
livello accademico, oppure all'analoga evoluzione per pratiche di
importazione orientale come l'agopuntura. Ma anche limitandosi
all'ambito della medicina tradizionale allopatica, il crescere
delle opzioni terapeutiche pone il malato di fronte a scelte di
carattere sanitario molto più complesse rispetto al passato.
Decidere se e come curarsi è diventata una questione da
affrontare con strumenti interpretativi più complessi del
vecchio paternalismo medico.
In questa prospettiva assume un significato particolare anche la
recente polemica sul cosiddetto caso Di Bella. Andando oltre gli
aspetti chiaramente qualunquistici e faziosi della questione, il
punto veramente cruciale è senza dubbio quello della definizione
e dei limiti della libertà di cura. Da un lato, questo principio
si scontra con una certa oncologia ufficiale che non riconosce
margini di pluralismo terapeutico al suo interno. Dall'altro lato,
tuttavia, abbiamo la richiesta, avanzata dai sostenitori del
metodo Di Bella, di un'automatica copertura finanziaria da parte
del sistema sanitario pubblico di una scelta terapeutica ancora
non ben definita e dimostrata nella sua validità. Una cosa è,
infatti, chiedere la piena libertà di scegliere la cura contro
il cancro che si ritiene più idonea per sé, altra cosa è
pretendere che questa scelta sia approvata a scatola chiusa dal
decisore pubblico e finanziata collettivamente.
In altri termini, è importante chiarire questo punto: un
cittadino dovrebbe essere lasciato libero di decidere del modo
migliore di interpretare la propria salute, anche se dovesse
scegliere un tipo di cura, come quelle palliative, che rinuncia
alla prospettiva di guarire e guarda prevalentemente al
miglioramento della qualità della vita. Quando, però, lo Stato
deve intervenire attivamente a stabilire un finanziamento diretto
o indiretto di determinate cure mediche, il principio della
libertà terapeutica trova una sua legittima limitazione sia in
funzione di un criterio minimo di validità scientifica sia,
soprattutto, in funzione di un criterio più generale di giusta
allocazione delle risorse. Nel caso specifico della cura Di Bella,
una volta chiariti gli scopi e i risultati effettivamente
raggiungibili con essa, si potrà decidere della sua erogazione
pubblica. Per ora non si capisce ancora bene se essa si pone in
alternativa alla chemioterapia sul terreno dell'efficacia
terapeutica nel guarire o se ha di mira, come le cure palliative,
più il benessere soggettivo che il mero prolungamento della vita
della persona malata di tumore.
Una delle tendenze che si è affermata in maniera preoccupante è,
però, quella di risolvere questi problemi essenzialmente morali
ammantandoli di una presunta neutralità scientifica. Della
connotazione autoritaria di una certa oncologia ufficiale si è
già detto, le vaccinazioni obbligatorie sono un altro esempio
tipico di una pratica medica (la prevenzione affidata a vaccini)
che è stata imposta indiscriminatamente con la presunzione che
tale scelta fosse neutrale sul piano etico e scientificamente
incontrovertibile. Senza mettere in discussione i meriti storici
delle campagne di vaccinazione, oggi sono molti coloro che s'interrogano
sulla legittimità di proseguire con politiche di imposizione
legislativa, ponendo in discussione il problema della libertà di
scelta anche per le vaccinazioni finora obbligatorie. Analogo
problema si è posto per le terapie in ambito psichiatrico, per
le quali, soprattutto in Italia, si sono sempre enfatizzati i
diritti e le libertà del malato di mente, rifiutando per quest'ultimo
politiche di indiscriminata istituzionalizzazione (una scelta che,
con la chiusura dei manicomi, si è definitivamente assestata).
Il salutismo, rispetto alle situazioni esaminate finora,
sembrerebbe meno pericoloso. Che cosa c'è di male, ad esempio,
nel voler conservare con la dieta o con lo sport un aspetto più
giovanile e gradevole? Quale attentato alle libertà individuali
viene da un corretto e sano regime di vita? Nulla, è la prima e
più spontanea risposta, ma s'impongono delle precisazioni.
Prendiamo due esempi su tutti: il fumo di sigaretta e il
colesterolo. In questi due casi le considerazioni sull'effettiva
capacità di provocare un danno alla salute da parte di questi
due fattori sono state via via soppiantate e integrate da
considerazioni di carattere moralistico. Dalla preoccupazione
lecita circa la propria salute si è passati al salutismo, ossia
all'indebita ingerenza nella salute degli altri.
In primo luogo il fumo. Che faccia male è pacifico, soprattutto
il fumo diretto. La retorica salutista con la buona intenzione di
educare alla prevenzione si è imbarcata, tuttavia, in un'operazione
discutibile sul piano epidemiologico-scientifico e deprecabile su
quello etico. Si è, infatti, talmente enfatizzato e
sopravvalutato il danno da cosiddetto fumo passivo che il
fumatore è considerato quasi come un untore: un inquinatore che
danneggia gli altri in modo perverso. Il danno da fumo passivo,
invece, è molto più discutibile nella sua entità e, comunque,
potrebbe trovare sufficiente controllo dalle politiche
restrittive attualmente già in vigore che tutelano, anche se non
sempre, la minoranza dei fumatori e proteggono la maggioranza dei
non fumatori. Ma questo al buon salutista non basta e, con
passione degna di miglior causa, si impegna in un opera di
demonizzazione del fumo senza precedenti. Il fumo così da
cattiva abitudine torna ad essere, in qualche modo, un'abitudine
cattiva: un vizio.
In secondo luogo il colesterolo. Che cosa dirne. Si susseguono
nel tempo allarmi e rettifiche, se ne sono trovate almeno due
varianti, la prima utile l'altra dannosa all'organismo. La
comunità scientifica seria si interroga sull'utilità sociale di
creare un allarme e soprattutto di curare milioni di persone per
tenere basso il maledetto composto chimico nel nostro sangue,
triste presagio di future malattie gravi: infarto, ictus
cerebrale etc. Anche qui il problema da epidemiologico e clinico
si pone sempre più come problema etico. Forse l'immagine della
persona che indulge ai piaceri di Bacco e della tavola è un'immagine
non più di moda, la figura imponente del signor Pickwick,
trasudante giovialità e simpatia, ispira oggi più disgusto che
altro. Ma perché la scelta di uno stile di vita e di una propria
immagine fisica dovrebbe essere sottoposta al controllo sociale?
Anche questo è un esempio di salutismo, ossia di impropria
assegnazione agli altri di un proprio, spesso conformistico,
ideale di salute.
Di cose di tal genere sentiremo parlare sempre più spesso nel
futuro. Ragioni economiche relative all'esplosione dei costi
faranno sì che il controllo sulla salute sarà più stringente e
affidato a criteri che sotto la veste scientifica saranno, invece,
molto più arbitrari di quanto si pensi. Ad esempio, la decisione
sui livelli, oltre cui trattare l'ipertensione o l'ipercolesterolemia
viene presa in quelle definite consensus conferences, spesso
organizzate da case farmaceutiche. Siamo sicuri che i medici da
soli saranno in grado di resistere alla tentazione di spostare un
po' più in là il confine del trattabile farmacologicamente,
visto il giro di miliardi che ciò comporta? L'interrogativo,
anche se malizioso, ci sembra lecito.
E' bene insomma chiederci che cosa si agiti dietro queste cose,
dalla cura per l'ipertensione a quella dell'ipercolesterolemia,
alla abolizione del fumo. A nostro parere si tratta del fantasma
di una antica concezione filosofica, quella di un ordine naturale
che si possa ritrovare scientificamente ed imporre a tutti anche
come ordine morale. Bisogna fare estrema attenzione a riproporre
nel contesto contemporaneo questo paradigma filosofico. Nel
futuro si potrebbe affermare, ad esempio, che il fumatore non ha
diritto alle cure mediche o che l'obeso dovrà pagare più di
altri in termini di salute (cose già sostenute seriamente e
presenti in documenti politici o in discussioni scientifiche!).
Contro questi pericoli è opportuno risvegliare e potenziare gli
anticorpi classicamente sviluppati dal pensiero liberale. La
bioetica, in quanto riflessione critica sugli scopi della
medicina, farebbe bene ad occuparsi con assiduità anche di
questo. Raffaele Prodomo
Settembre 1998