di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Due grandi nodi di eventi avvelenano da un decennio la vita politica italiana servendo ognuno da alibi allaltro. Il primo riguarda quanto avvenne nel biennio 92-93, allorché il nostro intero sistema politico fu messo fuori gioco a viva forza dalle inchieste di Mani pulite. Ebbene, nessuno riuscirà mai a convincere una buona metà del Paese - mediamente composta quanto laltra di persone perbene e oneste - che allora tutto si svolse allinsegna della imparzialità e della correttezza. Al contrario. Permangono su quegli eventi ombre pesantissime: forzature istituzionali di ogni tipo che arrivarono a coinvolgere le massime cariche dello Stato; clamorose usurpazioni di ruolo da parte di magistrati; indagini e processi dai tempi e dalla incisività diversissimi a seconda degli imputati. Lo ripeto: la convinzione che le cose siano andate così, e cioè in modo per nulla limpido, non appartiene alla troppo spesso evocata «Italia alle vongole», bensì a milioni di italiani onesti che non hanno alcun interesse oscuro da difendere. Sono perlopiù gli stessi italiani che oggi, a proposito dei processi che vedono coinvolti il presidente del Consiglio e alcuni suoi stretti collaboratori (è il secondo nodo di cui dicevo), ritengono difficile non ammetterne la fondatezza e dunque la gravità morale e politica. E per quanto essi possano pure scorgere, talvolta, dietro tali provvedimenti una deplorevole intenzionalità inquisitoria da parte di questo o quel magistrato, tuttavia ritengono ancor più deplorevoli le proteste senza misura dellonorevole Berlusconi e del suo partito.
Ma sia sul nodo del 92-93 sia su quello attuale, sullinsieme di quegli eventi, le cose come stanno non si possono dire senza cadere immediatamente in sospetto della sinistra o della destra. Così come non si può discutere realmente sul loro significato. Non si può: la sinistra non sopporta di sentir dire che Mani pulite non fu tutto loro che volle sembrare e che allora furono commessi e avallati (dalla sinistra medesima) strappi rilevanti alle regole di una democrazia parlamentare. La destra, invece, non sopporta che oggi ci si sottragga alla sua denuncia della «criminalità giudiziaria» e che, viceversa, ci si ostini a considerare un problema per la democrazia italiana un presidente del Consiglio in intimi rapporti con uomini a dir poco discussi.
Per sostenere ognuna le proprie ragioni con i torti dellaltra, sinistra e destra tendono a fare dei due gruppi di eventi una cosa sola, anche se con ogni evidenza sono tra di loro di natura diversissima. Ma non importa. Importa che così possa scattare il meccanismo dellanalogia: se le procure furono benemerite del Paese perseguendo socialisti e democristiani allepoca di Mani pulite, si dice da un lato, come dubitare che non lo siano anche oggi quando se la prendono con i vertici di Forza Italia? Mentre dallaltro lato si obietta che proprio i tanti, legittimi dubbi sulla furia giustizialista di dieci anni fa contro Craxi e i suoi devono convincere della pretestuosità delle accuse odierne contro la destra. Infine, mentre gli uni si servono delle accuse a Forza Italia per convalidare retrospettivamente tutta Mani pulite, gli altri, al fine di rigettare le stesse accuse, si fanno forti di ciò che di Mani pulite appare, ed è, inaccettabile.
In questo modo, blindato da due opposte ma convergenti strumentalizzazioni, il nodo giustizia-politica resta insolubile sulla scena italiana. Sul suo conto possono circolare solo versioni di comodo, edulcorate o demonizzanti, sempre parzialissime: il Paese non può prendere atto della verità, deve continuare a ignorare la sua storia perché così vuole linteresse delle parti politiche.
Corriere della Sera, 4 maggio 2003