di
PIERO OSTELLINO
Secondo laccusa del Tribunale di
Milano, il capo del governo, Silvio Berlusconi, per fare un piacere al suo amico e allora
presidente del Consiglio (Bettino Craxi), avrebbe, nel 1985, corrotto alcuni giudici per
impedire che andasse in porto la vendita a Carlo De Benedetti del colosso agroalimentare
di Stato (la Sme). Secondo Berlusconi, il presidente della Commissione dellUnione
Europea, egli stesso già capo del governo (Romano Prodi), avrebbe concluso la vendita,
come presidente dellIri, non avendone i poteri, «superando i pareri
dellintero consiglio di amministrazione, nonostante il ministro delle Partecipazioni
statali (Clelio Darida) avesse chiesto spiegazioni» e a un prezzo che Craxi ritenne «un
danno per lo Stato». Infine, sempre secondo Berlusconi, un altro ex presidente del
Consiglio, e allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio (Giuliano Amato),
avrebbe detto di avere «non indizi, ma prove» di tangenti «a una corrente del partito
di maggioranza» (la Dc) per facilitare laffare.
Comunque si concluda il processo a Berlusconi, limmagine dellItalia che già viene fuori dal- laula del Tribunale di Milano è quanto di peggio si potesse immaginare. Un Paese, stando alle reciproche accuse, in cui il capo del governo (Craxi) avrebbe pregato un imprenditore (Berlusconi) di intromettersi in un affare per mandarlo a monte. Un Paese in cui il capo della maggiore holding a partecipazione statale (Prodi) avrebbe cercato di vendere un bene in suo possesso a prezzi stracciati. Un Paese in cui un altro uomo di governo (Amato), che smentisce Berlusconi, non avrebbe denunciato, sempre secondo i sospetti incrociati, la corruzione di cui era a conoscenza.
Di fronte a una vicenda che, da qualsiasi parte la si guardi, è, quanto meno, ambigua, sarebbe stato auspicabile che le forze politiche evitassero almeno di sguazzarci dentro. Invece, Berlusconi, esercitando peraltro un diritto alla propria difesa, ci trascina dentro chi si dice potrebbe essere il suo concorrente alle prossime elezioni politiche e un possibile nuovo capo del governo (Prodi) e chiama sul banco dei testimoni uno degli uomini più rappresentativi del riformismo di sinistra (Amato) a rivelare, a quasi ventanni di distanza, un supposto ennesimo illecito di Tangentopoli. Il centrosinistra, con la sola lodevole eccezione dello Sdi, si oppone (sottovalutando il danno che deriverebbe allimmagine del Paese da una condanna sia pure in primo grado del capo del governo alla vigilia del semestre di presidenza italiana dellUe) alle proposte, discretamente e saggiamente sostenute dallo stesso capo dello Stato, di «sospensione» di eventuali processi alle massime cariche pubbliche, fino allesaurimento del loro mandato.
Nei Paesi in cui più forte è il senso dello Stato è la Ragione di Stato che, non di rado, prevale sullasprezza della dialettica politica, consigliando le parti di abbassare i toni della polemica. La democrazia è un bene delicatissimo, che si tutela con misura e saggezza politica. Misura e saggezza che mi pare manchino al presidente del Consiglio quando parla di «criminalità giudiziaria», rendendo difficile il raggiungimento di una qualsiasi intesa su uniniziativa, come quella della «sospensione» dei processi, che pur viene da un uomo della sinistra come Antonio Maccanico. Misura e saggezza che mi pare manchino anche a chi, dallopposizione, richiamandosi peraltro legittimamente allEtica dei principi, sembra dimenticare che fra le virtù che si richiedono alluomo politico cè anche lattenzione allEtica della responsabilità.
Corriere
della Sera, 6 maggio 2003