I laici e la legge sull'aborto
Articolo di Raffaello Morelli apparso su
Critica Liberale (settembre 1998)
Critica testimonia con tenacia la cultura laica impegnata
civilmente. Eppure, la sua grande passione non può mai
abbastanza di fronte al deficit di cultura laica e di
comportamenti ad essa ispirati. La nostra società è immersa
nello stagno di culture che promettono la salvezza e che
predicano il conformarsi alla verità (del proprio gruppo chiesa).
Tanto che, non di rado, anche spiriti laici si trovano in
arrendevole imbarazzo di fronte all'incalzare delle parole d'ordine
di quelle culture. Mi pare che sia accaduto anche su Critica.
Nadia Urbinati, difendendo la legge 194 sull'interruzione
volontaria della gravidanza ( Taccuino, Critica, maggio 1998),
afferma giustamente l'urgenza che il mondo intellettuale di
ispirazione liberale e democratica si decida a dar vita ad una
aperta dialettica ideale mettendo fine all'uniformità
controriformatrice che sta padroneggiando incontrastata. E
Giovanna Zincone , raccogliendo l'invito ( Opinione privata,
Critica, giugno 1998), esprime la sua profonda contrarietà alla
revisione della 194 argomentando che il divieto legale di
abortire non farebbe altro che arricchire la medicina illegale e
accrescere i privilegi delle donne già privilegiate per denaro o
conoscenze. Detto questo, Giovanna Zincone afferma anche che l'aborto
è moralmente riprovevole, che non è una conquista laica e che
non è neppure un momento di libertà della donna.
Di questa seconda parte dell'affermazione, quello che colpisce
non è la struttura dell'argomentare. Colpisce che una
convinzione personale (in sé tutt'altro che assurda) venga
trasformata con disinvoltura in una valutazione dell'aborto come
atto moralmente riprovevole a livello sociale. Questo passaggio
fa saltare il principio cardine laico liberale della convivenza
tra individui diversi ( quanto a convinzioni religiose e
culturali) per piegarsi alle critiche di relativismo morale che
sul piano civile i "religiosi" muovono alla concezione
laica.
Senza dubbio è importante distinguere tra riprovazione morale e
repressione legale. Ma , in termini laici, la distinzione si basa
proprio sul fatto che il campo delle regole per la convivenza non
coincide con quello della morale. I due campi hanno una parte in
comune: quella che definisce i diritti umani. Anch'essa non è
perfettamente definita perché dipende dall' interpretazione dei
diritti umani scaturita dalla tradizione di ciascuna cultura e
dal cammino della conoscenza universale secondo ragione. Comunque
non impone verità generali o stili di vita. Dà agli individui
delle regole solo per consentire la possibilità storica di far
crescere ciascuno nella libera convivenza con gli altri.
Ora, rivendicando il diritto alla riprovazione morale dell'aborto
nel momento stesso in cui difende la legge sull'interruzione
volontaria di gravidanza, Giovanna Zincone riconosce che l'aborto
non rientra tra le violazioni dei diritti umani ( se vi
rientrasse i laici dovrebbero battersi per l'abrogazione della
legge). Dunque le argomentazioni contro la pratica dell'aborto (non
contro il diritto legale di farlo) attengono alla propria
convinzione morale (ripeto, non assurda) che in quanto persona
intende manifestare. Però vi sono altre persone che, anche loro
per motivi non assurdi, hanno differenti convinzioni morali in
forza delle quali l'aborto è lecito e la sua pratica legittima.
Stando così le cose, da un punto di vista liberale, è
impossibile - neppure se personalmente si è contrari all'aborto
e indignati per la sua pratica - concludere che l'aborto è
moralmente riprovevole a livello sociale, quando la riprovazione
morale discende solo da un certo tipo di morale e non da altre. E'
impossibile pure concludere che la legge sull'interruzione
volontaria di gravidanza non è una conquista laica, quando una
società laica si distingue proprio per il rifiuto di imporre
verità e stili di vita, anche sull'abortire o meno. Ed è
impossibile concludere che la possibilità di abortire legalmente
non è un momento di libertà della donna, quando è tipico di
una società laica che ogni suo membro possa compiere le proprie
scelte liberamente, specie quando il comportamento che ne
consegue sarà controverso.
Queste impossibilità sono dei punti fermi per un liberale,
soprattutto se intende - cosa davvero urgente - dare una risposta
all'uniformità controriformatrice denunciata da Nadia Urbinati.
Perché per dare una risposta corretta, non occorre affatto
ridurre il tema 194 ad un'icona da venerare. Al contrario,
occorre far vivere ed evolvere questo tema sviluppando le ragioni
laiche che ne sono alla base. Il nocciolo della ragione laica
nella legge 194, è il principio della volontarietà della
decisione. L'idea che la procreazione è un atto volontario umano
e non un meccanismo divino o una fatalità che vanno al di là
della coscienza della donna. Per un laico, la coscienza è sempre
una libera scelta, non l'inchinarsi ad una verità superiore o a
un supposto ordine cosmico. Far vivere la 194 significa
svilupparne lo spirito, che consiste nell'accrescere sempre più
la consapevolezza della donna in modo che la sua scelta sia la più
informata e la più assistita possibile.
Giovanna Zincone formula alcuni suggerimenti pratici: "
informare sulla possibilità di non riconoscere il bambino alla
nascita anche da parte di genitori coniugati, sulle possibilità
di farlo in forma anonima" od introdurre sistemi di
informazione capillare di simili possibilità (sui kit per i test
di gravidanza e sui moduli dei risultati degli esami di
laboratorio) o la proposta, magari da approfondire, di "
rafforzare i servizi pubblici di cura all'infanzia, di detassare
quelli privati". Da un punto di vista laico sono
suggerimenti costruttivi. Ma non perché possono diminuire la
propensione ad abortire ( tesi di quella sinistra che riduce l'aborto
a questione di povertà economica e mentale) ma perché fanno
conoscere scelte alternative possibili e praticabili. In questo
essi rientrano nella logica di far vivere la 194.
Altri suggerimenti e considerazioni, invece, restano rispettabili
opinioni personali, anche di un liberale, ma , se applicati alla
costruzione di regole per la convivenza, diverrebbero uno
strumento per costruire una omologazione alla propria personale
morale erodendo i presupposti della 194: e perciò sono
incoerenti con un'azione civile che voglia essere laica e
liberale. Mi riferisco all'idea di " informare i genitori
imponendo l'obbligo di guardare un'ecografia del feto prima di
abortire, mostrando foto intrauterine della gravidanza"
oppure alla considerazione che "privatamente o socialmente
si finge di non sapere che il feto è l'inizio di un individuo,
che, lasciato a sé stesso, diventerà un bambino, quel bambino e
nessun altro". Qui si delinea non una azione pubblica che
informa ed assiste la donna bensì un'azione pubblica che vuole
indurla a non abortire. La prospettiva cambia: le convinzioni
personali dovrebbero divenire le convinzioni morali della società.
Di più. E' del tutto plausibile supporre che il termine feto sia
stato usato nel significato corrente (ciò che esiste dal momento
del concepimento) e non in quello tecnico ( dal settantesimo
giorno in poi), visto che il suggerimento di Giovanna Zincone è
troppo appassionato per riferirsi solo ai venti giorni
intercorrenti tra il settantesimo, inizio dello stadio fetale, e
il novantesimo giorno, che conclude il periodo legale di più
libera volontarietà della donna. Se la supposizione è fondata -
e il contesto complessivo lo fa appunto ritenere - quel
suggerimento e quelle considerazioni equivalgono all'equiparazione
del prodotto del concepimento ad un individuo-persona.
Ora questa equiparazione è la classica parola d'ordine della
morale cattolica, strutturalmente arcaicizzante e
controriformatrice. Per iniziare nega una conoscenza scientifica
ormai acquisita. Che, sino al quindicesimo giorno dalla
fecondazione ( circa il trentesimo del periodo di gravidanza), il
prodotto del concepimento (in questa fase da molti chiamato pre-embrione)
non porta necessariamente ad un solo individuo, sia perché in più
della metà dei casi il prodotto si perde per gravissime anomalie
intrinseche sia perché può dare origine anche a più gemelli o
perfino ad altre entità biologiche "non umane". Solo
da quando è completato l'annidamento nella mucosa uterina, sorge
una realtà biologica umana, l'embrione vero e proprio. Ma anche
l'embrione non è una persona. Almeno se per persona si intende
non un ammasso di materiale biologico ma un individuo dotato di
una sua struttura autonoma che configuri, pur senza ancora
realizzarla, una specifica capacità razionale. Questa sorta di
individualità psichica corrisponde alla fase fisiologica della
maturazione adeguata della struttura nervosa e cerebrale. Il che
non si verifica nel periodo embrionale ma solo con la fase fetale,
dopo il settantesimo giorno del periodo di gravidanza, quando
cominciano ad essere anatomicamente riconoscibili tratti umani.
Nel periodo embrionale, il prodotto del concepimento entra
attraverso la placenta in connessione di interscambio con la
madre e nel tempo sviluppa gli organi principali, che però
restano del tutto immaturi dal punto di vista strutturale e
funzionale. L'embrione non è una persona con una sua
individualità psichica. E i novanta giorni della legge 194 sono
un termine già molto prudenziale perché si possa arrivare ad un
simile risultato.
Vi è infine un altro segnale della tendenza a riflettere parole
d'ordine della morale cattolica. La frase "lasciato a sé
stesso". Una frase che suggerisce l'indipendenza del feto
dalla madre. E che, così facendo, scivola nell'alveo della
concezione per cui il meccanismo riproduttivo prescinde dalla
volontarietà del procreare. Ma questa è la concezione morale
per cui si sancisce il divieto di aborto anche in caso di stupro
o addirittura di stupro etnico. Dal punto di vista laico liberale,
la procreazione non può prescindere dalla scelta di compierla,
una scelta affidata alla valutazione dei genitori e alla
responsabilità ultima della donna, che è la titolare della
funzione fisiologica. Al di fuori di questo processo non sussiste
un diritto alla vita di un individuo-persona che ancora non c'è.
Invece il frutto di tale processo è la persona intesa come
individuo raziocinante. Questo è lo spirito della 194 da
mantenere vitale.
Ho pensato di insistere sull'importanza della coerenza nell'impostazione
laica a livello civile, perché, se la coerenza nei comportamenti
è forse la caratteristica precipua del modo d'essere liberale,
in particolare deve esserlo su un tema come l'interruzione
volontaria di gravidanza. Un tema che rientra in quelle
problematiche di frontiera su cui il metodo liberale sarà più
chiamato a dar prova di sé nei prossimi decenni. Le sfide della
bioetica, la ricerca genetica, la fecondazione artificiale, sono
questioni fondamentali per il futuro della convivenza umana. Su
di esse i laici non devono assumere una posizione di conciliante
rinuncia perché su di esse si sta già rinnovando lo scontro a
livello mondiale,certo non solo in Italia, tra la cultura della
diversità e quella del fondamentalismo religioso.
La cultura della diversità si basa sull'iniziativa dell'individuo
e sul confronto critico per conoscere sempre di più e per capire
sempre meglio sé stessi e la natura. La cultura del
fondamentalismo religioso predica gli ancestrali principi dell'autorità
del vero e dell'ordine cosmico. Ed è proprio perché rifiutano
nel profondo il processo del conoscere che i fondamentalisti
accusano di relativismo morale la cultura della diversità.
Concepiscono il diritto solo come frutto della loro verità
morale. In realtà, non è relativismo morale una cultura fondata
sulla convivenza di individui consapevoli, che si prefigge di non
emarginarne nessuno perché rifiuta di ingabbiare l'individualità
in un rigido "standard di normalità" biologica o
civile. Anche la cultura della diversità ha una regola, quella
della convivenza tra morali diverse, in una reciproca tolleranza
che non è isolazionismo. La cultura della diversità ha appreso
dall'esperienza che, se ci si vuol affidare alle libere scelte
individuali, neppure l'individuo può essere lasciato a sé
stesso, senza rapporti con gli altri che ne sostengano la
specificità irripetibile. E' appunto nel quadro di questo grande
scontro, che i laici dovrebbero impegnarsi al massimo delle loro
capacità per colmare quel deficit di cultura laica e di
comportamenti conseguenti che c'è nel nostro paese.
Raffaello Morelli
settembre 1998