IL NERVO SCOPERTO DEI FINTI LIBERALI


 

Piero Ostellino ha scritto sul Corriere della Sera ( 3 giugno 2000) un articolo che espone con efficacia le ragioni della necessità di una distinzione tra laici e cattolici ai fini di una corretta impostazione del dibattito politico. Lo riprendiamo con particolare piacere perché questa distinzione costituisce uno dei capisaldi della linea tenacemente sostenuta dalla FdL.




Se non si pone mente al fatto - e
laici e cattolici non ne sembrano intenzionati - che le "due etiche", quella laica e quella religiosa, sono in conflitto su alcuni problemi qualificanti, fra i quali, appunto, i diritti degli omosessuali, non si capisce perché la giornata dell'"orgoglio omosessuale" sia diventata un caso politico e morale di rilevanza nazionale. Non si capisce e, di conseguenza, ci si scandalizza, sia perché gli omosessuali abbiano scelto proprio la Roma del Giubileo per la loro manifestazione, sia perché i cattolici, e persino alcuni laici come lo stesso presidente del Consiglio, la definiscano "inopportuna". Che la scelta di Roma sia, da parte degli omosessuali, una provocazione non v'ha dubbio, esattamente come è una provocazione la definizione di "orgoglio omosessuale" che essi danno alla propria manifestazione. Personalmente, non trovo nulla di scandaloso, né nella provocazione, né nella definizione.
Roma è la capitale di una religione che associa il concetto di sessualità a quello di "natura" e che, pertanto, considera "contro natura" i rapporti omosessuali. Era, quindi, pressoché inevitabile che i gay scegliessero Roma, proprio nell'anno in cui il cattolicesimo celebra uno dei suoi riti più solenni, per affermare la propria "naturalità". È altrettanto inevitabile che i cattolici ne siano scandalizzati.
Gli omosessuali sono vissuti, inoltre, troppo a lungo nelle catacombe della propria sessualità per non dichiararsi oggi orgogliosi di esserne usciti e di non essere più discriminati come in passato. È, quindi, comprensibile che essi si proclamino orgogliosi della propria sessualità. È altrettanto comprensibile che molti eterosessuali, che non avvertono la stessa esigenza sia perché la Chiesa non ne condanna la sessualità, sia perché la società non li ha mai discriminati, considerino il gay pride una forma di fastidioso esibizionismo.
Non sono, dunque, né gli omosessuali, né i cattolici di stretta osservanza ad avere un problema da risolvere in tema di "religione civile", bensì i laici e, in particolare, quei laici che si dichiarano anche liberali. I quali, dopo la scomparsa della Democrazia cristiana e a caccia dei suoi voti, avevano creduto di cavarsela a buon mercato, proclamando una pressoché totale convergenza con i cattolici sui grandi principi, quali i diritti umani, la pace, il dialogo fra religioni e culture diverse, la democrazia, la solidarietà e quant'altro. E ignorando i problemi concreti di policy making che li dividono (si veda, al riguardo, il bell'articolo di Gian Enrico Rusconi, Laici e cattolici oggi, sul numero di marzo-aprile del Mulino di quest'anno).
Insomma, che piaccia o no, la manifestazione dell'"orgoglio omosessuale" di Roma del prossimo 8 luglio ha toccato il nervo scoperto di una questione mai risolta. Quella della "ridefinizione della laicità della società civile e dello Stato" in un'Italia in cui "oggi come non mai la cultura cattolica gode di grande deferenza pubblica (...) e la gerarchia ecclesiastica raccoglie frequenti zelanti omaggi" (Rusconi, cit.).
Al riguardo, il Paese non ne esce come un modello di tolleranza: il 56 per cento degli italiani non è d'accordo che il gay pride si tenga a Roma; il 51 lo ritiene inopportuno nell'anno del Giubileo; il 33 pensa addirittura che sarebbe meglio non si tenesse in Italia (L'Espresso di questa settimana). Tutti cattolici osservanti? Ne dubito. È piuttosto, la fotografia dell'Italia di sempre: conformista, bigotta, illiberale, antiriformista. Già Apollinaire - me lo ricorda un vecchio liberale come Ettore della Giovanna - annotava, a proposito di Roma, di non aver mai visto una città "con così tanti devoti e così poca devozione"...
Non oso, pertanto, neppure immaginare l'orientamento che, dalla vicenda, trarrà la nostra classe politica. Libera Chiesa in libero Stato, diceva Cavour. Della Chiesa mi pare si possa dire, legittimamente, che lo è. E dello Stato? Mah.

3 giugno 2000