La ricerca: un progetto per l’Italia

Atti del Convegno organizzato da Area Liberal (Federazione dei Liberali e Lobbyliberal), Associazione di Cultura Liberale, Nuove Regole Milano Europa, Società Libera

Milano, Sala Assemblee Banca Intesa, 13 giugno 2003





INTRODUZIONE





Franco Morganti. E’ la prima volta che cinque sigle liberal si mettono assieme per trattare il tema della ricerca, che è molto caldo in questi giorni, non solo dal punto di vista climatico; si parla di ricerca intensamente anche in vista del semestre di presidenza italiana del Consiglio d’Europa e volevamo cercare di dire una parola anche noi su questo argomento. Ci sarà una relazione introduttiva di Raffaello Morelli che è il Segretario della Federazione dei Liberali. Poi io brevemente darò qualche numero. Altri numeri verranno nel corso degli interventi. Grosso modo abbiamo pensato che questa sarebbe la scaletta: le due introduzioni e poi comincia il panel che sarà moderato da Riccardo Chiaberge. Nella mattinata dovrebbero intervenire, nel primo panel, il Professor Bonetti, il Professor Dècina, il Professor Segre, il Professor Piattelli Palmarini, il Professor Del Giacco e a questo punto dovrebbe intervenire Adriano De Maio, che oltre ad essere il Rettore della Luiss è anche il neo commissario del CNR, che ha una finestra di intervento tra le 12 e le 14. Poi ci sarà un momento di dibattito. Nell’intervallo, a fine mattina, o inizio pomeriggio c’è, forse, l’arrivo di Giuseppe Morchio, che è amministratore delegato della Fiat, che spera con un elicottero di farcela. E’ impegnato al mattino col piano industriale della Fiat ma spera di fare un salto o a fine mattina o a inizio pomeriggio. C’è un buffet alle 13 e poi nel pomeriggio ci sarà un secondo panel composto dai Professori Martinelli e Prodromo, dall’ingegner Randi e da Beatrice Rangoni Machiavelli. Ancora un momento di dibattito, poi ci sono delle conclusioni che saranno tratte dai rappresentanti delle associazioni che avete visto rappresentate in quella specie di fiore a cinque petali. La conclusione è prevista intorno alle 16. Non vi faccio perdere altro tempo. Darei subito la parola a Raffaello Morelli che svolge la relazione introduttiva.



Raffaello Morelli. Lo strumento essenziale di una società libera per affrontare il futuro è accrescere la conoscenza del mondo. La cosa è possibile, a poco a poco e facendo molta fatica, affidandosi alla libertà di ricercare con metodo critico e sperimentale. L’orientamento della ricerca – di qualsiasi campo si tratti - è perciò uno solo: cercare di conoscere di più il mondo reale nella miriade delle sue dimensioni, della natura, vivente o non vivente, della specie umana, con le sue interrelazioni individuali e con le sue costruzioni di convivenza.

La ricerca non può essere concepita come funzionale ad un disegno politico sociale ad essa estraneo, poiché essa stessa è il disegno politico sociale che libera l’essere umano nel tempo. Un disegno di libertà che non può irrigidirsi senza contraddirsi e che non ha bisogno di un marchio per distinguersi dalle imitazioni. La sua autotutela sta nella necessità di doversi rinnovare di continuo per rapportarsi alla irreversibilità delle vicende del mondo reale.

Ogni politica della ricerca che, consapevolmente o meno, tenda ad evitare questa impostazione, è fuorviante e comunque gravemente riduttiva. Infatti circoscrivere o separare le prospettive di ricerca sul metro dell’aprioristica determinazione dei suoi tempi, dei suoi ambiti e dei suoi effetti, provoca il distacco dalla finalità di conoscere di più. Le applicazioni tecnologiche, sanitarie, economiche, artistiche, umanistiche, sociali, del modo di organizzare i grandi sistemi, sono delle conseguenze aperte dell’attività di ricerca non definibili a prescindere dal suo esito. L’unico vincolo irrinunciabile è il seguire il rigore del metodo critico e sperimentale. Questo metodo opera senza far uso dell’ipotesi della fede religiosa, afferma che il destino dell’umanità non è scritto ma viene costruito da uno sviluppo che consiste nella libertà, rappresenta l’esatto contrario dell’onnipotenza proprio perché funziona ponendo condizioni e sollevando dubbi.

La capacità di conoscere è fortemente ridotta quando la paura del nuovo ostacola la ricerca, negando le risorse indispensabili e facendo leggi che impongano ai ricercatori cosa e come ricercare. Riconoscere il valore centrale della ricerca è un momento di consapevolezza civile tipico del liberalismo.

Chi muove da questa impostazione culturale, non può che constatare il ritardo del nostro paese nella politica della ricerca. Un ritardo, forte e crescente, sia come concezione generale di rifiuto del rischio, della perseveranza e dell’inventiva, che come destinazione di risorse finanziarie. L’Italia arranca nel quadro della politica europea, è essenzialmente priva di una strategia nazionale della ricerca e soprattutto sembra incapace, a livello di opinione pubblica come dei suoi gruppi dirigenti, di riconoscere la priorità assoluta da dare alla questione ricerca e alla sua carica innovativa in quanto questione centrale per il nostro futuro. Non solo per le ricadute di lungo periodo, già di per sé decisive, ma anche per evitare nel breve medio periodo “di condannare l'Italia a tassi di crescita più bassi, ad un'occupazione minore e a livelli di reddito inferiori, rispetto a quanto potremmo”.

Occorre una svolta eclatante che mostri senza incertezze il nuovo impegno pubblico nel ridisegnare e rilanciare la ricerca in Italia. Innanzi tutto, la quantificazione delle risorse destinate alla ricerca pubblica deve essere sganciata, per alcuni anni, dal rapporto con l’andamento del PIL e, per i primi cinque esercizi, il suo ammontare deve essere triplicato rispetto a quello attuale. Triplicato nel senso che, rispetto alla somma attuale, la seconda tranche è il segno del maggior impegno sulla ricerca propriamente detta e la terza tranche indica l’investimento sociale fatto sulla ricerca in termini di “formazione alla ricerca” e che sarà ripagato con i risparmi conseguenti dalla futura riduzione degli oneri assistenziali indotti dall’avere cittadini più formati al senso critico e ad una mentalità innovativa. Triplicare come detto sopra le risorse destinate alla ricerca è il fulcro di una decisiva trasformazione culturale, che deve essere apertamente indicata come essenziale per l’interesse dei cittadini italiani anche per svilupparne un’adeguata sensibilità specifica.

Gli altri punti chiave della svolta dovranno toccare anche l’aspetto dell’apporto dei privati alla ricerca, che resta del tutto carente. Vi dovranno essere robusti incentivi fiscali legati alle attività di Ricerca e Sviluppo, un supporto alle iniziative miste pubblico private e al reperimento di risorse tramite i programmi europei e l’industria internazionale, la costruzione di un mercato nazionale più disposto al finanziamento dell’innovazione industriale in alternativa al credito bancario, il coinvolgimento delle realtà ed istituzioni locali per diffondere il sostegno della propensione alla ricerca e al cambiamento.

Il tutto rifuggendo, nella ricerca, l’autarchia nazionale e il parassitismo estero, introducendo criteri valutativi e il monitoraggio delle iniziative proposte anche alla luce delle esperienze positive fin qui fatte da alcune realtà, mantenendo in primo piano la ricerca di base e l’innovazione industriale (altrimenti, il sistema italiano resterà asfittico e a rischio di colonizzazione) e dedicando la massima cura al giusto equilibrio tra la ricerca di base e quella applicata facilitando il passaggio dei risultati della prima alla seconda fino al trasferimento tecnologico ed allo sfruttamento economico. Nella consapevolezza che esiste un legame indissolubile tra politica della ricerca, formazione e scelte a carattere industriale di lungo respiro e che le trasformazioni radicali per ottimizzare la qualità dell’innovazione hanno tempi stretti che sono ancor più stretti nei settori avanzati.

La logica della trasformazione culturale sopra delineata e le proposte attuative di seguito descritte, non possono essere intese come un programma settoriale applicabile in un qualunque progetto di organizzare la convivenza; viceversa, esse delineano una piattaforma di indirizzo politico vero e proprio per attivare le condizioni di una società aperta di ispirazione laico liberale, fisiologicamente attenta ai potenziali apporti di ciascuno senza pregiudizi, ai processi di riequilibrio degli interscambi individuali, ai sistemi per prove e errori, alla possibilità di sempre nuove conoscenze, insomma allo sviluppo come libertà.

La nuova disponibilità di risorse che è alla base della svolta, deve accompagnarsi a strumenti per un nuovo modello del sistema della ricerca, per l’innovazione della formazione universitaria, per il processo di innovazione industriale. Questi strumenti dovrebbero basarsi – e qui si è tenuto ampiamente conto del lavoro dell’Associazione Futura a Milano – dovrebbero basarsi su cinque pilastri concepiti per coprire in maniera organica le diverse fasi dell’attività di ricerca e innovazione nel paese, evitando sovrapposizioni, duplicazioni e dispersione delle risorse, innanzi tutto razionalizzando il numero e la natura dei vari Centri di Ricerca pubblica esistenti.

Il primo pilastro sarà una “Agenzia Nazionale per la Ricerca” a livello di Presidenza del Consiglio dei Ministri, che sostituisca l’attuale CNR per quanto riguarda finanziamento e valutazione dei risultati della ricerca ed operi con una visione generale dell’intero campo dell’innovazione. L’Agenzia dovrà garantire la libertà della ricerca di base fondata sulla responsabilità del ricercatore e l’autogestione, mantenendo l’intero sistema della ricerca al riparo da operazioni di controllo politico culturale . Al contempo, l’Agenzia avrà il compito di individuare alcune scelte strategiche di respiro europeo sulle quali la ricerca italiana possa risultare di livello internazionale, e insieme il compito di orientare la più efficace distribuzione delle risorse finanziarie pubbliche privilegiando, seppur non in modo esaustivo, i campi cui potenzialmente potrebbero essere dati contributi significativi. I processi di erogazione e di gestione dei fondi saranno improntati alla tempestività, alla efficienza e alla selettività a favore dei più meritevoli.

Questa Agenzia Nazionale per la Ricerca deve essere governata da un organismo di grande prestigio (sia in campo scientifico che imprenditoriale, con la presenza anche di personalità straniere) che possa costituire il punto di riferimento di tutta la ricerca pubblica e privata del Paese, garantendone l’indipendenza. Per questa strada si dovranno identificare progetti di ampio respiro a livello nazionale che agiscano da catalizzatori per le attività di ricerca e innovazione. Ad esempio, lo sviluppo della propulsione e generazione di energia attraverso l’uso dell’idrogeno potrebbe essere il fulcro di una attività di ricerca multidisciplinare a supporto delle imprese e del miglioramento della qualità della vita.

Il secondo pilastro saranno i “Centri Nazionali di Ricerca” che prenderanno il posto dell’attuale CNR per quelle tematiche strategiche che richiedono investimenti e risorse non compatibili con le capacità delle singole Università o imprese. Tali Centri non potranno che essere limitati di numero e incentrati su tematiche molto specifiche. Ad esempio, la fusione nucleare oppure gli studi epidemiologici di larga scala sulle malattie più diffuse (come le cronicodegenerative) oppure le cosiddette ricerche orfane (malattie rarissime prive di interesse economico) e cioè sfide che non possono essere eluse completamente da un paese civile.

Il terzo pilastro saranno i “Centri Territoriali per il Trasferimento Tecnologico” cui parteciperanno le Università, i Centri di ricerca, le imprese e le Associazioni imprenditoriali e in cui confluiranno le strutture del CNR più vicine al territorio.

Il quarto pilastro saranno le Università, pensate come scuola di ricerca per la creazione di nuove conoscenze per lo sviluppo economico, progressivamente sempre più autonome, e dunque più differenziate,atte a sviluppare adeguatamente il binomio formazione-ricerca e insieme sottoposte a severi meccanismi di valutazione, che salvaguardino le punte di eccellenza già esistenti e che assicurino il ricambio. Di massima, nelle Università dovrà avere collocazione preferenziale la ricerca avanzata, invertendo così l’assurda tendenza a separare strutturalmente e gestionalmente la “docenza” dalla “ricerca” . E in coerenza con questa nuova missione delle Università, dovrà essere abolito il valore legale del titolo di studio in modo da valorizzare il pieno sviluppo della formazione individuale e da promuovere la specificità delle preparazioni. Nelle Università dovrebbero essere assorbite le strutture di ricerca del CNR che non confluiscono nei Centri Nazionali o nei Centri Territoriali. Naturalmente tutto ciò implica un profondo mutamento del sistema. I finanziamenti pubblici generali saranno in parte erogati in base ai risultati ottenuti e in parte con nuovi meccanismi aperti per consentire a nuove forze di affermarsi. Contemporaneamente va stimolata la competizione interna ed esterna, per evitare improduttività e appiattimenti delle carriere, per eliminare ogni ostacolo alla nascita d’iniziative nuove, interdisciplinari e per promuovere il collegamento con il mondo esterno. I rischi di eccessi connessi all’assunzione di responsabilità insite nell’autonomia possono essere fronteggiati solo con una seria valutazione dei risultati conseguiti mentre l’autonomia finanziaria di ogni Università dovrà essere gradualmente resa obbligatoria, spingendo per nuove forme di sostegno complementare da parte di fondazioni, enti, associazioni, imprese, il più possibile collegati con il territorio di riferimento ed indirizzando i finanziamenti verso gli atenei più efficaci. A tal fine è indispensabile la riforma del sistema di governo delle Università che modifichi composizione e modi di formazione degli organi dirigenti e sviluppi il ruolo manageriale dei rettori.

Il sistema di reclutamento e gestione del personale docente deve essere migliorato creando un mercato del lavoro con livelli di salari e stipendi differenziati in base al giudizio di merito scientifico e didattico, legittimando la possibilità di allontanamento dei non meritevoli, favorendo l’ingresso pro-tempore di professionisti provenienti da altri campi e affidando la gestione delle risorse umane al corpo direttivo delle stesse Università. Quanto agli studenti, da un lato dovranno essere migliorati i servizi offerti (rapporto docenti-studenti, servizi tecnici forniti dall’Università, servizi sociali, offerta di corsi brevi e su richiesta, ecc.) evitando tasse occulte per servizi di tutoraggio di cui non beneficia il sistema universitario; dall’altro dovrà essere scoraggiato il loro parcheggio (governo degli accessi, verifiche sullo stato degli esami dati per contenere il numero massimo di anni fruibili, ecc.) e avviata una politica per le tasse universitarie a copertura dei costi marginali che progressivamente sposti il carico in capo individuale di chi frequenta e che estenda nel contempo ogni possibile forma di supporto (borse di studio, residenze, ecc.) per i più meritevoli privi di mezzi finanziari.

Questa trasformazione della missione dell’Università costituisce un insieme organico di interventi tra di loro interconnessi e complesso, che, per tutto il periodo della transizione, richiede soluzioni che mantengano la sostenibilità socio-economica dell’intero sistema universitario.

Il quinto pilastro saranno le attività diffuse di ricerca portate avanti dai Centri di ricerca privati e dal mondo delle imprese, anche con iniziative di partnership con le università e con le istituzioni. In questo caso il compito pubblico è contribuire alla creazione di condizioni ambientali e istituzionali adatte alla nascita di una nuova industria nazionale in settori specifici, con dimensioni sostenibili ma con respiro internazionale. In questa logica si potrebbe:

I liberal italiani ritengono che adottare un progetto-paese che segua le linee sopra tracciate sia decisivo per far uscire l’Italia dallo stato di emarginazione in cui si trova quanto alla ricerca. E lo propongono con l’intenzione di innescare nel tempo una sorta di muta intellettuale che schiuda quadri concettuali sempre nuovi alla ricerca nei vari campi – da quello dell’arte, che è un approccio di comprensione non trascurabile, fino a quello della conoscenza scientifica più razionale, empirica e così distante dalle spettacolarizzazioni della vulgata tecnologica. L’importante è far intendere l’essenzialità del processo di ricercare e di acquisire la conoscenza, un processo continuo e senza fine che in sé è ancor più decisivo di quanto già conosciamo e già abbiamo acquisito.

Prima di concludere, consentitemi due riflessioni sulla tipologia civile implicita nell’approccio proposto. La prima è che tra la democrazia liberale e la ricerca scientifica vi sono profonde correlazioni imperniate sul comune metodo critico, espressione di una consapevolezza precisa: che la via al conoscere e all’agire civile passa per la rinuncia a pretendere l’assoluto e il definitivo. La riprova eclatante sta nella coincidenza di molte delle rispettive radici. Vediamone alcune.

L’approccio alla conoscenza richiama la convivenza civile. Infatti, la fonte della conoscenza non è una rivelazione all’uomo ma un’osservazione dell’uomo. E la convivenza civile non è una concessione di alcuni ad altri ma una scelta di reciproco rapporto tra cittadini che valorizzano la propria individualità percependone i limiti.

Il come osservare richiama le regole della convivenza. Infatti le caratteristiche della cosa da conoscere devono potersi descrivere in modo inequivoco ad altri e da altri in modo inequivoco esser riconosciute. Così nella convivenza, i limiti dell’individuo devono valere circolarmente per tutti e perciò deve esserci una regola per garantire ogni scelta di vita che non violi l’altrui libertà.

Il valore pubblico della conoscenza richiama il valore pubblico della libertà di ciascuno . Infatti per ampliare la conoscenza chiunque deve disporre dei risultati delle esperienze altrui e poter valutare quale sia la procedura di astrazione adottata per ottenerli. Analogamente, per convivere meglio occorre preservare le libere potenzialità di ciascuno, da un lato come effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza, dall’altro attraverso una competizione secondo le regole.

La visione generale della realtà richiama il progetto generale delle pubbliche istituzioni. Infatti la visione della realtà, costruita a forza di astrarre da esperienze particolari e delimitate, è solo una ipotesi da verificare di continuo; dunque la coerenza oggettiva del procedimento di conoscere ha il prezzo della parzialità del conoscere.Analogamente, lo Stato liberaldemocratico,costruito a supporto del cittadino e della società civile, non può mai pretendere di trasformarsi in una struttura rigida svincolata dalla verifica dei quotidiani impatti con la realtà; dunque, la forza oggettiva delle regole della convivenza liberale ha il prezzo della parzialità delle materie regolate nei tempi e nei luoghi.

Il diritto a dubitare e l’importanza di farlo richiamano il rifiuto del conformismo e la possibilità di esercitarlo. Siccome conoscere implica anche il diritto a confutare i precedenti modelli del mondo, il rapporto con l’autorità costituita non implica la rinuncia a pensare con la propria testa e il lavorare di molti in rete non comporta l’annullamento delle diverse capacità e funzioni in una uniformità omologante. Il senso critico e la discussione costante del prodotto della conoscenza sono il grande antidoto di chi è convinto che voler conoscere non è peccato.

L’attitudine a confrontarsi sul cosa e come ricercare richiama il confronto sui modi della convivenza. Le esperienze fatte e le ipotesi avanzate possono approfondirsi ed evolversi solo attraverso la vicendevole messa in discussione fino all’esser falsificate e di conseguenza superate in una visione più estesa. Allo stesso modo, in una liberaldemocrazia il confronto politico è ineludibile e diviene costruttivo solo se di continuo verte sul come organizzare la libera convivenza nella distinzione dei ruoli per meglio corrispondere ai diritti di cittadinanza e agevolare la collaborazione nella diversità.

E in ultimo, certo non per importanza. La ricerca, nello sforzo di comprendere i fenomeni vitali, è riuscita dopo secoli a compiere il passo rivoluzionario di trovarne rappresentazioni che includano la non simmetria tra passato e futuro, cioè la irreversibilità del tempo che è l’essenza della vita. Analogamente il liberalismo, nello sforzo di favorire interazioni persistenti tra i cittadini, sta procedendo da secoli alla rivoluzionaria costruzione di strumenti rappresentativi che includano la mutevolezza come garanzia di apertura del circuito sociale, l’alternarsi al governo come solvente del cristallizzarsi del potere, la sensibilità alle circostanze storiche come rifiuto di bloccarsi o nel passato di una mitica età dell’oro o nel futuro di una utopica città del sole.

Insomma, l’efficacia ineguagliata del metodo scientifico nel comprendere il reale è strettamente corrispondente all’efficacia ineguagliata del metodo della libertà nel costruire l’emancipazione umana sul piano storico. Come è stato scritto, lo sviluppo è libertà.

La seconda riflessione consegue alla prima. Sostenere l’importanza della ricerca nei vari campi, non è un abbigliamento indossabile da qualunque progetto politico sociale. Quanto più ci si allontana da una progettualità liberale, tanto più la propensione a ricercare tende a contraddirsi, ad inaridirsi e infine a collassare. Come i liberal vedono la ricerca quale fattore centrale di una società aperta, così il mondo della ricerca dovrebbe considerare centrale l’esistenza di una robusta area liberal nel ruolo di catalizzatore di una politica lontana dalle promesse illusorie, dallo scontro tra organizzazioni chiesa, dalla lotta per un potere fine a sé stesso.

Per le sorti della ricerca non è indifferente aver a che fare con un’area liberal oppure con il mondo conservatore o con un mondo determinista o con i fautori di visioni finalistiche della storia o con i fanatici dell’impero della religione o con i nostalgici del classismo e neppure con i sostenitori dell’innocuo bene comune . Già il cosiddetto bene comune non può esistere se non ammettendo che spetti a qualcuno, singolo, organizzazione o istituzione, definire quale esso sia e imporlo gli altri, vanificando la logica di ricerca. Più in generale, sono esperimenti acquisiti gli esiti, disastrosi sotto ogni profilo, dei progetti economico politici che abbiano preteso di stabilire l’utile e la felicità dei cittadini e conseguentemente di fissarne a priori pensieri, comportamenti, obiettivi di ricerca ( esiti, questi, concettualmente analoghi alla mancata individuazione di principi ultimi in fisica dai quali dedurre tutto il resto e alla provata impossibilità di riuscirvi nel caso dei sistemi logico matematici).

Per le sorti della ricerca è importante avere a che fare con una politica liberal, che si propone , con adeguati modelli storici, di sviluppare una persistente interazione tra i cittadini e la massima responsabilità individuale. Che sono la precondizione di ogni ricerca e che altri cercano di continuo di impedire non solo con ostacoli ideologici ma anche con pratiche - come parole d’ordine semplificanti, condizionamenti pubblicitari o l’ingannevole farsi carico dei compiti altrui - che soffocano la consapevolezza delle scelte individuali.

Del resto, i sistemi liberaldemocratici favoriscono l’ambiente della ricerca anche con i propri equilibri seppur intricati e con la comprovata capacità di evolvere. Il parlamentarismo, con i meccanismi incrociati e il contrappeso dei referendum, con la separazione dei poteri e degli ordini, con l’articolazione federale, funziona applicando il criterio delle interazioni persistenti tra i cittadini. Dal parlamentarismo non si può prescindere nelle società complesse. Affidarsi al mito della democrazia diretta, anche nell’avvenirstica versione di internet, sfocerebbe nel ricorso alla arbitrarietà o alla casualità poiché è accertato che l’aumento del numero delle scelte disponibili e delle persone chiamate a farle comporta inevitabilmente l’impossibilità di decisioni dirette corrispondenti con sicurezza alle preferenze della maggioranza. Senza la libertà, le scelte sono sicure e la ricerca superflua, se la libertà c’è le scelte non sono completamente determinabili e la ricerca è essenziale.

Allora tutto ciò impone una conclusione. Che la ricerca non può chiudersi nelle proprie aule e nei propri laboratori ma deve sempre coltivare il campo di un ambiente il più possibile adatto alla propria esistenza. In Italia, la mentalità del definitivo e dell’assoluto è talmente radicata da far risaltare spesso solo i tifosi (che cercano nella scienza l’impossibile, cioè verità incondizionata e sicurezza) e i detrattori (che la additano come radice di ogni male e disegnano scenari apocalittici). Al mondo dei ricercatori dunque va assegnato un compito aggiuntivo: testimoniare che il punto del presente è il futuro.



Franco Morganti. L’Italia ha speso l’1,07 del PIL in R&S nel 2002, contro 3 e oltre di Giappone e Scandinavia, 2,8 di USA, 2,5 di Germania e circa 2% degli altri paesi del Nord Europa, Francia compresa. Siamo stabilmente fra metà e un terzo dei paesi avanzati. Occupiamo circa 30 persone ogni 10.000 occupati, contro 80 degli altri e 140 di Israele. In Europa c’è la Spagna al nostro livello, sotto a noi solo Grecia e Portogallo.

L'andamento della spesa rispetto al PIL nei decenni trascorsi, nei tre principali paesi europei maggiormente industrializzati è simile: stazionario negli anni dal 1970 al 1980, poi in notevole crescita fino al 1990, in calo dal 1990 al 1995; da allora la tendenza assume caratteri divergenti, stazionaria in Italia, in crescita in Germania, in calo in Francia. Sarebbe forse utile sapere se questa lunga coincidenza è dovuta a condizioni determinate dall'evoluzione della innovazione, da comuni condizioni di finanza pubblica, da scelte politiche correlate.

Basse anche le spese per l'innovazione e la ricerca nel settore industriale, in rapporto al PIL; sostanzialmente stazionarie in Francia e Germania dal 1985, in calo in Italia soprattutto nel periodo dal 1990 al 1995: complessivamente il raffronto con i due paesi europei mostra, dal 1985 al 2.000, che la spesa italiana passa dal 50 % al 38 % circa, dato che va coniugato con il valore assoluto del PIL, che è minore.


Da un certo punto di vista la bassa quantità della spesa per ricerca ed innovazione potrebbe essere considerata un fatto inevitabile: a fronte di risorse complessivamente minori, quanto residua dopo l'assorbimento delle spese "obbligate" è minore. Ma se questo fosse vero, saremmo di fronte ad una rigidità della spesa pubblica assolutamente patologica, ed in ogni caso in presenza di situazioni economiche di stagnazione o peggio di recessione, dovrebbe percentualmente crescere per divenire fattore di sviluppo.

La quantità della spesa non è l'unico dato da considerare per una valutazione della situazione. I termini qualitativi in questo caso sono particolarmente rilevanti. Non sono presenti indicatori che sistematicamente indichino l'efficacia dell'intervento pubblico o privato, o del sistema delle imprese che operano sul mercato, peraltro difficili da definire tanto in assoluto, quanto in funzione della possibilità di disporre di una ricerca capace di avere importanti ripercussioni future, sia in termini di innovazione di prodotti sia per l'eventuale capacità di produrre le basi per ulteriori ricerche. Può essere utile ricordare che se il tempo trascorso tra scoperta scientifica ed applicazione in tecnologie diffuse sembra continuamente accorciarsi, esso tuttavia è estremamente variabile e non mancano esempi moderni in cui sia risultato piuttosto ampio.

Comunque gli indicatori più evidenti non depongono a favore della situazione italiana: scarso il numero dei brevetti, oramai di fatto ridotte a pochissime le attività produttive ad alta tecnologia di rilevanza internazionale presenti in Italia.

Anche in settori in cui sono emerse produzioni di massa derivate da tecnologie innovative relativamente semplici, come ad esempio nella telefonia mobile, l'Italia ha sviluppato servizi ma è assente dalla produzione; l'esempio potrebbe estendersi ad altri settori.



L’Action Plan europeo lanciato a Barcellona nel marzo 2002 prevede che entro il 2010 la spesa in Europa per ricerca salga al 3% del PIL e che il finanziamento privato, al suo interno, passi ai 2/3 del totale (oggi è al 56%). La crescita dovrebbe quindi essere quasi tutta a carico del sistema delle imprese.

In Italia le imprese spendono solo lo 0,45% del PIL, che dovrebbe quasi raddoppiare già entro il 2006, allo 0,75%, mentre il sistema pubblico dovrebbe andare all’1% del PIL (più che raddoppiare), per raggiungere, in totale, l’1.75%, sempre entro il 2006. Per rispettare l’Action Plan entro il 2010 la ricerca privata dovrebbe quintuplicare rispetto al 2002. E’ realistico questo piano per l’Italia? Teniamo conto che solo il 10% della popolazione maschile in età da lavoro, in Italia, possiede una laurea, contro il 37% degli USA, il 36% di Francia e Giappone, il 28% della Germania, anche se questi dati vanno presi con la cautela che nasce dal confronto tra il livello di studi ai quali si attribuisce un titolo di laurea.

Ricordiamo inoltre che il PIL nel 2002 in Italia è stato di 1.265 miliardi di Euro, quindi l’1.07 del PIL vale 13,5 miliardi. Nel 2001 la spesa in R&S dell’industria in senso stretto è stata di 6,1 miliardi di Euro. A questa lo Stato ha contribuito con 1,12 miliardi, in parte a fondo perduto e in parte in agevolazioni di credito. Questo contributo è salito a 2,1 nel 2002, a fronte di spese complessive sensibilmente diminuite (quelle del comparto TLC, ad esempio, sono scese del 30%). Le leggi di sostegno, un tempo molto disperse, sono ora riunite nel decreto n.297/2000, pubblicato il 18/2/2001 (legislatura precedente all’attuale): il riordino tuttavia non ha toccato l’ampiezza degli interventi. La Finanziaria 2003 ha invece ridotto sensibilmente gli stanziamenti.


I settori dove si investe sono:

- apparati e sistemi di TLC, al primo posto con 1082 milioni nel 2001;

- autoveicoli al secondo, poco distanziato;

- industrie chimiche e farmaceutiche intorno a 900 milioni;

- aerospazio con circa 500 milioni;

- microelettronica e apparecchi di precisione sui 350, in gran parte a Catania presso STMicroelectronics.

Il rimanente ha modesta incidenza: si pensi che, sul fatturato, l’insieme dell’industria italiana spendeva lo 0,67% nel 2001, contro l’8,2% dell’industria TLC.


E’ quindi il mix industriale italiano, con povertà di high tech, che non sembra adatto a investire grandi cifre. Questo sembra incidere molto più che la struttura industriale, basata sulle piccole imprese, spesso “first mover” di ricerche originali, anche se è poi la dimensione d’impresa a determinare i grandi volumi. Forse potrebbe servire un provvedimento finanziario che consenta di dedurre tutta la spesa in ricerca dal reddito ai fini IRPEG. Un’azienda che fatturi 100, con un reddito di 10 (e colpita da imposte per 4), potrebbe, per esempio, spendere in ricerca 5, dedurle interamente dal reddito e ridurre a 2 le imposte. Di qui si potrebbe ricavare l’onere per lo Stato, che perderebbe in imposte il 40% della (maggior?) spesa in R&S, nell’esempio considerato. Ma certo non è pensabile che la spesa privata possa quintuplicare in 8 anni, perché l’industria high tech è in gran parte perduta. Al massimo raddoppiare, e solo con forti incentivi fiscali. Meglio d’altra parte evitare interventi fiscali mirati per settori industriali, come si usava negli anni ’70: si tratta di un modo per evitare che il mercato faccia le sue scelte.

Si possono invece dare incentivi mirati alla domanda, come si è fatto per l’edilizia e come si fa in molti paesi, compresi gli USA (ma non l’UK). Questi potrebbero favorire, ad esempio, l’alfabetizzazione informatica, la diffusione della larga banda, ecc.






In Italia il sistema della ricerca pubblica ha speso dunque 7,4 miliardi nel 2002. Il suo riordino è affidato al cosiddetto PNR, denominato in origine “Linee Guida per la Politica Scientifica e Tecnologica del Governo”, uscito il 19 aprile 2002, che tuttavia pretende di stabilire direttive per l’intero sistema della ricerca, pubblica e privata. Le macro aree di attività che emergono, riviste alla luce dei decreti di maggio 20031, sono:


- biotecnologie e post-genomica;

- tecnologie mediche;

- nanotecnologie e materiali intelligenti;

- tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni;

- tecnologie per i sistemi avanzati di produzione;

- scienze giuridiche e socio-economiche

- scienze umanistiche e dei beni culturali

Non figurano le Tecnologie aerospaziali, che però sono forse attribuite all’Agenzia spaziale italiana. Le linee di indirizzo corrispondono a quelle della specializzazione italiana.


I problemi che appaiono emergere come principali dalla lettura dei documenti di governo e di opposizione sono sostanzialmente:

- il legame tra spesa per la ricerca e prodotto interno lordo, con la previsione da parte del governo che la crescita della prima dipenda dalla crescita del secondo, scelta contestata da parte dell'opposizione;

- l'insoluto rapporto tra ricerca ed applicazione;

- i collegamenti tra la ricerca pubblica e quella promossa dalle industrie;

- l'individuazione di metodi efficaci di valutazione;

- la scarsa chiarezza sulle competenze e funzioni dei vari organi di governo, strettamente politici o a carattere più tecnico;

- l'impostazione di una politica che recuperi la presenza di industria di alta tecnologia, anche favorendo l'insediamento di capitale straniero o attraverso accordi internazionali;

- l’individuazione di un corretto rapporto tra ricerca finalizzata allo sviluppo economico e la sua interpretazione come manifestazione di libertà intellettuale, con un evidente contrasto tra esigenze di indirizzo generale e scelta individuale o di piccoli gruppi, che si preoccupano del possibile controllo politico e culturale della società;

- il problema del rapporto con l'assetto generale dell'Università e della ricerca in quella sede, in cui si ripercuote una situazione che ha visto in atto una riforma, sue repentine e non esaurite modifiche, tendenze contraddittorie; in particolare la constatazione che l’inevitabile diversificazione delle Università, sia per ragioni legate all'autonomia sia per un’esigenza di diffusione sul territorio, non può garantire uguali livelli e non sembra portare alla conseguente decisione di abolizione del valore legale del titolo di studio;

- la mancanza di linee di inversione di tendenza nell'atteggiamento dell'industria;

- la mancanza di riflessioni adeguate per quanto riguarda la valutazione dell'efficacia della ricerca, e quindi di strumenti di orientamento della spesa e della natura dei contributi;

- la carenza di progetti guida, di orientamento e di metodo.


A questi temi di carattere tecnico-economico, se ne possono aggiungere molti altri, tra i quali sembra di particolare interesse il rapporto tra ricerca e scelte politiche più generali. La ricerca ha interesse per lo sviluppo della conoscenza, è finalizzata in taluni casi ad obiettivi condivisibili da tutti negli aspetti generali (la ricerca medica, per esempio, anche se le individuazioni particolari comportano contrasti per diverse valutazioni etiche, economiche, ecc.), in altri casi ad obiettivi produttivi più o meno immediati: ma qui si pongono i problemi di fondo sulla neutralità dello stato, la libertà delle persone e dei gruppi, la possibilità di riconoscere "un bene comune", sul rapporto tra libertà ed interessi collettivi, in definitiva sull’individuazione di un modello di sviluppo.

Sarebbe erroneo pensare ai modi della organizzazione della ricerca successivamente alla definizione di tesi politiche generali, ed illiberale, perché significherebbe pensare che ciò possa avvenire una volta per tutte; ma è sbagliato anche pensare ad un impianto tecnocratico che massimizzi l’efficienza misurandola soltanto come somma del valore finanziario dei prodotti generati.


Vi ringrazio, cedo la parola a Riccardo Chiaberge, che modererà la tavola rotonda, e cercherò di aiutare gli altri che interverranno manovrando il computer che è qui davanti a me.





PRIMO PANEL





Riccardo Chiaberge, moderatore -L’amico Morganti mi ha imposto una road map ferrea e quindi mi limiterò a pochissime osservazioni. Permettetemi di fare un’autocitazione, autopromozionale, che mi sembra pertinente in questa sede. Domenica scorsa, sul domenicale del Sole 24 ore, abbiamo pubblicato una notizia molto importante per la ricerca italiana e cioè che un gruppo di ricercatori italiani, geologi marini, guidati dal prof. Enrico Bonatti dell’Università di Bologna, è finito in copertina su Nature con una ricerca tutta italiana, una ricerca che riguarda i problemi della crosta terrestre sotto la dorsale atlantica, la dorsale dell’Oceano atlantico.

Uno si potrebbe domandare, al di là della soddisfazione che un gruppo italiano sia finito sulla copertina di una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, che cosa ce ne viene in tasca dal fatto che un gruppo di signori scenda in batiscafo a vedere le profondità marine? A che cosa serve, vale la pena che come contribuenti, come aziende, come sponsor, se ce ne sono stati di privati, si finanzino ricerche di questo tipo? Beh, c’è un piccolo dettaglio, che adesso abbiamo quaranta gradi e stiamo soffocando, ma pare che le cose che hanno scoperto questi bravi ricercatori riguardino proprio l’influsso che il sollevamento della crosta terrestre sul fondo degli oceani può determinare sul clima attraverso sia il sollevamento dei mari sia l’emissione di CO2 e di altri gas serra. Quindi non c’è soltanto l’effetto dell’uomo, ma ci sono anche degli effetti naturali. Da ricerche di questo tipo possono venire contributi non soltanto alla nostra conoscenza del clima - per rispondere a domande sul perché stiamo soffocando, a Milano e altrove- ma anche magari a come prevedere l’evoluzione futura del clima e possibilmente a come prevenire dei disastri ecologici.

Ma nell’articolo che noi abbiamo pubblicato, il Professor Bonatti si faceva anche un’altra domanda. Diceva: al di là della soddisfazione di andare in copertina, rimane il rammarico che mentre all’estero il lavoro dei ricercatori italiani continua ad avere dei prestigiosi riconoscimenti, in Italia non è la stessa cosa, e fa il caso appunto di alcuni dei suoi collaboratori. Dice che ci sono tre giovani tra gli autori dell’ultimo articolo di Nature, tre giovani che hanno appena ottenuto un dottorato, ma non sono più al CNR. Due hanno lasciato l’Italia, uno per il Laboratoire Pierre Satelet di Parigi e la seconda per la Columbia University. Quindi c’è questo interrogativo: perché questo Paese continua a non premiare l’eccellenza?

Ed è una domanda a cui, come operatore dell’informazione, posso dare una risposta soltanto per quello che mi riguarda. Perché il sistema dei media - e non parliamo dei politici, che poi sono conniventi - il sistema dei media tende a premiare piuttosto i venditori di fumo che i cacciatori di molecole. Io ho passato circa vent’anni della mia vita professionale a cercare di convincere i direttori che era importante fare degli articoli sulla ricerca scientifica, sull’università. Il più delle volte mi veniva risposto che erano degli argomenti “pallosi”. Cioè la ricerca scientifica fa notizia soltanto quando diventa un fatto sindacale, ad esempio la protesta dei dipendenti del CNR che magari fanno ricorso al TAR contro dei licenziamenti, oppure quando c’è una notizia sensazionale, magari una bufala, di qualcuno che ha scoperto una nuova cura contro il cancro. Altrimenti della ricerca si tende a parlare il meno possibile.

Quindi o il piagnisteo, oppure il sensazionalismo, si alternano questi due registri. Il che non aiuta assolutamente né l’opinione pubblica a capire l’importanza, la centralità della ricerca che è stata sottolineata dai due oratori che mi hanno preceduto, sia i politici a fare in modo che il Paese recuperi questo ritardo. E non è un problema di destra né di sinistra. E’ un problema che riguarda il futuro del Paese, appunto come ha sottolineato il Governatore nella sua ultima relazione; c’è un problema di declino del Paese, c’è un problema di ricreare quello che Morelli ha definito un progetto Paese, un sistema paese. Non serve a niente rimpallarsi le responsabilità, è colpa più dei politici, è colpa dei ricercatori fannulloni, è colpa delle banche che non finanziano o delle imprese che non investono. E’ inutile fare questo tipo di processi, bisogna cercare di creare delle sinergie intorno a un progetto che rilanci la nostra ricerca.

Io di risposte non ne ho. Per mestiere so fare solo domande, e me ne sono elencate alcune che sono, credo, le domande che oggi ci dobbiamo porre. La prima ovviamente è che futuro possono avere il CNR e gli altri enti della ricerca pubblica in Italia. Dove devono andare i finanziamenti pubblici che oggi spesso vengono dirottati verso la ricerca applicata anziché verso la ricerca di base, anche perché le imprese investono poco, dunque svolgono una funzione quasi di supplenza. Poi a chi devono andare: devono andare direttamente ai ricercatori come individui oppure devono andare agli enti? Che ruolo devono avere i privati, le imprese, le fondazioni bancarie, che sono un nuovo soggetto molto importante di cui abbiamo qui prestigiosa rappresentanza? Come valutare i risultati, anziché dare il denaro a pioggia, senza mai vedere i risultati.. Non si tratta di fare una valutazione come se fare ricerca fosse la produzione di saponette. Evidentemente non è una catena di montaggio, c’è la serendipity. Ci sono tutti questi aspetti per cui un ricercatore può anche perdere tempo seguendo delle sue vie e poi improvvisamente imbattersi in una ricerca fondamentale, in una scoperta che può avere delle applicazioni pratiche. Però qualche criterio di valutazione ci deve essere. Non si può neanche tollerare che della gente scaldi una sedia senza concludere nulla coltivando semplicemente dei suoi orticelli.

Come rilanciare gli investimenti, è la domanda che mi pare si poneva anche Morganti. Come fare rientrare i nostri cervelli dall’estero, due esempi erano nel gruppo che ha lavorato con Bonatti a questa ricerca da copertina di Nature. E l’ultima domanda è fino a che punto la politica può interferire e condizionare la ricerca, non soltanto diciamo, con procedimenti di lottizzazione, di spoil system, sostituendo i responsabili della ricerca pubblica, ma anche, come è avvenuto in passato, con censure di tipo ideologico. Noi abbiamo fatto una battaglia, abbiamo pubblicato sul domenicale un manifesto dei ricercatori italiani che si opponevano al tentativo di mettere la museruola e il guinzaglio alla ricerca sugli OGM sulla base di una ideologia contraria agli OGM stessi. Ecco questo è un altro aspetto. Sono tutti interrogativi cui credo questo panel potrà rispondere.

A questo punto io darei senz’altro la parola al primo oratore, andiamo per ordine quasi alfabetico. Il primo è il professor Bonetti, alla mia sinistra, bioetico, docente di Filosofia morale nel corso di laurea in Biotecnologie alla Facoltà di Scienze di Urbino.



Paolo Bonetti. - Può sembrare strano che ad aprire questo dibattito sulla ricerca scientifica in Italia sia uno studioso di filosofia. In realtà, sul tema della ricerca scientifica italiana, i filosofi (molti, non tutti) hanno la loro parte di responsabilità, nel senso che non collaborano certamente al suo potenziamento e al suo sviluppo. Come voi sicuramente avrete notato, da un po’ di tempo alcuni filosofi fra i più autorevoli e noti ormai anche al grande pubblico sono diventati editorialisti, nei maggiori quotidiani italiani, su argomenti che non sono, naturalmente, quelli filosofici in senso tecnico, ma riguardano la vita morale e culturale della nostra società. Questi filosofi ( un Cacciari, un Galimberti, un Vattimo, un Severino, per fare qualche nome) influenzano notevolmente l’opinione pubblica media italiana, poiché, in veste di giornalisti e con un linguaggio più comprensibile di quello dei loro libri, diffondono idee e talvolta, su determinati argomenti, anche stereotipi e pregiudizi, ed è attraverso questi stereotipi e questi pregiudizi che certe idee sulla scienza, sulla tecnica e sulla ricerca scientifica penetrano nella più vasta opinione pubblica e finiscono con l’influenzare la classe politica. E la classe politica, come ben sappiamo, ha un ruolo fondamentale nel determinare i criteri e le risorse con i quali si organizza la ricerca scientifica, in primo luogo pubblica, ma certamente anche privata.

Quali sono i pensieri di molti autorevoli filosofi italiani sulla scienza? Diciamo subito che questi pensieri sono spesso alquanto inquietanti per le sorti della ricerca scientifica in Italia. Dobbiamo prima, però, sfatare qualche ricostruzione storica alquanto mitologica, perché quando in Italia si parla del rapporto tra filosofia e scienza, si tirano fuori i soliti, famigerati Croce e Gentile e il solito deprecato neo-idealismo che avrebbero coartato e strangolato lo sviluppo della scienza. Non credo( se si vanno a leggere davvero le loro opere) che Croce e Gentile siano stati veramente così nemici della scienza come molti filosofi e scienziati si ostinano ancora oggi a dipingerli, forse per mancanza di una conoscenza diretta. D’altra parte, negli anni Trenta, in piena egemonia gentiliana, la scienza italiana, cominciare dalla fisica, conseguì risultato più che ragguardevoli. Un figlio dello stesso Gentile, morto purtroppo precocemente, fu un fisico di notevole valore. A quanto pare, il terribile padre non l’aveva represso e scoraggiato più di tanto.Lo scoraggiamento, caso mai, venne, per molti scienziati di origine ebraica o imparentati con ebrei, dalle atroci leggi razziali del regime fascista. Ma, tornando a Croce e Gentile, bisogna pur dire che, se io leggo le loro pagine, quale che sia l’idea che posso farmi del loro pensiero, riesco a capire ciò che dicono. Questo non sempre accade con molti filosofi contemporanei dominati da un eclettismo in cui si mescolano confusamente pensieri contraddittorii, con un amalgama sconcertante e indigeribile di irrazionalismo, misticismo e intellettualismo, oppure con la tendenza veramente maniacale a ricondurre ogni problema a una sola idea preconcetta, che viene cucinata in tutte le salse e a proposito di qualsiasi argomento. So bene che molti lettori - e lo so perché mi è stato detto da questi lettori, ai quali ho manifestato la mia perplessità su certi libri e su certi articoli – reagiscono, invece, in questo modo: poiché riescono a capire ben poco, traggono da questo fallimento interpretativo la conclusione che si debba trattare di un testo particolarmente profondo. Alla fine, accettano le conclusioni espresse magari in forma apodittica, anche se le linee argomentative non sono per nulla chiare e si affidano, prevalentemente, alla suggestione di parole oscure e di citazioni ben congegnate. L’importante è citare( se possibile, esibendo anche i testi sacri di una qualsivoglia religione, da quelle più legate alla nostra civiltà a quelle esotiche, naturalmente estranee al pensiero scientifico e alle moderne tecnologie) e alludere con tono oracolare a verità che non sono quelle della nostra banale esperienza: il lettore va intimidito o consolato sentimentalmente, non razionalmente convinto. E’ ancora molto diffusa, nella cultura italiana, l’idea che la profondità è segnalata dalla mancanza di chiarezza. Non è così, come sapete, nella cultura anglosassone, ma in Italia la situazione è questa fra molti degli addetti e anche dei non addetti ai lavori.

Per amore di giustizia, vorrei però aggiungere che ci troviamo oggi in presenza anche di alcune forme di scientismo riduzionista e semplificatore, legato specialmente alle nuove ricerche della genetica e della biologia molecolare, e che trova spazio, principalmente, nell’opera di alcuni divulgatori e sulle pagine o sugli schermi dei media. Contro questo riduzionismo hanno fortunatamente preso posizione alcuni dei maggiori scienziati, sicché esso è decisamente contestato proprio da coloro che fanno effettivamente ricerca scientifica. Ma ci troviamo soprattutto(ed è l’altra, inevitabile faccia del riduzionismo scientista) di fronte a un pericoloso rigurgito di irrazionalismo, misticismo, pregiudizi antiscientifici e antitecnologici, che molto spesso si spacciano per difesa di una non ben definita sacralità o dignità della vita umana. Poiché la “dignità” della vita umana è questione da non prendere alla leggera, direi che sul rapporto che intercorre fra valori morali e ricerca scientifica occorre fare qualche riflessione che aiuti a dipanare il groviglio di argomenti, spesso più emotivi che razionali, che ingombra il problema. D’altra parte, emozioni, paure e speranze non sono da esorcizzare o da ignorare, ma da comprendere e riconoscere nella loro necessità e positività. In materia, il nostro maestro resta sempre il grande Spinoza.

A proposito di ciò che i filosofi pensano della scienza e della tecnica e di ciò che hanno pensato soprattutto nel corso del secolo passato, vorrei segnalare l’interessante libro di Michela Nacci, Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni, pubblicato qualche anno fa da Laterza. In questo libro, Nacci, con un’analisi molto puntuale e dettagliata, mostra chiaramente come quasi tutti i filosofi del Novecento - a cominciare dal feticcio Heidegger, sul quale non c’è, in Italia, giovane ricercatore di filosofia che non si senta obbligato a fare il suo diligente e ripetitivo compitino, parlandoci dei filosofi che dovrebbero essere “pastori” dell’essere, mentre la scienza-tecnica mira al dominio degli enti allo scopo di esercitare un perverso potere tecnocratico, per finire alla sempre gettonata coppia francofortese Adorno/Horkheimer, alle cui tesi si ispira ancora la maggior parte di coloro che sui giornali parlano di scienza con pretese filosofiche – di scienze e di tecniche al plurale( come sarebbe il caso di precisare), in realtà sapevano pochissimo. Ossia Nacci ci fa capire, con un’esauriente documentazione, come questi filosofi, riflettendo sulla scienza-tecnica, per condannarla e variamente esorcizzarla, mostrino la totale inadeguatezza delle loro conoscenze nel campo dei reali, concreti, specifici procedimenti delle diverse scienze e delle diverse tecniche.

Questo, però, che cosa significa? Significa che esiste ancora oggi (non solo nella cultura italiana, s’intende, anche se da noi la situazione è più grave) un divario molto grande,con conseguenze sociali che possono essere pericolose, fra i nuovi procedimenti delle scienze e delle tecniche e una concezione filosofica della natura umana che giustamente è stata definita da alcuni studiosi come pre-darwiniana. Vorrei ricordare, in materia, le riflessioni di uno studioso molto attento a questi problemi, Roberto Marchesini, autore di un libro di cui consiglio vivamente la lettura ai filosofi, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, edito da Bollati Boringhieri. Sostiene Marchesini che i filosofi hanno spesso della natura umana una concezione che non tiene conto della grande rivoluzione biologica iniziata da Darwin, ragionano ancora con categorie filosofiche di derivazione metafisica, sostanzialistica. Non soltanto i filosofi cattolici, ma anche molti pensatori alieni da ogni teologia e confessionalismo adoperano concetti che sono di tipo pre-darwiniano e quindi sostanzialmente anti-scientifico. Con questo non si vuol sostenere che la filosofia debba, positivisticamente, correre dietro alle scienze per tentarne un’improbabile sintesi e, tantomeno, che si debba andare verso un’etica scientifica o pretesa tale. L’etica scientifica non esiste, perché l’etica riguarda il mondo dei valori, del dover essere, delle scelte che noi dobbiamo fare e queste scelte non si possono appiattire su ciò che la scienza constata, sulla descrizione dei fenomeni. Il compito dell’etica è di indicare degli orientamenti di valore e, magari, delle prospettive di cambiamento sul piano dei rapporti sociali e culturali. Ma come è possibile orientarsi moralmente, praticando un’etica della responsabilità che tenga conto delle conseguenze prevedibili delle nostre azioni, senza prendere in seria considerazione i procedimenti effettivi e i risultati delle scienze e delle tecniche?

Questo è un punto sostanziale. Se non è possibile e neppure auspicabile un’etica scientifica ( debbo dire che, recentemente, ho letto con qualche perplessità le dichiarazioni di un uomo di grande prestigio come Veronesi, in cui si accennava all’idea di una specie di senato o accademia dell’etica scientifica, ossia alla possibilità di creare un organismo che sia al tempo stesso etico e scientifico, e che dia le direttive circa quello che è opportuno o non opportuno fare. Non vorrei che al posto dei vecchi preti, e sono convinto che non lo vuole neppure il laico Veronesi, subentrassero i nuovi preti della scienza, non sarebbe un grande acquisto. Non vogliamo degli scienziati preti che dettano alla classe politica le direttive su quello che è giusto fare nel campo della legislazione, ma possiamo ben volere una classe politica che rifletta e decida su certi problemi dopo aver consultato seriamente (e non semplicemente finto di consultare) coloro che hanno conoscenze fondate sulle questioni attorno alle quali i legislatori (vale a dire i nostri rappresentanti, sui quali dobbiamo esercitare un controllo attento e continuo) sono chiamati a decidere.

E allora occorrerà., e accenno solamente al problema, perché non è questa la sede, riflettere un po’ meglio su che cosa significa l’uso che noi continuiamo a fare di certi termini quando parliamo ad esempio di biotecnologie, delle nuove scoperte della genetica e delle tecnologie che ad esse si connettono. Parliamo di tecniche che ormai possono intervenire a modificare quella che una volta si chiamava in modo generico la natura umana. Ma, oggi, che cosa si deve intendere per natura umana? Che cosa si deve intendere per persona? Che cosa si deve intendere per dignità della persona umana? Quando, ad esempio, si invoca una specie di censura o comunque limitazione della ricerca scientifica in nome della dignità della persona umana, occorre riflettere attentamente su parole che appartengono a una tradizione morale millenaria, ma che hanno bisogno di essere reinterpretate alla luce di quanto oggi sappiamo sulla “natura”umana, e che è certamente assai diverso da quello che sapevano teologi, filosofi e scienziati del mondo antico o dei primi secoli del cristianesimo. Quando si dice che non bisogna fare ricerche sulle cellule staminali embrionali perché in questo modo si viola la dignità o la sacralità della persona umana, si dice qualcosa che colpisce vivamente la nostra sensibilità morale, ma dobbiamo anche interrogarci seriamente su quali sono, anche alla luce della ricerca scientifica, i caratteri che definiscono oggi la persona umana e in che cosa concretamente consiste la dignità che dobbiamo salvaguardare. Intendiamoci bene : non è la scienza che, da sola, può definire le modalità di ciò che intendiamo per persona, e meno ancora stabilire in che cosa consista la sua dignità, perché questi sono concetti morali e culturali in continua trasformazione e non dati biologici, ma certamente non è possibile esaminarli, anche da un punto di vista filosofico e perfino religioso, senza aver prima riflettuto su ciò che le scienze ci dicono a proposito dei processi biologici e neurologici che stanno a fondamento della cosiddetta natura umana.



Riccardo Chiaberge, MODERATORE. Grazie al professor Bonetti, anche perché ha ottemperato all’imperativo etico del rispetto dei tempi. Vorrei invitare tutti a seguire il suo esempio, limitarsi a quindici minuti. Questa è la nostra road map.

Visto che è stato tirato in ballo il Professor Veronesi, è arrivato un suo messaggio al Convegno, al quale era stato invitato ma cui non può partecipare perché è a Heidelberg per un altro impegno e ci scrive: “E’ davvero con rammarico che rinuncio poiché sarebbe stata una ulteriore opportunità per ribadire come promuovere la ricerca attraverso un’analisi delle politiche, legislazioni, applicazioni in termini di risorse, fondi e modelli di intervento volti ad una crescita non solo scientifica ma anche culturale e sociale del Paese, significhi pensare all’uomo, al benessere della collettività. Infatti proprio dalla e grazie alla conoscenza si arriva ad un progresso sano in cui non vengono dimenticati e trascurati i diritti dell’individuo e l’unicità dell’esistenza, valori morali etici e le aspettative della ricerca”.

A questo punto ha la parola il Professor Maurizio Dècina ordinario di Reti di Telecomunicazioni al Politecnico di Milano, animatore del gruppo Futura a Milano, autore di un documento su Università e ricerca.



Maurizio Dècina. Ringrazio per l’invito. In realtà non sono il solo autore di un documento sull’Università e la ricerca. “Futura a Milano” è una associazione della società civile milanese, nella quale un gruppo di lavoro composto da numerose persone (ricordo il professor Vannucchi qui presente, il professor Ghezzi, i professori Fuggetta, Bartezzaghi, e Benassi), sta svolgendo studi sul tema della ricerca, innovazione e sviluppo nel nostro Paese. Abbiamo messo sul sito di Assofutura una prima versione di questa relazione, ma stiamo andando avanti, continuando a studiare un problema molto complesso.

Franco Morganti ha una diapositiva che possibilmente possiamo mostrare.



INSERIRE LA DIAPOSITIVA DA Decina.ppt



Questa diapositiva è molto complicata, ma mostra la complessità del problema che abbiamo di fronte. Per leggere quella diapositiva bisognerebbe declinare tutti i numeri e gli indicatori del famoso ‘declino’. Negli ultimi tre mesi c’è stata una sequenza impressionante di pubblicazioni sugli indicatori rispetto alla propensione all’innovazione del Paese in cui viviamo. La Comunità Europea, con la Direzione Generale Ricerca ha pubblicato il Benchmarking 2002. La Confindustria a marzo ha elaborato una serie di indicatori veramente impietosi sul nostro Paese. Il Governatore della Banca d’Italia recentemente ha fatto un discorso in cui richiamava lo stesso stato di declino per quanto riguarda cultura, conoscenza, innovazione e sviluppo nel nostro Paese. Il presidente dell’Antitrust, Tesauro, l’altro giorno ha fatto un discorso in cui metteva in evidenza la poca propensione alla competizione sull’innovazione, del mercato italiano. Stamattina tutti i giornali riportano i dati relativi alle lauree, relativi alla formazione universitaria. Questa diapositiva mostra che in realtà non possiamo parlare di riforma del CNR “tout court” senza tener conto del sistema complessivo che condiziona l’innovazione del Paese. Di mezzo c’è certamente la ‘riforma della ricerca pubblica’, come indicato sulla sinistra della diapositiva. C’è poi un tema di enorme importanza che è quello della ‘riforma dell’università’, intesa non solo come riforma curriculare, ma anche soprattutto come riforma del ruolo, della missione e dello statuto dell’università nel nostro Paese. Tenete conto che le regole che hanno generato il sistema della ricerca pubblica (CNR, centri di ricerca, università) nel nostro Paese sono praticamente rimaste invariate negli ultimi trent’anni. Non ci sono state riforme innovative di alcun tipo.

Sulla destra della diapositiva è mostrato l’altro aspetto fondamentale del nostro problema di innovazione e sviluppo. Ricordava Franco Morganti che è vero che noi siamo alla metà della spesa in ricerca e sviluppo rispetto al PIL rispetto alla media degli europei. Ma questa metà, questo 1 per cento rispetto al PIL è fatto di una parte pubblica e di una parte privata. La parte pubblica è inferiore alla media europea, ma di un 20-30 per cento, non di più. Quindi non é vero che si spende pochissimo in ricerca pubblica nel nostro Paese. Si spende poco e male purtroppo. Il dato veramente drammatico è quello relativo alla cosiddetta ‘business research’, o ‘business development’, cioè quanto le industrie italiane spendono in innovazione. Non voglio neanche dire in ricerca, dico in innovazione, in alta tecnologia diceva il Governatore Fazio l’altro giorno. Infatti le industrie italiane non investono in alta tecnologia. L’indicatore di quanto investe l’industria italiana nel settore è vicino ad un terzo della media europea. E credo che l’analisi di Franco Morganti sia stata assolutamente corretta, e quelli poi sono i dati del 2001 che era già un anno buono. L’anno terribile è il 2002 in cui quei dati sono peggiorati. Oltre a queste due dimensioni del pubblico e del privato, nella diapositiva viene messa in evidenza la realtà italiana del ‘privato’, dominata dalle piccole e medie imprese, poco propense ad innovare il loro business tramite le nuove tecnologie. Ci sono poche grandi imprese nel nostro Paese, dove anche la legislazione del diritto societario non ha favorito la creazione di grandi industrie.

La diapositiva incorpora poi due nuove dimensioni di cui non possiamo dimenticarci, che sono quella del sistema Paese e quello del sistema Territorio, e cioè mette in evidenza la valenza sempre più importante che hanno Comuni, Province, Regioni, rispetto al centro, dal punto di vista della programmazione, della capacità investitoria, della capacità di incidenza sulla vita quotidiana con le strutture della Pubblica Amministrazione. Qui compare il tema drammatico della ‘programmazione’. Prima di parlare di ‘erogazione’ dei fondi, di ‘valutazione’ dei risultati, va ricordato che l’innovazione richiede una visione a medio termine e una solida ‘programmazione pluriennale’. Ma dov’è il luogo ove il Governo e le Regioni programmano in modo pluriennale gli investimenti? La Conferenza Unificata? E’ come dare alla Unione Internazionale delle Telecomunicazioni di Ginevra il compito di definire le alleanze industriali nel settore delle telecomunicazioni.

Per quanto riguarda l’erogazione e la valutazione, credo che la relazione di Raffaello Morelli riporti con grande accuratezza alcune delle proposte che erano emerse nella ricerca di Futura a Milano. C’è necessità di avere un organo ‘super partes’. Non si può fare ricerca e valutare i risultati della ricerca degli altri allo stesso tempo. Quindi giocatori ed arbitro devono essere separati. L’Agenzia Nazionale della Ricerca è un organo super partes che coordina gli investimenti in innovazione e ricerca applicata, nonchè in ricerca di base, nel sistema Paese, pubblico e privato.

Negli Stati Uniti esiste la National Science Foundation, che è un organo che eroga i finanziamenti all’industria e all’università, che poi è il luogo principale dove si svolge la ricerca. Si parla tanto del CNR. Certamente la ricerca a livello nazionale ha un’importanza fondamentale, nessuna università italiana e nessuna industria italiana ha una dimensione tale da finanziare ricerche di base quali quella sull’energia basata sull’idrogeno. Ma in tutto il mondo la ricerca la fanno i giovani. I giovani sono nell’università, ed è lì che si avvicinano alla cultura, alla tecnologia, al brevetto, all’innovazione. La ricerca diffusa si fa nelle università, in tutti i Paesi del mondo, in Francia, Germania, Inghilterra, Giappone, Stati Uniti. Ma per stimolare la ricerca, non c’è solo l’incontro col professore, c’è anche quello con l’industria, con l’imprenditore: è là che bisogna portare l’attenzione. Problema complicato. Ma volendo affrontare un tema complicato, c’è il pericolo della fuga in avanti. E c’è appunto chi dice “Ah, invece di stabilire un Patto per la Ricerca facciamo un ‘Patto per l’Innovazione”. Poi ci mettiamo dentro anche l’e-government e così stabiliamo il Patto per lo Sviluppo, e poi ci infiliamo dentro anche il lavoro,..... Invece, cerchiamo di essere realisti e partiamo dai fondamentali. La ricerca e l’innovazione sono basate su un requisito indispensabile che si chiama ‘know-how’, conoscenza, il sapere. Il grido di allarme che lancio è il rischio che oggi il Paese corre nel perdere il sapere.

Le Università italiane non funzionano. Rispetto agli indicatori europei abbiamo una percentuale di laureati sulla popolazione attiva di molto inferiore (quasi un terzo) rispetto a Germania e Inghilterra. Il numero dei laureati è molto basso. Gli studenti italiani si laureano a ventotto anni: questa è la media (27,9 anni). Impiegano sette anni di università per laurearsi, in media. Perchè non funziona? Non credo perché i docenti non sono all’altezza o lavorano poco. I professori bravi ci sono, gli articoli e i brevetti ci sono, il problema è che il sistema universitario non funziona. Non c’è governo degli accessi degli studenti, si pagano poche tasse di iscrizione, c’è una selezione dei docenti assolutamente autoreferenziale, una chiusura verso la professionalità esterna, una effettiva mancanza di autonomia. Se non funziona l’università, ho l’impressione che non riusciamo a far funzionare tutto il resto: la collaborazione con le industrie e con gli enti territoriali. All’università l’età media dei professori è di cinquant’anni. L’età media dei ricercatori di tutta la filiera pubblica, CNR, università, è oggi di cinquant’anni. Gli americani dicono: “over thirty”? Hai più di trent’anni? La ricerca non la fai!

E allora dove sono i ricambi, i nuovi ricercatori, i futuri professori? Vedete, costruire in genere è difficile, ci vogliono molti anni, ma costruire la conoscenza è un compito ancor più difficile. Se perdiamo gli elementi primari, le risorse umane per poter fare la cultura del domani, noi svalorizziamo gli asset fondamentali del nostro Paese. Qui non si tratta di dire: “i ricercatori sì, i ricercatori no”, “vanno bene o vanno male”, ma bisogna dire ai cittadini: “Siete preoccupati per il futuro dei vostri figli? Ma a quale scuola li manderete: nella scuola pubblica? C’è una scuola privata alternativa? Esistono università alternative al di là della Bocconi o della Luiss?” Il livello di know how medio degli studenti che arrivano a iscriversi al Politecnico di Milano è molto peggiorato. Molti non sanno esprimersi e scrivere in italiano! Investiamo quindi subito in conoscenza, prima di tutto, e cominciamo ad assumere diecimila giovani, diecimila borse di dottorato per i prossimi cinque anni e nel frattempo studiamo come riformare il sistema Paese nel suo complesso. Grazie.



Riccardo Chiaberge, MODERATORE - Ringrazio il Professor Dècina anche se il quadro che ha tracciato è certo fatto più di tinte forti e cupe che di luci, purtroppo. Però credo che bisogna raccontarsi la verità per cominciare a costruire il futuro, e quindi lo ringraziamo per la sua franchezza e anche per la passione con cui ha espresso queste sue opinioni. Poi sull’università ritorneremo più tardi.

Adesso vorrei tornare su un punto che ha sollevato il professor Dècina, e che è appunto questo ritardo della ricerca e dello sviluppo nel comparto privato. Da questo punto di vista credo che Giuliano Segre, Presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio di Venezia ha certamente delle cose da dire. Quali cure ricostituenti ha da proporre?



Giuliano Segre 2

Il peso della ricerca scientifica in Italia e nel mondo.

Come emerge dal terzo rapporto (2003) della Commissione Europea sugli indicatori scientifici e tecnologici, gli sforzi per la ricerca in Europa sono minori di quelli effettuati dagli Stati Uniti o in Giappone.

La situazione si è significativamente deteriorata a partire dalla metà degli anni '90. L'Unione Europea, pur avendo un enorme potenziale in termini di ricerca di alta qualità e di risorse umane estremamente competenti, non riesce a sostenere gli investimenti nel settore in questione.

Nel 2000, infatti, gli Stati Uniti hanno speso 287 miliardi di euro per la ricerca e lo sviluppo (R&S), 121 miliardi di euro in più rispetto alle risorse dedicate in termini correnti dall'Unione Europea.

Prendendo in considerazione le parità del potere d'acquisto nel corso del 2000 l'Unione Europea ha destinato alla ricerca l'1,9% del PIL mentre i suoi principali concorrenti, Stati Uniti e Giappone, hanno destinato rispettivamente il 2,8% e il 3%.

La causa principale di questo divario negli investimenti arriva dal minor apporto del settore privato.

Con una percentuale di spesa che si aggira intorno all'1% del PIL l'Italia ha investito una percentuale nettamente inferiore rispetto alla media europea. Questa situazione è rimasta pressoché immutata dagli anni Ottanta. Il divario con gli altri paesi europei è aumentato poiché Francia e Germania hanno speso oltre il 2% del PIL, innalzando la media europea ad una percentuale quasi doppia rispetto alla percentuale italiana. Solo Grecia, Portogallo e Spagna investono meno dell'Italia, anche se la loro spesa manifesta un incremento progressivo.

Per quanto riguarda l'attività di R&S il nostro Paese ricopre le ultime posizioni delle classifiche europee: 2,8 ricercatori ogni 1.000 occupati (la Finlandia ne ha 13,1); 1,6 nuovi dottorati di ricerca per 1.000 abitanti fra i 25 e i 34 anni; 67 brevetti e 573 pubblicazioni scientifiche ogni milione di abitanti (124,306 e 1.657 in Svezia).

A fronte di tale fenomeno, ci sono alcune prassi adottate dalla aziende italiane che possono indurre le statistiche ufficiali a sottostimare le spese effettivamente sostenute nel settore "ricerca e sviluppo".

In particolare, il finanziamento di tali interventi può essere considerato come una immobilizzazione immateriale, offrendo la possibilità di capitalizzare le risorse devolute ad una specifica iniziativa. Tuttavia, la sola attinenza a specifici progetti non è condizione sufficiente affinché detti costi abbiano legittimità di capitalizzazione, essendo inoltre necessario che siano:

Tuttavia, dato che il principio contabile appena sintetizzato può essere applicato in termini facoltativi; la presenza dell'ultima condizione - che implica la documentazione dei ricavi futuri derivanti dal progetto di ricerca e sviluppo - indurrebbe molte società a contabilizzare le spese a conto economico, disperdendo in molteplici centri di costo le risorse effettivamente destinate alle attività di ricerca.

La persistenza e la rilevanza del problema hanno recentemente indotto il Governatore della Banca d'Italia3 a sottolineare come il modesto sviluppo della produttività del Paese sia da ricondurre alla scarsa presenza di produzioni tecnologicamente avanzate, al ritardo nella applicazione dell'informatica nei processi di produttivi, alle caratteristiche peculiari delle strutture organizzative. Tali fenomeni sono, con ogni probabilità, connessi al limitato ammontare di risorse destinate all'innovazione e alla ricerca, sia da parte del settore pubblico sia da parte di quello privato.


Una recente indagine motivazionale.

La novità dell'iniziativa4, sta nell’aver censito nel 2001 quasi 3.000 ricercatori italiani che lavorano all’estero e aver successivamente condotto un’indagine a tappeto mediante l'invio di questionari a cui hanno risposto più di 700 ricercatori.

La ricerca è stata commissionata allo scopo di individuare gli scienziati italiani che lavorano all'estero e di comprendere i problemi della ricerca scientifica in Italia, stimolando una riflessione sulla politiche riguardanti tale settore.

Il campione raggiunto è caratterizzato da una prevalenza di maschi (67.3%) di classe d'età compresa tra i 30-40 anni (58.8%). La maggioranza degli intervistati ha avuto esperienze lavorative in Italia (73,4%) dopo aver conseguito la laurea in una università pubblica italiana (l'87,2% ), con votazione eccellente (l'83% ha ottenuto una votazione maggiore uguale a 110/110) e vive all'estero da oltre 4 anni (75,8%), prevalentemente gli Stati Uniti (37,4%), ma anche nel Regno Unito (21,5%).

Nessuno è in grado di garantire la significatività del campione intervistato dal momento che è sconosciuto il numero totale dei ricercatori italiani all’estero. Tuttavia le risposte ai questionari danno una chiara testimonianza delle ragioni per cui molti cervelli italiani se ne sono andati all’estero senza fare poi ritorno: pochi finanziamenti, concorsi addomesticati, un’eccessiva burocrazia e gerontocrazia del sistema.

E' interessante analizzare la tipologia dei ricercatori italiani che sono partiti. Quelli ben radicati sono il 22%: risiedono nel paese ospite da più di 10 anni, svolgono anche attività didattica, sono abbastanza soddisfatti della propria condizione economica e dispongono di sufficienti risorse finanziarie, umane e strumentali per la ricerca; si stima che il 40% di questi non tornerà mai più in Italia.

Un ulteriore 27% dei ricercatori emigrati manifesta entusiasmo per il paese che li ha accolti, giudica patologica per l'Italia la fuga dei cervelli ma la giustifica con la povertà e l'inefficienza del sistema di ricerca nazionale.

Un altro 10% è costituito da scienziati che non esprimono giudizi di merito sull'ambiente italiano, ma ritengono fisiologica la presenza di ricercatori italiani all'estero; questi non escludono l'eventualità di un rientro anche se per loro è indifferente il paese di riferimento.

Un 9% si dichiara insoddisfatto: lavora soprattutto in Paesi europei e non ha ancora espresso scelte professionali.

Infine, un 31% è apertamente deluso e sarebbe disposto ad accogliere una occasione professionale in Italia.

Si è indagato inoltre sulla possibilità di rendere più competitiva l’attività di ricerca sia per far ritornare in Italia i nostri ricercatori, sia per attrarne anche da altri Paesi. In questo caso i provvedimenti da attuare, in ordine di importanza, dovrebbero essere: l’aumento delle risorse da destinare alla ricerca, la realizzazione di un’autonomia universitaria per il reclutamento dei docenti, l’aumento degli stipendi e dei rapporti con le imprese, la creazione di centri di ricerca e di formazione post laurea autonomi dalle Università.

Le fondazioni bancarie e il settore della ricerca scientifica.

La costituzione delle attuali fondazioni di origine bancaria è stata determinata dalla legge 218/1990 (la c.d. Legge Amato) che ha dettato le disposizioni per la ristrutturazione degli istituti di credito di diritto pubblico (Casse di Risparmio e Banche del Monte) in Italia. Attraverso tali strumenti normativi si operò lo scorporo dell'azienda bancaria con la creazione di enti conferenti a cui la riforma attribuiva la prosecuzione delle originarie funzioni non creditizie e di utilità sociale.

Con l'approvazione della legge di delega n. 461 del 1998 (c.d. legge "Ciampi") si è stabilito inoltre che, nel perseguire fini di interesse pubblico e di utilità sociale, le fondazioni dovevano concentrare la loro attività preminentemente nei settori della ricerca scientifica, dell'istruzione, dell'arte, della conservazione e valorizzazione dei beni e delle attività culturali e dei beni ambientali, della sanità e dell'assistenza alle categorie sociali deboli.

L'iter legislativo sulle fondazioni bancarie sembrava ormai concluso quando invece la legge finanziaria del 2002 (legge 448/01) ha rimesso molte cose in discussione. Tale legge ha rappresentato un nuovo tentativo di ridefinire il ruolo, le attività e l'organizzazione delle fondazioni di origine bancaria comportando alcune modifiche all'assetto organizzativo previsto dal D.Lgs. n.153/99. La più importante di queste riguarda i settori ammessi in cui l'ente può perseguire il suo scopo di pubblica utilità, il cui numero sale da sette a venti5.

La ricerca scientifica e tecnologica rimane comunque uno dei settori di intervento istituzionalizzati dalla legge e su cui le fondazioni vengono chiamate a rivolgere la propria attività.

L'attività istituzionale.

Nell'arco dei loro primi 9 anni di attività, dal 1993 al 2001, le fondazioni Casse di Risparmio hanno complessivamente destinato al sostegno della ricerca scientifica nazionale 212,4 milioni di euro. Dalla serie storica degli importi annuali erogati nel periodo in esame si evince come nel 2000 vi sia stata un'impennata delle risorse erogate.

Nel 2001 le fondazioni bancarie italiane hanno infatti investito nel settore della ricerca scientifica 96,7 milioni di euro, facendo registrare un incremento dei finanziamenti pari circa a 2,4 volte i contributi erogati nel 1999 che ammontavano a 28,5 milioni di euro.

Dai dati presentati dall'Associazione delle Casse di Risparmio Italiane (ACRI) è emerso inoltre che nel 2001 per ogni 100 euro erogati dagli enti ex-bancari, 10 sono stati destinati ad attività e progetti di ricerca. Inoltre le fondazioni hanno operato nel settore con un finanziamento di 0,60 euro per abitante nel 2000 e 1,7 euro per abitante nel 2001 (+240%).

Nell'anno 2001 sono stati complessivamente finanziati dalle fondazioni bancarie 941 interventi per la ricerca scientifica: sono soprattutto le grandi fondazioni del Nord-est a rivolgere i loro finanziamenti in questo settore e, per quanto attiene la distribuzione delle risorse erogate tra i diversi comparti della ricerca scientifica, si registra una prevalenza delle quote destinate alle scienze naturali e al campo tecnologico (37,9%).

La Fondazione CR Venezia.

Anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Venezia, attraverso la definizione di programmi e di intervento realizzati direttamente o in collaborazione con altri soggetti sostiene il settore della ricerca sia in Italia che all'estero.

Dal 1993 al 2002 la Fondazione ha finanziato 216 progetti di ricerca scientifica per un ammontare di 5.225.662 € pari al 12,5% delle proprie erogazioni totali.

In tale ambito la Fondazione CR Venezia sviluppa sia iniziative proprie, sia collabora con importanti enti di ricerca presenti nel territorio come le Università veneziane (Ca' Foscari e IUAV), la Venice International University.

Nel corso del 2001, in collaborazione con la Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale (DGPCC) del Ministero degli Esteri, la Fondazione CR Venezia ha indetto un bando rivolto agli addetti scientifici in servizio presso le rappresentanze diplomatiche all’estero. Lo scopo dell’iniziativa è la promozione e la valorizzazione all’estero dei risultati scientifici, tecnologici ed economici ottenuti nel Veneto e il trasferimento dall’estero di esperienze e risultati utili alle strutture scientifiche, tecnologiche ed economiche della Regione. I progetti vincitori sono stati quelli presentati dai referenti di Washington D.C. e New Delhi, che hanno presentato rispettivamente una ricerca sulla “Realizzazione di una nanofabrication facility nell’ambito delle nanotecnologie applicate al rivestimento di materiali” e uno studio sulla “Valorizzazione e promozione in India della realtà scientifica e tecnologica esistente nella regione Veneto nel settore tessile”.

Nel 2002 sono stati premiati i progetti dei referenti di Bruxelles e Ottawa, rispettivamente con le ricerche “BIOLUMITECH, Tecnologia della bioluminescenza applicata ad indagini agro-alimentari e biomediche” e “VECACOL, Realizzazione di seminari e manifestazioni espositive per illustrare e promuovere il trasferimento di alta tecnologia inerente a manufatti superconduttivi per la ricerca di base, applicata e affini”.

La Fondazione CR Venezia ha inoltre costituito alcune fondazioni dedicate tra cui la Fondazione Venezia 2000, il cui scopo è la promozione di ricerche a carattere scientifico e sociale per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico della società veneziana. In particolare, tale fondazione realizza studi al fine di favorire l'integrazione culturale e istituzionale di Venezia e del Nord-Est nell'ambito europeo. Le ricerche sono oggetto di una serie di incontri e iniziative che coinvolgono i principali esperti del settore, le maggiori cariche politiche della città e la comunità locale.

Nell'anno 2000 la Fondazione Cassa di Risparmio di Venezia, insieme alle fondazioni bancarie di Alessandria, Pesaro, Teramo e Salerno, ha creato la fondazione Fondazioni Italia, centro di ricerca scientifica nei campi di interesse delle fondazioni e struttura di formazione e consulenza.

Possibile ruolo delle fondazioni bancarie nel settore R&S.

Ci si può infine interrogare sul ruolo che le fondazioni di origine bancaria possono avere nello sviluppo del settore della ricerca in Italia. Esse sono in fondo all’inizio del loro percorso fondazionale, rivolte come sono state finora a trattare – se non a ritardare - la loro uscita dai capitali bancari6. Vi è però nella storia delle fondazioni in generale un buon risvolto dedicato alla ricerca scientifica ed applicata. A partire da quelle esperienze è possibile in questa sede proporre un percorso politico sull’argomento, da testare nel complicato mondo delle fondazioni non appena queste usciranno dalla ormai “annosa” (2002-03) questione con il ministro Tremonti.

Innanzi tutto esse potrebbero promuovere la creazione di poli di eccellenza aumentando la produttività delle risorse erogate alle università e sensibilizzando opinione pubblica e forze politiche per l'attività di fund-raising. Le fondazioni potrebbero anche unirsi in joint ventures per la creazione di centri di ricerca e formazione post-laurea. Tali centri dovrebbero essere concentrati su un solo settore (es. biotecnolgie, ict, etc.), disporre di risorse adeguate, essere gestiti con criteri ispirati all’eccellenza scientifica, instaurare stretti rapporti con le università (non solo quelle italiane) e con le imprese, ricuperando ed associandosi a quanto resta dei centri di ricerca della grande impresa e lavorando a contatto con la piccola-media impresa (quella del nord-est, per esempio, ne trarrebbe grande vantaggio).

I probabili spin-off dei centri creati dalle fondazioni (da sole o in associazione) potrebbero riguardare: l'attrazione di ricercatori italiani e stranieri, la creazione di standard di gestione della ricerca ai quali le università dovrebbero adeguarsi (effetto concorrenza), le sperimentazioni innovative nel rapporto ricerca-imprese e l'effetto reputazione sull’intero sistema.

Quest’ultimo esito potrebbe anche portare al rientro di qualche classe di ricercatori italiani all’estero, ma soprattutto aprire occasioni per la presenza nel nostro paese di ricercatori stranieri, chiudendo il percorso vizioso a senso unico della sola uscita dei ricercatori ed aprendo quello virtuoso della circolazione anche nel nostro paese di ricercatori formati all’origine in altri luoghi, magari di recente acquisizione alla struttura della Unione Europea.

Una seconda proposta potrebbe concernere la creazione da parte delle fondazioni bancarie o almeno di quelle che vi volessero aderire di un osservatorio nazionale della ricerca scientifica. Lo scopo non sarebbe quello di sostituirsi agli organismi già esistenti (Miur, Cnr, Istat, Eurostat, etc.) ma servirebbe per raccogliere sistematicamente e criticamente tutte le informazioni e le ricerche prodotte, per diffondere le informazioni sulla ricerca scientifica anche tra i non addetti ai lavori al fine di creare un forum per la discussione sui risultati conseguiti. Da questa iniziativa potrebbe scaturire un percorso privato di trasferimento delle tecnologie appropriate alle nostre imprese, da concordare con le autorità di governo, se mai riprenderà una politica industriale nel nostro paese.

Il recente rinnovo del titolo V della Costituzione è lo snodo attraverso cui leggere le novità per le fondazioni bancarie. Il principio di sussidiarietà, che vuole l’intervento pubblico solo laddove quello privato non è sufficiente o efficiente e scagliona la presenza pubblica lungo una linea ascendente dai comuni allo stato, pone le fondazioni nel ruolo di privati organizzati (auspicabilmente in maniera efficiente) che subentrano ai poteri pubblici in quei settori che appaiono funzionali agli scopi di utilità sociale e di sviluppo economico assegnati dalle leggi (Amato prima e Ciampi poi) alle fondazioni. La lunga e un po’ farraginosa elencazione dei “settori ammessi” introdotta dal ministro Tremonti, illustra luoghi di attività nei quali il potere pubblico centrale e locale dovrebbe fare un passo indietro, non solo finanziario, ma anche e soprattutto organizzativo.

La tesi che le fondazioni non debbono supplire alle carenze pubbliche è sacrosanta, ma va inquadrata nella teoria economica. Le opere dei governi locali o centrale sono pagate dai cittadini attraverso il sistema fiscale e tocca a quei governi regolare la spesa quadrandola con le entrate; ma debbono essere opere che forniscono beni pubblici. Se esse producono beni privati non tocca ai governi fornirle ovvero le possono fornire a prezzi di mercato, come qualsiasi altro produttore, a meno che si tratti di beni meritori, come vennero definiti nel 1959 da Richard Musgrave7, beni cioè ad alta produttività sociale e quindi scientemente facilitati nei prezzi di vendita, ma proprio perciò alimentatori del disavanzo. Quello di Tremonti è un elenco, ancorché un po’ bislacco, proprio di beni meritori, finora in Italia quasi tutti ad alto tasso di produzione pubblica, soprattutto locale.

Ebbene le fondazioni possono essere un altra figura di produttori di beni meritori, anche coprendo con mezzi propri l’intero costo di produzione. Ma dovranno (finalmente) rendersi conto che sono produttori di beni e attrezzarsi per farlo con efficienza di tipo aziendale, anche se non lavorano per il fine del profitto. Né debbono essere considerate il braccio operativo dei governi, altrimenti il gioco diviene a somma zero, attraverso una semplice traslazione contabile, senza innovazione nella offerta dei beni prodotti.

In questo senso tuttavia le fondazioni possono ridurre elementi del disavanzo pubblico e produrre beni o servizi utili alla collettività: questo convegno può proporre una primazia della ricerca in questo disegno. Grazie.



Riccardo Chiaberge, MODERATORE - Grazie professor Segre. Ora è il turno del professor Massimo Piattelli Palmarini, che è un cervello emigrato, viene da un luogo che ha un clima molto migliore di Milano, insegna Cognitive Science all’Università dell’Arizona.

Mi chiedevo, ascoltando la relazione del professor Segre, dove si colloca il Professor Piattelli: se tra gli entusiasti, tra i ben radicati, tra i delusi o tra i globalizzati. Poi ovviamente ci dirà molte altre cose perché è anche un acuto osservatore dei problemi formativi della scuola e dell’università, oltre che un grande divulgatore.



Massimo Piattelli Palmarini - Grazie Riccardo. Ringrazio di avermi invitato a questa tavola rotonda. Io sono tra gli entusiasti e i ben radicati, da qualche parte tra quei due li. Nel corso degli anni – dato che sono stato dieci anni al MIT, poi sono tornato in Italia per cinque anni, dal ‘94 al ‘99, e ho partecipato ad una delle rare cose in Italia del mondo della ricerca e dell’università che in fondo hanno ben funzionato e ancora ben funziona, e che è l’Università San Raffaele, che prima non esisteva, e dove ho messo su la Facoltà di Psicologia, poi adesso da quattro anni sono in Arizona – ho quindi maturato una lunga esperienza di come l’Italia viene vista all’estero.

E c’è una discrasia enorme tra alcuni aspetti dell’Italia che sono veramente dominanti, non solo protagonisti, ma direi addirittura veramente dominanti, visti con un occhio di grande rispetto, addirittura di invidia. Ovunque si vada negli Stati Uniti, Rodeo Drive, Fifth Avenue, c’è Armani, Benetton, ci sono queste ditte straordinarie che veramente diffondono la cultura industriale italiana nel mondo, nel design e nella moda, la Ferrari, la Ducati: io sono anche un motociclista, queste vittorie della Ducati contro quei mostri giapponesi sono cose veramente notevoli. Quindi c’è da un lato l’Italia protagonista di primissimo piano di tutti quei settori, e anche direi della qualità della vita, che c’entra in qualche modo, e dall’altro il ruolo assolutamente secondario che l’Italia ha in altri settori, nella politica ad esempio. I nostri politici sono dei nani, ovunque essi siano, indipendentemente dai partiti, di cui nessuno all’estero si occupa. Ancora pochi anni fa, c’era un corrispondente estero per ogni giornale straniero, in particolare inglese e americano, in Vaticano, ma ce n’era uno solo che copriva tutti i giornali per il Parlamento e il Senato italiani. Questo ci dà il calibro di come altri aspetti dell’Italia vengono visti all’estero.

La ricerca scientifica, a dispetto ormai di una illustre lontana tradizione di ricerca e di scienza, è piuttosto parte della seconda Italia e non della prima. Periodicamente delle persone di buona volontà in Italia dicono: il rientro dei cervelli italiani all’estero. E io mi sono trovato negli ultimi anni a dover mettere in guardia alcuni colleghi italiani da questi tentativi, molti dei quali abbastanza dissennati, di rientro in Italia. E purtroppo, devo dire, mi hanno ringraziato, e non mi hanno detto: ci hai fatto perdere un’occasione unica. Quindi c’è molta buona volontà, e questa è una cosa apprezzabilissima, ma anche molto velleitarismo. Io ho visto tante di queste iniziative. Alcune mai arrivate alla conferenza stampa. Altre sono arrivate alla conferenza stampa e dopo qualche tempo sono morte lì. Quindi bisogna un pochino guardarsi da questo velleitarismo che c’è da qualche parte in Italia: il rientro dei cervelli, facciamo questo, si modificano le cose e così via. Io penso che bisogna fare la differenza tra quello che si può fare a un livello ristretto, locale (e secondo me è molto ciò che si può fare bene) e la riforma dell’intero sistema.

Io dispero che si possa fare una riforma del sistema intero, università italiana, CNR. Veramente io dispero, non scommetterei una lira su questo, perché ci sono delle magagne strutturali massicce che rimontano nei decenni. L’università italiana è stata distribuzione di prebende clientelari per decenni. Abbiamo mancato, come il Professore ricordava prima, due generazioni di ricercatori, non una ma due. Sono circa quindici anni, sono leggermente più brevi delle generazioni biologiche, e ne abbiamo mancate ben due, ci guardiamo dietro e c’è un buco enorme.

Spesso mi chiedono sia negli Stati Uniti sia qui, come mai me ne sono andato, cos’è che mi ha spinto ad emigrare. Bene, uno dei motivi vi assicuro è il seguente: in America formiamo dei giovani, li formiamo bene e quando arrivano ad avere il PhD hanno la scelta in media tra quattro o cinque offerte di lavoro e noi siamo a consigliargli, per quanto possiamo, quale di queste offerte accettare. Siamo ad allenarli ad andare a dare i job talks, queste conferenze che si danno per ottenere una certa posizione. Parlo di lavori accademici, quattro o cinque offerte di lavori accademici in università. Qui da noi, io ho avuto degli studenti bravissimi, li abbiamo formati severamente e non lavorano, alcuni dei migliori tra loro è già oltre un anno che lavorano gratuitamente, pubblicando sulle riviste, facendo delle cose ottime, gratuitamente, aspettando che nel futuro si liberi questo, si liberi quell’altro, si eroghi questo, si eroghi quest’altro.

Questo davvero stringe il cuore, tanto più quando un docente italiano è severo, cerca di formare dei giovani a livello internazionale ad essere veramente come si deve, attento alla qualità della persona, della ricerca. Si stringe il cuore, perché ci si chiede dove vanno questi ragazzi, certo possono emigrare, e alcuni di loro li ho aiutati. Ma per rimanere in Italia, posto non ce n’è. Allora, noi sappiamo molto bene fare le Ferrari, le Ducati, Armani, ecc. Forse anche nella ricerca dovremmo fare quelle cose. Non si può migliorare la Punto. Migliorare la “Punto italiana della ricerca e dell’Università” è uno sforzo gigantesco, ma si possono fare delle Ferrari, delle Benetton e delle Ducati. Esistono in Italia dei laboratori, delle persone, dei piccoli gruppi di eccellenza internazionale. Io ho delle idee molto precise e ve le potrei suggerire, ma non é così che va fatto. Dovremmo andare in giro per il mondo scientifico e sentircelo dire dal mondo scientifico straniero chi sono i gruppi italiani di eccellenza. Poi isolarli, estrarli, enuclearli, aiutarli a fare le Ferrari della ricerca. Perché il sistema nella sua massa, nel suo complesso, richiederebbe decenni, ed io dispero che possa essere fatto, mentre invece un piccolo numero di questi gruppi italiani che già esistono per caso - questi miracoli avvengono - è un qualcosa del quale sarebbe bene approfittare, aiutarli, creare dei buoni stipendi per i giovani ricercatori, veramente buoni.

Quelle che in inglese si chiamano le folding chairs, le sedie pieghevoli, tre anni. Tre anni è il periodo giusto perché un giovane abbia abbastanza spazio davanti a sé per sviluppare una ricerca, ed è anche il periodo giusto passato il quale se si conferma si conferma, se la speranza iniziale non è stata esaudita la sedia si chiude. Nella ricerca ci sono delle sedie che devono chiudersi ed altre che si devono aprire. Non si può sempre iniziare qualcuno a una carriera a vita. La ricerca non é fatta per le carriere a vita. Io ho quello che in America si chiama Tenure, in qualche modo la cattedra. Io sono professore di Scienze Cognitive nell’Università dell’Arizona con la Tenure, ma ogni anno io, come tutti gli altri, vengo valutato e ricevo un voto. Se questo voto scende al di sotto di una certa media ho un problema, devo far qualcosa, devo mostrare che faccio qualcosa, che mi impegno a migliorare. Incidentalmente, il voto va da uno a cinque, io quest’anno ho avuto 4.8, quindi sto tranquillo, ma se fossi andato al di sotto di tre avrei avuto dei problemi, avrei dovuto proporre un piano di risanamento, dire “io farò questo questo e quest’altro”. Se il piano viene rispettato bene, se non viene rispettato perdo il posto. Quindi la Tenure in molte universita’ americane vuol dire che non mi potranno mai dire “lei è un professore fantastico ma non abbiamo i mezzi per pagarla”…questo non potrà mai avvenire, ma potrà avvenire che se io non sono all’altezza del compito perdo il posto.

Quindi: folding chairs, controllo della ricerca, individuare, bastano sei o sette laboratori, piccoli gruppi di alto livello in Italia, promuoverli, promuovere veramente le Ferrari e le Ducati della ricerca in Italia., lasciando un pochino perdere la Punto che mi sembra poco sanabile. E questi piccoli gruppi di alto livello secondo me alla lunga, oltre ad essere un valore in sé , ad essere una promozione in sé, saranno anche l’esempio, forse riusciranno a scardinare alcune cattive abitudini nella massa della ricerca, nella massa dell’Università, e potranno indurre qualche salutare cambiamento, qualche salutare miglioramento anche forse nella Punto. Grazie.



Riccardo Chiaberge, moderatore - Grazie professor Piattelli. Il professor Del Giacco, Professore di medicina interna a Cagliari, è stato Presidente della Società Italiana di Allergologia e Immunologia clinica, adesso è Presidente della sezione europea di questa associazione.



Sergio Del Giacco - Grazie per avermi invitato. Sottoscrivo al 90% quanto detto dal Professor Palmarini e anche quanto è stato detto prima riguardo la situazione universitaria. In particolare vorrei precisare alcuni punti riguardanti la ricerca nell’ambito del settore clinico.

Premetto che sono professore di medicina interna, dirigo un dipartimento di medicina interna; quindi vedo malati ma ho anche gruppi di ricerca all’interno del mio dipartimento. In ambito clinico si può fare anche una ricerca di base, ma soprattutto applicata e qui sorge già un primo punto di discussione. La ricerca applicata in Italia è oggi è soprattutto basata sui trials clinici che in genere vengono effettuati su richiesta delle industrie farmaceutiche. Ciò implica già un primo problema, che si sta ampiamente discutendo nell’ambito delle varie società scientifiche, cioè quello dei conflitti di interesse per chi fa la ricerca, per chi fa le linee guida,per chi fa i position papers. In pratica il ricercatore non deve farsi condizionare, nel fare la ricerca applicata, da quanto l’industria farmaceutica chiede. E’ chiaro che un’industria farmaceutica che fa sperimentare un prodotto si aspetta,o si aspetterebbe, determinati risultati. Bisogna perciò rilevare rigorosamente cosa il trial clinico ha dimostrato, essere corretti nella presentazione dei dati e soprattutto è fondamentale non far parte delle commissioni e dei comitati che preparano le linee guida ed i position papers sui tipi di farmaci in questione e sulle patologie in cui si applicano: questo è un problema del tutto particolare ma importante, giusto per far rilevare come nella ricerca clinica esistano obiettive difficoltà anche di ordine etico . Il problema principale è proprio quello di come promuovere e svolgere la ricerca in ambito universitario.

I professori universitari clinici in Italia hanno una triplice funzione : di didattica, ricerca ed assistenza , inscindibili,come più volte sancito dal Consiglio di Stato. Questa è già un’anomalia che li distingue dai professori delle altre facoltà che hanno didattica e ricerca ma non assistenza, e dai professori delle facoltà mediche che non hanno l’assistenza come ad esempio il professore di fisiologia, di anatomia, ecc. Esiste quindi una sovrapposizione, una specie di commistione con le attività di tipo ospedaliero che hanno i professori clinici rispetto ai professori di base.

Secondo punto: l’accesso alla ricerca. La carriera universitaria in Italia come si affronta? E’ un accesso, come si diceva prima, molto aleatorio, in quanto un giovane che vuol dedicarsi alla carriera universitaria o che vuol fare la ricerca si trova in difficoltà obbiettive. Non dimentichiamoci che la ricerca non è qualcosa che si fa come un impiego. La ricerca o piace o no. Uno la fa perché gli piace. Non si può dire ad una persona: “mettiti a fare il ricercatore”, perché se non gli piace o non lo farà o lo farà di mala voglia e senza risultati .

Se uno desidera fare il ricercatore, in Italia cosa può fare dopo la laurea? Ci sono gli assegni di ricerca ed i dottorati di ricerca. Questi sono i primi due gradini in ambito universitario, entrambi poco numerosi e soprattutto poco remunerati. Con questi assegni e questi dottorati, un assegnista o un dottorando prendono meno di 1000 euro al mese, per tre/quattro anni, ed al termine il problema è lo sbocco. Che cosa può fare uno che ha fatto tre anni o quattro di assegnista o di dottorando di ricerca? Mentre in America, come diceva il professor Piattelli Palmarini, hanno quattro o cinque chance di job talks per avere un impiego o un’assunzione in qualche prestigiosa università o in gruppi di ricerca, da noi il dottore di ricerca non ha sbocchi se non quello di partecipare ai concorsi per i pochi posti di ricercatore richiesti dalle università.

Perché per ironia della sorte la parola ricercatore è quella che indica genericamente il primo livello di ruolo universitario . E’ una contraddizione, perché non tutti i ricercatori fanno in realtà la vera ricerca, come dovrebbe essere in base al nome.Alcuni fanno prevalentemente attività assistenziale e didattica, altri anche ricerca ma spesso di piccolo cabotaggio. Questo ruolo è stato creato al posto di quello vecchio di assistente, che sembrava non più ad hoc negli anni Ottanta. Sono state immesse allora, quasi ope legis migliaia di persone in questo ruolo, che è stato quasi del tutto saturato per diversi anni che perché è un ruolo in cui si può stare fino all’età della pensione, fino a sessantacinque anni, anche facendo routine o anche meno. Non c’è una verifica se non dopo i primi tre anni, in cui il ricercatore da non confermato diventa confermato: basta che faccia qualche lavoro scientifico anche di non eccelso livello e svolga i compiti didattici e assistenziali affidatigli ; dopo di che può stare fino a 65 anni. Così noi siamo intasati di ricercatori sui 50-55 anni ormai demotivati dal punto di vista ricerca, come diceva prima il collega del Politecnico. Dopo i trent’anni o una persona ha fatto qualcosa di buono o non ha più voglia di fare ricerca. Figuriamoci a cinquant’anni che voglia ha di fare ricerca se non è riuscito a diventare professore associato o ordinario. Tutta gente che vivacchia all’università, e tiene il posto bloccato per i giovani.

Recentemente i posti di ricercatore a disposizione delle università sono forse un po’ aumentati, ma le università non hanno fondi sufficienti per coprire i budgets richiesti per l’indizione dei concorsi. Avete sentito nei mesi scorsi la protesta dei rettori contro la mancanza di fondi per le università. Attualmente stanno riprotestando, mi pare che anche oggi sui giornali se ne parla . Quindi l’accesso al posto di ricercatore,come del resto di professore ordinario o associato è condizionato dal fatto che le università abbiano i budgets, che ci sia una facoltà che chieda il posto,che venga bandito il concorso. Comunque questi posti sono sempre molto limitati rispetto alle richieste.Naturalmente è ovvio che non tutti i dottori di ricerca o assegnisti o altro debbano avere di necessità il posto: la selezione è necessaria; ma il numero di posti dovrebbe essere maggiore.

Il dottore di ricerca - che dovrebbe essere un po’ l’equivalente del PhD in America, ma non é proprio così - non ha in pratica uno sbocco professionale al di fuori dell’Università. Si era detto che poteva avere possibilità di assunzione nelle industrie, ma ciò raramente avviene. E così le persone non ambiscono al dottorato di ricerca perchè poco remunerato, non ha lo sbocco professionale e ha pochi sbocchi universitari. L’assegnista è un precario allo stesso modo,alla fine del periodo non ha neppure un titolo eppure questo, e il dottorato di ricerca dovrebbero essere i principali punti di accesso ad una carriera di ricerca a lungo termine in ambito universitario.

Pochi i fondi di ricerca : ci sono i vecchi fondi che vengono definiti ex 40 % che adesso riguardano progetti di interesse nazionale e riguardano in genere gruppi di eccellenza.Altri detti ex 60 % sono distribuiti a livello locale e sono briciole che riversate a pioggia , poche migliaia di euro, e questo non consente ovviamente di fare ricerca seria. Esistono poi i fondi di altre istituzioni tipo Telethon,AIRC,AIL etc. cui far richiesta sulla base di seria documentazione scientifica. Ma se questa non c’è poichè il richiedente non ha avuto possibilità di farsela manca la base di discussione : è un po’ il serpente che si morde la coda. E quindi molti vanno all’estero per farsi questa base e ciò spiega la “fuga dei cervelli” che spesso è funzionale e questi scopi.

Per cui l’università ha questa grossa difficoltà di reclutamento di giovani che vogliano fare la ricerca. In Italia bisognerebbe bandire migliaia di posti di assegnisti e di dottorandi di ricerca, con salari adeguati, analogamente a quello che avviene all’estero.Ma la quota destinata alla ricerca in Italia,come sapete è poco più dell’1.5% dei bilancio statale.

Selezionare le persone e valutarle con metodologie obiettive. Saprete che esistono metodologie obiettive per valutare una ricerca, c’è il cosiddetto impact factor, il citation index, con tutte le varie limitazioni ecc. Ad esempio, per parlare dell’immunologia clinica, che è il settore di cui mi occupo in prevalenza, ci sono tre italiani fra i cento e più citati nel mondo a dimostrazione che anche in Italia si può fare ricerca di elevato livello da parte di gruppi solidi e seri; mi piace ricordare qui a Milano quello di Alberto mantovani all’Istituto Mario Negri. All’Università italiana non vi è ancora l’uso diffuso di un sistema di valutazione scientifica basato su criteri obiettivi,atto a valutare e valorizzare le persone di qualità. Ciò va rapidamente attuato e applicato.

Andrà modificata questa figura chiamata ricercatore, perché non ha senso chiamare ricercatore una persona che magari fa soltanto l’assistente in un reparto clinico, e dargli una dignità di docente anche con possibilità di far ricerca adeguata,retribuzioni adeguate e carriera sottoposta a periodica valutazione.

Adesso c’è un progetto del ministro Moratti che vuol render tutti i posti non più di ruolo a vita ma con contratti a scadenza, rinnovabili su proposta delle facoltà per tutti, professori associati e ordinari, ricercatori, in base al loro rendimento nelle varie funzioni. Questo implicherà altri problemi; comporterà l’abolizione del primo livello universitario, quindi i giovani saranno ancor meno motivati ad intraprendere la carriera universitaria, la precarietà invece di durare i quattro anni di cui prima di accennava durerà di più con un avvenire legato ad esiti di valutazioni e concorsi non sempre sicuri e agevoli.Inoltre si demotiveranno quelli già presenti .La laurea in medicina arriva tardi, i nostri laureati hanno in media sui ventisette anni, poi quattro più quattro di precariato fanno 35 anni, e a 35 anni si rischia di ritrovarsi ancora precari con poche possibilità di scelta .

Quindi il problema della ricerca universitaria in Italia è prima di tutto modalità di accesso: accessi seri, con salari seri per i giovani che vogliono fare ricerca. Secondo punto: carriera universitaria, modificata con valutazione periodica dei professori, come avviene all’estero. Da alcuni anni sono state introdotte anche in Italia le valutazioni dei professori da parte degli studenti, e quindi questo ha motivato tutti a dare il meglio dal punto di vista didattico. Se la valutazione sarà anche scientifica ciò si spera motiverà tutti ad un impegno rigoroso anche lì.

In conclusione direi che il problema è politico. Si deve dare il giusto peso all’università come sede della ricerca, come una delle sedi principali della ricerca, e soprattutto come sede principale di valutazione di una nazione dal punto di vista scientifico. La fuga di cervelli ci può essere, è una cosa fisiologica se rimane in un ambito del 15/20 %; ma se c’è una fuga di cervelli alta, soprattutto di eccellenza, allora questo ci deve fare riflettere. Credo che purtroppo per il futuro, quello che si sta progettando non sia ancora qualcosa di buono,utile e produttivo per l’Università.. Rimarremo dunque ancora a quel livello descritto da Piantelli; avremo ancora le Ferrari, le Ducati, certamente, ma la Punto che avremo, che non è una cattiva macchina però è una macchina media, non riusciremo a migliorarla? Ecco su questo non sono d’accordo con lui. Valorizzerei anche quelli che hanno la Punto cercando di far sì che queste Punto diventino delle Punto molto buone, delle Punto con picchi di qualità, non da Ferrari ma che rappresentino un punto intermedio, come d’altra parte avviene in tutte le nazioni: negli Stati Uniti non hanno tutti le Ferrari, non ce l’hanno tutti in Francia, però hanno delle macchine buone, un po’ migliori della Punto qualche volta, ma qualche volta anche peggiori. Grazie.



Riccardo Chiaberge, moderatore - Grazie Professor del Giacco. Il prof. De Majo, che è stato più volte implicitamente tirato in ballo, ancora non si materializza: probabilmente lui ci potrebbe dare delle risposte su come intende contribuire a far correre di più la nostra Punto e magari a valorizzare le Ferrari e le Ducati. Nel frattempo credo si possa dare spazio agli interventi dalla sala perché penso che gli spunti emersi dal dibattito siano tali da aver sollevato più di una curiosità. Però prima c’era il professor Dècina che voleva aggiungere qualcosa, prego.



DIBATTITO



Maurizio Dècina. Volevo fare dei commenti agli interventi del professor Piattelli e del professor Del Giacco.

Questa storia della fuga dei cervelli a volte mi fa sorridere. Il problema che sta dietro alla fuga dei cervelli è semplicemente quello per cui il sistema della ricerca qua non funziona. Quindi il ‘cervello’ che è andato all’estero per tornare deve trovare non tanto uno stipendio adeguato, ma soprattutto le condizioni adatte per poter lavorare, per fare ricerca, fare ricerca ai massimi livelli mondiali, alla ‘leading edge’ del suo settore. Questo è quello che chiede. Chiede know how, macchine, apparati, questa è la condizione importante. Il ‘cervello’ non torna perché non riesce a pubblicare e a lavorare come lavora all’estero, perché lì ha un altro ambiente, e quindi è inutile pensare di richiamare il ‘cervello’ stanziando denaro per il suo stipendio. Per attirare i talenti devo migliorare l’ambiente della ricerca del nostro Paese. “Punto numero uno”.

Punto numero due” Il prof. Del Giacco parlava del problema dei professori, del ruolo docente. Tutto vero quello che dice, la piramide rovesciata: ci sono più ordinari, poi associati, poi pochissimi ricercatori, questo è quello che succede in Italia. Tuttavia i problemi dell’università non sono solo quelli dello stato giuridico dei professori, è la struttura universitaria che va riformata, è il governo degli accessi e della permanenza degli studenti nell’università, la dimensione del sistema delle tasse. Nella Cina comunista, e a Cuba, dove sono ancora comunisti, c’è il numero chiuso all’università e c’è il governo della permanenza degli studenti nelle università. C’è poi il tema di tasse. Adeguiamo le tasse. Ci sono persone ricche che vengono all’Università e che non pagano le tasse.

Se tutti gli iscritti si presentassero simultaneamente al Politecnico di Milano, crollerebbe gli edifici. Io insegno da oltre 30 anni. Il numero minimo di studenti che ho avuto in classe è di cento. Classi “normali” sono di duecento o trecento studenti. E che attenzione posso destare in una classe di 300 studenti? Il problema sicuramente è legato anche alla scelta e al ruolo dei professori universitari, ma se non mettiamo mano al sistema universitario nel suo insieme il problema dell’educazione ad alto livello nel nostro Paese non lo risolveremo mai.



Sergio Del Giacco - In Italia, in medicina ed in altre facoltà, c’è il numero chiuso cosiddetto programmato. Ad esempio in medicina a Cagliari abbiamo ogni anno 170 ammissioni con una media di 700 domande all’anno per entrare. A confronto con gli anni Ottanta in cui avevamo una media di 1200 iscritti al primo anno a Cagliari, la situazione è migliorata e adesso Medicina ha un discreto rapporto, non ancora ottimale, docenti/studenti e si può lavorare abbastanza bene per quanto riguarda l’aspetto didattico, ma certamente i problemi sono altri.

Pochi fondi a disposizione soprattutto per una università che include tutte le facoltà con problemi diversi l’una dall’altra. I problemi relativi agli studenti: le tasse giudicate sempre elevate, nonostante il confronto con l’estero dica che le nostre sono le più basse. Pensate che a Cagliari il Rettore aveva pensato di aumentare le tasse di 100 euro, dopo era sceso a 50 a seguito di una trattativa, e gli studenti hanno fatto sciopero contro l’aumento annuo di 50 euro di tasse. Oltretutto in presenza di tasse che sono già bassissime in Italia.

Altro problema già toccato prima: la scuola secondaria. Gli studenti arrivano dalla scuola secondaria in condizioni non ottimali. I nostri professori di fisica e chimica, che sono i primi due esami della facoltà di medicina, ci dicono che devono ricominciare da capo, il primo mese, ad insegnare a questi studenti le nozioni elementari di fisica e chimica. La maggior parte arriva con scarse nozioni , non è più abituata a scrivere, non si esprime con correttezza, non è abituata a ragionare.



Riccardo Chiaberge, moderatore - Il professor Bonetti voleva fare una rapida osservazione.


Paolo Bonetti - Sì, trenta secondi per una breve osservazione da filosofo. Credo che i problemi della ricerca scientifica non si risolvano semplicemente elaborando piani più o meno ben congegnati. Anche questi problemi sono problemi di etica pubblica e anche qui andrebbe fatta una riflessione su quella che è l’etica pubblica della società italiana. Non dico cose originali, ma tutti sappiamo che in Italia i servizi non esistono per gli utenti, ma esistono per le corporazioni che li gestiscono. Questo vale per la sanità, vale per le poste, e vale anche per l’università, per la ricerca scientifica. Quando si avanzano proposte di soluzioni, la prima cosa a cui si pensa è come soddisfare le corporazioni e i membri di queste corporazioni. Allora di nuovo si torna ad un problema di etica pubblica, di mentalità collettiva, e questa mentalità non si cancella nel giro di pochi anni con qualche provvedimento legislativo anche intelligentemente concepito. Il costume di una società non cambia, purtroppo, così in fretta. Però qualcosa si può fare, o almeno si può cominciare a fare qualcosa. Forse non è entusiasmante la politica dei piccoli passi, ma piuttosto che fare le famose riforme globali, che restano sempre sulla carta, cominciamo a correggere noi stessi, a modificare la mentalità di ciascuno di noi che operiamo all’interno di certe strutture, di certe corporazioni.



Franco Morganti, moderatore Il nostro moderatore è stato chiamato un attimo fuori. Io intanto vorrei ricordare che gli interventi successivi saranno quelli di Alberto Martinelli, Raffaele Prodomo, Salvatore Randi, Beatrice Rangoni Machiavelli, e poi è previsto che alle due e mezzo compaia qui l’ingegner Giuseppe Morchio, amministratore delegato della Fiat, il quale, come avevo annunciato all’inizio, farà questo raid in elicottero per raggiungerci da Torino. A questo punto Chiaberge aveva detto di dare spazio al pubblico per un dibattito. Lo farò io. Prego.

Graziano Chiamanzi. Io non sono un esperto di questo settore, sono un consulente di management. Volevo fare una domanda prendendolo spunto dall’intervento del Professor Piattelli Palmarini, che mi sembra non possa essere lasciato cadere, perché, se visto come una provocazione, può essere accettato, ma mi pare invece contenga un rischio enorme. In estrema sintesi, non voglio banalizzarlo, dice, non guardiamo alla Punto, cioè al sistema, perché ormai è perso, non abbiamo più grandi aspettative, preoccupiamoci delle Ferrari, di Armani e di Benetton, della nicchia. Ora questo è un problema enorme, e che ci porta un po’ fuori. E’ ovvio che andare in nicchia quando si è in un mercato che pone problemi di grande dimensione, può servire, fa star bene chi è in nicchia, Però, fa star bene Armani, la Ducati e Benetton, che sono l’un per cento della popolazione dei lavoratori italiani. Il sistema è l’altro, quello grosso.

Allora secondo me abbandonare è rassegnarsi alla sconfitta, anche perché non è assolutamente vero che non si possa rimettere in piedi il sistema. Certo che è complesso, però non c’è nessuna alternativa al tentar di rimettere in piedi un sistema. I primi dati che io non conoscevo nel dettaglio - quanto è l’investimento che fa lo Stato italiano in sviluppo rispetto al PIL e quanto l’industria – mostrano che c’è un problema enorme dietro, che è quello della responsabilità della politica, che non può assolutamente sottrarsi e dire “e vabbè è andata così, ormai il carro enorme è andato, occupiamoci delle piccole nicchie”. Questo credo che sia veramente il punto centrale e sia il problema dei problemi.

Siccome le cose si possono fare, chiudo con un esempio banale, perché ci sarebbero tantissime cose da dire, ma non voglio togliere spazio. Non sono ad esempio d’accordo col professor Dècina quando dice che non è un problema di remunerazione dei ricercatori. Tanto che un secondo dopo emerge che gli studenti “politici” si sono lamentati, anzi hanno fatto sciopero per un aumento di 50 euro all’anno. Allora se cinquanta euro all’anno sono diventati un problema grosso, ovviamente c’è la politica dietro, tanto da fare sciopero. Non penso che non sia un problema grosso che centinaia di ricercatori debbano vivere con 1.800 euro al mese. Se la politica li portasse a 3.600, non sarebbe una diversione di chissà quali fondi, perché con lo stipendio di due presentatori televisivi si pagano anni di investimenti sulla ricerca. Se la politica non si occupa di dare indicazioni strategiche all’Italia, che ci sta a fare?



Massimo Piattelli Palmarini - Si dice che i pessimisti si dichiarano realisti. Io mi dichiaro realista. Non dico che sia bene che sia così, dico che abbiamo visto in decenni tanti governi, tante iniziative.. Questo sistema ha assorbito a suo modo e ha pervertito a suo modo anche iniziative che erano buone.

Per esempio, i professori a contratto erano un’ottima iniziativa. Prevedeva di immettere nell’università delle competenze che normalmente non sono presenti nell’università e sono stati istituiti con questo scopo. Sono diventati un modo per sistemare i ragazzi giovani che sono lì, o non tanto giovani a volte, per un po’ di tempo. Il CNR aveva introdotto i supercontratti, senza limite, per tecnologi e scienziati che creassero settori nuovi, con stipendi a livello internazionale. Abbiamo visto che cosa sono diventati, con la notevole eccezione (a suo tempo) di Rita Levi-Montalcini e Renato Dulbecco, sono stati distribuiti in Italia come un’ennesima prebenda a persone di nessuno spicco internazionale . Terzo, il rientro favorito dei ricercatori italiani all’estero. Cos’è diventato? È diventato che i ricercatori da promuovere, i beniamini dei baroni italiani, sono stati mandati fuori Italia apposta dai loro protettori. Stavano tre mesi e tornavano, due mesi e tornavano. Questo sistema è un sistema irredimibile. Mi dispiace, non mi rallegro di questo. Nel futuro chi lo sa, ma se non si parte da alcune iniziative locali di punta, scardinatrici con l’ esempio…. Mi dispiace, credo sia l’unica speranza che abbiamo.



Gabriella Cattaneo - Mi occupo di ricerca socioeconomica e sviluppo della società dell’informazione in Europa e quindi ho a che fare con molti colleghi di altre università europee, sento le loro lamentele e sono tutt’altro che dei paradisi, come sappiamo. Molti dei problemi che abbiamo in Italia, forse in misura più grave, ci sono anche all’estero.

Vorrei fare solo una breve provocazione, che è questa: io da molti anni mi occupo anche di policy, di problemi dell’innovazione, ecc. Non credo che un sistema bloccato riesca ad autoriformarsi o a cambiare dall’alto. Ci vuole una dose di provocazione, ci vuole qualcosa che faccia saltare gli equilibri e secondo me ci vuole una dose di concorrenza. Uno dei modi per far saltare questi posti bloccati è introdurre una maggiore concorrenza nell’istruzione superiore, e c’è uno strumento a disposizione. Si parla delle lauree telematiche, si parla della formazione on line e il Governo pare che abbia intenzione di permettere anche ad enti che non siano università di fare formazione superiore e lauree, ecc. Già oggi sul giornale leggo che il presidente della Conferenza dei Rettori dice: eh no, non bisogna permettere che le lauree telematiche siano fatte da enti che non siano universitari, perché ci sarebbe una proliferazione inammissibile. Allora, siamo in un convegno di persone che credono in un pensiero liberale, perché la proliferazione è inammissibile? Perché non dovrebbe essere giusto? Ho letto anche dei rapporti recenti dagli Stati Uniti sull’uso delle tecnologie nell’istruzione. E’ chiaro che ci sono moltissimi problemi, il computer non è un toccasana per l’educazione, per l’amor di Dio, però è anche vero che appunto si sta avanzando l’ipotesi di lasciare mano libera ad esperimenti, a tentativi alternativi. Io penso che in Italia uno dei modi per andare avanti è questo. Mettiamo delle garanzie, quello che volete, ma proviamoci. Questa è la mia provocazione.



Franco Morganti, moderatore. La domanda a chi è rivolta? A tutto il tavolo, suppongo: siete d’accordo?



Maurizio Dècina. Non c’è nulla che proibisca oggi a un soggetto imprenditoriale in Italia di mettere su una università, per esempio una facoltà di ingegneria. E’ un progetto possibile, ma certamente non é incentivato dal mercato. L’università nel nostro Paese è stata utilizzata come uno strumento improprio di ammortizzazione sociale: questo è il vero problema. I ragazzi stanno lì fino a oltre trent’anni, perché tanto sono disoccupati ed è meglio che stiano dentro ad una università a perdere tempo: questo è uno dei motivi collaterali dello stato della nostra università.

Sono convinto che bisogna riformare profondamente il sistema universitario, e che questa è una condizione assolutamente irrinunciabile. Non credo che i risultati di un processo di riforma si otterranno in un anno, in due anni, o quattro anni, ma se non si comincia, non si arriverà mai. Credo anche che riformare il sistema significhi permettere la competizione con il privato, a livello di formazione superiore.

Non credo poi che l’e-learning sia lo strumento ideale per perseguire il processo di riforma. L’e-learning non è di per se una soluzione. Il grave pericolo è l’ennesima fuga in avanti. Se vuoi usare l’e-learning su vasta scala, il problema organizzativo diventa fondamentale. Se preso in mano da gente incompetente, alla fine fa lezione ‘on-line’ chi non fa ricerca. Avremo l’ennesimo CEPU di belle lauree ‘on line’: robaccia.



Sergio Del Giacco. Penso anch’io che ci siano problemi. L’e-learning può andar bene per qualche facoltà. Io credo che il privato può entrare, ci sono già delle università private, alcune di grande prestigio certamente. Non vorrei però che ci fosse la proliferazione di CEPU privati che facciano la cultura in Italia, perché non dimentichiamo che, se non sbaglio, per il momento la costituzione dice che la sede della cultura superiore è all’interno dell’università e non qua e là. Poi per certe facoltà l’e-learning, a mio avviso, è impossibile. Ad esempio, medicina potrebbe fare qualcosa di e-learning solo per alcune cose di tipo non applicativo, ma i malati bisogna vederli, bisogna vedere i vetrini, i microscopi, le autopsie, le biopsie ecc. E giustamente poi bisogna vedere chi potrebbe fare questo e-learning, chi qualifica i docenti di e-learning se non le istituzioni, cioè le università. Quindi sono d’accordo che l’e-learning può essere un modo di insegnamento alternativo o complementare. Lo vedo soprattutto come continuing medical education o continuing professional development, cioè nel post-laurea: in questo potrebbe essere più importante, piuttosto che nella formazione degli studenti. Cioè l’e-learning lo vedo di più in un post-graduate training che in un pre-graduate trainig. L’utilizzo del.l’e-learning bisogna studiarlo molto bene, altrimenti diventa poi una cosa inutile,potenzialmente dannosa,almeno per le facoltà applicative e professionalizzanti come quella di Medicina.



Amedeo Bellini . Innanzitutto volevo correggere un errore di fatto, commesso dai miei colleghi docenti universitari. Il ricercatore non prende 1800 euro al mese, caso mai prende un milione e ottocentomila lire al mese, che è circa la metà; in realtà lo stipendio iniziale è inferiore.

Volevo sollecitare qualche discussione su due aspetti.

Uno è quello dell’accesso all’università e della selezione degli iscritti.. Il numero programmato è un adeguamento della possibilità di accesso che dovrebbe garantire una congruenza tra il numero degli studenti e le possibilità della struttura di offrire un servizio qualificato: oltre un certo limite il livello qualitativo si abbasserebbe in modo intollerabile; si tratta quindi di determinare un giusto equilibrio funzionale tra domanda ed offerta. Dobbiamo porci il quesito se l’università sia adeguata alla domanda potenziale, il che in Italia non mi sembra che sia, ma anche quello se sia il caso o no di costituire diversi livelli qualitativi dell’offerta: risponderei in modo positivo, ma se si accetta questo punto di vista occorre accettare le inevitabili conseguenze sul valore legale del titolo di studio.

Il numero chiuso, e, cosa alquanto diversa, il numero programmato, pongono quesiti sui metodi di selezione: l’accesso avviene oggi prevalentemente attraverso “quiz” a risposta multipla, un metodo che mi appare insufficiente per comprendere le attitudini di una persona; quelli proposti al Politecnico e in numerose altre Università per gli allievi architetti, sia detto per non irrilevante inciso, hanno quasi sempre contenuto errori e sono per certi parti vergognosi.

La libertà di accesso, si dice, comporta uno spreco, ma il problema della spesa deve essere proporzionato al risultato. Dobbiamo chiederci se non valga la pena di spendere qualcosa di più accettando tutti e compiendo una forte selezione nel primo anno di corso, dando quindi all’università gli strumenti per una selezione qualitativamente efficace. E’ naturale che questo aspetto conduca ad una revisione del sistema di attribuzione dei costi che a mio parere dovrebbe basarsi di più sulla tassa al fruitore del servizio liberando risorse per il sostegno dei meritevoli.

La questione della qualità del servizio ci collega a quella della selezione del personale. E’ stato detto, bene a mio avviso, che l’istituto del professore a contratto, cioè di un esterno chiamato a collaborare con la struttura universitaria, poteva essere un utile strumento apertura, di innovazione, di contatto con l’industria, e, nel momento attuale, anche di svecchiamento. Tuttavia (non so se sia dappertutto così) al Politecnico di Milano un professore a contratto, per 120 ore annue di insegnamento, che comportano ovviamente anche la preparazione e i compiti didattici susseguenti, come gli esami eccetera, è pagato 5.000 euro all’anno lordi. Vogliamo considerare che tipo di persone si possono prendere con questa cifra? molti giovani illusi di trovare in seguito un posto all’università, e sono i migliori, coloro che danno molto; poche persone che hanno un interesse culturale a mantenere un rapporto con i luoghi della ricerca; i “portaborse degli ordinari”; quelli che vivono in una situazione sociale per cui indicare sul biglietto da visita l’insegnamento al Politecnico può determinare un innalzamento della considerazione sociale. Questo non é un buon modo di selezione.

Probabilmente la nostra università, che si è voluta allargare e “produrre” un maggior numero di laureati, cosa che non serve a nulla se si formano in tre anni generalisti di livello più basso (o se si vuole chiamare laureato il diplomato di un tempo) deve completare un processo che condurrà alla formazione di tecnici a diversi livelli, alcuni specialistici o di supporto alle professioanlità cui si accede dopo il quinquennio.

Occorrono molte università, certamente ,ma anche sistemi di concorrenza, abolizione del valore legale del titolo di studio, perché ciascuno sappia, l’utente del laureato prima di tutti, quale persona ha di fronte, dove ha studiato, con quale grado di selezione e quindi quali possibilità abbia di dargli un prodotto, una ricerca o un servizio di consulenza professionale che raggiunga un certo chiaro livello. In questo caso si possono anche immaginare corsi, livelli di preparazione e di selezione molto differenziati.

Un ultima osservazione: è drammatica la sproporzione tra corpo docente e numero di studenti; l’università, si dice, tende a diventare un grosso liceo. Sì, grosso perché sono tanti al di là della cattedra, non “grosso” perché insegna con maggiore qualità. La quantità eccessiva di studenti, i compiti burocratici sempre più pressanti, spesso compiti anche di natura amministrativa a cui i docenti non sono preparati, quindi con conseguenti difetti nella gestione dell’università, stanno rendendo sempre più labile il rapporto tra ricerca e didattica. Il professore ha sempre meno spazio per la ricerca. E non vorrei che si generalizzasse la frase, che certamente il professor Bonetti conosce, di quel grande filosofo che disse di un altro: “aveva tanta smania di insegnare che trascurò di imparare prima qualcosa”. Ci stiamo avviando a vivere forzatamente questa condizione.



Riccardo Chiaberge, moderatore. C’era un altro intervento? No due. Addirittura tre. Abbiamo dieci minuti.



Giovanni Cominelli.

Gli interventi precedenti hanno fornito varie spiegazioni della perdurante crisi della ricerca in Italia.. Il prof. Bonetti ha parlato di un corrente pregiudizio antiscientifico, diffuso a piene mani dai neoheideggeriani italiani. Credo che abbia ragione. Purchè si tenga conto del fatto che l’ideologia antiscientifica in Italia viene da lontano, dalla tradizione idealistica, prima neo-hegeliana e poi gentiliana e crociana. In ogni caso, credo che ciò che pesa di più, oggi, sia la gerarchia dei valori dell’etica pubblica del Paese: la scuola, la ricerca, la formazione, si trovano, almeno in un Rapporto Censis di qualche anno fa sulla scala di valori degli italiani, si collocano al quarto posto, dopo le salute e altro ancora.Questo per quanto riguarda le cause culturali della crisi della ricerca.

Ma quanto alle cause politiche, la questione fondamentale è quella della struttura di governo corporativa dell’università. Questo è il vero problema. Finché i rettori sono elettivi, sono ostaggio nelle mani dei professori, c’è uno scambio reciproco corporativo, all’insegna del muovere il meno possibile. Così i Rettori e, a scendere, i responsabili dei livelli inferiori non sono dei manager. Non sono dei manager formativi, non sono dei manager della ricerca. Spesso sono dei politicanti che vengono eletti con lo scambio corporativo. Le facoltà di medicina sono le prime in assoluto, in ordine alla scala di corporativizzazione. Ci sono poi quelle di giurisprudenza, ma anche le altre.

Il fatto è che non si vede nessun movimento di riforma dentro le università.. Dove stanno, dentro le università, le forze che vogliono la riforma dell’università? Lasciamo pure perdere gli studenti che in genere manifestano su tutt’altro e, nel frattempo, fanno da utili idioti per la conservazione dentro le università. Ma i rettori, i docenti dove stanno? Debbo constatare una scarsa mobilitazione civile e politica da parte del mondo universitario

Qui emergono le responsabilità della politica, dei partiti, del Parlamento, del governo. Se il governo non è in grado di utilizzare “il bastone”, come dovrebbe, per abolire il valore legale del titolo di studio e per procedere dall’alto in maniera un po’ giacobina a riformare l’autonomia universitaria che è diventata una struttura corporativa, la responsabilità è solo sua.



Riccardo Chiaberge, moderatore Mi unisco a questo grido di dolore.



Ingegner Monti. Mi occupo di ingegneria ed ho avuto l’occasione di partecipare a un grosso progetto di realizzazione di un grande centro di ricerca. Sono venuto a questo incontro perché pensavo che trattasse della ricerca in senso pubblico e privato e per vedere se c’erano delle idee di rinnovamento in questo campo della ricerca, che ormai è un discorso annoso e che ci ha portato ad essere 30 anni o 20 anni indietro rispetto ad altri paesi che hanno investito: chi non investe, poi non ottiene nulla. Mi sembra che i problemi a questo livello siano di tipo politico, sociale, e anche economico. Siamo adesso entrati molto sul tema della ricerca universitaria, che coinvolge anche il problema della struttura universitaria, che non mi sembra si possa risolvere così facilmente. Comunque non vedo delle idee o delle possibilità nuove che possano dare una soluzione. Sarei molto interessato a vedere anche l’altro settore, quello della ricerca privata, come si muove e quali potenziali possa avere. In effetti, l’esempio a cui ho partecipato, è la creazione del Centro Ifom dell’Airc, l’Associazione per la Ricerca sul Cancro, qui a Milano. Un centro di ricerca recentemente inaugurato per la ricerca molecolare, che rappresenta un punto di possibilità di incontro dei cervelli che sono rientrati dall’estero, dagli Stati Uniti, con un grande entusiasmo, con grande possibilità di inserire ricercatori (sono 300 circa) che lavorano con grande impegno. Ovviamente mi sembra che sia una forma di finanziamento completamente privata perché nasce dalla Airc, che raccoglie fondi attraverso donazioni e altre modalità, ad esempio la giornata della lira, così come fa Telethon. Però ha rappresentato una possibilità di costruire, finanziare un centro di ricerca dove vengono a riunirsi vari gruppi di ricerca, come il Mario Negri, l’Istituto di Oncologia. Sono vari ricercatori che si riuniscono in questo centro e mi è sembrata una cosa veramente nuova e innovativa, grazie.



Franco Morganti, moderatore. Ancora un intervento poi dobbiamo chiudere.



Stefano Ceri - Sono professore al Politecnico e collega del professor Dècina, volevo portare un paio di testimonianze, innanzitutto sul learning on line. Noi lo stiamo facendo con Somedia, va abbastanza bene, abbiamo i primi laureati quest’anno, però vi sono alcune particolarità importanti: c’è un tasso di abbandono della laurea on line che è molto maggiore della laurea normale, quindi le tecnologie non risolvono tutti i problemi, anzi al limite li accentuano. E poi le persone le vediamo quando vengono a fare gli esami in presenza, tutti concentrati in una settimana. La questione è seria. La soluzione dell’on line va mediata con una serie di valutazioni importanti.

Altra considerazione. Io, in questo periodo, sto allocando quelli che sono i corsi che come informatici dovremmo gestire nel Politecnico. Sono circa 250 corsi, noi siamo circa 40 professori, il che vuol dire che annualmente la dose di insegnamenti che ciascuno di noi porta avanti è di tre o quattro corsi a 100 persone, mediamente, di numerosità. Noi siamo anche uno di quei centri di eccellenza di sui si parlava, perché siamo risultati tra i primi, direi il primo centro europeo dal punto di vista delle pubblicazioni internazionali realizzate come ingegneri informatici, però dovremmo essere circa il doppio e forse un po’ di più per poter reggere contemporaneamente il carico didattico, il carico istituzionale e la ricerca. Questi sono i numeri. Se fossimo nel giusto numero sopravviveremmo, siccome siamo la metà moriamo. E questa è la sintesi.



Franco Morganti, moderatore – Ringrazio gli intervenuti anche per il sostanziale rispetto dei tempi. Ora interrompiano i lavori e li riprenderemo dopo il buffet. A proposito di buffet, desidero ringraziare la Fondazione Cariplo che ce lo ha offerto, così come ringrazio Banca Intesa per la sala che ci ha messo a disposizione.







SECONDO PANEL





Riccardo Chiaberge, moderatore. Ecco, è presente il professor De Maio, che sappiamo avere impegni urgenti e a cui diamo senz’altro la priorità, anche perché è stato più volte tirato in ballo nel corso della mattinata. E’ un peccato che non l’abbia potuta seguire. La principale cattiveria è stata da parte del professor Piattelli Palmarini che adesso è andato via, e che negava la riformabilità del sistema, e quindi era una considerazione piuttosto nichilista. Comunque credo che tutti quanti attendiamo da Lei risposte sugli interrogativi che sono stati sollevati sul futuro della ricerca, sulla possibilità di rilanciare il sistema paese, sulla possibilità di far correre sia la nostra Punto, cioè la media del sistema di formazione universitaria e della ricerca, sia le Ducati e le Ferrari della ricerca.



Adriano De Maio. Grazie. Questo è il massimo di voce che riesco a tirar fuori, quindi spero che la ricerca italiana abbia degli splendidi esiti nel campo sanitario per poter farmi guarire rapidamente.

Io non parlerò del CNR, perché non sono abituato a parlare prima di conoscere. Io sono abituato ahimè, la mia non breve vita lo ha dimostrato, a parlare di cose che si stanno facendo o sono in via di definizione, e soprattutto dopo aver conosciuto sufficientemente bene il sistema su cui si opera, per poter dire cose sensate e non proclami. Il secondo motivo per cui non parlerò del CNR è legato al fatto che il mio obiettivo iniziale è quello di tentare di dare una mano per risolvere il problema. Se io partissi dall’ipotesi che non c’è niente da fare, vi assicuro che non avrei accettato il compito. Quindi la mia è una speranza, anche se ogni tanto mi viene in mente la famosa storiellina dell’uccellino nel deserto. C’era un signore che passava nel deserto e vide un uccellino che era sul dorso con le zampine girate verso l’alto. “Tu cosa fai: tu non la sai la leggenda del deserto?” “ No.” “La leggenda del deserto dice che oggi il cielo calerà sulla terra e la schiaccerà. E tu?” “E io ci tento”.

Ecco, ogni tanto mi viene in mente quell’aneddoto. Spero di non essere in quella condizione, cioè spero di non tentare, soltanto con zampine di dimensioni di quelle di un uccellino, di far star su il cielo per non schiacciare la terra. Ma la fiducia che io ho, e questo è il secondo motivo, è che ho ricevuto finora - e questa è la cosa più piacevole - tutta una serie di proposte e di disponibilità, da parte di molti ricercatori di svariatissimi campi, che io stimo, i quali effettivamente credono nella ricerca e praticano la ricerca, e dimostrano la loro disponibilità a lavorare insieme. E’ dal lavoro congiunto, che io mi propongo di fare con questi colleghi, che penso di poter tirar fuori delle idee per tentare di fare qualcosa di utile per il nostro Paese. Sono venute, queste offerte e queste disponibilità di collaborazione, indipendentemente da qualsiasi tipo di posizione, solo da parte di chi ha veramente a cuore la ricerca. E questo mi dà un elemento in più, non per essere tranquillo perché sarei sciocco, ma per tentare di farcela. Ho un tempo limitato in cui mi sono stati o mi verranno dati poteri, ho detto che questo ruolo è compatibile soltanto con la non disponibilità ad assumere ruoli successivi nel CNR e quindi ho dichiarato a tutti che la mia posizione di commissario esiste solo in quanto sono assolutamente indisponibile (ammesso che qualcuno sia così matto da offrirmele) ad assumere posizioni dopo il commissariamento, perché questo mi rende libero.

Due parole sul discorso della ricerca in cui includo ovviamente il CNR, due osservazioni generali. La prima è che molto probabilmente abbiamo bisogno di un maggiore, non so se è un eufemismo o no, ma di un maggiore coordinamento nella ricerca. Maggiore coordinamento nel senso che se ovviamente parliamo della ricerca finanziata dalla mano pubblica - che in tutti i casi, in tutto il mondo, sta aumentando sempre più come ruolo, indipendentemente dalla percentuale di intervento - i fondi per la ricerca sono e saranno sempre di più il fattore trainante e determinante lo sviluppo.

Bisogna avere un coordinamento delle attività di ricerca. In altri paesi ci sono strutture consolidate. Forse da noi sarebbero improponibili perché molto probabilmente è richiesto un livello culturale molto diverso da quello che abbiamo. Parlare di un first scientist in Italia forse è improponibile, ma non perché non ci possano essere, ma perché si scatenerebbe la bagarre politica, mentre in tutto il mondo lo si vede come una possibilità. Dobbiamo essere realisti e vedere delle forme di coordinamento compatibili con la cultura e la situazione politica italiana. Ma occorre un coordinamento molto maggiore di quello attuale. Parliamo di cabina di regia, di molte altre cose, anche perché le responsabilità sulle risorse che possono essere date come finanziamento sono frazionate su molti ministeri, su molti enti, su molti programmi, su molteplici fondi.

Il secondo ragionamento, e sono cose che io dicevo da molto tempo e che continuo a sostenere, è che, fatta 100 la ricerca pubblica, cioè il finanziamento pubblico alla ricerca, una quota parte deve essere sicuramente destinata a quella che è la ricerca di curiosità - perché è da questa che possono nascere idee geniali, che possono avere origine campi estremamente interessanti - ma una larga parte va mirata. E quindi devono essere indicate le linee guida, come in tutto il mondo. Allora, per indicare le linee guida, occorrono a mio avviso due cose: una, di aver ridefinite queste linee, quindi capire quali sono i grandi drivers e, all’interno di questi drivers, quali sono i grandi settori. Seconda, capire come si riesce a far sviluppare - una volta deciso e tenendo conto delle disponibilità effettive, vale a dire le risorse - la possibilità di raggiungere in alcuni campi la massa critica. Se sono campi in cui la massa critica eccede le nostre possibilità, indipendentemente dalla piacevolezza del settore, il mio consiglio è sempre quello: dimentichiamocene, è assurdo. Invece, laddove è possibile raggiungere la massa critica, concentriamo e andiamo a selezionare i gruppi che sono positivamente coinvolgibili in questa direzione.

Con un grande problema che si vede in tutto il mondo. Noi abbiamo, nell’ambito soprattutto della ricerca pubblica in grandissima parte universitaria, ma anche dei centri di ricerca, questa storica impostazione dei settori disciplinari. O noi abbiamo il coraggio, culturalmente, di mandarli a monte, o non ne veniamo a capo. Il vincolo e il blocco che abbiamo sui settori disciplinari è uno degli elementi più negativi che ci possano essere nella nostra possibilità di fare ricerca di alto livello. Perché ormai la ricerca, le vere ricerche di alto livello, hanno tagliato i confini disciplinari. Abbiamo la necessità di rivedere questo. Fintanto che rimarranno questi vincoli sarà un grosso guaio. Ma questo, come vedete, prescinde dal CNR, prescinde da tutto il resto, è un fatto di carattere generale, di contesto, nel quale tutti coloro che hanno a cuore questi elementi debbono poter intervenire. Io me ne accorgo con le cose che ho visto: i chimici sono contro i fisici, i fisici sono contro gli ingegneri, gli ingegneri sono contro tutti e due, i biologi sono contro tutti e tre. E come si fa a fare i materiali se non mettiamo insieme fisici chimici biologi e ingegneri? Allora il primo problema è trovare chi è in grado di farlo e di coordinarli. Con un ulteriore vincolo italiano, che è legato alla difficoltà, per non dire all’impossibilità, della mobilità. Noi dobbiamo riuscire a coordinare gruppi che sono ottimi, e ne esistono, che però sono sparsi, nessuno dei quali raggiunge dimensioni sufficienti Dove sono richieste grandi infrastrutture per la ricerca tecnologica non possono essere diffuse, devono essere concentrate. E allora il problema organizzativo serio, non sulla carta, è estremamente importante. E sarà comunque un grossissimo lavoro da fare.

L’ultimo elemento è l’elemento fondamentale su cui personalmente ho sempre insistito. Io sono della scuola che sostiene che senza valutazione non si può andare avanti. La valutazione deve essere una valutazione severa, rigorosa. C’è chi dice che mediamente i ricercatori prendono troppo poco. Io ho detto: è vero ed è falso. La media è come al solito il pollo di Trilussa. I ricercatori che sono veri ricercatori prendono una cifra esageratamente bassa, ma ci sono molti che non dovrebbero essere considerati ricercatori. E allora finché si fa di tutta l’erba un fascio e si copre tutto con un manto univoco, non se ne esce. E’ come le università, alcune funzionano bene altre male, ma è assurdo dire LE università. Esiste l’università x e l’università y. Siamo tutti diversi. Ora la via d’uscita è data soltanto da un sistema di valutazione che noi accettiamo, e anche qui è un fattore culturale, e che non sia legato né al CNR né alle università. E’ un atteggiamento di fondo, per cui noi prendiamo posizione dicendo “mancano le risorse e quant’altro”, ma quando arriviamo al punto chiave affermando “ma per avere efficacia si deve selezionare”, allora non ci stiamo più, allora siamo tutti uguali, allora dev’essere tutto uniforme, ci deve essere omogeneità. Io spero che si riesca a mutare atteggiamento. Ma finché non avremo indirizzi da un lato e dall’altro, allora sì che non c’è niente da fare. Siccome io sono convinto che si possano avere, siccome sono convinto che ci sono ottimi gruppi di ricerca, allora a questo punto, signori, per tutto quello che posso fare io ci lavoro, con tutti i colleghi che hanno voglia di lavorare senza pregiudizi e preconcetti, ma tentando di venirne fuori. Io mi auguro, per quel poco che devo fare in un ambito ristretto, di avere il vostro aiuto perché ne ho bisogno. Grazie.



Riccardo Chiaberge, moderatore - Prima di dare la parola al professor Martinelli, ha chiesto di intervenire, perché poi deve andare via, la professoressa Stefania Fuscagni, che interviene in luogo di Vincenzo Olita, indisposto.



Stefania Fuscagni.

Sono qui presente, oggi, non come addetto ai lavori, ma in rappresentanza di Vincenzo Olita. Società Libera è una associazione dove le persone dicono quello che pensano, discutono a cuore e mente aperti, in realtà nell’unico modo in cui si produce vera novità in una società complessa.

Nel corso dei lavori di stamattina ci sono stati dati moltissimi stimoli cui vorrei rispondere con alcune brevi notazioni. Ci sono stati presentati, sullo stato della ricerca in Italia, interessanti dati relativi al 2002 in proiezione fino al 2010. Credo che non avremmo cognizione delle difficoltà che abbiamo di fronte se ci confrontassimo con i dati storici almeno dal ‘90 al ‘99. Lì vedremmo come, nel momento del massimo sforzo ideale e concreto di essere alla pari con gli altri Paesi europei, eravamo al 41.esimo posto come indice di competitività dei Paesi sviluppati. Questo la dice lunga sulle difficoltà storiche nelle quali ci siamo trovati. Ma questo che cosa mi fa dire? Mi fa dire che nonostante un quadro molto duro - e il professor Palmarini ci ha detto la verità vedendoci dal di fuori, come sempre avviene – c’è, a mio parere, un dato del quale possiamo giovarci e cioè il livello di consapevolezza di una opinione pubblica più consapevole e attenta verso la ricerca non solo a livello italiano ma anche a livello europeo. Sono questi i momenti in cui i cosiddetti opinion leaders – tra i quali le persone oggi qui presenti- hanno la grande opportunità di dire cose nuove e incisive. Possiamo aspettarci che nel corso del Semestre italiano maturino le condizioni per cui la ricerca e lo sviluppo nella UE possano disporre di risorse adeguate.

Seconda osservazione: Franco Morganti ha sottolineato il basso rapporto fra investimenti in ricerca e PIL e quanto poco sia preso in considerazione il dato che la ricerca ha una funzione anticiclica rispetto ad un andamento economico negativo. Su questo punto abbiamo il dovere e il potere di rendere consapevole l’opinione pubblica. Si tratta di rovesciare una prassi consolidata per il semplice motivo che è errata. A chi spetta il compito di produrre la consapevolezza che nei momenti di recessione si deve investire in ricerca? Potrebbe sembrare logico che questo ruolo fosse proprio delle università. Credo che le Università, ancora impegnate a misurarsi con il dinamismo richiesto da una vera autonomia, non abbiano la forza di distogliere lo sguardo dai loro problemi. Vi sottopongo un dato: i rettori cominciano ad essere eletti con candidati unici. Ciò significa che l’università è attenta a se stessa tanto da non mettere in atto neanche una vera dialettica tra diverse prospettive di governo interno. In questo modo i rettori diventano inesorabilmente dei sensali, cioè devono tenere conto di tutti; accontenta questo, accontenta quell’altro, finiscono per essere loro stessi incapaci di muoversi, di promuovere, e anche di avere il gusto di essere rettori!! Dunque, chi farà opinione sulla funzione anticiclica della ricerca rispetto al negativo andamento economico? Qui c’è uno spazio per intellettuali liberi e appassionati come quelli oggi qui presenti dai loro rispettivi “posti di conbattimento”.

Un terzo punto vorrei sottolineare con grande vigore: rispetto alle risorse umane e strumentali impegnati della ricerca siamo di fronte a dati quantitativi che non possono non allarmare: metà degli investimenti degli altri paesi, metà dei laureati, metà degli articoli scientifici prodotti su riviste internazionali, un terzo dei dottorati e così via. A fronte di tutto ciò, se andiamo a vedere i dati qualitativi, siamo assolutamente avanti agli altri. Il rapporto fra articoli nelle pubblicazioni internazionali e numero dei ricercatori è più alto degli altri. Allora si pone il problema di fare una scelta che non può essere altro che una scelta anticonformista, quantitativa ma con alcune declinazioni di priorità. Ne voglio suggerire alcune, delle tante che si potrebbero avanzare.

Primo punto: mobilita’ dei ricercatori. Questa storia di questi cervelli che vanno e che vengono ha un sapore vagamente mostruoso. I cervelli lasciamoli girare, permettiamo loro di girare ubi spirat. Stamattina abbiamo avuto la notizia splendida che i nostri ricercatori vanno per la metà negli Stati Uniti, per la metà in Europa. Se riusciamo a viaggiare con chi cammina, siamo nella giusta prospettiva; il resto seguirà. Credo che si debba incrementare ulteriormente la mobilità e, nel merito, puntare energicamente sulla ricerca di base. Una vera ricerca di base che, come proprio habitat, ha proprio i gruppi di eccellenza che sono là dove sono.

Chiudo con un punto che mi interessa personalmente e sul quale desidero coinvolgervi. Il sistema scuola secondaria-università e ricerca. Come dimostra il fatto che le università “migliori” sono quelle che hanno la migliore didattica e sono più aperte all’esterno, bene, le Università devono dare un’occhiata meno disattenta agli studenti in ingresso. Gli insegnanti delle scuole secondarie sono progressivamente condannati all’autismo didattico rispetto ai loro studenti. Nonostante la loro preparazione infatti, non sembrano essere più in grado di insegnare neanche i fondamentali della lingua e delle elementari questioni matematiche. Allora vogliamo cominciare a pensare a questo problema come ad un problema nazionale? Gli insegnanti della scuola secondaria debbono essere immersi nell’apprendimento dei linguaggi multimediali, altrimenti parlano dei linguaggi che rendono incomunicabili anche l’alfabeto italiano, la sintassi e la grammatica. L’obiettivo di attrezzare gli insegnanti, che stanno diventando inerti comunicatori, con poderosi interventi nazionali sull’utilizzo dei linguaggi multimediali, magari con un sistema E.-learning e in presenza, mi appare una priorità assoluta da sottoporre al Ministero dell’istruzione, università e ricerca. Vi ringrazio per l’attenzione.



Riccardo Chiaberge, moderatore - Come capita in questi dibattiti, si parte dai problemi della ricerca e si finisce sulle magagne dell’università e della scuola: la congestione delle aule e dei corsi, le matricole che non sanno l’italiano, i giovani che si laureano a 28 anni, i migliori che sono costretti ad andare a fare il dottorato all’estero, i ricercatori cinquantenni e così via. Il prof.. Martinelli, oltre ad essere un prestigioso sociologo e docente all’Università Statale di Milano, ha studiato a fondo i problemi dell’università se ne è occupato a lungo anche in articoli di giornale: allora gli vorrei chiedere quale è il suo atteggiamento. Cioè, è riformabile l’università, ci sono delle forze sane? Perché c’è stato anche un intervento di Cominelli che sosteneva appunto che non esistono forze che si battano per un effettivo miglioramento dell’università. Volevo sapere se condivideva questo pessimismo. Prego.



Alberto Martinelli - Mah, io sono e sono sempre stato un riformista, quindi credo che tutto sia riformabile, quindi anche l’università italiana è riformabile. E’ vero che oggi tra i professori universitari c’è probabilmente meno attenzione, meno capacità di progetto di quanto non ci fosse un po’ di tempo fa. Anche perché un effetto perverso della riforma universitaria e dell’attuale riforma della riforma è di avere impegnato la gran parte dei professori universitari - quella che lavora davvero nell’università, alcuni ci stanno poco – impegnati in una serie defatigante di incontri in commissioni, sottocommissioni, gruppi di lavoro, per limare crediti, definire collaborazioni, dunque un’attività burocratico-amministrativa che francamente mortifica e lascia poco spazio per iniziative di maggiore spessore e qualità.

Comunque, molto rapidamente, intervenendo sui temi di oggi, anch’io ovviamente constato con molta preoccupazione questo stato di grave carenza comparativa della ricerca scientifica in Italia. Dire che questo mi stupisca sarebbe sbagliato, perché ritengo che ogni Paese ha la ricerca scientifica che si merita. E ci sono almeno due caratteristiche della società italiana contemporanea che vanno ricordate. Una è una cultura diffusa che non solo è antiscientifica, ha sempre avuto questi connotati antiscientifici, ma è sempre più portata a valorizzare e premiare tutti coloro che sono legati alla vendita di beni e servizi e di qualsiasi cosa. Tutto questo ha poi delle ricadute, perché chi opera in quel settore vicino alla vendita è premiato economicamente, ha visibilità sui media e così via. Anche la televisione è un fatto di vendita. C’è ancora qualche ingenuo che pensa che la televisione offra servizi culturali e abbia in qualche modo ricavi e risorse da questo. In realtà sappiamo che la televisione vende semplicemente spazi pubblicitari e deve convincere la gente a vedere la pubblicità offrendo qualche programma di intrattenimento. Mentre invece tutto ciò che riguarda la qualità del prodotto, la produzione, la ricerca, la sperimentazione, ecc., tutto questo è visto come meno importante. L’importante è vendere. Allora non c’è da stupirsi se una ricercatrice universitaria biomedica che ha studiato parecchi anni, prenda al mese quanto una velina in un’ora di trasmissione. Questo è il Paese, bisogna prenderne atto. Naturalmente bisogna cambiarlo. Tra l’altro, se si chiede a qualsiasi persona normale “quali sono le cose più importanti nella tua vita quotidiana”, ti dice: “la mia salute, l’istruzione dei miei figli, la sicurezza”. Bene, chi si occupa di salute, di istruzione, e anche di ordine pubblico, è sottopagato rispetto alla gente che si occupa di altre cose, a volte anche simpatiche, che ci rendono la vita piacevole ma sono molto meno importanti. Quindi questo dato va tenuto presente.

Per quanto riguarda invece l’organizzazione della società, beh, la nostra è una società profondamente corporativa e molto ingessata, come sappiamo, in cui ci sono una serie di gruppi che si difendono corporativamente cercando di riprodurre se stessi e poco aperti o sensibili alla competizione e all’innovazione. L’innovazione non è particolarmente premiata, perché in genere turba ordini, equilibri. E quindi abbiamo una società che ha forti venature gerarchiche e corporative. In altri momenti non è stato così, oggi è così. Queste quindi sono due premesse da cui non si può prescindere.

Per quanto riguarda l’università non va né meglio né peggio di altre istituzioni del nostro Paese. Francamente, io quello che amo meno di convegni come questo è il trasformarli in sedute di autocoscienza in cui c’è sempre qualche collega che comincia a dire che tutto, assolutamente tutto va malissimo, dopodiché esce temporaneamente sollevato e torna a fare esattamente quello che faceva prima di aver fatto questa clamorosa autodenuncia. L’università italiana ha luci ed ombre sicuramente, non è che sia molto diversa dalle altre cose. Sintetizzando moltissimo, ritengo che continui a fornire una formazione di base di primo livello mediamente abbastanza buona, se è vero tra l’altro che quei nostri laureati che vanno all’estero sono in genere molto apprezzati. In parte è dovuto al fatto che sono più vecchi, dato che ci mettono più tempo, e quindi sono anche un po’ più maturi. Però in genere sono fortemente competitivi quando vanno a studiare in prestigiosi centri stranieri.

Dove l’Università italiana è assai carente è naturalmente nella formazione specialistica, non c’è dubbio. I famosi dottorati di ricerca impegnano i professori universitari italiani per una frazione esigua del loro tempo. A volte sono finanziati in modo assolutamente ridicolo, non hanno né spazi, né locali, non hanno quasi niente; hanno borse di studio in numero di uno, due, tre ( se va bene) per un intero dottorato, sono anche spesso frammentati in modo assolutamente ridicolo: altro che, come diceva De Maio, la ricerca più interessante è di tipo transdisciplinare o auspicabilmente interdisciplinare. Lì ci sono quelli che riescono a fare il dottorato in storia degli antichi stati italiani dal 1740 al 1760, quindi è logico che poi hanno una borsa, se va bene, e un solo studente.

Questo è l’aspetto in cui siamo assolutamente carenti, come è vero che nella capacità di riforma (perché c’è stata una certa capacità di riforma e di autoriforma nel sistema universitario), per quanto riguarda l’organizzazione degli studi, il rapporto tra i diversi livelli ecc., tutto questo ha visto cambiamenti negli ultimi dieci quindici anni, sicuramente dal “periodo Ruberti”, poi quello della riforma e poi della riforma della riforma. Per quanto riguarda la ricerca, invece, non è cambiato quasi nulla negli ultimi decenni e questo è molto grave. Quindi anche qui siamo abbastanza bravi nel ricreare quelle competenze e conoscenze generali, a volte anche generiche, che permettono però poi ai nostri laureati di inserirsi nel mondo lavorativo, apprendere competenze e capacità più specialistiche nell’ambiente dove lavorano. Questo funziona in generale, o funziona in modo non molto diverso da quello di altri paesi con cui dobbiamo confrontarci.

Dove va molto male, purtroppo, è per quanto riguarda i ricercatori, anche perché quando, nonostante tutto, giovani ricercatrici e ricercatori, bravi, si formano, e sono molti - come è stato già detto ampiamente quindi io non insisto su questo - poi non trovano sbocchi. O perlomeno, investono, investono, investono, continuano a preparasi e a studiare e poi hanno o l’unico sbocco della carriera universitaria, in cui comunque la ricerca è sempre qualcosa che dev’essere: fortemente subordinata alla clinica per quanto riguarda il settore medico, fortemente subordinata alla docenza per quanto riguarda gli altri settori, oppure non hanno sbocchi al di fuori. Questo è grave. Sono sottopagati. E’ vero come si diceva, che c’è una media, e ci sono dei ricercatori che sono troppo pagati per quello che fanno, ma è verissimo che la stragrande maggioranza è pagata in modo vergognoso. Prendiamo i casi più clamorosi. Bravi studenti che studiano sei anni medicina, fanno cinque anni di specializzazione magari anche tre anni di dottorato, escono ed hanno stipendi assolutamente risibili, che ha un laureato in economia e commercio la prima settimana che entra a fare il collaboratore in un’agenzia di pubblicità, per poi passare al doppio, al triplo. Se si va avanti così ci vogliono fortissime vocazioni. Io direi che in questo panorama in cui continuiamo a deprecare tutto quello che va male, dovremmo dire che siamo fortunati ad avere nonostante tutto così tanti giovani che sono talmente interessati alla ricerca, che resistono in condizioni di cui bisognerebbe vergognarsi.

Allora però cosa bisogna fare? Vado un po’ veloce, perché sull’analisi e sulla diagnosi dei mali sono intervenuti in molti e condivido molte delle cose dette. Qui nelle relazioni distribuite, soprattutto direi in quella di Morelli e in quella di Dècina, c’è anche la proposta di una architettura di sistema della ricerca in Italia su cui io sostanzialmente concordo, dicendo: se parliamo di pilastri, diciamolo, un pilastro è sicuramente l’università. Qui è messo al quarto posto, non credo per ordine gerarchico. Il CNR può fare, verrà sicuramente rinnovato, ma è certamente l’università che deve essere modificata a questo riguardo. C’è il problema dell’Agenzia Nazionale per la Scienza e qui io pensavo da tempo ad una possibile proposta su cui però vorrei riflettere insieme a degli amici e a delle amiche parlamentari. Qui vedo che nella proposta si dice: per tutelare l’autonomia dell’Agenzia Nazionale per la Scienza, che per intenderci è quell’Agenzia che deve essere assolutamente indipendente e autonoma, che deve avere capacità di visione e di progetto, che stabilisce le priorità e quindi fa convergere finanziamenti pubblici e privati verso le aree veramente produttive, di technological forecasting e così via, deve essere posta nell’ambito della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Capisco la logica: è per toglierla dalla burocrazia del Ministero dell’Istruzione. Però non basta secondo me, io preferirei una situazione in cui Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Scienza diventi il Presidente della Repubblica. Perché dico questo? Perché il Presidente della Repubblica presiede già degli organismi indipendenti, di cui bisogna assolutamente tutelare l’indipendenza, come il Consiglio Superiore della Magistratura, come il Consiglio Superiore delle Forze Armate. Bisogna a questo punto verificare la forma che dovrebbe assumere questa Agenzia Nazionale per la Scienza. Potrebbe essere un’Authorithy, una Fondazione, bisogna studiare giuridicamente come si può fare, ma sarei anche per una proposta di riforma costituzionale. Avrebbe anche un valore simbolico perché vorrebbe dire che il Presidente della Repubblica, che in genere presiede organismi di grande importanza nazionale, presiede l’organismo che coordina l’intera attività scientifica del Paese.

Per il resto, sono d’accordo sicuramente su questi enti nazionali e soprattutto su quelli che debbono essere e centri territoriali di trasferimento delle tecnologie, che devono favorire da un lato gli spin-off dell’università e dall’altro tutte le attività di collaborazione tra pubblico e privato. Poi, naturalmente, per il privato si apre tutto un altro capitolo. Qui le cause le conosciamo. Perché le imprese italiane investono poco in ricerca? Perché hanno dimensioni medio-piccole, per la tendenza alla delocalizzazione di cui parlava Segre, per il fatto che spesso nell’impresa italiana c’è stata una capacità di adattamento o di imitazione creativa, più che una capacità di introdurre davvero forti innovazioni. Però anche in questo caso credo che molto si debba lavorare sulle politiche fiscali, perché questo è sicuramente un ostacolo forte. Se ci fossero politiche fiscali diverse, forse vedremmo anche maggiori finanziamenti per la ricerca. Lo stesso vale per le Fondazioni.

Infine e chiudo su questo, ritengo che un punto fondamentale su cui si può lavorare è quello di consentire che giovani ricercatori possano presentare progetti e accedere direttamente a finanziamenti dei loro progetti senza passare sempre da strutture gerarchiche. Questo avviene negli altri Paesi. Negli Stati Uniti un giovane ricercatore naturalmente dovrà dire: se questo progetto di ricerca mi viene finanziato e approvato lo effettuerò all’interno della Columbia University, ad esempio, perché ho bisogno delle attrezzature, però il progetto è mio, me lo gestisco io, me lo porto dietro. Da noi è esattamente l’opposto: ci sono dei colli di bottiglia. Sono i capi di strutture gerarchiche. Hanno maturato nel tempo un’esperienza che è fondamentale per il loro potere e che è anche molto utile - e che è quella di riuscire ad attirare risorse - però controllano rigidamente tutti quelli che stanno sotto di loro e questo naturalmente è penalizzante. Arrivano addirittura ad alcuni assurdi, come quello di firmare come primi firmatari le pubblicazioni scientifiche che magari sono state fatte interamente da altri. Bisogna rompere la struttura permettendo che ci sia l’incontro tra progetti di giovani ricercatori o gruppi di ricercatrici e ricercatori, e le fonti di finanziamento, altrimenti non si risolve il problema. Ho posto l’altro giorno questa questione al direttore di una importante Fondazione bancaria e questo mi ha detto: “Ma noi vogliamo essere garantiti, quindi una cosa è farlo con il Centro Tal dei Tali che ha già un nome e una reputazione, un’altra è fidarsi”. Eh no, prendi questo minimo rischio. Se hai dei valutatori bravi, dei progetti di ricerca, questi spendono la loro credibilità nel dire: questo è un progetto serio e quindi lo finanziamo. Poi naturalmente questo se lo colloca dove vuole. E allora ha potere contrattuale nella struttura che lo ospita.

Quindi vedete che alcune innovazioni si possono introdurre. E’ vero che perché questo sia fatto ci vuole un po’ di coraggio, di presa di iniziativa anche da parte dei professori e dei ricercatori universitari, ma sicuramente ci vuole anche una opinione pubblica che sorregga questi assolutamente indispensabili ed indilazionabili tentativi di innovazione. Grazie.



Riccardo Chiaberge, moderatore - Grazie prof. Martinelli. Ora Beatrice Rangoni Machiavelli, consigliere del Cnel, già presidente del Comitato Economico e Sociale dell’Unione Europea. Ho visto che faceva ampi cenni di consenso ad alcune cose che diceva Martinelli, e in particolare questo accesso diretto dei giovani ai finanziamenti. Prego.



Beatrice Rangoni Machiavelli - 1973, un italiano inventa il chip, e comincia la rivoluzione informatica. Che cosa credete che sia stato Sylicon Valley, se non il credito alle idee? Quando mai in Italia qualcuno ha fatto credito alle idee? La forza dell’America è stata di fare credito alle idee e questo è un primo punto, per quello assertivo.

Io ho sentito molte cose interessanti in quello che avete detto oggi. Però mi ha fatto molta impressione la lontananza di tutto quello che avete detto da quello che succede in Europa. Ma sapete perché anche noi siamo penalizzati nella questione della ricerca? Io ho ammirato molto Delors e ho avuto la fortuna di lavorare come presidente di una istituzione europea accanto a lui e a un certo momento gli ho detto: “Il suo libro bianco aveva delle idee molto valide, l’Europa è in crisi, vorrei fare una proposta con la Fondazione Delors, di rivisitare oggi il libro bianco”. Lui mi ha guardato e mi ha detto: “lo sa quale è stato il fallimento vero del mio libro bianco? La ricerca”. L’Europa si sarebbe salvata se avesse fatto ricerca in comune. Le risorse umane che ha l’Europa non ce le ha nessuno al mondo e non vengono valorizzate.

Andate a guardare le cifre dell’interscambio. Se un paese come la Germania, che non scherza in quanto a ricerca scientifica e tecnologica, vende il 40% dei suoi prodotti in Italia è perché praticamente la globalizzazione del commercio non c’è; l’America esporta meno del 20 % e l’Europa siamo lì e quindi tutto è all’interno dell’Europa. E allora volete che la Germania si metta a fare qualcosa insieme a noi? No. La Germania sviluppa la sua ricerca, i suoi know-how, l’Italia è il Paese in Europa che ne importa di più, evidentemente non le conviene di mettere in comune la ricerca.

Ma io ho visto come fanno gli altri Paesi. L’Italia è colpevole perché non è un Paese, perché nessuno l’ha mai difesa. Voi non avete idea di cosa sia l’importanza della Presidenza di turno di un Paese. Io ho visto per esempio che arrivava la Presidenza della Francia e vedevo Monsieur Fabius, che era ministro dell’Industria, che si è messo d’accordo coi tedeschi e hanno fatto un grande convegno per tutta la telefonia mobile, hanno fissato gli standard, hanno avuto miliardi di finanziamento e hanno acquistato una fetta di mercato. Quando è entrata l’Inghilterra le torte erano state già divise. L’Italia ha avuto la torta che sarebbe servita di più, parlo del 1957, ed era quella del Fondo Sociale Europeo. Io ho fatto un viaggio con Giolitti e lui mi ha detto: “Sono 12 anni che io ho avuto in mano migliaia di miliardi che la Comunità mi dava per poter riequilibrare il Sud col Nord, perché l’industria è stata data alla Germania, l’agricoltura è stata fatta sul modello degli agricoltori francesi e l’Italia ha avuto il Fondo europeo di Sviluppo Regionale. Parto dopo 12 anni completamente sconfitto, non voglio mai più tornare in Europa. Non sono riuscito a far prendere un lira se non alla Liguria, all’Emilia, alla Lombardia che non ne avevano bisogno; si ricordi, una delle emergenze gravi di questo Paese è la burocrazia del Mezzogiorno”. Così mi disse Giolitti. Allora, l’Italia che avrebbe avuto la possibilità di avere dei fondi, sappiamo che non li ha mai spesi.

Ma io ho visto gli altri Paesi. Arriva l’Inghilterra. Era il momento in cui cominciava l’informatica, e a Bruxelles c’era uno degli uomini in assoluto più di valore che ho conosciuto, era il Viscomte Etienne d’Avignon. E cosa fa lui? La Comunità non ha soldi e lui fa una cosa bellissima: si rivolge ai privati e dice: credete nell’informatica, questo è il futuro. Datemi del denaro ed io farò una task force informatica per mandare avanti tutta la ricerca in Europa. Ed era una cosa che non era mai stata fatta, che una struttura di tipo - come la chiamo io - il ministero delle colonie, che sono i 20.000 eurocrati, avessero questo. Bene, arriva l’Inghilterra e si impadronisce appunto di tutti i fondi di ricerca dell’informatica, per cui nel primo progetto, che forse ricorderete, che si chiamava Esprit, su 100 progetti 86 li ha presi l’Inghilterra. Quando Pandolfi è stato Commissario alla ricerca, sapete cosa è successo? Hanno fatto i bandi di gara che si fanno sempre. L’Italia si è presentata con undici progetti. Neanche uno è stato accettato. Pandolfi, per la vergogna, ha ritirato il bando di gara.

Questo è il nostro Paese, vi rendete conto? Avendo noi i cervelli migliori di cui dispone l’Europa. Un uomo come Delors, come l’ha fatta l’Europa? Prima di tutto ha chiamato Padoa Schioppa e gli ha chiesto di fare uno studio sulla fattibilità del mercato interno. Quando Padoa Schioppa ha detto sì e ha scritto un libro dicendo che si poteva fare, chi chiama il signor Delors? Il professor Cecchini, che fa il famoso rapporto di 4000 pagine coinvolgendo tutte le università europee e dicendo tutto quello che sarebbe successo. Altri due nomi italiani che qui non conosce nessuno, hanno fatto tutta la ricerca in Europa: il Professor Fasella e il Professor Petrella. Sono due persone eccezionali, che in Italia non conosce nessuno, e hanno fatto tutto loro e c’era il famoso programma Fast - che vuol dire Forecast and Assessment in the field of Science and Technology - e cioè tutte le previsioni di tutto quello che sarebbe successo nella ricerca e nella tecnologia. Io lo sapevo a memoria ma non poteva circolare, perché, se fosse stato mandato in giro, uno scopriva ad esempio che la Calabria diventava il Bangla Desh, se si continuava così. E quindi non l’hanno mai fatto circolare. Però hanno indovinato tutto e io ogni volta dicevo a Petrella: avete sbagliato sulle biotecnologie perché voi avevate assicurato che ci sarebbe stato un grande sviluppo, e lui mi ha risposto: “purtroppo non c’è stato perché non rende abbastanza”.

E qui veniamo ad un punto fondamentale della ricerca. Quando non c’è un ritorno di guadagno, le industrie private di ricerca ne fanno poca. E allora c’è il modello giapponese. Loro hanno il ministero che decide. I giapponesi studiano e scelgono cinque settori dove diventano i padroni del mondo. Questo è lo sviluppo a punte del Giappone. Ancora adesso le fotocopiatrici, i videoregistratori sono settori in cui i giapponesi non sono mai stati superati. E queste punte entravano nella concorrenza e facevano male, perché loro avevano studiato i settori in cui bisognava diventare primi nel mondo. Noi viviamo in un mondo, e questo lo diceva bene il rapporto Cecchini, dove solo chi è leader di un mercato o di un prodotto, può affermarsi, oppure si rassegna a cercarsi una nicchia locale di un mercato regionale. Ma questo è quello che sta avvenendo oggi nel mondo, questa è la chiave della competitività.

E allora andiamo a vedere come purtroppo l’Italia è stata sempre tradita sulla questione della ricerca, perché gli italiani hanno un’intelligenza che colpisce. Io sono stata 20 anni in un’assemblea. Voi dite una cosa e vedete gli italiani che ancor prima che la frase sia finita hanno già capito e hanno già risposto. Provate a farlo con gli svedesi. Gli italiani hanno delle potenzialità, della capacità di intelligenza creativa che li avrebbe potuti portare ad essere primi in Europa.

Vorrei non portarvi più via altro tempo, però pregarvi di ricordare: primo, che quando io sono stata nominata, non perché ero italiana, a questo bellissimo premio Nobel che si chiama Premio Cartesio - e ci sono 10 membri della giuria che sono dei premi Nobel a loro volta, c’è l’astronauta tedesco, c’è il direttore della banca, ecc. – ho visto che aveva ragione Delors, in Europa funziona la ricerca teorica, come il Cern di Ginevra, perché non ci sono competizioni commerciali. Il Premio Cartesio è dato solo per la ricerca in comune. Devono essere come minimo tre paesi. Le Università italiane erano sempre fuori, per colpa loro, perché non erano interessate, perché non lo facevano. E vi assicuro, i progetti dovevano essere solo ed esclusivamente europei e avere una ricaduta di brevetti enorme e ho visto delle cose… Ve ne dico una sola per farvi capire. Erano riusciti a inventare, tre o quattro paesi, un computer in una plastica trasparente. Questa veniva messa su un qualsiasi prodotto, qualsiasi valigia, e ad esempio al supermercato potevano dire se c’era l’organismo inquinato, se andava bene, oppure non si perdevano più le valigie, ecc. Una cosa veramente eccezionale. Le risorse umane sono la materia prima più importante del 21esimo secolo. L’Europa ne ha più di chiunque, e l’Italia è la prima fra questi. Grazie.



Riccardo Chiaberge, moderatore. Nel frattempo è arrivato tra noi l’ingegner Giuseppe Morchio, Amministratore Delegato della Fiat. Gli darei la precedenza perché so che si può trattenere poco. Anche perché stamane si è parlato molto del ritardo negli investimenti in ricerca e sviluppo da parte dell’industria e dei privati in Italia, del ruolo trainante che esercita e ha sempre esercitato la grande industria e che potrebbe esercitare in futuro. Quindi siamo ansiosi di sapere.



Giuseppe Morchio . Vi ringrazio, sono molto onorato di essere qui a questo convegno, e voglio veramente mettere in evidenza l’apprezzamento per il coraggio degli organizzatori - perché il tema della ricerca in Italia è un tema che va affrontato con coraggio - e fra questi anche Franco Morganti, che è una persona che stimo molto e che fa parte di questa iniziativa.

Per me la ricerca e l’innovazione fanno parte della mia vita di lavoro e di fare impresa. Trovo che è un argomento non facile nel nostro Paese, ma deve diventare oggetto di attenzione di tutti, centro dei nostri pensieri, perché c’è una economia globale che sta avanzando e vede una erosione continua delle nostre posizioni di capacità di fare delle attività industriali su larga scala. Io credo che questa sfida vada colta in pieno e questo è anche un motivo del lavoro che sto facendo adesso, nel senso che noi dobbiamo di nuovo porci il quesito di come si fa a far industria in modo sostenibile, non solo attraverso situazioni transitorie che possono essere il vantaggio di un costo del lavoro, il vantaggio di una svalutazione. No. Fare industria significa avere dei vantaggi competitivi sostenibili nel tempo e io credo che il vantaggio competitivo che si coglie attraverso l’innovazione sia ciò che deve essere colto.

In Italia purtroppo il sistema lo conosciamo tutti, lo avrete discusso tutta la mattina e mi spiace di non essere stato con voi, ma questi giorni sono molto intensi per me. Immagino che abbiate parlato di quanto poco si investe in ricerca in Italia e comunque questo poco è affrontato al 50% dalle imprese industriali, e di questo 50, l’80% lo fanno le grosse imprese. Quindi vuol dire che c’è un sistema che non parte, non coglie questa leva importante per il posizionamento competitivo. Quindi fare impresa cosa significa? Significa aver coraggio e gettarsi nelle opportunità che oggi si trovano.

Io credo anche in quella che una volta si riteneva una ricerca di base, che era difficile andare a portare al mercato e che doveva essere quasi a fondo perduto. Credo che questi concetti ormai appartengano al passato, se vediamo la velocità con la quale si sono portati al mercato prodotti o al profitto attività di ricerca pura. Noi ne abbiamo dei buonissimi esempi nella biologia, nell’industria delle telecomunicazioni, con la fotonica che ho vissuto personalmente e quindi dico: ci sono veramente delle grosse opportunità, opportunità che vanno colte da persone che abbiano il coraggio di intraprendere. Perché questa è la vera ragione alla fine. Noi vogliamo avere sempre la certezza del nostro futuro. Non si può avere la certezza del futuro, senza avere coraggio di intraprendere e di rischiare. E vi dico che i rischi sulle attività di investimento in ricerca oggi sono molto, molto limitati, in quanto i tempi sono più corti del passato. Non occorrono vent’anni, adesso in cinque anni si va al mercato. Per cui cerchiamo che nei manager si impianti un po’ di scienziato e negli scienziati si impianti un po’ di manager, cioè che si attivi sia nel lato dei centri di ricerca dell’università una capacità di essere selettivi e di capire quali sono i filoni giusti e lo stesso nei manager, che abbiano la capacità di mettersi in contatto con gli ambienti più sfidanti in queste aree.

Io dico: manager e scienziati che si devono fondere insieme, è una cosa che nella mia vita ho sperimentato. Ci sono persone che sono capaci a selezionare una cosa che può aver successo e l’altra che non può aver successo, e poi hanno una capacità e un metodo di lavorare che consente per esempio di programmare dei milestone e magari, non dico abbandonare, ma mettere in seconda o terza priorità di investimento delle cose che non generano risultati. Mi ricordo che nella nostra attività avevamo fatto dei tentativi, che dopo otto o nove mesi sono stati messi in priorità più bassa perché avevamo visto un grado di difficoltà che aumentava e un lancio lungo. Ecco, cerchiamo di portare i manager e gli scienziati su un terreno di discussione, su come si fa a selezionare, come si fa a capire quando il filone è d’oro oppure non lo è per niente e ti ferma e ti blocca per vent’anni. In questo senso un po’ di addestramento, da un versante all’altro è importante.

Vi dico, noi abbiamo cercato - la mia esperienza in Pirelli e ora anche in Fiat stiamo facendo la stessa cosa - di operare in un contesto più allargato di quella che è l’impresa per sé. Perché un’impresa non si deve chiudere ma deve aprirsi. Allora aprirsi all’esterno significa aprirsi ai centri di ricerca e aprirsi all’Università. In Pirelli con il Politecnico di Milano avevamo fatto un consorzio sulle tecnologie ottiche che ha avuto un grande successo nella capacità di innovare e nella capacità di formare anche i giovani e tutta una generazione di tecnologi, che veramente aveva delle grandissime capacità e una grandissima volontà di lavorare in questi campi che danno grandi soddisfazioni. Io credo che l’impresa deve interagire con l’università e coi centri di ricerca perché si possono dare prospettive di futuro a degli scienziati in modo concreto travasando queste esperienze dalle università alle aziende. Questa è vita vissuta.

Adesso vorrei toccare brevemente quella più recente, che ho incontrato tre mesi fa andando in Fiat. La prima cosa che ho domandato è: ma andiamo a vedere il CRF, il Centro di Ricerche Fiat. E sapendo, avendo visto i bilanci, perché quelle sono state le prime cose che ho studiato, decido di andare a parlare un po’ di ricerca. Sono andato al CRF, visto che noi spendiamo due miliardi di euro all’anno in ricerca quindi una cifra notevole. Pensate che sono 13 miliardi di euro all’anno in Italia, quindi questa è una bella fetta, il 13 % di quello che si spende in Italia. Se prendiamo la parte dell’industria, un quarto della ricerca che fa l’industria lo fa la Fiat. Allora andando all’interno di questa situazione e chiedendo la situazione brevettuale e le nostre finalizzazioni, mi sono accorto che c’è un potenziale veramente enorme che noi possiamo sfruttare in Fiat. E’ un potenziale che è mia intenzione rilanciare in maniera immediata cogliendo ed evidenziando quello che io ho chiamato il filo rosso. Partendo dal cliente, dal prodotto, andando alla Ferrari, al centro di ricerche, andando all’Iveco, trovare dei filoni importanti di ricerca e di posizionamento competitivo che possano essere all’interno di Fiat o ribaltati nella filiera che sta a monte, che è altrettanto importante nella nostra industria, perché fare un’automobile vuol dire farla insieme ad una rete di fornitori che deve essere altamente innovativa e con capacità qualitativa altamente elevata. Noi abbiamo attraversato un periodo molto difficile e lo stiamo ancora attraversando, perché evidentemente tutti leggete le notizie sui giornali. Però è un nostro impegno e stiamo lavorando al rilancio di Fiat, certamente attraverso la capacità di competere nei costi, ma anche attraverso un piano di sviluppo e di innovazione molto importante.

Per concludere, mi ricordo che parlavo di un concetto con i miei e poi l’ho passato anche ai miei figli, ed era quello del giardino dell’impossibile. Un giardino dove c’è un cancello, dove ci va pochissima gente perché ci sono poche piante, pochissime, con dei grandissimi frutti, però è importante avere il coraggio di entrarci perché poi alla fine quei frutti sono tutti per noi. Questo è il tema che deve animare delle persone che vogliono fare ricerca e avere dei risultati e dei successi nella ricerca.



Riccardo Chiaberge, moderatore. Ringraziamo l’ing Morchio, adesso la parola al prof. Raffaele Prodomo, medico e bioetico.



Raffaele Prodomo

Un grazie al moderatore per avermi dato la parola. Ringrazio anche gli enti che ci ospitano e le associazioni, in particolare l’amico Morelli, che mi hanno invitato a questo interessante convegno.

Le mie riflessioni saranno più teoriche rispetto a quanto ascoltato in precedenza: cercherò di fornire una panoramica dei problemi etici di una strategia politica che si proponga di creare le condizioni adatte per favorire la ricerca in ambito pubblico.

Dobbiamo partire dalla premessa che si sta cercando, in qualche modo, di programmare l’improgrammabile. Il risultato positivo è, infatti, sempre qualcosa di unico, individuale e, quindi, in quanto tale non prevedibile. Noi possiamo predisporre solo le condizioni che consentano a questo fenomeno individuale e imprevedibile di verificarsi. Per esempio non possiamo programmare di innamorarci o fare nuove amicizie, l’amore o l’amicizia sono eventi esistenziali contingenti, possiamo, però, riprodurre le condizioni che determinano o facilitano tali situazioni esistenziali. Certo se siamo misogini e non invitiamo mai nessuno a cena difficilmente capiterà di conoscere persone nuove. Se invece partecipiamo a una maggiore quantità di eventi sociali può succedere che ci si innamori o si facciano amicizie nuove.

Detto questo, occorre ricordare che la ricerca presenta dei problemi collegati a questioni antiche nella nostra storia culturale che si collocano a monte delle questioni organizzative ampiamente discusse dai relatori che mi hanno preceduto e sulle quali confesso di non avere competenza ad esprimermi. Tuttavia, credo che tali problemi di fondo non vadano trascurati anche in un’ottica pratica di programmazione concreta. Mi riferisco soprattutto al problema della libertà di ricerca.

In relazione a cose di cui mi occupo professionalmente, ad esempio, una grossa questione si sta sollevando a seguito delle nuove ricerche in campo biomedico, riproponendo il problema del rapporto tra potere politico-religioso, ideologie e libertà di ricerca. Un’interpretazione del rapporto tra autorità morale e libertà di ricerca come se si trattasse di una partita a due giocatasi nell’arco di questi due o tre secoli nell’Occidente tra autorità politico-religiosa e libertà di ricerca, sembra prevalere nel caso della questione oggi sul tappeto delle cellule staminali. Disapprovare o cercare di proibire la ricerca sulle cellule staminali da un punto di vista metafisico, sostenendo la tesi, di per sé rispettabilissima, che l’embrione sia persona sin dal momento del concepimento, mi sembra un modo semplicistico di riproporre la questione del rapporto tra potere e scienza. Sarebbero proprio i tempi supplementari della partita a due giocata tra religione e scienza nell’arco di due secoli. Nel primo tempo abbiamo avuto un gioco duro da parte delle autorità religiose (si pensi a Galileo e a Bruno) col prevalere della Rivelazione o, comunque, della Fede rispetto al sapere scientifico, mentre nel secondo tempo ha prevalso la conoscenza razionale di matrice illuministica fino ad arrivare agli eccessi positivistici di una supremazia assoluta della Scienza. I supplementari, quindi, come rivincita del mondo religioso e possibilità, per quest’ultimo, di mettere nuovamente le redini al ricercatore.

Credo che questo sia un modo sbagliato di impostare la questione, nel senso che se c’è una verità che viene fuori dall’importanza e dall’attualità del dibattito bioetico è proprio quella della insufficienza di ogni singolo sapere a proporsi come guida e prioritario rispetto agli altri. Questo vale sia per i saperi rivelati che per quelli metafisico-filosofici e, a mio modo di vedere, anche per la stessa scienza. E qui vengo a un punto sul quale volevo soffermarmi un attimo proponendo un quesito: è davvero possibile oggi proporre un modello di sviluppo della ricerca intendendo il sapere empirico basato sul metodo galileiano come cuspide di una piramide con gli altri saperi che fanno da mero contorno? O proprio le riflessioni bioetiche non mettono in evidenza che su certe questioni delicate è necessario che i saperi lavorino in rete, non più in un rapporto gerarchico ma con maggiore collaborazione reciproca nell’identificare e interpretare un fenomeno?

Si è detto stamattina che dobbiamo temere più che gli scienziati veri e propri alcuni sedicenti scienziati che, male interpretando i risultati del loro lavoro, ci propinano cose palesemente false. Ma va sottolineato che dobbiamo temerli anche sul piano filosofico e non solo su quello scientifico, per la falsa epistemologia di cui si fanno promotori.

Il discorso sulle cellule staminali è un problema di grande attualità politica – si ricordi la battaglia condotta dai radicali con l’appello firmato e proposto da Luca Coscioni - ma a proposito di distorsioni nell’interpretare un fenomeno scientifico, esemplare è il caso della clonazione, dove è evidente che molte delle paure e delle preoccupazioni insorte nell’opinione pubblica sono legate ad un errore di interpretazione del dato scientifico che conduce a una errata filosofia di sfondo: il determinismo genetico. E’ in base a questo errore che si immagina sia possibile duplicare una persona quando invece si tratta semplicemente della duplicazione di materiale genetico.

Sappiamo tutti benissimo che una cosa è duplicare i geni e altra cosa è duplicare la vita individuale. Una vita non è duplicabile, l’individualità è tale perché è inseparabile e indiscernibile, come già ci ha insegnato un filosofo qualche secolo fa (e tra l’altro lo insegnava, già all’epoca, a un politico). Sarebbe importante che anche oggi i filosofi insegnassero ai politici ad essere più attenti a queste cose sul piano della regolamentazione pubblica, invece, sulla clonazione abbiamo assistito a reazioni quasi isteriche. Basti ricordare il primo decreto dell’allora ministro Bindi che addirittura bloccò la clonazione animale e vegetale!

Questo per dire che l’idea di una rete di conoscenze deve prendere il posto dell’idea di una piramide, in quanto la rigida gerarchia tra i saperi, sia posta al vertice la Bibbia o la Scienza poco importa, non funziona più per comprendere i fenomeni complessi. Oggi come oggi, dobbiamo imparare a convivere all’interno di una rete di conoscenze che sappiano discutere tra loro e in qualche modo rompano le barriere disciplinari tradizionali. Si tratta di una riforma prima di tutto epistemologica che comporta uno sforzo che va al di là della difficoltà esistenziale individuale di chi sente di mettere in discussione la propria piccola fetta di potere accademico.

Un esempio di ricerche che potrebbero e dovrebbero essere proposte dall’ente pubblico è quello delle cosiddette ricerche orfane. Le ricerche sostenute da fondi privati sono quelle dove si prevede l’immediata applicazione, per loro non sarà mai difficile trovare fonti di finanziamento. Quello che dovrebbe preoccuparci, invece, è il fatto che esistano, ne ha parlato anche Morelli stamattina, ricerche di cui nessuno si interessa, perché gli scopi o i risultati cui possono condurre non interessano chi è in grado di pagare. Il riferimento è non solo alle malattie rare del mondo occidentale, ma anche alle malattie frequenti nel cosiddetto terzo mondo.

Si studia oggi seriamente la malaria come si studia l’Aids? Non credo affatto. Eppure quanti morti fa la malaria e quanti morti fa l’Aids? Chiunque si occupi un minimo di epidemiologia saprebbe dire che la sproporzione è netta a favore della malaria. Allora chi potrebbe finanziare e favorire, se non un ente pubblico, queste ricerche orfane?

Infine un ultimo punto, ricollegandomi a quanto dicevo all’inizio sull’imprevedibilità degli esiti, è relativo alle ricerche che per definizione sono marginali e minoritarie, quelle in cui la probabilità di raggiungere un risultato è estremamente bassa, ma i cui effetti sono spesso dirompenti. Se guardiamo alla storia della scienza molte scoperte sono state frutto delle strane circostanze che si qualificano col termine inglese di serendipity, ossia la coincidenza e coesistenza di circostanze favorevoli e di sagacia individuale in grado di sfruttarle. A parte l’esempio famoso della penicillina (se non c’era Fleming ad osservare il fenomeno nessuno avrebbe mai pensato che i batteri non si sviluppavano perché il prodotto di una muffa ne bloccava la crescita, quindi c’è stato bisogno anche della sagacia individuale) anche la cibernetica e la teoria dei sistemi sono nate in un contesto anomalo, addirittura a partire da uno studio, connesso all’industria bellica, sui servo-meccanismi di puntamento dei cannoni anti-aerei.

Si torna così al quesito iniziale: come programmare l’improgrammabile? Non ho risposte da fornire ma credo che uno sforzo di fantasia vada fatto proprio in questa direzione.

Nella Marina borbonica un comando famoso era quello del “facite ammuina”. Esso era molto semplice e veniva dato quando il Re andava ad ispezionare la nave, diceva: quelli che stanno a prua vadano a poppa, quelli che stanno a tribordo vadano a babordo, quelli che stanno sopra scendano sottocoperta e quelli che stanno sotto salgono sopra. Lo scopo era di dare l’impressione di un’attività frenetica, creando confusione e caos per coprire evidentemente un’inefficienza di base. Potremmo proporre, con un intento diametralmente opposto, tale ricetta anche per la politica scientifica contemporanea? In fondo che abbiamo da perdere? Non credo proprio che, se si disarticolassero vecchi e statici equilibri, la situazione peggiorerebbe. Magari dall’apparente caos si potrebbe sprigionare un nuovo e più efficace ordine.



Riccardo Chiaberge, moderatore. Grazie prof. Prodomo, La parola all’ingegner Salvatore Randi, presidente del gruppo ICT dell’Anie.



Salvatore Randi. Grazie. ICT vuol dire Information and Communications Technology e dovrebbe essere la tecnologia del momento, una delle tecnologie che spingono il Paese verso questa terza rivoluzione industriale e che purtroppo vedono il nostro Paese perdere continuamente posizioni. Quindi io vi parlerò della ricerca industriale, quella ricerca che le aziende ad alta tecnologia devono fare, non perché è bello farla, ma perché è necessaria per rimanere sul mercato e per migliorare e rendere competitivi i prodotti.

Sono 50 anni che lavoro in questo campo e devo dividere la mia vita in due parti. Nei primi 25 anni c’erano in Italia 2, 3 , 4 meravigliose aziende hi-tech. Il problema di queste aziende era di fare ricerca senza bisogno di dire “bisogna fare ricerca”. Lo facevano perché era necessario, era parte del processo di produzione ed era una ricerca estremamente innovativa. Ricordiamoci la Olivetti nei calcolatori elettronici, ricordiamoci la Telettra, che era un’azienda straordinaria che combatteva i giapponesi e vinceva in tutto il mondo. Allora si facevano molte ricerche e pochissimi convegni sulla ricerca, questo è un sintomo grave. Da un certo momento in poi molto è cambiato, perché gli imprenditori italiani non erano capaci di portare avanti queste cose, questo è il motivo. Se nelle grandi aziende si fa poca ricerca è perché gli imprenditori non sono capaci, non hanno le strategie giuste. E difatti la Telettra, quando l’imprenditore bravo si tirò da parte, fu presa in mano dalla Fiat che l’ha poi venduta ad una multinazionale. La Olivetti è morta di morte naturale, in mano a cattivi imprenditori. Quindi il problema della ricerca, almeno della ricerca industriale in Italia, è un problema di capacità imprenditoriale.

Lasciatemi uscire dal mio campo. Noi tutti, quando eravamo giovani, eravamo orgogliosi della Montecatini e avevamo anche un premio Nobel. Eravamo i primi al mondo. In mano ad imprenditori incapaci, che fine ha fatto la Montecatini? Non è un problema di ricerca, è un problema di capacità imprenditoriali nelle grandi aziende. Morchio, una persona valida che io conosco (ho interagito con lui quando stava in Pirelli), sta facendo l’ultimo tentativo per salvare la Fiat, ed usa, non può che usare, la leva dell’innovazione, non può che investire in innovazione, se non investe in innovazione la Fiat scompare come è scomparsa la Montedison. Quindi l’Italia adesso vive una fase di declino delle grandi aziende.

Se noi guardiamo alle aziende di telecomunicazioni, che sono mie associate, esse fanno tuttora molta ricerca; però, tenuto conto del periodo congiunturale che è cattivo nelle telecomunicazioni, queste aziende, allocate in Italia e che fanno parte di multinazionali, in periodi congiunturali bassi, tirano i remi in barca, investono meno in ricerca. Ci sono tuttora dei laboratori bellissimi, ma stanno diminuendo; alcuni portano le ricerche addirittura in Cina. La cosa è comprensibile perché la Cina è uno dei pochi mercati in crescita ed è dotata di una popolazione tecnico-scientifica di ottimo livello ed a costo del lavoro molto basso.

Tutto questo che ho detto sulla cattiva imprenditorialità è avvenuto nella completa indifferenza di tutti i governi che ci sono stati, da 25 anni in qua. L’attuale governo ha annunciato che avrebbe fatto della ricerca uno dei suoi punti fondamentali. Ma per prima cosa ha interrotto il finanziamento di quei fondi che fornivano degli aiuti, seppur modesti.

Questa è la situazione delle grandi aziende hi-tech in Italia. Speriamo che sia incentivato almeno il mercato dell’hi-tech: anche questo si era pensato di farlo, ma le priorità evidentemente sono altre. Si pensa che avere un ponte che attraversi lo stretto di Messina sia più importante che favorire una vivace crescita dei servizi Internet.

L’interrogativo che io non so come esaminare dal punto di vista della ricerca industriale, riguarda le piccole e medie aziende, dove le statistiche dicono due cose: primo, noi abbiamo le migliori piccole e medie aziende del mondo. Secondo, le statistiche dicono che le nostre piccole e medie aziende non fanno ricerca. Sono due cose contraddittorie. Le piccole e medie aziende sono il nostro substrato industriale vero, forte, quello che ci mantiene, il nostro pane e burro. Certamente esse hanno dei processi innovativi, se no non starebbero sul mercato. L’innovazione industriale vuol dire stare o non stare sul mercato competitivo. La ricerca o l’innovazione il piccolo imprenditore la fa perché è assolutamente necessaria. Perché le aziende di 50, 100 persone, sono rubricate come aziende che non fanno ricerca? Io non credo che sia vero. Come c’è del lavoro sommerso, io penso che ci sia della ricerca sommersa. Questa è l’unica speranza del nostro Paese. La speranza che molti piccoli imprenditori divengano dei grandi imprenditori, come succedeva nel dopoguerra. Spero che le nostre piccole e medie aziende crescano facendo ricerca anche se nessuno se ne accorge. Grazie.





Franco Morganti, moderatore. Grazie all’ing. Salvatore Randi. D’altra parte è stato detto anche da Segre delle Fondazione Bancarie, che nella ricerca che loro hanno fatto, c’è un problema fiscale che spinge le imprese a non mettere in evidenza le spese perché altrimenti dovrebbero subire un trattamento fiscale diverso, quindi sostanzialmente ci sono anche delle ragioni per occultare queste spese e renderle sommerse. Potrebbe emergere solo con misure di cambiamento fiscale. Noi abbiamo concluso il nostro panel. Chiaberge ha dovuto lasciarci perché doveva correre al giornale per un impegno.

Adesso se ci sono domande dal pubblico… Poi, dati i tempi, ci avviamo alle conclusioni e, dato anche che Morelli ed io abbiamo già parlato, le conclusioni saranno affidate a Luca Beltrami Gadola e a Giancarlo Lunati. Ci sono domande dal pubblico su questi interventi del pomeriggio?



DIBATTITO



Giorgio Schiavelli - Mi occupo di aerospazio e di energie alternative. Di ricerca se ne è sempre fatta nella grande industria. Io sono andato in pensione, ormai 25 anni fa, ho messo su altre industrie e continuo a fare ricerca. Noi siamo progettisti, e un progettista deve continuamente fare ricerca per non copiare, ma per fare cose nuove. Vedere quello che serve, perché una volta bastava avere capitali e produrre. Una delle basi è la ricerca, che assorbe sì energia però questa energia poi la riversa nella produzione di cose utili. Poi la produzione produce, crea valore che serve per la ricerca. Ma ci si accorge adesso che si chiama ricerca? Come diceva prima l’ingegner Randi, non si chiamava ricerca, si chiamava progettazione avanzata, o cose del genere. Fuori del mio ufficio c’era scritto “Progettazione e ricerca”. Io da una grossa industria da cui sono uscito, con 5000 persone, mi sono buttato su micro industrie, una sola supera le 15 persone. Queste producono e fanno molta ricerca anche per le industrie aeronautiche che dicono: non sappiamo di cosa abbiamo bisogno, ma faccelo subito perché ci serve in fretta: facciamo ricerca in questo modo.



Franco Morganti, moderatore. In effetti gli economisti dell’innovazione dicono che l’innovazione nasce nelle piccole imprese e poi la massa della ricerca si fa nelle grandi imprese. La parola a Luca Beltrami Gadola per avviare le conclusioni.



Luca Beltrami Gadola. Il mio non è certo un intervento di sintesi del lavoro di questa giornata perché è praticamente impossibile, cioè dire in poche parole quello che altri con più parole hanno detto molto meglio. Io sono qui soprattutto perché rappresento una delle associazioni che hanno promosso questo convegno, che è “Nuove Regole Milano Europa”. E’ una associazione molto vivace che ha la fortuna di riuscire a radunare i suoi soci più attivi tutte le settimane, e quindi una cosa del tutto eccezionale. Siamo diventati più che un’associazione, quasi un piccolo club.

La nostra è una associazione che oltre ad occuparsi di problemi di politica europea ha ritagliato molto le sue attività sui problemi urbani, in particolare ovviamente di Milano, che è la nostra città. Proprio per questo siamo particolarmente sensibili al problema della ricerca che dovrebbe essere uno degli assi portanti dello sviluppo e della ripresa di questa città, che, come ormai abbiamo capito da molti segnali, si sta molto spegnendo. Abbiamo anche una convinzione. Che non possa esserci ricerca, e soprattutto non possano esserci ricercatori, in una città come Milano, senza che la città faccia qualcosa per loro. In termini di accoglienza, di qualità della vita in città e non solo di qualità della vita per le singole persone, ma anche di qualità della vita all’intorno delle università.

C’è stato un grande fiorire di nuove sedi universitarie a Milano. Abbiamo avuto la Bovisa, abbiamo la Bicocca, c’è lo IULM. Ecco, la Pubblica Amministrazione non ha fatto quasi nulla perché questi luoghi fossero identificati come luoghi del sapere. Sono dei curiosi inserimenti di edifici, con scarsissimo connotato di trasparente messaggio culturale, in un contesto urbano disastrato. Se voi andate alla Bovisa, vi accorgete che l’intervento pianificatore del Comune, per quanto riguarda la sistemazione delle aree circostanti, è inesistente, e che la qualità del manufatto urbano intorno a questi edifici è penosissima. Allora io non credo che ci si possa dedicare alla ricerca e si possa essere dei ricercatori senza che il contorno di questa attività non sia un po’ speciale.

Qui si è parlato molto del fatto che vi è un esodo dei nostri ricercatori verso altri paesi. Alberto Martinelli giustamente ha detto: sono pagati poco. Qualcuno ha detto: alcuni anche troppo rispetto a quello che fanno. Quelli che fanno bene comunque sono pagati poco e questo è un dato di fatto. Ma quello che manca sicuramente è un clima e un ambiente fisico che stimoli la ricerca. Quando io sento parlare delle famose eccellenze universitarie milanesi, mi domando veramente se stiamo parlando di un altro Paese o se non ho capito bene la città che io, anche professionalmente, conosco da camminatore. Non è pensabile che questa civiltà urbana sia stimolante per chi vuol fare ricerca e che invece lo sia quella di altre grandi città e di altri grandi complessi universitari.

I campus. Quando sento parlare del campus della Bicocca o della Bovisa dico: allora spieghiamoci. Io, quando penso al campus, penso ad un’altra cosa. Penso alle università americane, penso alle università inglesi, penso all’origine della parola campus, che è di origine agreste e che prevede spazi verdi, aria, luoghi di incontro che non siano inquinati dai gas di scarico delle macchine che ti passano sotto la finestra.

La nostra associazione, che è molto attenta a questi problemi, ritiene che nel suo piccolo la sua funzione possa essere quella di stimolare l’amministrazione, di Milano in particolare, ma le amministrazioni locali in genere, a far sì che non si consideri che la ricerca ed i ricercatori siano una specie di frutto spontaneo che non abbia bisogno di un terreno di cultura anche di vita. Finché non risolviamo quel problema potremmo credo pagarli molto di più, ma non si fermeranno nelle nostre città. Questa era la ragione per cui siamo molto interessati al problema della ricerca, anche se l’aspetto che a noi interessa è l’aspetto più urbanistico – sociologico che non il contesto specifico della ricerca.



Franco Morganti, moderatore. Come vedete percorriamo un pò tutti gli anelli della catena della ricerca, anche gli aspetti urbani che sono assolutamente essenziali. Adesso Giancarlo Lunati, che è Presidente della Associazione di Cultura Liberale, ed è uno degli organizzatori di questo incontro, concluderà la nostra giornata dedicata a “La Ricerca, un progetto per l’Italia”.



Giancarlo Lunati - Devo fare, ve lo dico subito, molta forza su me stesso, per non entrare nel merito di tante cose che sono state dette stamattina ed oggi pomeriggio. Perchè? Perchè sono un vecchio uomo di azienda. Abbiamo sentito prima il nostro amico ingegnere che diceva di essere il più vecchio; forse lo sono io. Sono stato assunto da Adriano Olivetti quasi cinquant'anni fa, all'inizio del 1955, e poco dopo è arrivato anche Franco Morganti. Adriano Olivetti, i dirigenti che pagava di più in assoluto erano i progettisti. Perchè? Perchè puntava tutto su di loro e non è un caso che la Olivetti dell'epoca avesse alcuni prodotti, ne cito uno, la Divisumma, che era il miglior prodotto nel suo segmento nel mondo. Noi si diceva, all'epoca - io ero giovanissimo - che un'azienda, se non ha almeno un prodotto che è il migliore del mondo nel suo settore merceologico, non può competere su scala internazionale. Olivetti era uno straordinario ottimista. Si dice certe volte che l'ottimismo è l'arte degli sciocchi. Personalmente mi compiaccio di ritenermi irrimediabilmente sciocco, perchè sono stato per tutta la vita ottimista. E anche adesso che stiamo dandoci da fare con l'Associazione di Cultura Liberale, lo stiamo facendo perchè riteniamo che il pensiero liberale (non ci riferiamo a partiti politici in particolare) , sia sostanzialmente un pensiero straordinariamente ottimista. Siamo, ahimè!, in una situazione di tipo contrario, perché il Paese è in questo momento rassegnato, stanco, sfiduciato, assente. Molti si defilano, molti dicono: ma cosa volete fare, intanto sono tutti uguali gli uomini politici, il mondo è sempre andato così! Il che è un'affermazione ignobile, se ci pensate bene. E lo dico io che sono molto vecchio. Bisogna sempre battersi. Sempre.

Parliamo di liberalismo in senso culturale e allora mi viene spontaneo parlare di un altro di quei grandi personaggi che ho avuto la fortuna di conoscere: Benedetto Croce, uno dei padri del liberalismo e della cultura liberale del nostro Paese. A proposito del discorso che facevo poc'anzi, di questo mondo italiano in cui ormai tutti i politici sono ritenuti uguali, di questo pessimismo che incombe, Croce contrastava una tale visione negativa, osservando che occorreva smetterla di pensare, come anche alloracfacevano in tanti, che la politica è una cosa "sudicia" e quindi è inutile occuparsene.

Concludo questa giornata molto bella ringraziando Morganti, Morelli, gli amici che più si sono occupati dell'organizzazione del convegno e ricordando ancora Croce, questo filosofo un po' dimenticato che alla vigilia della fine della sua lunga e operosa vita (mi è capitato di essere lì, a Palazzo Filomarino, il giorno in cui lui è morto, nel novembre 1952, perchè ho avuto la fortuna di studiare per un anno e mezzo all'Istituto storico ), ha scritto una pagina bellissima chiamata in seguito Il soliloquio. In questa pagina don Benedetto confessa: riferendosi alla mia vecchiaia, molti amici mi chiedono: ma cosa fai? ed io rispondo: leggo, scrivo, esercito la mia curiosità perchè quando la morte arriva, "in ozio stupido essa non ci può trovare."









1 Tre decreti legislativi sono stati presentati dal Ministro Moratti e approvati dal Consiglio dei Ministri del 16 maggio 2003. Si tratta di decreti già presentati il 31 gennaio 2003, contro i quali il CNR era ricorso al TAR ottenendone la sospensione e ora riveduti e corretti. Nel frattempo il presidente del CNR si è dimesso.

Sono il Decreto di riordino del CNR, quello di riordino dell’INAF e quello di riordino dell’ASI, redatti in applicazione dell’art.1 della legge delega 6/7/2002 n. 137.

Alla data attuale i decreti non sono stati ancora presentati in parlamento e se ne conoscono solo le anticipazioni date alla stampa.


2 Professore ordinario nell'Università Ca' Foscari di Venezia e Presidente della Fondazione CR Venezia

3 Assemblea ordinaria dei partecipanti, Considerazioni finali, Roma, 31 maggio 2003.

4 "Un capitale da valorizzare: indagine conoscitiva sulla fuga dei cervelli all'estero", realizzato dalla Fondazione CR Venezia in collaborazione con il CENSIS.

5 Di seguito si presenta l'elenco dei settori ammessi a seguito della riforma Tremonti: 1. famiglia e valori connessi; 2. crescita e formazione giovanile; 3. educazione, istruzione e formazione; 4. volontariato, filantropia e beneficenza; 5. religione e sviluppo spirituale; 6. assistenza agli anziani; 7. diritti civili; 8. prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica; 9. sicurezza alimentare e agricoltura di qualità; 10. sviluppo locale ed edilizia popolare locale; 11. protezione dei consumatori; 12. protezione civile; 13. salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa; 14. attività sportiva; 15. prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; 16. patologia e disturbi psichici e mentali; 17. ricerca scientifica e tecnologica; 18. protezione e qualità ambientale; 19. arte, attività e beni culturali; 20. realizzazione lavori pubblici o di pubblica utilità.

6 Finora, per quanto è dato di sapere, solo undici fondazioni bancarie hanno interamente ceduto la quota azionaria nella banca o nella holding conferitaria; esse sono nell’ordine di patrimonio: Fondazione C.R. Venezia; Fondazione Banca del Monte di Bologna e Ravenna; Ente Banca Nazionale delle Comunicazioni; Fondazione C.R. Calabria e Lucania; Fondazione C.R. Puglia; Fondazione Banco di Napoli; Fondazione C.R. Salernitana; Fondazione C.R. Imola; Fondazione B.M. Rovigo; Fondazione C.R. Province Siciliane; Fondazione Monte di Pietà di Vicenza.

7 Musgrave R.A., "The Theory of Public Finance", MacGraw-Hill, New York, 1959