La ricerca: un progetto per l’Italia

Atti del Convegno organizzato da Area Liberal (Federazione dei Liberali e Lobbyliberal), Associazione di Cultura Liberale, Nuove Regole Milano Europa, Società Libera

Milano, Sala Assemblee Banca Intesa, 13 giugno 2003











Raffaello Morelli. Lo strumento essenziale di una società libera per affrontare il futuro è accrescere la conoscenza del mondo. La cosa è possibile, a poco a poco e facendo molta fatica, affidandosi alla libertà di ricercare con metodo critico e sperimentale. L’orientamento della ricerca – di qualsiasi campo si tratti - è perciò uno solo: cercare di conoscere di più il mondo reale nella miriade delle sue dimensioni, della natura, vivente o non vivente, della specie umana, con le sue interrelazioni individuali e con le sue costruzioni di convivenza.

La ricerca non può essere concepita come funzionale ad un disegno politico sociale ad essa estraneo, poiché essa stessa è il disegno politico sociale che libera l’essere umano nel tempo. Un disegno di libertà che non può irrigidirsi senza contraddirsi e che non ha bisogno di un marchio per distinguersi dalle imitazioni. La sua autotutela sta nella necessità di doversi rinnovare di continuo per rapportarsi alla irreversibilità delle vicende del mondo reale.

Ogni politica della ricerca che, consapevolmente o meno, tenda ad evitare questa impostazione, è fuorviante e comunque gravemente riduttiva. Infatti circoscrivere o separare le prospettive di ricerca sul metro dell’aprioristica determinazione dei suoi tempi, dei suoi ambiti e dei suoi effetti, provoca il distacco dalla finalità di conoscere di più. Le applicazioni tecnologiche, sanitarie, economiche, artistiche, umanistiche, sociali, del modo di organizzare i grandi sistemi, sono delle conseguenze aperte dell’attività di ricerca non definibili a prescindere dal suo esito. L’unico vincolo irrinunciabile è il seguire il rigore del metodo critico e sperimentale. Questo metodo opera senza far uso dell’ipotesi della fede religiosa, afferma che il destino dell’umanità non è scritto ma viene costruito da uno sviluppo che consiste nella libertà, rappresenta l’esatto contrario dell’onnipotenza proprio perché funziona ponendo condizioni e sollevando dubbi.

La capacità di conoscere è fortemente ridotta quando la paura del nuovo ostacola la ricerca, negando le risorse indispensabili e facendo leggi che impongano ai ricercatori cosa e come ricercare. Riconoscere il valore centrale della ricerca è un momento di consapevolezza civile tipico del liberalismo.

Chi muove da questa impostazione culturale, non può che constatare il ritardo del nostro paese nella politica della ricerca. Un ritardo, forte e crescente, sia come concezione generale di rifiuto del rischio, della perseveranza e dell’inventiva, che come destinazione di risorse finanziarie. L’Italia arranca nel quadro della politica europea, è essenzialmente priva di una strategia nazionale della ricerca e soprattutto sembra incapace, a livello di opinione pubblica come dei suoi gruppi dirigenti, di riconoscere la priorità assoluta da dare alla questione ricerca e alla sua carica innovativa in quanto questione centrale per il nostro futuro. Non solo per le ricadute di lungo periodo, già di per sé decisive, ma anche per evitare nel breve medio periodo “di condannare l'Italia a tassi di crescita più bassi, ad un'occupazione minore e a livelli di reddito inferiori, rispetto a quanto potremmo”.

Occorre una svolta eclatante che mostri senza incertezze il nuovo impegno pubblico nel ridisegnare e rilanciare la ricerca in Italia. Innanzi tutto, la quantificazione delle risorse destinate alla ricerca pubblica deve essere sganciata, per alcuni anni, dal rapporto con l’andamento del PIL e, per i primi cinque esercizi, il suo ammontare deve essere triplicato rispetto a quello attuale. Triplicato nel senso che, rispetto alla somma attuale, la seconda tranche è il segno del maggior impegno sulla ricerca propriamente detta e la terza tranche indica l’investimento sociale fatto sulla ricerca in termini di “formazione alla ricerca” e che sarà ripagato con i risparmi conseguenti dalla futura riduzione degli oneri assistenziali indotti dall’avere cittadini più formati al senso critico e ad una mentalità innovativa. Triplicare come detto sopra le risorse destinate alla ricerca è il fulcro di una decisiva trasformazione culturale, che deve essere apertamente indicata come essenziale per l’interesse dei cittadini italiani anche per svilupparne un’adeguata sensibilità specifica.

Gli altri punti chiave della svolta dovranno toccare anche l’aspetto dell’apporto dei privati alla ricerca, che resta del tutto carente. Vi dovranno essere robusti incentivi fiscali legati alle attività di Ricerca e Sviluppo, un supporto alle iniziative miste pubblico private e al reperimento di risorse tramite i programmi europei e l’industria internazionale, la costruzione di un mercato nazionale più disposto al finanziamento dell’innovazione industriale in alternativa al credito bancario, il coinvolgimento delle realtà ed istituzioni locali per diffondere il sostegno della propensione alla ricerca e al cambiamento.

Il tutto rifuggendo, nella ricerca, l’autarchia nazionale e il parassitismo estero, introducendo criteri valutativi e il monitoraggio delle iniziative proposte anche alla luce delle esperienze positive fin qui fatte da alcune realtà, mantenendo in primo piano la ricerca di base e l’innovazione industriale (altrimenti, il sistema italiano resterà asfittico e a rischio di colonizzazione) e dedicando la massima cura al giusto equilibrio tra la ricerca di base e quella applicata facilitando il passaggio dei risultati della prima alla seconda fino al trasferimento tecnologico ed allo sfruttamento economico. Nella consapevolezza che esiste un legame indissolubile tra politica della ricerca, formazione e scelte a carattere industriale di lungo respiro e che le trasformazioni radicali per ottimizzare la qualità dell’innovazione hanno tempi stretti che sono ancor più stretti nei settori avanzati.

La logica della trasformazione culturale sopra delineata e le proposte attuative di seguito descritte, non possono essere intese come un programma settoriale applicabile in un qualunque progetto di organizzare la convivenza; viceversa, esse delineano una piattaforma di indirizzo politico vero e proprio per attivare le condizioni di una società aperta di ispirazione laico liberale, fisiologicamente attenta ai potenziali apporti di ciascuno senza pregiudizi, ai processi di riequilibrio degli interscambi individuali, ai sistemi per prove e errori, alla possibilità di sempre nuove conoscenze, insomma allo sviluppo come libertà.

La nuova disponibilità di risorse che è alla base della svolta, deve accompagnarsi a strumenti per un nuovo modello del sistema della ricerca, per l’innovazione della formazione universitaria, per il processo di innovazione industriale. Questi strumenti dovrebbero basarsi – e qui si è tenuto ampiamente conto del lavoro dell’Associazione Futura a Milano – dovrebbero basarsi su cinque pilastri concepiti per coprire in maniera organica le diverse fasi dell’attività di ricerca e innovazione nel paese, evitando sovrapposizioni, duplicazioni e dispersione delle risorse, innanzi tutto razionalizzando il numero e la natura dei vari Centri di Ricerca pubblica esistenti.

Il primo pilastro sarà una “Agenzia Nazionale per la Ricerca” a livello di Presidenza del Consiglio dei Ministri, che sostituisca l’attuale CNR per quanto riguarda finanziamento e valutazione dei risultati della ricerca ed operi con una visione generale dell’intero campo dell’innovazione. L’Agenzia dovrà garantire la libertà della ricerca di base fondata sulla responsabilità del ricercatore e l’autogestione, mantenendo l’intero sistema della ricerca al riparo da operazioni di controllo politico culturale . Al contempo, l’Agenzia avrà il compito di individuare alcune scelte strategiche di respiro europeo sulle quali la ricerca italiana possa risultare di livello internazionale, e insieme il compito di orientare la più efficace distribuzione delle risorse finanziarie pubbliche privilegiando, seppur non in modo esaustivo, i campi cui potenzialmente potrebbero essere dati contributi significativi. I processi di erogazione e di gestione dei fondi saranno improntati alla tempestività, alla efficienza e alla selettività a favore dei più meritevoli.

Questa Agenzia Nazionale per la Ricerca deve essere governata da un organismo di grande prestigio (sia in campo scientifico che imprenditoriale, con la presenza anche di personalità straniere) che possa costituire il punto di riferimento di tutta la ricerca pubblica e privata del Paese, garantendone l’indipendenza. Per questa strada si dovranno identificare progetti di ampio respiro a livello nazionale che agiscano da catalizzatori per le attività di ricerca e innovazione. Ad esempio, lo sviluppo della propulsione e generazione di energia attraverso l’uso dell’idrogeno potrebbe essere il fulcro di una attività di ricerca multidisciplinare a supporto delle imprese e del miglioramento della qualità della vita.

Il secondo pilastro saranno i “Centri Nazionali di Ricerca” che prenderanno il posto dell’attuale CNR per quelle tematiche strategiche che richiedono investimenti e risorse non compatibili con le capacità delle singole Università o imprese. Tali Centri non potranno che essere limitati di numero e incentrati su tematiche molto specifiche. Ad esempio, la fusione nucleare oppure gli studi epidemiologici di larga scala sulle malattie più diffuse (come le cronicodegenerative) oppure le cosiddette ricerche orfane (malattie rarissime prive di interesse economico) e cioè sfide che non possono essere eluse completamente da un paese civile.

Il terzo pilastro saranno i “Centri Territoriali per il Trasferimento Tecnologico” cui parteciperanno le Università, i Centri di ricerca, le imprese e le Associazioni imprenditoriali e in cui confluiranno le strutture del CNR più vicine al territorio.

Il quarto pilastro saranno le Università, pensate come scuola di ricerca per la creazione di nuove conoscenze per lo sviluppo economico, progressivamente sempre più autonome, e dunque più differenziate,atte a sviluppare adeguatamente il binomio formazione-ricerca e insieme sottoposte a severi meccanismi di valutazione, che salvaguardino le punte di eccellenza già esistenti e che assicurino il ricambio. Di massima, nelle Università dovrà avere collocazione preferenziale la ricerca avanzata, invertendo così l’assurda tendenza a separare strutturalmente e gestionalmente la “docenza” dalla “ricerca” . E in coerenza con questa nuova missione delle Università, dovrà essere abolito il valore legale del titolo di studio in modo da valorizzare il pieno sviluppo della formazione individuale e da promuovere la specificità delle preparazioni. Nelle Università dovrebbero essere assorbite le strutture di ricerca del CNR che non confluiscono nei Centri Nazionali o nei Centri Territoriali. Naturalmente tutto ciò implica un profondo mutamento del sistema. I finanziamenti pubblici generali saranno in parte erogati in base ai risultati ottenuti e in parte con nuovi meccanismi aperti per consentire a nuove forze di affermarsi. Contemporaneamente va stimolata la competizione interna ed esterna, per evitare improduttività e appiattimenti delle carriere, per eliminare ogni ostacolo alla nascita d’iniziative nuove, interdisciplinari e per promuovere il collegamento con il mondo esterno. I rischi di eccessi connessi all’assunzione di responsabilità insite nell’autonomia possono essere fronteggiati solo con una seria valutazione dei risultati conseguiti mentre l’autonomia finanziaria di ogni Università dovrà essere gradualmente resa obbligatoria, spingendo per nuove forme di sostegno complementare da parte di fondazioni, enti, associazioni, imprese, il più possibile collegati con il territorio di riferimento ed indirizzando i finanziamenti verso gli atenei più efficaci. A tal fine è indispensabile la riforma del sistema di governo delle Università che modifichi composizione e modi di formazione degli organi dirigenti e sviluppi il ruolo manageriale dei rettori.

Il sistema di reclutamento e gestione del personale docente deve essere migliorato creando un mercato del lavoro con livelli di salari e stipendi differenziati in base al giudizio di merito scientifico e didattico, legittimando la possibilità di allontanamento dei non meritevoli, favorendo l’ingresso pro-tempore di professionisti provenienti da altri campi e affidando la gestione delle risorse umane al corpo direttivo delle stesse Università. Quanto agli studenti, da un lato dovranno essere migliorati i servizi offerti (rapporto docenti-studenti, servizi tecnici forniti dall’Università, servizi sociali, offerta di corsi brevi e su richiesta, ecc.) evitando tasse occulte per servizi di tutoraggio di cui non beneficia il sistema universitario; dall’altro dovrà essere scoraggiato il loro parcheggio (governo degli accessi, verifiche sullo stato degli esami dati per contenere il numero massimo di anni fruibili, ecc.) e avviata una politica per le tasse universitarie a copertura dei costi marginali che progressivamente sposti il carico in capo individuale di chi frequenta e che estenda nel contempo ogni possibile forma di supporto (borse di studio, residenze, ecc.) per i più meritevoli privi di mezzi finanziari.

Questa trasformazione della missione dell’Università costituisce un insieme organico di interventi tra di loro interconnessi e complesso, che, per tutto il periodo della transizione, richiede soluzioni che mantengano la sostenibilità socio-economica dell’intero sistema universitario.

Il quinto pilastro saranno le attività diffuse di ricerca portate avanti dai Centri di ricerca privati e dal mondo delle imprese, anche con iniziative di partnership con le università e con le istituzioni. In questo caso il compito pubblico è contribuire alla creazione di condizioni ambientali e istituzionali adatte alla nascita di una nuova industria nazionale in settori specifici, con dimensioni sostenibili ma con respiro internazionale. In questa logica si potrebbe:

I liberal italiani ritengono che adottare un progetto-paese che segua le linee sopra tracciate sia decisivo per far uscire l’Italia dallo stato di emarginazione in cui si trova quanto alla ricerca. E lo propongono con l’intenzione di innescare nel tempo una sorta di muta intellettuale che schiuda quadri concettuali sempre nuovi alla ricerca nei vari campi – da quello dell’arte, che è un approccio di comprensione non trascurabile, fino a quello della conoscenza scientifica più razionale, empirica e così distante dalle spettacolarizzazioni della vulgata tecnologica. L’importante è far intendere l’essenzialità del processo di ricercare e di acquisire la conoscenza, un processo continuo e senza fine che in sé è ancor più decisivo di quanto già conosciamo e già abbiamo acquisito.

Prima di concludere, consentitemi due riflessioni sulla tipologia civile implicita nell’approccio proposto. La prima è che tra la democrazia liberale e la ricerca scientifica vi sono profonde correlazioni imperniate sul comune metodo critico, espressione di una consapevolezza precisa: che la via al conoscere e all’agire civile passa per la rinuncia a pretendere l’assoluto e il definitivo. La riprova eclatante sta nella coincidenza di molte delle rispettive radici. Vediamone alcune.

L’approccio alla conoscenza richiama la convivenza civile. Infatti, la fonte della conoscenza non è una rivelazione all’uomo ma un’osservazione dell’uomo. E la convivenza civile non è una concessione di alcuni ad altri ma una scelta di reciproco rapporto tra cittadini che valorizzano la propria individualità percependone i limiti.

Il come osservare richiama le regole della convivenza. Infatti le caratteristiche della cosa da conoscere devono potersi descrivere in modo inequivoco ad altri e da altri in modo inequivoco esser riconosciute. Così nella convivenza, i limiti dell’individuo devono valere circolarmente per tutti e perciò deve esserci una regola per garantire ogni scelta di vita che non violi l’altrui libertà.

Il valore pubblico della conoscenza richiama il valore pubblico della libertà di ciascuno . Infatti per ampliare la conoscenza chiunque deve disporre dei risultati delle esperienze altrui e poter valutare quale sia la procedura di astrazione adottata per ottenerli. Analogamente, per convivere meglio occorre preservare le libere potenzialità di ciascuno, da un lato come effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza, dall’altro attraverso una competizione secondo le regole.

La visione generale della realtà richiama il progetto generale delle pubbliche istituzioni. Infatti la visione della realtà, costruita a forza di astrarre da esperienze particolari e delimitate, è solo una ipotesi da verificare di continuo; dunque la coerenza oggettiva del procedimento di conoscere ha il prezzo della parzialità del conoscere.Analogamente, lo Stato liberaldemocratico,costruito a supporto del cittadino e della società civile, non può mai pretendere di trasformarsi in una struttura rigida svincolata dalla verifica dei quotidiani impatti con la realtà; dunque, la forza oggettiva delle regole della convivenza liberale ha il prezzo della parzialità delle materie regolate nei tempi e nei luoghi.

Il diritto a dubitare e l’importanza di farlo richiamano il rifiuto del conformismo e la possibilità di esercitarlo. Siccome conoscere implica anche il diritto a confutare i precedenti modelli del mondo, il rapporto con l’autorità costituita non implica la rinuncia a pensare con la propria testa e il lavorare di molti in rete non comporta l’annullamento delle diverse capacità e funzioni in una uniformità omologante. Il senso critico e la discussione costante del prodotto della conoscenza sono il grande antidoto di chi è convinto che voler conoscere non è peccato.

L’attitudine a confrontarsi sul cosa e come ricercare richiama il confronto sui modi della convivenza. Le esperienze fatte e le ipotesi avanzate possono approfondirsi ed evolversi solo attraverso la vicendevole messa in discussione fino all’esser falsificate e di conseguenza superate in una visione più estesa. Allo stesso modo, in una liberaldemocrazia il confronto politico è ineludibile e diviene costruttivo solo se di continuo verte sul come organizzare la libera convivenza nella distinzione dei ruoli per meglio corrispondere ai diritti di cittadinanza e agevolare la collaborazione nella diversità.

E in ultimo, certo non per importanza. La ricerca, nello sforzo di comprendere i fenomeni vitali, è riuscita dopo secoli a compiere il passo rivoluzionario di trovarne rappresentazioni che includano la non simmetria tra passato e futuro, cioè la irreversibilità del tempo che è l’essenza della vita. Analogamente il liberalismo, nello sforzo di favorire interazioni persistenti tra i cittadini, sta procedendo da secoli alla rivoluzionaria costruzione di strumenti rappresentativi che includano la mutevolezza come garanzia di apertura del circuito sociale, l’alternarsi al governo come solvente del cristallizzarsi del potere, la sensibilità alle circostanze storiche come rifiuto di bloccarsi o nel passato di una mitica età dell’oro o nel futuro di una utopica città del sole.

Insomma, l’efficacia ineguagliata del metodo scientifico nel comprendere il reale è strettamente corrispondente all’efficacia ineguagliata del metodo della libertà nel costruire l’emancipazione umana sul piano storico. Come è stato scritto, lo sviluppo è libertà.

La seconda riflessione consegue alla prima. Sostenere l’importanza della ricerca nei vari campi, non è un abbigliamento indossabile da qualunque progetto politico sociale. Quanto più ci si allontana da una progettualità liberale, tanto più la propensione a ricercare tende a contraddirsi, ad inaridirsi e infine a collassare. Come i liberal vedono la ricerca quale fattore centrale di una società aperta, così il mondo della ricerca dovrebbe considerare centrale l’esistenza di una robusta area liberal nel ruolo di catalizzatore di una politica lontana dalle promesse illusorie, dallo scontro tra organizzazioni chiesa, dalla lotta per un potere fine a sé stesso.

Per le sorti della ricerca non è indifferente aver a che fare con un’area liberal oppure con il mondo conservatore o con un mondo determinista o con i fautori di visioni finalistiche della storia o con i fanatici dell’impero della religione o con i nostalgici del classismo e neppure con i sostenitori dell’innocuo bene comune . Già il cosiddetto bene comune non può esistere se non ammettendo che spetti a qualcuno, singolo, organizzazione o istituzione, definire quale esso sia e imporlo gli altri, vanificando la logica di ricerca. Più in generale, sono esperimenti acquisiti gli esiti, disastrosi sotto ogni profilo, dei progetti economico politici che abbiano preteso di stabilire l’utile e la felicità dei cittadini e conseguentemente di fissarne a priori pensieri, comportamenti, obiettivi di ricerca ( esiti, questi, concettualmente analoghi alla mancata individuazione di principi ultimi in fisica dai quali dedurre tutto il resto e alla provata impossibilità di riuscirvi nel caso dei sistemi logico matematici).

Per le sorti della ricerca è importante avere a che fare con una politica liberal, che si propone , con adeguati modelli storici, di sviluppare una persistente interazione tra i cittadini e la massima responsabilità individuale. Che sono la precondizione di ogni ricerca e che altri cercano di continuo di impedire non solo con ostacoli ideologici ma anche con pratiche - come parole d’ordine semplificanti, condizionamenti pubblicitari o l’ingannevole farsi carico dei compiti altrui - che soffocano la consapevolezza delle scelte individuali.

Del resto, i sistemi liberaldemocratici favoriscono l’ambiente della ricerca anche con i propri equilibri seppur intricati e con la comprovata capacità di evolvere. Il parlamentarismo, con i meccanismi incrociati e il contrappeso dei referendum, con la separazione dei poteri e degli ordini, con l’articolazione federale, funziona applicando il criterio delle interazioni persistenti tra i cittadini. Dal parlamentarismo non si può prescindere nelle società complesse. Affidarsi al mito della democrazia diretta, anche nell’avvenirstica versione di internet, sfocerebbe nel ricorso alla arbitrarietà o alla casualità poiché è accertato che l’aumento del numero delle scelte disponibili e delle persone chiamate a farle comporta inevitabilmente l’impossibilità di decisioni dirette corrispondenti con sicurezza alle preferenze della maggioranza. Senza la libertà, le scelte sono sicure e la ricerca superflua, se la libertà c’è le scelte non sono completamente determinabili e la ricerca è essenziale.

Allora tutto ciò impone una conclusione. Che la ricerca non può chiudersi nelle proprie aule e nei propri laboratori ma deve sempre coltivare il campo di un ambiente il più possibile adatto alla propria esistenza. In Italia, la mentalità del definitivo e dell’assoluto è talmente radicata da far risaltare spesso solo i tifosi (che cercano nella scienza l’impossibile, cioè verità incondizionata e sicurezza) e i detrattori (che la additano come radice di ogni male e disegnano scenari apocalittici). Al mondo dei ricercatori dunque va assegnato un compito aggiuntivo: testimoniare che il punto del presente è il futuro.