La ricerca: un progetto per l’Italia
Atti del Convegno organizzato da Area Liberal (Federazione dei Liberali e Lobbyliberal), Associazione di Cultura Liberale, Nuove Regole Milano Europa, Società Libera
Milano, Sala Assemblee Banca Intesa, 13 giugno 2003
Franco Morganti. L’Italia ha speso l’1,07 del PIL in R&S nel 2002, contro 3 e oltre di Giappone e Scandinavia, 2,8 di USA, 2,5 di Germania e circa 2% degli altri paesi del Nord Europa, Francia compresa. Siamo stabilmente fra metà e un terzo dei paesi avanzati. Occupiamo circa 30 persone ogni 10.000 occupati, contro 80 degli altri e 140 di Israele. In Europa c’è la Spagna al nostro livello, sotto a noi solo Grecia e Portogallo.
L'andamento della spesa rispetto al PIL nei decenni trascorsi, nei tre principali paesi europei maggiormente industrializzati è simile: stazionario negli anni dal 1970 al 1980, poi in notevole crescita fino al 1990, in calo dal 1990 al 1995; da allora la tendenza assume caratteri divergenti, stazionaria in Italia, in crescita in Germania, in calo in Francia. Sarebbe forse utile sapere se questa lunga coincidenza è dovuta a condizioni determinate dall'evoluzione della innovazione, da comuni condizioni di finanza pubblica, da scelte politiche correlate.
Basse anche le spese per l'innovazione e la ricerca nel settore industriale, in rapporto al PIL; sostanzialmente stazionarie in Francia e Germania dal 1985, in calo in Italia soprattutto nel periodo dal 1990 al 1995: complessivamente il raffronto con i due paesi europei mostra, dal 1985 al 2.000, che la spesa italiana passa dal 50 % al 38 % circa, dato che va coniugato con il valore assoluto del PIL, che è minore.
Da un certo punto di vista la bassa quantità della spesa per ricerca ed innovazione potrebbe essere considerata un fatto inevitabile: a fronte di risorse complessivamente minori, quanto residua dopo l'assorbimento delle spese "obbligate" è minore. Ma se questo fosse vero, saremmo di fronte ad una rigidità della spesa pubblica assolutamente patologica, ed in ogni caso in presenza di situazioni economiche di stagnazione o peggio di recessione, dovrebbe percentualmente crescere per divenire fattore di sviluppo.
La quantità della spesa non è l'unico dato da considerare per una valutazione della situazione. I termini qualitativi in questo caso sono particolarmente rilevanti. Non sono presenti indicatori che sistematicamente indichino l'efficacia dell'intervento pubblico o privato, o del sistema delle imprese che operano sul mercato, peraltro difficili da definire tanto in assoluto, quanto in funzione della possibilità di disporre di una ricerca capace di avere importanti ripercussioni future, sia in termini di innovazione di prodotti sia per l'eventuale capacità di produrre le basi per ulteriori ricerche. Può essere utile ricordare che se il tempo trascorso tra scoperta scientifica ed applicazione in tecnologie diffuse sembra continuamente accorciarsi, esso tuttavia è estremamente variabile e non mancano esempi moderni in cui sia risultato piuttosto ampio.
Comunque gli indicatori più evidenti non depongono a favore della situazione italiana: scarso il numero dei brevetti, oramai di fatto ridotte a pochissime le attività produttive ad alta tecnologia di rilevanza internazionale presenti in Italia.
Anche in settori in cui sono emerse produzioni di massa derivate da tecnologie innovative relativamente semplici, come ad esempio nella telefonia mobile, l'Italia ha sviluppato servizi ma è assente dalla produzione; l'esempio potrebbe estendersi ad altri settori.
L’Action Plan europeo lanciato a Barcellona nel marzo 2002 prevede che entro il 2010 la spesa in Europa per ricerca salga al 3% del PIL e che il finanziamento privato, al suo interno, passi ai 2/3 del totale (oggi è al 56%). La crescita dovrebbe quindi essere quasi tutta a carico del sistema delle imprese.
In Italia le imprese spendono solo lo 0,45% del PIL, che dovrebbe quasi raddoppiare già entro il 2006, allo 0,75%, mentre il sistema pubblico dovrebbe andare all’1% del PIL (più che raddoppiare), per raggiungere, in totale, l’1.75%, sempre entro il 2006. Per rispettare l’Action Plan entro il 2010 la ricerca privata dovrebbe quintuplicare rispetto al 2002. E’ realistico questo piano per l’Italia? Teniamo conto che solo il 10% della popolazione maschile in età da lavoro, in Italia, possiede una laurea, contro il 37% degli USA, il 36% di Francia e Giappone, il 28% della Germania, anche se questi dati vanno presi con la cautela che nasce dal confronto tra il livello di studi ai quali si attribuisce un titolo di laurea.
Ricordiamo inoltre che il PIL nel 2002 in Italia è stato di 1.265 miliardi di Euro, quindi l’1.07 del PIL vale 13,5 miliardi. Nel 2001 la spesa in R&S dell’industria in senso stretto è stata di 6,1 miliardi di Euro. A questa lo Stato ha contribuito con 1,12 miliardi, in parte a fondo perduto e in parte in agevolazioni di credito. Questo contributo è salito a 2,1 nel 2002, a fronte di spese complessive sensibilmente diminuite (quelle del comparto TLC, ad esempio, sono scese del 30%). Le leggi di sostegno, un tempo molto disperse, sono ora riunite nel decreto n.297/2000, pubblicato il 18/2/2001 (legislatura precedente all’attuale): il riordino tuttavia non ha toccato l’ampiezza degli interventi. La Finanziaria 2003 ha invece ridotto sensibilmente gli stanziamenti.
I settori dove si investe sono:
- apparati e sistemi di TLC, al primo posto con 1082 milioni nel 2001;
- autoveicoli al secondo, poco distanziato;
- industrie chimiche e farmaceutiche intorno a 900 milioni;
- aerospazio con circa 500 milioni;
- microelettronica e apparecchi di precisione sui 350, in gran parte a Catania presso STMicroelectronics.
Il rimanente ha modesta incidenza: si pensi che, sul fatturato, l’insieme dell’industria italiana spendeva lo 0,67% nel 2001, contro l’8,2% dell’industria TLC.
E’ quindi il mix industriale italiano, con povertà di high tech, che non sembra adatto a investire grandi cifre. Questo sembra incidere molto più che la struttura industriale, basata sulle piccole imprese, spesso “first mover” di ricerche originali, anche se è poi la dimensione d’impresa a determinare i grandi volumi. Forse potrebbe servire un provvedimento finanziario che consenta di dedurre tutta la spesa in ricerca dal reddito ai fini IRPEG. Un’azienda che fatturi 100, con un reddito di 10 (e colpita da imposte per 4), potrebbe, per esempio, spendere in ricerca 5, dedurle interamente dal reddito e ridurre a 2 le imposte. Di qui si potrebbe ricavare l’onere per lo Stato, che perderebbe in imposte il 40% della (maggior?) spesa in R&S, nell’esempio considerato. Ma certo non è pensabile che la spesa privata possa quintuplicare in 8 anni, perché l’industria high tech è in gran parte perduta. Al massimo raddoppiare, e solo con forti incentivi fiscali. Meglio d’altra parte evitare interventi fiscali mirati per settori industriali, come si usava negli anni ’70: si tratta di un modo per evitare che il mercato faccia le sue scelte.
Si possono invece dare incentivi mirati alla domanda, come si è fatto per l’edilizia e come si fa in molti paesi, compresi gli USA (ma non l’UK). Questi potrebbero favorire, ad esempio, l’alfabetizzazione informatica, la diffusione della larga banda, ecc.
In Italia il sistema della ricerca pubblica ha speso dunque 7,4 miliardi nel 2002. Il suo riordino è affidato al cosiddetto PNR, denominato in origine “Linee Guida per la Politica Scientifica e Tecnologica del Governo”, uscito il 19 aprile 2002, che tuttavia pretende di stabilire direttive per l’intero sistema della ricerca, pubblica e privata. Le macro aree di attività che emergono, riviste alla luce dei decreti di maggio 20031, sono:
- biotecnologie e post-genomica;
- tecnologie mediche;
- nanotecnologie e materiali intelligenti;
- tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni;
- tecnologie per i sistemi avanzati di produzione;
- scienze giuridiche e socio-economiche
- scienze umanistiche e dei beni culturali
Non figurano le Tecnologie aerospaziali, che però sono forse attribuite all’Agenzia spaziale italiana. Le linee di indirizzo corrispondono a quelle della specializzazione italiana.
I problemi che appaiono emergere come principali dalla lettura dei documenti di governo e di opposizione sono sostanzialmente:
- il legame tra spesa per la ricerca e prodotto interno lordo, con la previsione da parte del governo che la crescita della prima dipenda dalla crescita del secondo, scelta contestata da parte dell'opposizione;
- l'insoluto rapporto tra ricerca ed applicazione;
- i collegamenti tra la ricerca pubblica e quella promossa dalle industrie;
- l'individuazione di metodi efficaci di valutazione;
- la scarsa chiarezza sulle competenze e funzioni dei vari organi di governo, strettamente politici o a carattere più tecnico;
- l'impostazione di una politica che recuperi la presenza di industria di alta tecnologia, anche favorendo l'insediamento di capitale straniero o attraverso accordi internazionali;
- l’individuazione di un corretto rapporto tra ricerca finalizzata allo sviluppo economico e la sua interpretazione come manifestazione di libertà intellettuale, con un evidente contrasto tra esigenze di indirizzo generale e scelta individuale o di piccoli gruppi, che si preoccupano del possibile controllo politico e culturale della società;
- il problema del rapporto con l'assetto generale dell'Università e della ricerca in quella sede, in cui si ripercuote una situazione che ha visto in atto una riforma, sue repentine e non esaurite modifiche, tendenze contraddittorie; in particolare la constatazione che l’inevitabile diversificazione delle Università, sia per ragioni legate all'autonomia sia per un’esigenza di diffusione sul territorio, non può garantire uguali livelli e non sembra portare alla conseguente decisione di abolizione del valore legale del titolo di studio;
- la mancanza di linee di inversione di tendenza nell'atteggiamento dell'industria;
- la mancanza di riflessioni adeguate per quanto riguarda la valutazione dell'efficacia della ricerca, e quindi di strumenti di orientamento della spesa e della natura dei contributi;
- la carenza di progetti guida, di orientamento e di metodo.
A questi temi di carattere tecnico-economico, se ne possono aggiungere molti altri, tra i quali sembra di particolare interesse il rapporto tra ricerca e scelte politiche più generali. La ricerca ha interesse per lo sviluppo della conoscenza, è finalizzata in taluni casi ad obiettivi condivisibili da tutti negli aspetti generali (la ricerca medica, per esempio, anche se le individuazioni particolari comportano contrasti per diverse valutazioni etiche, economiche, ecc.), in altri casi ad obiettivi produttivi più o meno immediati: ma qui si pongono i problemi di fondo sulla neutralità dello stato, la libertà delle persone e dei gruppi, la possibilità di riconoscere "un bene comune", sul rapporto tra libertà ed interessi collettivi, in definitiva sull’individuazione di un modello di sviluppo.
Sarebbe erroneo pensare ai modi della organizzazione della ricerca successivamente alla definizione di tesi politiche generali, ed illiberale, perché significherebbe pensare che ciò possa avvenire una volta per tutte; ma è sbagliato anche pensare ad un impianto tecnocratico che massimizzi l’efficienza misurandola soltanto come somma del valore finanziario dei prodotti generati.
1 Tre decreti legislativi sono stati presentati dal Ministro Moratti e approvati dal Consiglio dei Ministri del 16 maggio 2003. Si tratta di decreti già presentati il 31 gennaio 2003, contro i quali il CNR era ricorso al TAR ottenendone la sospensione e ora riveduti e corretti. Nel frattempo il presidente del CNR si è dimesso.
Sono il Decreto di riordino del CNR, quello di riordino dell’INAF e quello di riordino dell’ASI, redatti in applicazione dell’art.1 della legge delega 6/7/2002 n. 137.
Alla data attuale i decreti non sono stati ancora presentati in parlamento e se ne conoscono solo le anticipazioni date alla stampa.