La “lista unica” dell’Ulivo è approdata a Milano, con una giornata di mobilitazione conclusa al Teatro Parenti da una tavola rotonda moderata da Sergio Scalpelli, già uomo della sinistra ds, poi approdato come assessore nella prima giunta Albertini con Forza Italia, ora un po’ alla finestra, responsabile del progetto cultura del Teatro. Al tavolo Michele Salvati, che a maggio aveva dato inizio alle operazioni di convergenza con un famoso articolo su “Il Foglio”, Massimo Cacciari, Sandra Bonsanti, presidente di Libertà & Giustizia, in sostituzione di Guido Rossi, forse diplomaticamente assente, Enrico Boselli, Enrico Letta, Piero Fassino, nell’ordine in cui hanno parlato.
Anzitutto due parole sull’associazionismo milanese: le manifestazioni erano state organizzate da gruppi che ormai hanno preso posto nel panorama politico, nel senso della “lista unica” o di quello che verrà poi e che sempre più viene indicato come il “partito riformista”: Libertà & Giustizia, Nuove Regole Milano Europa (sempre più dediti alla redazione del foglio milanese della Margherita), Libertà Eguale Milano Lombardia, Popolarea. A questo punto, come si sa, le associazioni perdono ruolo e lo riprendono i partiti. Un fenomeno che Sandra Bonsanti addirittura incoraggia, pronta come si è detta, a “tornare a casa”, credo con un certo disappunto del principale sponsor di L&G, Carlo De Benedetti.
Il nuovo approdo a Milano dei “riformisti” non si differenzia dai precedenti, quando nei teatri cittadini si coltivava il mito di Nando dalla Chiesa o, un anno dopo, quello dei “progressisti”. Si parla di nuovo welfare, di nuovi ceti emergenti su cui ancorarsi, di costituire il timone, la leva, il perno, il motore (le immagini meccanico-nautiche si sono sprecate) su cui ruoterà un centro-sinistra più ampio, con Rifondazione (senza la quale si perde come nel 2001, ha detto Fassino). Tutti hanno sottolineato che non si vince in Italia se non si vince a Milano (cosa che piace ai milanesi ma non è vera).
Nessuno è stato sfiorato dal dubbio che l’Italia dal 1994 (e Milano dal 1993) sia andata a destra e ci resti ancorata, al di là della presenza di Berlusconi. Tutti si illudono oggi, sulla scorta dei risultati elettorali amministrativi dello scorso giugno e di qualche sondaggio, che la vittoria sia vicina. Esattamente come pensavano a Milano quando i sondaggi premiavano dalla Chiesa o come a novembre 1993 quando le amministrative diedero molti sindaci alla sinistra.
Forse per muovere quella gente ci vorrebbero discorsi diversi, magari quei discorsi liberali che la sinistra non riesce a fare. Qualche traccia di dubbio la si è trovata nei discorsi di Letta e Boselli, ma non di Fassino. Bisognerebbe dire che a Milano si vogliono fare le privatizzazioni che Albertini non riesce a fare, perché non si vuole governare aziende ma investire nel sociale. Ad esempio a fronte dei 175.000 studenti universitari di Milano, di cui più della metà pendolari, ci sono solo solo 5.000 alloggi a prezzo controllato e un monolocale a Milano costa 700 euro al mese, di solito in nero. Ad esempio bisognerebbe aiutare i lavoratori flessibili a farsi un mutuo per la casa, visto che le banche glielo rifiutano. Solo nell’edilizia, in Italia, i flessibili sono due milioni e mezzo.
Bisognerebbe dire che ha ragione il ministro Moratti a entrare come un ariete nel Cnr e nell’università, dove i ricercatori hanno un’età media di 50 anni e che fa bene Tremonti a eliminare l’Irap, un’imposta demenziale voluta dalla sinistra che ha mandato in rosso tutte le piccole e medie imprese e che bisogna far subito la riforma delle pensioni se non vogliamo che, per mandare la gente in pensione a 57 anni, i nostri figli abbiano pensioni da fame.
Ma queste cose la sinistra non le dice, a Milano come altrove. Coltiva il suo giardinetto di certezze, spera che la gente si stufi di Berlusconi, costruisce un timone ma non cambia la rotta. E i milanesi voteranno come fanno da dieci anni a questa parte.