L' OPPOSIZIONE: OLTRE L'ULIVO


Il dibattito sull’invio degli Alpini in Afghanistan ha certificato la morte clinica dell’Ulivo. Quella fisica seguirà in tempi più o meno brevi ma ineluttabili.

Non voler vedere questa realtà serve solo a prolungare il dominio dell’on. Berlusconi e dei suoi alleati. Ma raggiunge lo stesso effetto il persistere nel proporre terapie inefficaci se non fuorvianti, del tipo lanciare ambigui appelli all’unità delle componenti del centro sinistra (come in queste ore sta facendo l’on.Fassino) oppure reiterare inviti alla rinuncia di parte della propria sovranità nel segno dell’ulivismo indistinto (come in queste stesse ore continua a fare l’on. Rutelli).

Chi vuole costruire in tempi non biblici l’alternativa a Berlusconi e limitare così i danni al Paese, deve adottare un’altra terapia, quella di costruire un serio progetto politico e programmatico per governare la convivenza. L’Ulivo era in decomposizione da anni, da quando cioè aveva esaurito il suo unico programma condiviso, la scelta di entrare da subito nell’Europa di Maastricht. Dopo, i suoi principali dirigenti hanno cominciato a dividersi, gli uni proponendo coalizioni dedite a correr dietro ogni linea rivendicativa di movimenti e della sinistra antagonista, gli altri battendo cocciutamente sul mito dell’indistinto ulivismo tenuto insieme dall’antiberlusconismo. Ambedue peraltro – oltre a gareggiare nel tentativo di soffocare ogni gruppo laico – hanno saltato la questione di fondo, che è lo sforzo politico di amalgamare la coalizione su di un programma condiviso e credibile per affrontare e avviare a soluzione problemi reali ( che è l’unica vera politica progressista possibile).

Una coalizione non può sperare di vincere se non presenta una linea di convergenza almeno sulla maggior parte di temi decisivi, quali la politica internazionale, la laicità dello stato, i problemi dell’economia globalizzata, la bioetica, la carta europea, la scuola, il rapporto con i sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro , l’immigrazione, la giustizia, le pensioni, la non discriminazione delle potenzialità individuali, la liberalizzazione del sistema Italia, il federalismo partecipativo e i controlli dal basso.

La divisione sull’Afghanistan è appunto la figlia naturale del vano tentativo di aggirare questo scoglio del programma condiviso. Fassino, per tenere insieme il grosso del partito , rispolvera l’ambiguità togliattiana. Rutelli, ha la dignità politica di confermare le scelte fatte sin qui sull’operazione Libertà Duratura, però continua a riproporre la ricetta del nascondere le differenze pollitico culturali (evidenti nel centro sinistra) dietro il paravento dell’ulivo indistinto. L’uno e l’altro danno troppo spazio e riconoscimenti a chi vuol rincorrere i girotondi elitario populisti - che con la loro indignazione permanente sono una via opposta a quella dell’amalgama programmatico – e a chi vuol rincorrere il pacifismo utopico - che rifugge la realtà illudendosi e illudendo che basti sognare un certo tipo di condizione umana perché il sogno si realizzi.

Il problema è costruire la libertà perché solo la libertà costruisce il futuro partendo dal presente. Senza riconoscere questo dato di fatto - e di conseguenza senza dar spazio a chi è espressione dei filoni culturali e innanzitutto di quello laico liberale che di questi valori è l’interprete naturale – l’opposizione a Berlusconi è purtroppo destinata a restare una manifestazione velleitaria.

5 ottobre 2002


Su argomento analogo ha scritto GIOVANNI SARTORI

il Prof. SARTORI è poi tornato sull'argomento


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