di GIOVANNI SARTORI
LUlivo è sempre più scollato, sempre più discorde e diviso, e dà sempre più la sensazione di essere unalleanza moribonda. Che fare? La parola dordine continua ad essere che va curato, rifondato e risuscitato. Ma, secondo me, questo è accanimento terapeutico. Ha ragione Occhetto: lUlivo è già un cadavere. E anche se fosse ancora in vita, non si vede come sia davvero curabile e rifondabile. La tesi che prima di rinascere lUlivo deve toccare il fondo appartiene al repertorio delle immagini letterarie. E la tesi di chi cerca la salvezza in un demiurgo è soltanto miracolistica. Se i demiurghi fossero - cito i nomi più quotati - Cofferati e Prodi, allora siamo al cospetto di due designazioni che si contraddicono luna con laltra (Prodi pescherebbe nellelettorato che Cofferati perderebbe, e viceversa) e che ripropongono al vertice il dilemma che spacca la base. Ma se è vero che lUlivo non è curabile, in tal caso la domanda diventa perché debba essere curato. LUlivo è davvero necessario? E proprio vero che non se ne può fare a meno?
Rifacciamone la storia. LUlivo è uno dei tanti figli più o meno infelici della grande sbornia maggioritaria degli anni 90. Questa sbornia ha prodotto non solo un pessimo sistema elettorale (il Mattarellum ), ma anche la dottrina che un sistema bipolare - a struttura competitiva bipolare - richiede la coagulazione e la rifusione dei partiti in due entità supreme dette «poli». Il che è falso. Cioè è falso che il bipolarismo richieda, per funzionare a dovere, due super-partiti che unificano, rispettivamente, gli schieramenti di destra e di sinistra.
Le recenti elezioni tedesche sono state combattute da quattro partiti che si sono presentati con le proprie identità, due a sinistra (socialdemocratici e verdi) e due a destra (democristiani e liberali), e senza nessun leader unico precostituito. Anche in Francia, dove il sistema elettorale è maggioritario (a due turni), quasi tutte le elezioni sono state combattute non da due poli ma da una «quadriglia bipolare». E così ovunque. Salvo che in Italia. In Italia la destra un suo «padrone» precostituito ce lha; ma la sinistra no. E mi sfugge perché si debba intestardire nella missione impossibile di inventarlo. Sarà anche vero che la sinistra è spaccata da una lotta intestina per la leadership. Ma se io fossi Rutelli non capirei perché mi dovrei sottoporre a Fassino; e se io fossi Fassino, non capirei perché dovrei sottostare a Rutelli. Non lo capirei perché questa è la cattiva soluzione di un falso problema.
Torno a chiedere: perché mai il nostro centrosinistra si deve a tutti i costi ingabbiare e anchilosare in un aggregato unitario che si esprime con una sola voce, un solo leader, un solo programma? Dove sta scritto che deve essere così? Così non è, si è visto, in nessun altro sistema bipolare. E, dunque, perché non lasciare che la Margherita e la Quercia operino come partiti distinti, ciascuno con una propria identità e con un suo elettorato da curare? Questo è il passo che Rutelli ha già fatto laltro giorno differenziando il voto della Margherita da quello dei Diessini. E questo è il passo che anche Fassino si deve decidere a fare. Per domani Fassino ha convocato lassemblea dei suoi parlamentari per «rilanciare lUlivo». Temo che in termini uliveschi non rilancerà un bel nulla. Dopodiché spero che si decida a rilanciare se stesso. Fassino ha largamente vinto il congresso di Pescara su una piattaforma riformista. Questa è la sua strada. Come ha esattamente osservato Ostellino, i Ds si devono liberare del retaggio comunista, del principio del «nessun nemico a sinistra». Il riformismo un nemico a sinistra lo ha per forza. I conti si faranno fra tre anni, al cospetto delle future elezioni politiche. Intanto ha ragione Cacciari: «Occorre lasciar fuori qualcuno, non cè altra soluzione». Coraggio. Tanto, senza «coraggio riformista», la sinistra perde lo stesso.
Corriere della Sera, 8 ottobre 2002