EUTANASIA, 
RICORDIAMOCI DI MADRE TERESA DI CALCUTTA



di Ugo Ruffolo

la Nazione, 30 novembre 2000


Il Vaticano scomunica la via olandese all'eutanasia usando ben maggiore intransigenza che non contro la pena capitale. Il diritto alla dolce morte, anche quando limitato ad abbreviare una vita terminale disperata - come è oggi nel testo olandese o ieri nell'appello di Veronesi - è dichiarato "contro le coscienze". La Chiesa, mentre non contesta per principio allo Stato il diritto di sopprimere un Caino criminale (come era, del resto, normale ai tempi del Papa Re), limitandosi a toccanti appelli papali di clemenza in casi singoli, nega invece per principio all'Abele ammalato o ferito terminale il diritto al farmaco o al colpo di grazia misericordiosi.

E' questa contraddizione morale che turba la mia coscienza. Come molti, sono contro la pena di morte ma capisco benissimo chi, in casi estremi, la approvi; e concordo con la Chiesa che la si possa esecrare ma non definire in via di principio moralmente inaccettabili le leggi che la prevedono. Come molti, sono a favore dell'eutanasia quale diritto a morire con dignità evitando degrado e atroci sofferenze terminali.

Appare dunque incongruo ritenere "contro la coscienza umana" un orientamento che in tanti approviamo. Dico questo, ed aggiungo il parallelismo - certo irritante - fra eutanasia e pena di morte, solo per sottolineare che altro è quanto noi rifiutiamo, altro quanto possiamo imporre ad altri di rifiutare. Evitando equivoche distinzioni fra natura e cultura, ci è facile dire che il genocidio ripugna alla coscienza umana; mentre restiamo invece divisi sulla pena di morte, o sulla sacrificabilità della cosiddetta vita prenatale, o sull'eutanasia. E' "nazista", allora, prevedere il primo, non i secondi. Possiamo dunque disapprovare, ma non invece bollare come contro natura, la legge dell'Olanda che introduce l'eutanasia, della Francia che apre alla clonazione terapeutica o degli Usa che mantengono la pena di morte.

L'Occidente, a differenza di altri universi, quali anche il mondo islamico, non ha ordinamenti a base confessionale (con l'eccezione forse di Israele). La nostra cultura civile è laica, quale che sia la nostra fede religiosa. Ed è questa una caratteristica - la maggiore e la migliore - della cultura cristiana, madre della laicità come tolleranza, che permea l'Occidente. Ci turbano, allora, queste nuove crociate, in tempi di caduta delle ideologie ma di radicalizzazione delle bandiere confessionali. Ed è solo per spiegare la incongruità che si insiste su come appaia bioeticamente insostenibile l'esecrare, in nome del diritto alla vita, la accettabilità e la legittimità morale delle leggi che consentono l'eutanasia, o l'uso terapeutico di embrioni, ben più che non le previsioni di pena capitale (frequente nei codici militari).
Apparirebbe, per assurdo, più biasimevole il permesso di eutanasia che non il suo divieto con pena di morte per il medico che la pratichi! Una concezione laica dello Stato impone al credente di rifiutare per sé la dolce morte, ed invocare magari il diritto all'obiezione di coscienza del medico interpellato, ma non certo il divieto per il malato terminale di ricorrervi. E' singolare che, in nome del diritto alla vita, il diritto dello Stato a sopprimere una vita criminale sia considerato meno contestabile di quello ad abbreviare le sofferenze d'una vita terminale, o di evitare la morte attraverso l'uso terapeutico di embrioni. Esiste una via farisaica all'eutanasia: travestirla da mancato accanimento terapeutico. Ma il limite morale col suicidio assistito è spesso varcato comunque: anche rifiutare una cura estrema significa uccidersi, come lo è rifiutare una trasfusione o una operazione per motivi morali. E' il rischio che (senza avvedersene) corse persino Madre Teresa di Calcutta, quando eroicamente rivendicava il diritto di morire da povera rifiutando cure da ricchi (con le quali fu poi, invece, temporaneamente guarita).


Puoi farci sapere il tuo parere?