Fiducia e politica binomio possibile




di GIANCARLO LUNATI


Il problema centrale per gli studiosi delle democrazie e per noi semplici cittadini è stato sempre ed è tuttora quello del rapporto fra valori veri e valori presunti degli uomini di potere. Come si fa a capire se un candidato inganna gli elettori? Capita spesso, e coi mezzi attuali di comunicazione sempre di più, che gli elettori diano fiducia a chi non la merita; e accade pure che chi ha meno da dire lo dica meglio. Eppure ci sono stati, e ci sono, grandi comunicatori che posseggono grandi virtù. Uomini di Chiesa eccellenti hanno imparato perfettamente l'arte della comunicazione. Al cardinale Martini, ad esempio, i collaboratori consigliavano: ´Scriva in modo chiaro, incisivo, breve, convincente... non vogliamo ricette, ci dia indicazioni pratiche, scenda al concreto'. Papa Wojtyla ha dichiarato: ´Se rimanessi in Vaticano come vorrebbe la Curia, me ne starei a Roma a scrivere encicliche che sarebbero lette solo da una manciata di persone. Se viaggio e vado in mezzo al popolo, allora incontro moltissime persone, la gente semplice come i politici. E mi ascolteranno'.
 
Nel mondo cristiano vi sono teologi famosi che però nessuno ascolta; nel mondo laico vi sono intellettuali famosi che però nessuno capisce.
 
Milioni di giovani si sono stretti attorno al Papa, lo scorso agosto, e ne hanno compreso il messaggio. Certo, è più facile predicare la religione, perché bastano pochi concetti semplici per farsi capire: l'amore, la solidarietà. È ben più arduo chiedere onestamente consensi in una contesa elettorale. A meno di valicare quella sottile linea d'ombra che separa la democrazia dalla demagogia. Se si promette felicità e benessere in tempi brevi si fa più voti che se si parla di sacrifici per tempi lunghi. Sono ovvietà, ma ne parlava Aristotele quattro secoli prima di Cristo. Va da sé che può esserci perfetta coincidenza tra politico competente e comunicatore efficace. Tuttavia, mentre è immediata la comprensione di un messaggio accattivante, non è così facile capire cosa c'è sotto quelle parole e quella persona che le pronuncia. 
Oggi si parla di conflitto di interessi, e questo tema chiaro e semplice ha messo in ombra un problema che vi sta alla base: quale debba essere la logica della politica e quella dell'imprenditorialità. Non è chiaro a tutti che anche l'imprenditore più serio e onesto non può essere automaticamente un politico d'eguali virtù. 

Facciamo un esempio: nel 1890 venne emanata in America la legge antitrust. La vollero politici illuminati; ma nessuno, anche il più onesto degli imprenditori di successo, l'avrebbe mai suggerita. La legge intendeva proteggere i consumatori contro i produttori in regime di monopolio. Se un bene esce da una sola azienda e se essa domina il mercato, la suddetta azienda può stabilire il prezzo al consumo, le modalità di vendita e la qualità del prodotto stesso. Il danno per il consumatore può dunque essere complesso: il bene è troppo caro, vale poco, è scarso, e così via. 
Perché uno Stato, che rappresenta gli interessi collettivi, promuove leggi come questa?
 
Per difendere i cittadini, ovviamente; e perché è consapevole che l'imprenditore privato fa il proprio interesse inesorabilmente. Anzi, ha il dovere di farlo. L'imprenditore agisce in un sistema di vincoli, che a lui non piacciono assolutamente: meno impacci meglio è. 

Ma il discorso serio è che l'imprenditore è in perfetta buonafede quando agisce contro i vincoli e gli impacci. E può farlo in tanti modi: uno è quello di rispettare le leggi e le regole, anche se esse ne limitano l'azione e il successo; l'altro è quello di scavalcare le regole, anche a costo di evaderle, ignorarle o, addirittura, corrompere qualche tutore della legge perché chiuda un occhio o tutti e due.
 
Questo è il vero discorso del conflitto di interessi.
 
È perciò assurdo demonizzare l'imprenditore che cerca di espandere il più possibile i propri affari; basta controllarlo con buone leggi. Ma è ancora più assurdo pensare che quell'imprenditore, che sa far bene il proprio mestiere, saprebbe fare automaticamente bene anche gli interessi della collettività.
 
Non è detto, ovviamente, che l'uomo d'azienda non possa essere anche un uomo politico, sempre che passi da una logica all'altra. E che non trascini con sé i vecchi interessi mescolandoli ai nuovi.
 
Purtroppo, le due logiche sono differenti, perché mentre l'una, quella imprenditoriale, deve cercare espansione e successo nell'incertezza e nel rischio; l'altra, quella politica, deve più restrittivamente badare a regole che all'apparenza paiono frenare le più libere fantasie di sviluppo.
 
L'interesse collettivo è un aggregato di istanze e di richieste, spesso contraddittorie, che va faticosamente gestito, con buonsenso e prudenza. A volte, invece, sull'altro campo, un pizzico di audacia in più e un coraggioso gusto del rischio possono essere gli ingredienti del successo.
 
Che poi il politico nuovo debba assommare alla cultura specifica anche la conoscenza dei sistemi economici e finanziari è fuor di dubbio.
 
Ma ripetiamo: il suo obiettivo è di governar bene la cosa pubblica, prescindendo assolutamente in via diretta e indiretta dal proprio personale interesse. 

Corriere della Sera 7 dicembre 2000


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