L'eterno duello tra Berlusconi e De Benedetti
IL CONFLITTO FRA INTERESSI


Di Piero OSTELLINO

Chi l'avrebbe mai detto? La battaglia finale per la supremazia sull'Italia di domani non è fra comunisti ed ex comunisti, come aveva previsto Ignazio Silone, né fra ex democristiani, ma fra capitalisti. Sulle macerie della maggiore industria nazionale, è in corso il più colossale «conflitto fra interessi» della storia del nostro Paese nel secondo dopoguerra. Poiché la posta è alta, il gioco si fa duro e, a differenza di quanto era accaduto nelle «guerre limitate» del passato, che erano solo economiche e finanziarie, l'attuale «guerra totale» è anche di schieramenti politici. L'anomalia del capitalismo italiano, il cortocircuito fra politica ed economia, si istituzionalizza. Al governo, c'è un uomo d'affari (Silvio Berlusconi) che, in quanto uomo di governo e uomo d'affari, suscita il sospetto di voler estendere, attraverso il potere politico, la propria influenza sugli assetti economici, alterandone i delicati equilibri; all'opposizione, spunta un altro uomo d'affari (Carlo De Benedetti) che, in quanto uomo d'affari impegnato a sostenere una parte politica, suscita il sospetto di voler estendere, attraverso il potere finanziario e mediatico, la propria influenza sugli assetti parlamentari, distorcendo i difficili equilibri politici. Da una parte c'è il conflitto di interessi di Berlusconi (irrisolto); dall'altra, per ora, ci sono solo gli interessi di De Benedetti (da chiarire). In che cosa si sostanzi, nella circostanza, il conflitto di interessi di Berlusconi si è detto e avanza. Quanto a De Benedetti, non solo il centrodestra per ovvie ragioni di bottega, ma persino Cofferati, il Correntone-Ds e altri esponenti dell'opposizione lo accusano di «lobbysmo» all'interno dello stesso centrosinistra a favore di Romano Prodi, l'uomo che da presidente dell'Iri gli voleva vendere la Sme, quale candidato alle prossime elezioni politiche.

Dall'opposizione non meno che dal governo, un capitalismo fino a ieri inutilmente gonfio di sovvenzioni pubbliche e di commesse politiche, barricato contro le incognite e i rischi del mercato dentro la fortezza del protezionismo statale e compagno di avventure del potere politico, si erge, dunque, a difensore non solo dei propri interessi, come sarebbe fisiologicamente legittimo in un sistema capitalistico per quanto imperfetto, ma anche dei nostri, di noi semplici cittadini. In nome, esso dice, della società civile. Ma il dubbio che «questo» capitalismo sia l'immacolata società civile di cui parlano volentieri i candidi cantori del «liberalismo reale», degenerazione storica di quello ideale, sembra lecito.

Dopo l'assalto al denaro pubblico, complici i governi di ogni colore degli ultimi cinquant'anni, il saccheggio al risparmio privato, correi un diritto societario cieco e una Borsa valori sorda, la mortificazione del mercato a opera di Tangentopoli, è venuto forse il tempo della definitiva manomissione dei fragili meccanismi della democrazia liberale da parte degli interessi corporativi contrapposti, accomunati, «secondo natura loro propria», da un solo interesse, il proprio? Essi, sarà bene ricordarlo, sono legittimi se rimangono entro i limiti del proprio ambito economico, sono produttori di ricchezza e di benessere se operano in un contesto di mercato concorrenziale, ma diventano democraticamente illegittimi e persino pericolosi se traducono il proprio potere economico e finanziario in potere politico, in assenza di adeguati anticorpi istituzionali. Democrazia e capitalismo sono princìpi organizzativi della società obiettivamente antagonistici, là dove il capitalismo è per la darwiniana espulsione del più debole dall'arena della competizione, mentre la democrazia liberale è per l'eguaglianza politica delle opportunità. Che, allora, il buon Dio ci salvi, noi cittadini comuni, da questi singolari tutori della società civile.

 

 

Corriere della Sera 18 dicembre 2002

 

Questo articolo di Piero Ostellino ha provocato il giorno dopo una stizzita reazione di Libertà e Giustizia per i ( a suo dire) "paralleli in libertà". Stizzita ma inconsistente. Sostenere che i paragoni sono ridicoli perché vi è una disparità di peso complessivo tra Berlusconi e De Benedetti, non tocca affatto il cuore del problema sollevato da Ostellino, che è l’allarme critico e forte per un rapporto malato tra capitalismo e politica e per la pervasiva vastità dei conflitti di interessi.

Come liberali dobbiamo però fare anche un altro rilievo. L’inconsistente reazione di Libertà e Giustizia manifesta ripetutamente il suo dispetto perché "certi commentatori liberali " si fanno paladini della contrapposizione Berlusconi De Benedetti. Evidentemente si è fermi al pregiudizio che basti essere contro Berlusconi , usare le buone maniere e citare qualche classico liberale per poter pretendere di essere liberali o comunque di avere il placet dei liberali. Si sbagliano. Per essere liberali o addirittura per rappresentarli, occorre dimostrare una mentalità liberale e insieme comportarsi da liberali.