Di Piero OSTELLINO
Per la nostra sinistra, Tony Blair è ancora un esempio da imitare di moderno riformista e un prezioso alleato nelledificazione della sinistra universale (lUlivo mondiale) o è diventato un pericoloso guerrafondaio da condannare e da sostituire con Gerhard Schröder, astuto esempio di sinistra casalinga e elettoralistica? Per la nostra sinistra, la guerra è, allora, la continuazione della politica con altri mezzi quando è al governo; e il pacifismo è la continuazione della politica con altri mezzi quando è all'opposizione? L'intervento nel Kosovo voluto da un governo di centrosinistra è stato, dunque, solo l'opportunistica "via bellica" della sinistra post-comunista alla propria legittimazione internazionale, ovvero è stato anche e soprattutto la sua definitiva e strategica integrazione nel sistema di alleanze sottoscritte dall'Italia cattolica, liberale e socialista dopo la Seconda guerra mondiale? Il tentativo dallora di Milosevic di creare la "grande Serbia" e di alterare gli equilibri balcanici sulla pelle della maggioranza albanese nel Kosovo era meno pericoloso dell'attuale tentativo di Saddam Hussein di dotare il proprio Paese di armi di distruzione di massa? Ci sarebbe una qualche differenza fra la guerra in Afghanistan per distruggere i santuari di Bin Laden e quella contro lIraq per distruggerne larsenale militare? In tale contesto, la sinistra come intende comportarsi di fronte allinvio del contingente di alpini in Afghanistan per compiti dichiaratamente anti- terroristici?
In realtà, il dibattito parlamentare sulla crisi irachena ha dimostrato ancora una volta che non ci sono delle buone o delle cattive definizioni di guerra, ma soltanto delle scelte che è necessario fare. Il fatto, poi, che la sinistra si sia compattata sul no alla guerra, ma divisa sui modi di opporvisi, dimostra altresì che, per le sue molte anime, è più facile essere daccordo sul rifiuto della guerra che su un ideale comune di pace e sui modi concreti di conseguirla. Al di là, perciò, delle ragioni di opportunità contingente che le possono suggerire di volta in volta i comportamenti da tenere, il problema della sinistra di fronte alla guerra al terrorismo a me pare di ordine culturale prima ancora che politico.
Dall11 settembre dellanno scorso, tutti i Paesi di cultura politica democratico-liberale e di civilizzazione giudaico-cristiana si trovano di fronte allesigenza di adattare il sistema internazionale alletà del terrorismo. Il quale è una minaccia transnazionale che sovverte sia il concetto tradizionale di guerra, sia quello, a esso connesso, di sovranità nazionale. Da un lato, perché esso deve essere necessariamente combattuto su un territorio "terzo", quello degli Stati che ne ospitano le basi (Afghanistan). Dall'altro lato, poiché il terrorismo transnazionale si salda con il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Stati che rappresentano essi stessi una minaccia terroristica (Iraq), perché diventa difficile per questi ultimi rifugiarsi dietro il concetto di non interferenza.
Con la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, il sistema internazionale è passato, così, dallunicità della minaccia - la reciproca e assicurata distruzione - alla molteplicità delle minacce: l'irruzione di nuovi soggetti nellarena mondiale - dai micro- nazionalismi, alle etnie, fino al terrorismo globale - non previsti né dalla dottrina strategica tradizionale né, tanto meno, dal diritto internazionale.
Ma la sinistra non sembra aver colto in tutta la sua rilevanza la natura del cambiamento. Essa è ancora ferma alla relativamente uniforme valutazione del rischio "bipolare" propria della guerra fredda, non percepisce il carattere "multipolare" del rischio odierno e finisce, di conseguenza, con oscillare opportunisticamente fra interventismo e pacifismo. Secondo politica interna.
Corriere della Sera, 27 settembre 2002