Il pregevole libro di Marisa Brambilla e Gianni Fantoni è la seconda opera di ricerca che i due autori hanno scritto sulle radici della Repubblica Italiana. La prima, nel 1995, fu Resistenza liberale a Firenze, edizione da tempo esaurita, che metteva in luce il contributo dei liberali e presentava anche documenti inediti. Questa seconda ricostruisce le vicende della formazione della Repubblica nel periodo dal 25 luglio 1943 alle elezioni politiche del 1948 - con particolare riferimento allopera di Benedetto Croce - e in appendice riporta documenti forse non del tutto inediti ma reperibili con fatica dai non specialisti.
Il libro inizia tratteggiando il clima della primavera 43, quando maturava la caduta di Mussolini, avvenuta poi in modo repentino (e per gli antifascisti inaspettato) durante una lunga seduta del Gran Consiglio del Fascismo. Croce sentì allora di non poter sottrarsi ad un più diretto impegno politico, che peraltro lui intendeva come un servizio militare reso alla patria. Lobbiettivo era salvare lItalia e riedificare lo Stato dopo la "parentesi" del ventennio fascista. E Croce intensificò le relazioni (allepoca fisicamente difficili) con i personaggi liberali di maggior spicco nellambito politico militare dei Comitati di Liberazione e in quello culturale. Si trattava di affinare idee, stringere collaborazioni, dare compattezza ai liberali, senza mai trascurare continui contatti con gli esponenti del governo e degli altri movimenti politici del tempo, su cui Croce non sottaceva distinzioni, dissensi o polemiche.
Da quel momento e sullarco di un quinquennio, gli autori ripercorrono anno per anno lintrecciarsi del lungo sforzo di rinascita dellItalia post fascista prima e poi democratica (dalla lotta di liberazione e dal Comitato di Liberazione nazionale, alla rinnovata passione per la politica, alle prime battaglie elettorali, al referendum sulla forma istituzionale, ai dibattiti sulla Costituzione della nuova Repubblica, alle scelte per la ricostruzione economica e sociale, fino alla crescente contrapposizione tra partiti filoccidentali e filosovietici e alle elezioni del 18 aprile 1948) con il progetto politico che Croce e gli altri numerosi esponenti liberali, tra cui storicamente si staglia Luigi Einaudi, andavano elaborando e diffondendo con i mezzi allora disponibili (opuscoli, articoli di stampa, relazioni tenute ai Congressi o ai Consigli Nazionali del Partito Liberale, di cui è riportata una scelta corposa).
Così il libro di Marisa Brambilla e Gianni Fantoni inquadra in modo snello e ragionato un periodo storico che ha posto le basi dellItalia odierna ma che ancor oggi non è un patrimonio consapevole degli italiani. Cosa naturale se si tiene presente che, nonostante sia trascorso abbondantemente mezzo secolo, questo periodo non viene di fatto studiato nelle scuole; e inoltre che ne è stata accreditata una visione distorta (la contrapposizione tra crociati di opposte ideologie) invece di quella realistica ( un momento di scelte complesse per dare al paese libertà, istituzioni democratiche e condizioni economiche almeno dignitose).
Dal punto di vista liberale, si tratta poi di un libro davvero prezioso. La storia politica dei liberali è ignota a larga parte dellopinione pubblica, che considera acquisite una serie di condizioni di vita quotidiane, senza coglierne lorigine liberale, di cosa sia costato arrivarvi e di come sia avvenuto. Sul liberalismo politico non ci sono motori di ricerca maneggevoli e semplici e così su di esso circolano la vulgata e i pregiudizi degli avversari. Ora, il lavoro di Brambilla e di Fantoni avvia una corretta opera di divulgazione della politica liberale in carne ed ossa, senza compiacenze agiografiche e restando ai fatti di quello che i liberali hanno proposto, dei loro obbiettivi ed anche delle loro incongruenze ed errori. In molti casi, Il giorno della Repubblica richiama episodi che non costituiscono solo la riscoperta di una verità storica ma divengono un insegnamento di cultura politica liberale.
Alcuni esempi. Sulla questione della forma istituzionale, viene mostrato con chiarezza che per i liberali la scelta di per sé non atteneva a questioni di libertà ma a valutazioni personali di ciascun cittadino: preferire listituzione monarchica non significava comunque passar sopra gli errori anche gravissimi di chi la incarnava in un quel tempo. Coerentemente,nel 43 / 44, i liberali chiesero a lungo labdicazione (avversata da Togliatti ) del Re Vittorio Emanuele III troppo coinvolto con il ventennio, le leggi razziali e la guerra. E poco dopo Croce definì "una sciagurata intervista" la prima uscita pubblica del Luogotenente del Regno, Umberto, in cui si accusavano gli italiani di corresponsabilità nella guerra fascista.
La divisione a metà del PLI al Congresso di un mese prima il referendum del 2 giugno 1946, non fu affatto su questi aspetti ma sulla prospettiva di radicale contrapposizione che andava delineandosi nel paese: le sinistre volevano la repubblica perché pensavano fosse più adatta per i loro disegni mentre la destra pensava di allearsi con la monarchia per sviluppare una proposta conservatrice. Quella che poi risultò la minoranza liberale, aveva colto, più lungimirante, che, per come si era messa la campagna elettorale, la scelta vera non era più sul principio istituzionale, bensì sugli equilibri alla Costituente e su quali connotati dare a libertà e democrazia in Italia. Croce, personalmente monarchico, non si associò ai fautori della monarchia e privilegiò il tentativo di mantenere lunità del partito attestandosi sulla posizione di principio che il dilemma monarchia o repubblica non configurava una questione di libertà. Nellimmediato il tentativo riuscì, se non nei numeri, per gli atteggiamenti complessivamente unitari dei liberali fino al referendum. Ma dopo, la risicata maggioranza congressuale del PLI, indispettita per lesito del referendum e per il deludente risultato ottenuto nella formazione della Assemblea Costituente, si spostò a destra, portò il Partito allopposizione e non seppe mantenerne lunità , anche se i più conservatori non riuscirono a far disconoscere i risultati del referendum che Croce, Einaudi, Lupinacci e i principali esponenti liberali accettarono. Come disse in seguito Einaudi di fronte alle Camere riunite per il suo insediamento alla Presidenza della Repubblica, alla scelta del popolo occorre dare qualcosa di più di una mera adesione e la democrazia è passione e lotta tra opinioni ma anche vittoria dellopinione chiaritasi dominante.
Facciamo un altro esempio. Sulla questione del rapporto tra cittadini ed istituzioni, Il giorno della Repubblica evidenza come i liberali abbiano sempre chiesto di mettere nelle mani dei cittadini le scelte istituzionali più rilevanti, anche qui in contrasto con Togliatti. Così furono i liberali ad ottenere il referendum monarchia/repubblica e furono loro a sostenere (senza successo) la necessità di far votare dal popolo lapprovazione della nuova Costituzione e ancora loro, successivamente, a proporre l adozione di un sistema elettorale che legasse di più il candidato ai suoi elettori.
Sulla questione dei luoghi comuni circa il presunto liberismo di Einaudi, Il giorno della Repubblica riporta a più riprese interventi e citazioni che mostrano come Einaudi avesse invece precisa coscienza dellampio valore politico culturale del liberalismo, che non è mai riducibile ad economicismo. Il libro di Marisa Brambilla e Gianni Fantoni non si limita peraltro a questo. Richiama anche il lungo dibattito tra Croce ed Einaudi riguardo al rapporto tra libertà e sistema economico e allattenzione da dare ai meccanismi che di volta in volta costruiscono un sistema libero; un dibattito che è raccolto in unopera pressoché introvabile e che costituirebbe proprio oggi, in tempi di globalizzazione, una utilissima palestra per approfondire il metodo liberale.
Sulla questione della laicità dello Stato, Il giorno della Repubblica rievoca limprevisto e strumentale voltafaccia del PCI di Togliatti sullart. 7 che, sperando di ricuperare così un rapporto di compromesso con il Vaticano e con la DC, portò ad introdurre i Patti Lateranensi nella Costituzione contro i ripetuti interventi di Croce e di tutto il mondo laico. Ma viene anche ricordato limpegno dei liberali che risultò decisivo per evitare (con una maggioranza di due voti) linserimento nella Costituzione di una clausola a favore della indissolubilità del matrimonio; ed altresì il famoso emendamento del liberale Corbino allart.33 per stabilire che non devono esserci oneri per lo Stato nellistituzione di scuole private.
Un ultimo esempio. Il giorno della Repubblica segnala i tempi del nascere della formula centrista tra DC e partiti laici (PLI, PSLI e PRI) richiamandone il senso profondo di precisa strategia politica, la collaborazione tra laici e cattolici nel segno della distinzione. Perché "De Gasperi, molto credente e conoscitore dei meccanismi vaticani, appariva convinto che il risultato della DC il 18 aprile era dovuto, più che allessere baluardo contro i rossi, alla proposta della collaborazione centrista con il mondo laico, liberale e socialista. Un mondo laico che De Gasperi riconosceva più attento a molte caratteristiche e valori della convivenza civile reale e libera, di quanto non fossero capaci i democristiani, che non di rado erano presi da unansia messianica di volerli assoggettare e modellare ( in specie Dossetti, La Pira e per altri versi Fanfani)". Non per caso i laici Croce ed Einaudi seppero intessere fattivi rapporti con questo trentino arcigno che è stato per i cattolici, come Giolitti quarantanni prima per i liberali, un grande statista riformatore.
Insomma, il libro di Marisa Brambilla e Gianni Fantoni è adatto sia per rinfrescare la storia di quegli anni a chi già la conosce sia per farla scoprire a chi ancora la ignora. E un libro di fatti dai quali gli autori ricavano un insegnamento, presentato al lettore come considerazione conclusiva, che vale la pena di ripercorrere per sommi capi. In quei " 1728 giorni dal 25 luglio del 1943 al 18 aprile 1948 sono emerse caratteristiche in sostanza rimaste stabili fino ai giorni nostri. La (forse) più consistente appare la tendenza - che è un peculiare dato italiano nel panorama occidentale - ad interpretare la battaglia politica come scontro ideologico da affrontare o con le crociate o con larmistizio del compromesso tra le grandi forze popolari". "In generale, è stata costante la sottovalutazione della politica come luogo del confronto consapevole e responsabile sulle scelte da compiere nella vita pubblica. Ben poco hanno pesato nelle valutazioni elettorali programmi e comportamenti delle forze politiche e dei governi. Non a caso molte delle riforme più incisive sono state promosse dai referendum, ove la scelta di merito diviene obbligata".
"Come venne bene in luce alla Costituente, le grandi forze popolari sono, per basi filosofiche e strutturali, disattente ( o comunque certo meno attente dei liberali e in genere dei laici ) alla centralità del cittadino come individuo. Le grandi forze popolari parlano sempre del cittadino, ma come parte di una comunità o come seguace di una idea o come fedele di unautorità o come suddito di uno stato, non come reale portatore dellessenziale diritto di vivere la propria vita e ricercare la propria felicità. E questo pesa molto sul come intendere la politica. Soprattutto sullindividuare i temi, i tempi e i modi del confronto quotidiano. Nellottica delle grandi forze popolari, dare certezze, richiedere il conformismo e diffondere promesse sono la,b,c dellazione pubblica. E questo ha reso e rende assai più vischioso, lento e scarsamente efficace il processo di maturazione politico civile".
"Tale stato di cose non è tuttavia frutto solo delle particolari impostazioni delle grandi forze popolari. Lo è anche delle carenze e degli errori dei liberali e di tutto il mondo laico. Insomma, quello che ha fatto difetto al mondo liberale e laico è limpegno forte a curare e sviluppare la strada della propria autonomia, rifiutando di correre a nascondersi sotto le sottane della grande forza popolare al momento più vicina. La missione politica dei liberali e dei laici dovrebbe essere quella di irrobustire la propria autonomia nel vivo delle scelte della concreta lotta politica, ostacolandone ragionevolmente la degenerazione in scontro tra contrapposti blocchi immutabili".
RAFFAELLO MORELLI
Da Libro Aperto Dicembre 2002