DECISIONE SAGGIA


Di Dino Cofrancesco

La decisione della Corte di Cassazione di far celebrare a Milano il processo IMI-SIR/Lodo Mondadori, tutto sommato, pare molto saggia. La vicenda che vede imputati il presidente del Consiglio e Cesare Previti è non poco torbida sia per le prove che i magistrati inquirenti avrebbero raccolte a carico degli imputati, sia per la cortina fumogena calata sul ruolo degli altri protagonisti di una delle pagine più nere della Prima Repubblica (si spera che Giuliano Amato si decida, un giorno o l’altro, a farne la storia).E tuttavia, va riconosciuto, ancora una volta, il Governo ha peccato di stile e lo stile e la forma, in questi casi, diventano sostanza. Innanzitutto, si è moralmente compromesso con l’approvazione frenetica e tumultuosa della legge Cirami. Tale legge, lungi dall’essere incostituzionale, è tutt’altro che un facile strumento di ricusazione del giudice naturale-- lo dimostra lo stesso caso in questione--e ,nondimeno, la fretta con cui è stata approvata ha ingenerato, anche tra gli elettori del Cavaliere, il sospetto che la maggioranza non avesse in mente l’interesse generale ma proprio il processo di Milano. In secondo luogo, ha portato allo scoperto l’ennesima commistione di affari privati e questioni pubbliche. Che il legale di Berlusconi sia un deputato di Forza Italia, Gaetano Pecorella, che il partito del presidente rigurgiti di ‘avvocaticchi’, che lo staff dei collaboratori sia mobilitato soprattutto a tirarlo fuori dai guai giudiziari non è spettacolo edificante.

La Cassazione naturalmente, non si è pronunciata con la mente rivolta alle ricadute politiche della sua decisione ma in conformità alle leggi della Repubblica e alla Costituzione. A ben riflettere, però, gli effetti extragiudiziari del suo pronunciamento potrebbero rivelarsi positivi anche per il governo. Il trasferimento del processo, infatti, avrebbe gettato un’altra ombra sinistra sul premier e accreditato l’idea, in quella grande parte del paese che non si riconosce in lui, che ormai, grazie alla Cirami, l’esecutivo non avrebbe più avuto alcun motivo per temere controlli di sorta del potere giudiziario. E d’altra parte, il non trasferimento potrebbe rendere ancor più cauti e rispettosi delle forme legali, di quanto non siano, i magistrati milanesi i quali, sapendo di avere su di sé gli occhi di tutti gli Italiani (di destra e di sinistra), non vorranno esporsi all’accusa di parzialità nei confronti di imputati eccellenti. (I giudici di Brescia, per converso, qualora fossero stati chiamati in causa, si sarebbero sentiti in dovere di non mostrare la minima benevolenza verso Berlusconi e Previti proprio per non essere accusati dell’opposto).

Qualcuno ha definito cerchiobottista la requisitoria dell’avvocato generale della Cassazione, Antonio Siniscalchi. In realtà, nelle sue parole è ricomparso quel senso alto della civiltà del diritto che, a destra e a sinistra, sembrava essersi volatilizzato: e civiltà del diritto significa, in primis, dire le cose come stanno, considerare i fatti divini. Ha fatto benissimo il pg a ricordare che le circostanze per ipotizzare un ‘legittimo sospetto’ ci sono state –e come!-- in passato. Il <resistere, resistere, resistere> dell’ex Pg di Milano non è stato francamente un episodio esaltante. Un alto magistrato che invita alla mobilitazione morale e politica (la ‘linea del Piave’) contro il legittimo governo è qualcosa che ricorda i tempi bui della fine dell’Antico Regime, quando i Parlamenti di Parigi (corti di giustizia) insorgevano perché i decreti del governo attentavano non alla legalità ma solo ai loro interessi di corpi privilegiati dello Stato.

E’ giunto il momento che anche certi giudici si <diano una regolata>, che reimparino la netta distinzione tra una cattiva legge (cattiva, naturalmente, per loro) e una legge incostituzionale e, soprattutto, la virtù della riservatezza e la noncuranza degli applausi delle piazze, dei cortei, dei girotondi—al Palavobis qualcuno di loro arringò la folla in toga!. Un maturo e rispettabile avvocato genovese—elettore di Forza Italia-- mi raccontò che, andato a trovare un vecchio magistrato in pensione--il migliore tra quelli conosciuti nel corso della sua lunga pratica forense--,questi gli rivelò di aver sempre votato comunista: il mio amico, vedendolo all’opera, non se n’era mai accorto! Da qualche tempo, purtroppo, quanti hanno a che fare con cause civili e penali non sempre rimangono in dubbio sul colore politico dei loro giudici naturali! E’ lecito sperare che lo ‘spirito della Cassazione’ continui a soffiare nella direzione giusta?

Il Secolo XIX 29 gennaio 2003