L'EUROPA LIBERATA GRAZIE ALLA TURCHIA


di Barbara SPINELLI

E' con vero imbarazzo che gli europei hanno affrontato, nei giorni scorsi a Copenaghen e nelle settimane successive al trionfo del partito musulmano in Turchia, la questione dell’adesione di Ankara all’Unione. D’un tratto i governi europei non sapevano più che dire, che fare. Si guardavano in giro smarriti, cercavano affannosi le parole che avrebbero permesso loro di prender ancora un po’ di tempo, di fiato.

Solo l’amministrazione americana era sicura di sé, né faceva sforzi per nascondere questa sicurezza: senza badare ai convenevoli, e con toni perentori, chiedeva all’Europa di cogliere questa storica occasione, di facilitare i disegni strategici statunitensi, e di aprire le porte alla Turchia.

Ma questo smarrimento europeo ha le sue ragioni d’essere, e non sempre chi si perde nei pensieri perde anche il kàiros, il momento propizio per meglio essere e agire, soprattutto se i pensieri dentro cui si smarrisce sono profondi. La domanda turca di adesione mette finalmente i paesi dell’Unione di fronte al compito più grande e grave della loro storia: grazie alla Turchia, essi sono chiamati a dire nei prossimi mesi e anni non solo chi sono, ma che cosa vogliono divenire, quale istituzione collettiva vogliono creare, che tipo di comune statualità e comune sovranità vogliono edificare. Finora sono stati ambigui: adesso sono costretti a volere quel che dicono sul proprio futuro.

E' a quest’Europa in divenire che la Turchia - e un giorno magari la Russia, o Israele, o la Palestina - dovrà dare il proprio assenso o opporre il proprio rifiuto. Ed è quest’Europa in divenire che i dirigenti Usa vogliono influenzare, addirittura predeterminare; decidendo al suo posto non solo quali debbano essere i suoi confini, ma quale debba essere la sua natura politica, la sua sovranità.

A questi obiettivi europei è stato dato il nome di identità, ma identità è parola non sufficientemente politica, troppo carica di emozioni individuali: essa fissa arbitrariamente un carattere, una fisionomia culturale o etnica o religiosa, da contrapporre a fisionomie d’altro genere. Per essenza l’identità è rivendicativa, spesso vendicativa. Non di rado è artefatta, pretestuosa. La diatriba attorno alla difficile integrazione dell’Islam in Europa è parte del discorso pretestuoso sull’identità: le radici del continente sono in gran parte legate al cristianesimo - gli Stati e i diritti dell’uomo si sono formati sotto il suo influsso - ma anche Islam e ebraismo hanno influenzato il suo destino, dal Rinascimento fino alle guerre balcaniche. Inoltre l’Islam è al giorno d’oggi seconda religione del continente: esso non è estraneo né alla storia antica d’Europa, né a quella presente.

Se non è l’identità, dunque, cos’è che gli europei stanno cercando, sia pure titubando e nascondendosi dietro incessanti discorsi sull’identità cristiana o laica o giudeo-cristiana o giudeo-cristiana-musulmana?

Stanno cercando di capire quali debbano essere i suoi confini politici, e che cosa significhi esattamente, per l’Europa che si sta costruendo, fissare un confine. Il confine infatti non è solo un limite, che si dà alla propria espansione territoriale. Non è neppure un semplice solco tracciato sulla carta geografica. Chi lo definisce fonda uno spazio di appartenenza politica, prima ancora che culturale. E dentro questo spazio ha propri modi di separare i poteri, di esercitarli, di rispettarli, di metterli in rapporto con il diritto internazionale custodito dall’Onu.

Per molti secoli, la frontiera delimitava due entità simultaneamente: una nazione e uno Stato, una collettività etnica e le istituzioni politiche che la collettività aveva scelto per se stessa. Precisamente questo sta cambiando ed è già radicalmente cambiato, nell’idea di confine che i fondatori dell’Unione si son fatti dal dopoguerra. Il confine dell’Unione introduce in effetti una seconda separazione nella storia europea, dopo quella - facilitata dall’evoluzione del cristianesimo - tra religione e politica. Il potere illimitato degli Stati, per essersi totalmente identificato con le singole nazioni, ha finito col generare immani catastrofi belliche nei secoli scorsi, e con l’amputare il potere d’influenza mondiale del continente. È quello che si è voluto superare, dopo il 1945, ed è per questo che ora abbiamo diversi livelli di sovranità - non solo nazionali ma anche europei - non più coincidenti con le nazioni di ieri.

Questo trasferimento di sovranità non è ancora compiuto e codificato, ancora non esiste una statualità europea definita, ed è il motivo per cui l’Europa non ha ancora un autentico confine. Ma è una statualità in formazione. Ne discutono già da un anno i convenzionali pre- sieduti da Giscard d’Estaing: 104 deputati nazionali ed europei, rappresentanti dei governi e della Commissione. Il confine che si cerca non è geografico, né religioso e culturale. E‘ il confine della sovranità che si sta tracciando, attraverso la redazione di una comune Costituzione. Entro questo spazio la sovranità si eserciterà secondo modi che qualsiasi futuro candidato dovrà accettare, entrando nell’Unione.

Lo smarrimento degli europei di fronte alla domanda di Ankara è in realtà uno smarrimento degli europei su se stessi: è perché ancora non sanno come vogliono distribuire le future sovranità nazionali ed europee, è perché ancora non hanno deciso l’istituzione che vogliono divenire, che essi esitano a dare risposte. Più che interrogare la Turchia, è se stessi che gli europei dovrebbero interrogare, senza più troppo indugiare.

Tutti sono chiamati a uscire dall’equivoco: chi vuol percorrere la via dell’unione politica, chi si guarda dal varcarla e tuttavia la tiene aperta come la Francia, chi vuol chiuderla come l’Inghilterra.

I criteri cui il candidato turco dovrà conformarsi non sono dunque solo quelli enunciati al vertice di Copenaghen del 1993, come imprudentemente i governanti europei hanno ripetuto in questi giorni. Non sono in questione solo i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze, la competitività economica, gli equilibri di bilancio. Quel che è in questione è la disponibilità turca a imboccare assieme agli europei la strada che conduce a separare ambedue la cose, in futuro: non solo la cultura e la religione dalla politica, ma anche lo Stato illimitatamente sovrano dalla nazione. Quel che è in questione è la volontà europea di imboccare, a sua volta, tale strada.

Se la risposta ad Ankara fosse fin d’ora positiva, se le porte si spalancassero senza problemi, questo significherebbe che l’Europa grosso modo intende restare quella che è: un’Unione di Stati non più sovrani, ma che esitano o son contrari a creare nuove sovranità condivise accanto a quella della moneta.

È quello che vogliono i governanti inglesi, spalleggiati avventatamente dall’Italia di Berlusconi, dalla Spagna, dalla Grecia. Il settimanale Economist è stato molto chiaro su questo punto: bisogna schiudere subito le porte alla Turchia - ha scritto - proprio perché vogliamo un’unione sconnessa, loose. È quello che desiderano anche gli Stati Uniti: non un’Europa politica forte e autonoma, ma un’informe zona di libero scambio. Una zona dove le sovranità già perdute dagli Stati membri non si ricostituiscono sovrannazionalmente, in Europa, ma sono di fatto affidate alle amministrazioni americane.

Naturalmente, l’ingresso della Turchia aprirebbe all’Europa spazi di azione cruciali. Ankara vive parte in Europa parte in Asia, e il peso che possiede è imponente, nel Caucaso, in Medio Oriente e in Asia centrale. Un’Europa che volesse contare nel mondo potrebbe avvalersi di questa formidabile marca di confine, e da questo punto di vista è vero quel che dicono i fautori dell’adesione: includendo Ankara, l’Europa potrebbe fare quel che l’America non fa, verso il mondo musulmano. Potrebbe rafforzare e patrocinare l’Islam moderato, per meglio isolare quello integralista. Potrebbe scongiurare il conflitto di civiltà tra Islam e mondo cristiano, che la politica statunitense sta rischiando.

Ma l’ostacolo potenziale viene dalla sovranità della Turchia. Ankara è pronta a condividerla con gli europei, e dunque a sacrificarne una parte consistente? O si comporterà in Europa come una seconda Inghilterra, sempre gelosa delle proprie prerogative nazionali e del proprio speciale legame con l'America? Questa è la vera domanda che gli europei dovrebbero porre al paese candidato, andando ben oltre i criteri sui diritti dell’uomo, la religione, l’economia.

È lo Stato turco che deve ridimensionare se stesso in maniera drastica, accettando il nuovo confine che delimiterà le sovranità europee. È quello che la Germania fece fin dall’inizio, dopo la guerra: rinunciando a identificare lo Stato illimitatamente sovrano con la nazione, e deplorando pubblicamente i crimini contro l’umanità cui l’esasperazione del nazionalismo aveva condotto. La Turchia e le sue minoranze hanno un passato non molto diverso, su cui pesa inoltre il primo genocidio della storia: quello contro gli armeni del 1915-1918. Siamo ancora lontani da un loro ravvedimento in materia, e da una loro esplicita rinuncia agli eccessi dello Stato nazione. Farli entrare in Europa senza questo ravvedimento, e senza questa rinuncia, sarebbe deleterio sia per noi sia per loro.

 

La Stampa 22 dicembre 2002