Eutanasia e diritto
L'amore che stacca la spina
Segnaliamo il ragionamento laico che Gian Enrico Rusconi ha svolto su La Stampa del 23 giugno 2000.
Il problema della "eutanasia" è spinoso e si sta imponendo a noi tutti, come semplici cittadini. Qui la politica, nel senso di sinistra e di destra, non centra per niente. Non centra neppure lo Stato inteso come entità burocratico-autoritaria, che si arrogherebbe responsabilità improprie. Qui parliamo della società civile, dei cittadini comuni che devono darsi consensualmente regole su un terreno eticamente inesplorato. Sarebbe augurabile che queste regole potessero essere definite nelle sedi politiche senza votazioni o colpi di mano. Ma su questo punto non ci facciamo illusioni.
I dissensi incominciano già nellimpostazione della questione: presenta sfide etiche di tipo nuovo (come cercherò di dimostrare) oppure è una estensione di problemi già chiariti eticamente una volta per tutte? Questultima è la posizione della dottrina cattolica nella sua accezione corrente: parla di eutanasia nel senso di procurare volontariamente la morte. Punto e basta. E si stupisce che i laici più responsabili abbiano dubbi in proposito. Per iniziare un confronto sereno e concreto dobbiamo delimitare i termini del problema. Qui stiamo parlando di creare normative circoscritte a casi rigorosamente definiti (situazioni cosiddette terminali) e strettamente collegati a trattamenti di fatto eccezionali. Entriamo cioè nel terreno difficile della qualità e della tipologia dellintervento della tecnologia medica. Qui le competenze autentiche sono limitatissime e gestite dalla classe medica spesso più con spirito sperimentale e/o taumaturgico anziché con sensibilità etica.
Ecco il primo punto concettualmente importante, quindi eticamente rilevante. Non si può sollevare in modo drammatico la questione della responsabilità etica ("Staccare la spina") alla fine di un processo tecnico-terapeutico iniziato senza una piena consapevolezza delle sue conseguenze. Dico "consapevolezza etica" perché taluni interventi medici alterano la sostanza stessa di ciò che è "naturale" o "vitale" nel senso normale del termine. Non si può quindi fare appello alla "vita" - riferita allessere "umano" - quando la realtà sotto la macchina è già obiettivamente unaltra cosa. Ripeto: la vera domanda etica di responsabilità va posta allinizio del processo. Naturalmente non si può pretendere che chi si assume la decisione dellintervento (medici e parenti) possa valutarne compiutamente le conseguenze. E evidente e ragionevole (anche eticamente) che ci sia un ampio margine di incertezza. Ma è importante stabilire che questo è il primo luogo della responsabilità etica, consapevole delle conseguenze.
Il secondo punto è il soggetto delleventuale decisione di sospendere il trattamento, una volta che i competenti hanno ragionevolmente riconosciuto limpossibilità del ritorno alla "vita umana". Mi piacerebbe rispondere che lunico decisore autorizzato è "chi ama" loggetto del trattamento: chi si assume davanti alla propria coscienza il gesto di interromperlo come atto di amore o di amicizia. Può apparire un atto individuale, "egoistico" addirittura per qualcuno. In realtà è qui che la comunità dei cittadini (non lo Stato come entità burocratica esterna; neppure il medico come tale) deve farsi sentire discretamente, offrendo a chi si trova in questa disperata situazione tutti i mezzi di consulenza formale e informale per prendere o non prendere la sua decisione. E quindi una buona legge. "Comunità dei cittadini" può sembrare qui unespressione troppo idealizzata: ma sta a significare che chi deve decidere non deve sentirsti abbandonato o esposto allarbitrio di giudizi morali esterni.
Non pretendo con queste poche righe di convincere i cattolici a riaffrontare la questione (come stanno facendo invece altre confessioni religiose). Qui come su altri punti non sono in gioco dati di fede ma concetti assai più problematici come quello di "vita" e "natura", tanto più in situazioni di danno irreparabile. In ogni caso sarebbe importante che i cattolici accettassero soluzioni diverse da quelle che si augurano nello spirito leale della laicità dello Stato.
La Stampa 23 giugno 2000