SOCIETÀ CIVILE, NON BASTA


Nei giorni scorsi si è costituita a Milano durante una pubblica assemblea l'associazione Libertà e Giustizia che riunisce molte personalità dell'area della sinistra non impegnata nei partiti: Tra questi Locatelli, Umberto Eco, Ignazio Cipolletta, Carlo de Benedetti, Guido Rossi. Il senso complessivo dell'iniziativa è stato illustrato in un articolo del prof. Guido Rossi sul quale come liberali si sono fatte le osservazioni che seguono.

La tesi di fondo dell’appassionato articolo del prof. Guido Rossi sul Corriere della Sera del 30 novembre è riassunta nel titolo: Società civile e basta. Nel senso che la società civile – un frutto prelibato della democrazia liberale, nota l’autore - non deve essere scambiata per una formazione politica perché essa " non è partitica, non si confonde con nessuno, vuol solo esprimere criticamente i suoi principi da far valere in una comunità ordinata e rispettosa dei diritti di tutti e non solo di alcuni".

Ora, a un liberale fa molto piacere il riconoscimento che vi è una stretta e feconda connessione tra società civile e democrazia liberale. Ma la tesi di fondo, se riferita alla situazione italiana di oggi come si propone il prof. Rossi, zoppica oltretutto sul bordo di un pendio pericoloso.

La tesi è zoppa quando sostiene contemporaneamente due cose tra loro in contrasto: da un lato che, "di fronte all’arretramento dello Stato e allo sfarinamento delle istituzioni, la società civile è la custode dei diritti delle libertà e dei bisogni dei cittadini" e dall’altro che "la società civile non si mescola con la politica". La prima asserzione è giusta, l’altra non credo, almeno nei termini che illustro dopo.

Le due asserzioni non contrastebbero solo se si volesse sostenere che la società civile deve estraniarsi dallo Stato in quanto è lo Stato la vera malattia e che una società senza stato e senza istituzioni , cioè spontanea e senza regole, è più libera. Siccome non pare sia questo l’intento del prof. Rossi, il contrasto sussiste. In effetti, senza dubbio la società civile non può che essere distinta dalla politica. Ma la distinzione consiste in una diversità di funzioni. Le relazioni tra i cittadini ed il loro associarsi devono esplicarsi liberamente intersecandosi, per durate variabili, in miriadi di interessi, di valori, di comportamenti, di private felicità, in un apparente caos creatore di sempre nuove conoscenze e opportunità di emancipazione umana; d’altra parte per rendere possibile tutto ciò è indispensabile – ve ne è di continuo la controprova storica – uno specifico modo di associarsi con il fine di organizzare la convivenza civile tra diversi affinando regole di massima (a cominciare dal mantenere i criteri pubblici della convivenza fuori dai valori religiosi) mirate a consentire la più grande libertà possibile ai cittadini, singoli e associati. Questa seconda funzione è appunto il compito della politica, un particolare modo di associarsie irrinunciabile in un sistema libero.

Il prof. Rossi scrive che oggi in Italia la politica è lontana da svolgere il suo compito: "in una società televisivamente degradata agli slogan, all’insulto personalizzato, all’incoltura critica, il degrado della politica ha trascinato con sé lo sfarinamento delle istituzioni democratiche, confonde le idee con le persone, si avvale di sondaggi rozzi e faciloni invece che di consenso critico sui programmi e sui progetti". Insomma oggi " politica e istituzioni tendono a sopraffare a tutti i livelli". Ora, se questo è vero – e in buona parte lo è – qualcosa dovrà pur supplire al compito inadempiuto dalla politica e contribuire ad organizzare la convivenza libera. Si vuol lasciare il campo agli stessi responsabili del degrado ? Non va dimenticato che la democrazia deve andare a braccetto con il giudizio sulle esperienze fatte.

Del resto società civile e politica sono distinte, non reciprocamente estranee. La società civile è frutto prelibato della democrazia liberale perché incarna il rifiuto del panpoliticismo, l’autonomia del cittadino rispetto allo Stato anche nella vita pubblica. Quando però si avvertono i sintomi del pericolo opposto, l’avvio della disgregazione dello Stato, allora l’associazionismo della società civile deve farsi carico del gravoso impegno di puntellare la politica per risollevarla dalla sua decadenza fino a restituirla alle sue funzioni democratico liberali. Se non lo facesse tradirebbe la filosofia stessa del suo essere autonomia della cittadinanza. Senza Stato, non c’è più cittadinanza. Ecco perché zoppica la tesi di fondo del prof. Rossi. Oggi la società civile deve guardarsi dentro e, conservando senso critico e misura di realtà, avere la consapevolezza che per nascere i movimenti,come i bambini, richiedono atti conclusivi. Se sul mercato politico non esiste l’offerta giusta, bisogna introdurcela. Oggi, la società civile, per evitare lo spettro dell’Aventino, deve trovare la passione per sapersi mescolare pro tempore alla politica.

Il prof. Rossi afferma che la società civile "non mira alla presa del potere dello Stato, bensì intende sviluppare le basi di un nuovo cotratto sociale che contenga i fondamenti della giustizia nella versione del grande filosofo Rawls" (liberale, specifico io). Ma trascura il fatto che queste dichiarazioni sono già una bandiera politica, sono già un mescolarsi alla politica. Quella appunto fatta di idee, cultura, programmi, progetti che ha come obbiettivo "meno Stato, più società civile". Il punto chiave non è farsi partito. Il punto chiave è dichiararsi esplicitamente dalla parte di chi, assumendosi quest’onere, sostenga il modo d’essere dell’associazionismo della società civile con coerenza di impostazione, di comportamenti e di storia culturale. Certo, schierarsi costa fatica e talvolta, in un contesto pervaso da corporazioni chiuse e ossequio al potere, rinuncia al quieto vivere. Ma sono convinto che impegnarsi per mantenere le condizioni di una libera società civile sia un investimento vantaggioso.

Il prof. Rossi insieme ad altre personalità di rilievo ha dato vita a Libertà e Giustizia; il mese scorso, a Laterina, due gruppi più politici, Federazione dei Liberali e LobbyLiberal, hanno deciso di costruire un’AREA LIBERAL (sito www.arealiberal.it) che costituisca l’opposizione liberale e sviluppi la Grande Alleanza dei Liberali, Democratici e Riformatori imperniata sul primato della libertà per avviare la riforma e l’ammodernamento della Repubblica. Ecco. Mi sembra che, oggi come oggi, tutti questi movimenti che si rifanno ai valori della società civile dovrebbero trovare il coraggio di mettersi alla prova e di individuare connessioni collaborative, magari temporanee. L’obbiettivo è dare voce e rappresentanza, anche all’interno del maggioritario, ai cittadini che per cultura, valori e comportamenti si riconoscono nell’area liberal-democratica-riformatrice e in una serie di conseguenti precisi indirizzi programmatici.

Raffaello Morelli

Area Liberal - Federazione dei Liberali

ROMA 30 novembre 2002