LA STRADA STRETTA DEL FEDERALISMO
Segnaliamo questo articolo di Alessandro Penati ( Corriere della Sera, 10 giugno 2000) perché pone degli interrogativi ineludibili sulla complessiva coerenza istituzionale che deve avere una credibile politica di devolution.
Devolution, qualche domanda sul progetto
Devolution: più risorse e potere alle Regioni; più libertà di scelta per i cittadini. Potrebbe essere lo slogan elettorale del Polo, che vorrebbe attribuire alle Regioni più potere decisionale per gestire i servizi pubblici, a partire da sanità e istruzione. Ai cittadini, poi, verrebbe concessa maggiore libertà di scelta tra servizio pubblico e offerta privata, aprendo scuole e ospedali alla concorrenza e, quindi, all'efficienza. Fin qui tutto chiaro, e tutto bene. La devolution soddisfa la domanda di modernizzazione del Paese ed è coerente con una riforma elettorale che ha introdotto l'elezione diretta dei presidenti regionali. Ma, passando dall'astratto al concreto, non si capisce quale sia la vera portata della devolution proposta dal Polo e, soprattutto, se ci sia piena consapevolezza delle sue implicazioni economiche.
Tre i punti critici: 1) Egualitarismo. In Italia ha sempre prevalso il dogma del servizio pubblico uguale per tutti e dappertutto. La garanzia dell'uniformità ha giustificato uno Stato che decide centralmente criteri di assunzione, carriere, stipendi, responsabilità e mansioni di medici e insegnanti; distribuzione sul territorio di scuole e ospedali; tipologia delle cure offerte e percorsi di studio; criteri per l'accesso al servizio e relativo costo. Il valore legale del titolo di studio sancisce ufficialmente il credo dell'uguaglianza. Una vera devolution, che non costringa gli enti locali entro binari fissati dal centro, uguali per tutti, impone di accettare la diversità.
2) Distribuzione del reddito. Regioni diverse hanno diversa capacità di generare reddito: quello pro capite della Campania è la metà di quello della Lombardia. La devolution pone, dunque, il problema di come e quanto redistribuirlo. Per fare questo, i governi hanno sempre utilizzato lo stato sociale e i servizi pubblici. Così, ogni abitante della Lombardia versa all'erario il triplo delle imposte dirette di quello della Campania. Ma lo Stato spende cifre simili per ogni abitante delle due regioni: in Lombardia, 2 milioni pro capite per la salute di ogni abitante e 2,1 milioni per tutti gli altri servizi; in Campania, la spesa è, rispettivamente, di 1,8 e 3,6 milioni. Se si vuole trasferire una quota rilevante delle entrate tributarie alle Regioni e più poteri di spesa bisogna accettare maggiori differenziali di reddito. E poiché i minori trasferimenti pubblici si sommerebbero ai divari di produttività del lavoro - che al Sud è inferiore del 30% - sarebbe inevitabile introdurre differenziali salariali altrettanto forti. Non è chiaro come si possa farlo senza toccare la contrattazione collettiva centralizzata.
Oggi, lo Stato, decidendo la spesa, decide anche come e quante risorse allocare alle Regioni. La devolution imporrebbe un nuovo meccanismo per i trasferimenti: in quasi tutti i sistemi federali, le entità territoriali che compongono la nazione discutono l'allocazione tra di loro nel ramo del Parlamento che le rappresenta. La devolution non è praticabile, se non si mette mano alla Costituzione. Iniziative come quella delle regioni del Nord, che ieri hanno chiesto una modifica della ripartizione delle risorse, appaiono velleitarie.
3) Libertà, concorrenza e flessibilità. La libertà di scelta economica presuppone la concorrenza nell'offerta. La concorrenza vuole che le risorse produttive si spostino verso chi ha successo. Un principio che vale anche per i servizi pubblici. Se si permette al cittadino di scegliere il fornitore di istruzione e sanità (pubblico o privato), bisogna essere disposti a chiudere scuole e ospedali pubblici inefficienti. Né si può avere concorrenza nell'offerta con stipendi e contratti di lavoro uguali per tutti. Non si liberalizza la domanda di servizi, senza liberalizzare il mercato del lavoro.
La devolution può migliorare lefficienza del Paese; ma è ora che il Polo spieghi il suo progetto nel concreto, e dimostri la determinazione necessaria a metterlo in atto. Altrimenti, sarebbe solo l'ennesimo slogan elettorale.
Corriere della Sera 10 giugno 2000