LAUREE IN IPOCRISIA
(LE VERITÀ SCOMODE)


di Francesco Giavazzi

E’ curioso che nel braccio di ferro tra i rettori e il governo sui fondi per le università, nessuno, né da un lato, né dall’altro, abbia preso in considerazione la possibilità di un aumento delle rette, che oggi ammontano a poche centinaia di euro l’anno. In un sistema davvero equo le rette universitarie sono determinate dal reddito delle famiglie; la retta massima, ad esempio per famiglie con un reddito superiore a 150 mila euro l’anno, potrebbe arrivare a 8 mila euro, la minima zero. Metà del maggior incasso per le università derivante dall’aumento delle rette sarebbe destinata ai loro bilanci, metà a finanziare borse di studio per studenti meno abbienti.

L’egualitarismo di chi ritiene che l’università debba essere gratuita è una falsità. Ciò che impedisce a una famiglia non ricca, di Caltanissetta o di Sondrio, di iscrivere i propri figli all’università, non è la retta, bensì il costo della vita in una città lontana, priva di alloggi per studenti. E’ sotto questa spinta che sono nate mille università locali, altro inganno per le famiglie disagiate: come se bastasse qualche aula e qualche professore che arriva affannato pochi minuti prima della lezione e alla fine scappa a prendere il treno per fare un’università.

Uno studio recente di Daniele Checchi, Andrea Ichino e Aldo Rustichini mostra che in Italia il reddito della famiglia di origine è un fattore più importante, nel determinare il successo professionale dei giovani, di quanto non lo sia negli Stati Uniti, e ciò nonostante negli Usa le scuole buone siano private e molto costose.

Giuliano Amato confessò il proprio sconforto una sera, dopo un estenuante tentativo di far quadrare i conti dello Stato: in farmacia un cittadino, arrivato con potente fuoristrada, acquistava un medicinale costoso pagando un ticket di poche lire: «E’ costata di più la benzina!», osservò. L’università praticamente gratuita è alla radice dei suoi mali. Quando pagano, gli studenti sono attenti alla qualità del servizio che ricevono, non ammettono che i professori arrivino a lezione in ritardo.

Da anni ormai l’autonomia universitaria consente ai rettori di determinare liberamente le rette, purché esse non eccedano un livello massimo stabilito per legge, ma sono poche le università che raggiungono questo tetto. Il ministro Tremonti potrebbe, nella legge Finanziaria, penalizzare quei rettori che lamentano la mancanza di fondi, e poi non alzano le rette cercando popolarità fra gli studenti ( in primis Comunione e Liberazione) con la bugia del falso egualitarismo. Utilizzare, anche interamente, l’autonomia consentita dalla legge non è però sufficiente: per gli studenti più ricchi le rette rimarrebbero comunque irrisorie. E’ necessario cambiare la legge: se non lo fa un governo a parole tanto favorevole al mercato, chi mai? Anche le università private, che pure non hanno vincoli sulle rette, le mantengono troppo basse e poi chiedono fondi allo Stato. All’università Cattolica la retta non supera i 2 mila euro. Alla Luiss, l’università della Confindustria, dove si incontrano studenti in Audi 3000, iscriversi costa 5 mila euro l’anno. Negli Stati Uniti pagherebbero quattro volte tanto.

Nell’intervista al Corriere (13 dicembre) il professor Piero Tosi, presidente della Conferenza dei rettori, attribuisce quanto accade da quattro anni nei concorsi universitari - di fatto una grande ope legis che ha promosso todos caballeros - al precedente blocco dei concorsi. Non ricordo che i rettori abbiano mai fatto ricorso all’arma estrema delle dimissioni per protestare contro quel blocco al quale oggi attribuiscono tutte le responsabilità. E’ lungimirante una politica universitaria che cede alle pressioni, pur legittime, di chi oggi ha quarant’anni, impedendo a un paio di generazioni di accedere all’università? (Su ciò che sta accadendo ai giovani laureati italiani invito a leggere i risultati di una ricerca di Andrea Ichino e Giovanni Peri, da questi descritta su lavoce ).

Senza stravolgere il meccanismo dei concorsi pubblici, due semplici norme, da sole, potrebbero migliorare il sistema. Eliminare l’assurdità di due vincitori per ciascuna cattedra e rendere le decisioni delle commissioni contestabili nella sostanza dei giudizi, non solo nella loro forma. La prima norma è un controsenso che non esiste in alcuna parte del mondo, ed è alla radice della grande ope legis . Le università che non hanno il coraggio di promuovere le loro «capre» con un concorso locale (potrebbe accadere che una commissione le bocci) mandano i propri candidati in giro per l’Italia: un secondo posto non si nega a nessuno. La contestabilità solo formale delle decisioni delle commissioni è un vizio tipicamente italiano: purché le carte siano in ordine ogni «capra» è salva. Un po’ di coraggio ministro Moratti: la seconda modifica è forse complicata, ma per la prima è sufficiente un emendamento di due righe.

Il professor Tosi si aspetta grandi benefici da un sistema centralizzato di valutazione delle università che consenta di concentrare le risorse sui dipartimenti migliori. L’esperienza della Gran Bretagna, che da alcuni anni adotta un sistema simile, non è buona. Se si crede davvero nel mercato si deve avere il coraggio di usarlo, non di sostituirlo con meccanismi sovietici di controllo dal centro. Perché i rettori non hanno il coraggio di chiedere piena autonomia nel determinare gli stipendi dei professori? Finché offriranno mille euro al mese a un giovane ricercatore e 4 mila a un professore con studio professionale ben avviato, che frequenta l’università solo per tenere le sue lezioni (magari facendosi ogni tanto sostituire proprio da quel ricercatore), i giovani migliori rimarranno all’estero. Servono entrambi, il professore-professionista famoso e il giovane bravo a fare ricerca, ma è il primo che deve guadagnare mille euro al mese, non il secondo. Al Massachusetts Institute of Technology (Mit) più di un premio Nobel, a fine carriera, guadagna meno di un giovane brillante.

E se, oltre ai soldi, scarseggiano anche i posti, perché mai consentire a parlamentari, presidenti di società dello Stato, direttori di enti di ricerca pubblici, di bloccare per decenni cattedre universitarie mediante il sistema dell’aspettativa? Conosco solo tre persone che, arrivate al secondo mandato istituzionale, si sono dimesse dall’università: l’ex direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, e i nostri due commissari europei, Romano Prodi e Mario Monti.

Corriere della Sera 15 dicembre 2002


I cervelli italiani fuggono all'estero. Sempre di più
Di Giovanni Peri

La fuga dei laureati italiani all’estero è un fenomeno di cui spesso si discute senza l’appoggio di dati significativi. Analizzando i flussi di laureati italiani che vanno all’estero il fenomeno appare drammatico e in crescita. Mentre all’inizio degli anni ’90 meno dell’1% dei nuovi laureati emigrava all’estero, alla fine degli anni ’90 circa il 4% dei nuovi laureati lascia l’italia.

Trend degli anni ‘90

Questi dati emergono da una analisi AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), il solo database attendibile sugli Italiani all’estero. Usando questi dati siamo in grado di evidenziare tre fenomeni:

1. Come detto in apertura, la percentuale di laureati che lascia il paese e’ quadruplicata tra il 1990 e il 1999.

2. Tale tendenza all’aumento è comune a laureati che provengono dal nord e a laureati che provengono dal sud dell’Italia. In termini assoluti, tuttavia, è il nord ad avere la maggiore emorragia di laureati. Nel 1999 il 7% dei laureati del nord ha lasciato il paese contro solo il 2% dei laureati del sud.

3. Negli anni ’90 sono aumentati non soltanto i giovani laureati (età tra i 26 e i 45 anni) che lasciano il paese . Anche la percentuale di persone con eta’ superiore a 45 anni e con laurea e’ piu’ che quadruplicata tra il 1991 e il 1999.

Tali dati sono analizzati in maggior dettagli e con maggiore approfondimanto nel recente lavoro "How Large is the Brain Drain from Italy?" (Becker, Ichino and Peri 2002). Il quadro che ne emerge e’ allarmante. Le destinazioni di questi laureati sono per lo piu’ Francia, Germania e Regno Unito all’interno dell’Europa, e gli USA. In particolare tale crescita non pare essere un flusso bilanciato da laureati di altri paesi che si trasferiscono in Italia.

Confronti Internazionali

Paragonando la percentuale di laureati italiani che lavorano all’estero con la percentuale di laureati stranieri che lavorano in Italia l’anomalia del caso italiano e’ ancora piu’ evidente. Usando dati della Inchiesta sulla Forza Lavoro nella Unione Europea (Eurostat Force Labor Survey) possiamo paragonare l’Italia alle altre grandi economie Europee. La Tavola 1 riporta nella prima riga per l’anno 1999 il totale dei laureati italiani che lavorano all’estero in percentuale del totale dei laureati in Italia (2.3%) e il totale dei laureati stranieri che lavorano in Italia sempre in percentuale del totale laureati (0.3%). Le stesse percentuali sono poi riportate per gli altri grandi paesi dell’Unione Europea (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna). Gli altri paesi, con eccezione della Spagna, hanno ben piu’ laureati stranieri nel loro paese che laureati emigrati all’estero. In Spagna i due valori sono simili: 0.8% laureati emigrati contro 0.5% laureati stranieri nel paese. In Italia la percentuale di laureati emigrati e’ sette volte maggiore di quella di laureati stranieri presenti nel nostro paese.

Conseguenze

Il fenomeno appare molto grave se pensiamo che vari studi mostrano che nei paesi avanzati l’aumento del "capitale umano" e’ responsabile di una importante fetta della crescita economica. Jones 2002 mostra che per gli USA un terzo della crescita nel reddito pro-capite dal 1950 ad oggi e’ dovuto alla maggiore istruzione. L’Italia, a partire dalla meta’ degli anni ’90 ha perso un ingente capitale umano.. Poiche’ dal 1996 la percentuale di laureati tra gli emigranti e’ maggiore di quella nella popolazione residente, il "capitale umano" pro-capite (non solo quello totale) si e’ ridotto a causa del flusso migratorio. I laureati sono la parte della forza lavoro che promuove ricerca, innovazione, talvolta anche imprenditoria. La crescente perdita di cervelli puo’ avere quindi conseguenze gravi per la crescita del paese.

www.lavoce.info , 12-12-2002