Macbeth in Parlamento


Come altre volte Barbara Spinelli mette a fuoco nitidamente su La Stampa ( 30 aprile 2000) alcuni problemi di fondo della contesa politica in Italia.



Per un politico che abbia buon senso, e che osservi il nostro Paese da una certa distanza, quel che sta accadendo nei palazzi del potere italiano deve apparire non solo arduo da capire, ma del tutto anomalo e non poco deviante. Non è normale il linguaggio che le opposizioni hanno adoperato alla Camera, per squalificare il governo Amato. Non è normale ed è perverso il ricorso metodico, insistente, a aggettivi che non si limitano a criticare il nuovo Presidente del Consiglio e la sua maggioranza parlamentare, ma che negano ad ambedue ogni legittimità, ogni diritto a rappresentare formalmente la nazione.
Colpisce non solo la metodicità, ma la spensieratezza con cui il capo dell'opposizione parla di democrazia sequestrata, commissariata, vulnerata. Il centro-destra ha vinto le elezioni regionali prima che la legislatura finisse - evento ordinario in altri Paesi europei - ma da noi il terremoto coinvolge la totalità dei rappresentanti, quasi che un voto valesse l'altro. Il centro sinistra riceve l'intimazione a lasciare subito il posto di comando, che si è guadagnato non in uno scrutinio locale bensì nazionale. E il rifiuto di ottemperare deturpa irrimediabilmente la figura dei governanti. Il sovrano perde prestigio,non incarna più autorità: diventa maschera di un balletto ingannatore, come dice Berlusconi. Le maggioranze parlamentari sono denominate abusive, simulate. Nelle parole dell'opposizione il potere non è che finzione, artificio, e precisamente questo eccesso di valori formalistici è sentito come intollerabile. Tutto quel che nella democrazia è forma, procedura convenzionale, regola codificata e condivisa, ha sapore in Italia di usurpazione oppure di rinuncia ai veti incrociati fra partiti: risulta dunque ostico, impraticabile. Formalmente non si esclude che Ciampi abbia ragione, e che il governo Amato possa sussistere avendo ottenuto i consensi alla Camera. Ma sostanzialmente c'è crimine di lesa volontà elettorale. Minaccioso, Bossi si rivolge ai "tecnocrati al servizio della Triplice sindacale, dei poteri forti, della Nato, del Superstato mondiale", e annuncia: "Presto verrete cancellati dal disprezzo del popolo!" Non si aggirano che usurpatori, a Palazzo Chigi e in Parlamento. Già oggi non hanno potestà di farsi obbedire - ammonisce il leader della Lega - a cospetto dei governatori regionali che maggioritariamente sono di destra: anche qui l'Italia costituisce un caso a parte, e le regioni prevalgono sulle autorità centrali. Kohl non fu giudicato illegittimo perché la Camera dei Länder era di sinistra. Schröder neppure, quando i democristiani riconquistarono molte regioni.
Il federalismo italiano promette altro. La grande guerra contro le sorpassate, ingombranti procedure della democrazia formale può cominciare. Vocabolari di questo genere fanno pensare a Weimar, e alle accuse di illegittimità lanciate contro la debole democrazia tedesca fra le due guerre. Solo che in Italia il fenomeno non è nuovo, non nasce con l'opposizione di centrodestra e con la figura del suo leader, con i postfascisti o con Bossi. E' un morbo antico, oscuro che dal dopoguerra si è installato stabilmente nel Paese e che imprigiona le menti dell'intera classe dirigente, di destra come di sinistra. Berlusconi non è che la caricatura di un vizio che non solo precede la sua ascesa politica, ma che l'ha resa possibile, e l'ha favorita. Il potere e lo Stato con le sue convenzioni sono sempre ritenuti in qualche modo abusivi, usurpatori: dissonanti dalla democrazia reale, quale si esprimeva di volta in volta nel popolo di sinistra o di centrodestra, in questa o quella classe sociale. L'offensiva contro il formalismo della democrazia ha radici nella tradizione leninista dell'ex partito comunista, come in quella di destra. Di queste tradizioni la classe politica non si è liberata, e il loro peso è assai più destabilizzante della mancanza di progetti, o di anima, o di identità. La stortura mentale che regna in Italia scaturisce dal sospetto - diffuso, accanito - che grava sulla legittimità di chi detiene il potere. E' la stortura di cui ha patito il partito egemone del centrosinistra, da quando è al governo. E' la stortura che molesterà anche Berlusconi, fatalmente, il giorno in cui il Polo dovesse entrare a Palazzo Chigi. E' il permanere e l'estendersi di questo male che spiega l'impossibilità degli uni come degli altri di divenire normali. Che spiega l'incapacità di lavorare sulla memoria storica della nazione, con un comune senso di responsabilità. Che accentua l'inattitudine ad archiviare il passato apprendendo qualcosa dagli errori commessi.
Così vediamo tornare in scena i socialisti legati a Craxi, ma senza che sia avvenuta un'analisi delle sue degenerazioni, oltre che delle sue virtù di statista. Così vediamo defenestrato D'Alema, dopo che questi contribuì a defenestrare Prodi, ma senza che il suo partito abbia seriamente battagliato per difenderlo sul piano delle procedure democratiche. Le dimissioni di D'Alema, unitamente al congedo dei due unici ministri che avevano tentato opere riformatrici - il ministro della sanità Bindi, il ministro dell'educazione Berlinguer - sono vizi di nascita del governo Amato. Questi sì, sono un vulnus alle forme della democrazia rappresentativa, e un omaggio alle false dottrine sulla democrazia sostanziale. La rinuncia di D'Alema equivale al riconoscimento esplicito della propria illegittimità, dell'assenza di fondamento morale e consensuale della propria autorità. L'ex Presidente del Consiglio aveva perso certo le primarie, e non poteva più candidarsi Premier nel 2001. Ma aveva perso le primarie, non Palazzo Chigi. Quanto al congedo dei due ministri riformatori, Vittorio Foa ha commentato giustamente l'atteggiamento suicida della coalizione di governo: "Nel centrosinistra c'è l'idea che la riforma della scuola debba servire agli insegnanti e quella della sanità ai medici, mentre tutte le riforme dovrebbero servire al Paese". Anche l'apertura ai tecnici medici o accademici è frutto di un rapporto patologico con la legittimità. Quando quest'ultima è messa in causa, sono le corporazioni a farsi avanti. O sono le figure provvidenziali, apolitiche, che con la società degli elettori non hanno più alcun rapporto: figure come l'ex presidente Cossiga, o il governatore Fazio. La salvezza politica che si invoca da un banchiere centrale, nelle democrazie, somiglia alla salvezza che si invoca dai militari in America Latina.
Questa mancanza di cultura democratica formale, questa perenne confusione tra procedure convenzionali e vicende sostanziali o morali, è palese in Italia fin dal dopoguerra. Il partito comunista era eccessivamente saldo e pericoloso, perché potessero valere pienamente le forme della democrazia: era necessario porre la questione della legittimità sostanziale accanto a quella della legalità, per evitare che il Pci prendesse democraticamente il potere. Al tempo stesso, anche nel comunismo era vigorosa la cultura ostile alla legalità formale, unita all'esaltazione della democrazia vera, reale: la stessa cultura di cui si appropriano oggi Berlusconi, Fini, Bossi. Sicché si è formata una sorta di santa alleanza partitica, che si è aggrappata a queste abitudini trasformandole in armi quotidiane della lotta politica. In altri Paesi europei esiste una sorta di selezione naturale dei leader adatti a governare, per esperienza e dignità. O esistono regole condivise, che vietano agli illegittimi (l'estrema destra e i comunisti, nella Germania del dopoguerra) di accedere ai vertici dello Stato. In Italia è diverso. Il blocco di destra ha bisogno di un avversario da poter delegittimare, e non a caso Berlusconi ha detto una volta: "Per poter vincere, abbiamo bisogno di un comunista o un ex comunista a Palazzo Chigi". E anche le sinistre hanno il bisogno vitale di fronteggiare un avversario con il maggior numero di difetti, magari indagato dalla giustizia - Berlusconi, appunto - per poter maneggiare sempre, se necessario, la carta della legittimità. Una nazione matura democraticamente non sceglierebbe Berlusconi come candidato alla Presidenza del consiglio. Scriverebbe regole che proibiscono le massime cariche pubbliche ai grandi padroni dei mezzi di comunicazione. Queste regole non sono mai state imposte dal centrosinistra. Tanto viva è ancora la nozione della democrazia "autentica", e il desiderio di poter ricorrere alla spada della delegittimazione. L'Italia non ha né le regole, né il comportamento naturale di una classe dirigente capace di selezionare i capi. Berlusconi ha ottenuto uno spazio dalle sinistre, che in democrazie più autodisciplinate non avrebbe.
Si discute molto in questi giorni di vulnus, di ferita inferta a una volontà popolare sprezzata dal potere politico. Ma il vero vulnus, nella biografia di D'Alema presidente del Consiglio, è altrove. E' la maniera disinvolta, disattenta, anch'essa suicida, con cui l'ex capo del governo gettò via l'esperienza dell'Ulivo nel '98, e assistette inerte, consenziente, all'attacco mortale di Bertinotti contro Prodi. E' a quell'epoca che la sua legittimità venne scalfita in profondità, e D'Alema deve averlo presagito: cedendo alle pressioni di dimettersi, ha ammesso indirettamente che un'usurpazione grave aveva avuto luogo. L'Ulivo era il primo tentativo fatto a sinistra di riconquistare un elettorato riformista, di diminuire preminenza e ricatti dei singoli partiti. Prodi univa legalità e legittimità. Il contributo di D'Alema alla sua destituzione lo ha indebolito nella coalizione, e ha esposto inutilmente un postcomunista sul fronte della legittimazione, quando ancora il suo partito non era completamente maturo per la democrazia formale. Dicono che l'ex capo di governo abbia incrociato due spettri, che lo avrebbero visitato il giorno della sconfitta alle regionali: quello di Occhetto e di Prodi. "Faccio i conti con loro, adesso. Nel momento dell'amarezza, quando molte sono le tentazioni e spesso tutte legittime, devo e voglio fuggire da questi due fantasmi. Non farò prevalere né la tentazione di uscire di scena, né quella di preparare il terreno a una mia personale rivincita". Ma gli spettri gli sono apparsi come il fantasma di Banquo, che Macbeth ha ucciso e che vede apparire nel banchetto finale. D'Alema paga oggi la lesione alla democrazia italiana - accaduta con la deposizione di Prodi - come i Ds pagano la lesione inferta a un socialismo italiano troppo demonizzato, e poi troppo usurpato. Lo stesso Berlusconi che mima i discorsi classici della sinistra sulla democrazia sostanziale, è una delle tante nemesi, che percuotono una sinistra postcomunista alle prese con le forme, difficili, della democrazia.

La Stampa 30 aprile 2000