Se un appello morale alla pietà scatena un’altra guerra di religione


 

di PIERO OSTELLINO

 

 

Da noi, a differenza che in altri Paesi non meno cattolici dell'Italia, come la cattolicissima Spagna, questioni che riguardano la libertà di coscienza, quali il divorzio, l'aborto, la procreazione assistita, o di natura sociale, che attengono alla sovranità dello Stato, come, ora, l'appello del Papa a tutti i governi del mondo per ´un atto di clemenza verso coloro che sono in prigioneª, diventano immancabilmente un ´casoª che spacca mondo politico e opinione pubblica in guelfi e ghibellini. Parte la corsa dei neoguelfi a appropriarsi delle tesi della Chiesa e le questioni di coscienza individuale o quelle di interesse statuale si trasformano rapidamente in un problema morale collettivo. Colpa della Chiesa? Evidentemente no, visto che in altri Paesi, cattolici quanto il nostro, il fenomeno non si verifica. Dunque, colpa della società civile e di quella politica italiane che, diciamola tutta, non sono sufficientemente laiche da saper distinguere, e tenere rigorosamente separate, libertà di coscienza e autonomia dello Stato dalla precettistica della Chiesa.

Siamo la patria di Niccolò Machiavelli, ma ne ignoriamo ancor oggi, a quasi cinquecento anni di distanza, la sacrosanta e salutare distinzione fra etica pubblica e morale individuale, in definitiva, fra Stato e Chiesa.

Così, l'appello del Papa, nei confronti di tutti i governi del mondo, all'osservanza di un principio di carità cristiana, quale quello di adottare, in occasione dell'Anno Santo, un atto di clemenza per chi sta in prigione, diventa, da noi, un caso politico. Il dibattito, fra sostenitori dell'indulto o dell'amnistia, si trasforma in guerra di religione per la palma di chi è ´più papista del Papaª, nella più assoluta indifferenza per ciò che ne dovrebbe pensare, e dovrebbe fare, il Re (lo Stato): individuare una soluzione che non si riduca né a un gesto di pura carità cristiana, né a sfoltire provvisoriamente la popolazione carceraria, ma a risolvere una volta per tutte i problemi strutturali del sistema.

Il Papa, ci perdoni il Santo Padre l'espressione cruda, fa il suo mestiere. Che, non solo per la ricorrenza del Giubileo, ma, soprattutto, per le condizioni ambientali delle nostre carceri, ha, forse, in Italia una rilevanza morale maggiore che in altri Paesi e che sarebbe, pertanto, sbagliato ignorare. È lo Stato che, da noi, rischia di non fare il suo di mestiere, se si illude di risolvere un problema sociale (la vivibilità del nostro sistema carcerario) ´soloª aderendo all'appello morale del Pontefice.

L'accusa che le parti politiche sembrano inclini a rivolgersi reciprocamente di essere poco sensibili alla invocazione di Giovanni Paolo II alla clemenza non è, dunque, il modo migliore di affrontare la crisi del nostro sistema carcerario. È, se mai, un escamotage per sfuggire alle proprie responsabilità politiche. Un modo di perpetuare una certa, pessima, sudditanza psicologica di uomini e partiti politici, nell'illusione di trarne beneficio elettorale, dalle pur legittime istanze della gerarchia ecclesiastica. Un forte senso dello Stato, nell'accezione laica del termine, sarebbe il modo migliore di conciliare la morale adesione all'appello del Papa con l'esigenza civile del buongoverno.

 

 

Corriere della Sera, 1 luglio 2000