I RICCHI diventano sempre più ricchi, i poveri più poveri» gridano i dimostranti qua fuori. Professore, lei ha raccolto e studiato una gran massa di dati arrivando alla conclusione opposta: la globalizzazione riduce le ineguaglianze nel mondo. E' così? «Sì - risponde Xavier Sala-i-Martìn, quarantenne catalano che insegna alla Columbia di New York, giacca color cinabro, una cravatta che non si saprebbe se definire surrealista o postmoderna - i risultati che ho ottenuto sono molto chiari. Nei Paesi che si sono globalizzati sono spesso aumentate le diseguaglianze interne, ma i redditi sono talmente cresciuti che tutti stanno molto meglio. I Paesi che non si sono globalizzati sono rimasti poveri. Smettiamo di descrivere il nostro mondo come se fosse simile a quello del Medioevo, dove o si nasceva contadino o si nasceva principe, e non c'era speranza. I due grandi Paesi, Cina e India, si sono sollevati dalla miseria; in India anzi il grado di ineguaglianza interna è rimasto stabile».
Non c'è dunque una crescente distanza tra ricchi e diseredati? Una moltitudine contro una élite?
«Ho calcolato che di tutta la disuguaglianza tra i cittadini del pianeta, solo il 30% è dovuto al divario tra ricchi e poveri all'interno dei Paesi. Il 70% viene dallo squilibrio tra Paesi».
E la povertà?
«A me risulta che nell'ultimo quarto di secolo il numero delle persone che devono sopravvivere con meno di un dollaro il giorno sia diminuito da un quinto a un ventesimo della popolazione del pianeta. Ovvero, ci sono da trecento a cinquecento milioni di poveri in meno».
La Banca mondiale è meno ottimista di lei.
«Drammatizza il problema della povertà per giustificare la propria esistenza di istituzione incaricata di combattere la povertà».
Però gli economisti della Banca mondiale sostengono che lei non fa calcoli corretti.
«La maniera in cui io sono arrivato a quei risultati, i miei dati e i miei metodi di calcolo, sono disponibili a tutti su Internet. Alcuni dei criteri usati dalla Banca mondiale invece non sono pubblici. E se le cifre non sono chiare, come faremo a sapere se saranno raggiunti i traguardi di dimezzamento della povertà nel 2015 posti dall'Onu?».
Lei sostiene che l'Asia è diventata ricca perché si è globalizzata, l'Africa si è impoverita perché non si è globalizzata. Ma l'America Latina non è vittima di una liberalizzazione fallita?
«Lì hanno privatizzato molto, nello scorso decennio. Ma i benefici sono stati sequestrati da ristrette classi dirigenti. Per liberalizzare un'economia e farla crescere non basta vendere industrie a privati, come nell'America latina hanno fatto soprattutto a beneficio di imprese spagnole. Occorre invece più concorrenza e più apertura commerciale: questo non è avvenuto».
E del fallimento dell'Africa di chi è la colpa?
«Se ci sono Paesi dove il divario tra ricchi e poveri è aumentato, sono quelli. C'è una ristretta classe possidente corrotta che non è capace di prendere decisioni nell'interesse del popolo: per esempio i dati della Nigeria, che è il Paese più grande dell'Africa, sono spaventosi».
s. l.
la stampa 26 gennaio 2003