di CLAUDIO MAGRIS
Il 'grandioso e terribile' secolo XX - come è stato chiamato negli anni Trenta da un forte e dimenticato narratore austriaco, Rudolf Brunngraber - ha visto, fra tante altre cose, anche un accanito tentativo di sottoporre l'economia al controllo e all'egemonia della politica. Il totalitarismo - che ha caratterizzato il secolo, sia pure in forme diverse e molto più difficilmente paragonabili di quanto si creda - è nato pure da questo tentativo, che forse non poteva non sfociare in regimi totalitari. Il crollo del comunismo ha sanzionato il fallimento di quel disegno, che sembra essersi rovesciato nel suo opposto. Ora è l'economia che proclama il suo primato e declassa la politica a sua ancella; a mera sovrastruttura, direbbe Marx, il più radicale profeta della supremazia assoluta dell'economia, anche se profeta di un sistema economico antitetico a quello oggi vittorioso.
Investita - certo anche per altre ragioni e per colpa di molti suoi rappresentanti e istituzioni - da un crescente discredito, la politica viene sempre più considerata e vissuta, nella coscienza comune, come una sovrastruttura di secondaria importanza se non addirittura come un ingombrante ostacolo allo spontaneo - o presunto tale - svolgersi delle cose. L'eclisse della politica - e della passione politica (ne ha parlato Giuseppe De Rita sul Corriere del 21 novembre) - è una malattia mortale per una società, tanto più per una società sempre più globalizzata che ritiene, come l'antico Sacro Romano Impero, di coincidere potenzialmente e progressivamente col Mondo. Il disinteresse politico, ogni giorno più tangibile, è una malattia opposta all'invadente politicizzazione generale prevalsa in altri momenti storici, ma altrettanto pericolosa per la società e certo letale per la democrazia. Come ogni vera e forte passione, pure quella politica non è una pulsione indistinta e deve avere il suo oggetto preciso, ma senza questa passione concretamente operante le democrazie, scrive Josep Ramoneda nel suo bellissimo saggio Después de la pasión política (ed. Taurus), muoiono per inanizione e per mano di un dio minore, il denaro, e di un'indifferenza generalizzata ed estesa alla vita intera.
Liberale e convinto assertore dell'economia liberista, nemico di tutti i totalitarismi e critico lucidissimo sia della destra sia della sinistra e di tante sue ingenue e prevaricatrici irresponsabilità
'democratiche' (a cominciare dalla pretesa di rappresentare sempre e comunque il popolo), Josep Ramoneda è un originale e acuto saggista di respiro europeo, un grande intellettuale di quella Spagna post franchista che ha vissuto una stagione così straordinaria di trasformazione e di sviluppo, diventando il paesaggio per eccellenza della modernizzazione. Attualmente direttore del Centro Cultura Contemporanea di Barcellona, poliedrico promotore di varie iniziative culturali, Ramoneda è autore di libri che - come l'incisiva Apologia del presente - aiutano a capire e ad attraversare, con lucidità critica e intensa partecipazione umana, il tempo che ci troviamo a vivere.
Questo suo ultimo saggio sull'attuale epoca ´post politica' è un breviario laico, disincantato e appassionato. Ramoneda non solo riconosce l'assenza o l'eclisse di ogni fondamento assoluto su cui basare un sistema di valori, ma li considera un aspetto costitutivo e liberatorio della modernizzazione. Convinto che la vita non abbia di per sé un senso, ma che quest'ultimo le sia necessario, egli cerca di stabilire quali valori si possano costruire - considerandoli, dopo averli stabiliti, imperativi categorici e premesse indiscutibili della convivenza umana - partendo dal presupposto che tali valori, all'origine, non sono tavole di una legge ricevuta su un Sinai né altre forti certezze offerte da concezioni del mondo o da ideologie politiche globali, bensì regole elaborate dagli uomini. Proprio questa estrema laicità - che rifiuta ogni pathos, anche quello democratico, e rifugge da ideali assoluti e da progetti totalizzanti - gli permette di avventurarsi nel cuore della secolarizzazione, senza contrapporre baluardi metafisici, ma senza indulgere a quelle degenerazioni che trasformano così spesso la modernizzazione nella sua parodia.
Così la piena accettazione dell'economia liberale si accompagna alla serrata critica di un economicismo tirannico che appiattisce il mondo in una indifferenza totale, pretendendo di ridurre la classe politica a propria cameriera ed esaltando retoricamente la nuova figura eroica dell'uomo ´competitore', non troppo dissimile dall'eroico stakhanovista celebrato dalla retorica sovietica. Proprio la fine del secolo ´iperpoliticizzato' come quello da poco trascorso dovrebbe permettere un'autentica politica, libera da pretese totalizzanti ma appassionatamente protesa a proteggere la libertà concreta e l'esistenza degli uomini; senza pretendere - scrive Ramoneda - di creare il bene, ma più che paga di evitare il male.
Che il partigiano e il militante, le tipiche figure dell'epoca iperpoliticizzate, si siano trasformati nel riformista - che abbiano potuto e possano farlo, mentre il Leviatano nazista costringeva a combatterlo spietatamente da partigiani - dovrebbe essere la premessa per una più normale ma non meno intensa partecipazione politica, per un primato non dogmatico né dispotico della politica nell'organizzazione della società e nella tutela degli uomini. Un meccanismo perverso tende invece a creare una tirannica società dell'indifferenza, in cui la tolleranza si degrada in relativismo etico, la globalizzazione crea un'immensa apartheid , i media sostituiscono di fatto le istituzioni intermedie essenziali al funzionamento di una democrazia reale, fondamentalismi laici sostituiscono quelli religiosi e creano una nuova idolatria sociale, mentre la dignità del cittadino responsabile è minacciata non più dai fanatismi ideologici d'un tempo, bensì dalla riduzione dell'individuo a homo oeconomicus .
Il libro di Ramoneda disegna una società che potrebbe perire perché incapace di generare una propria normale e fisiologica negazione. Per difendere la libertà dall'oscena indifferenza, il libro propone un'etica scettica fondata sull'elaborazione e accettazione di pregiudizi condivisi, nella consapevolezza che si tratta di pregiudizi e non di valori assoluti, ma altresì nella consapevolezza che non tutti i pregiudizi sono eguali e che occorre stabilire fra essi giudizi di valore, scegliendone alcuni quali basi di civiltà e rifiutandone altri quali fattori di barbarie ossia assumendosi la responsabilità di scelte di valori in difesa dell'umano; garantendo ad esempio la tolleranza e la pari dignità delle varie religioni, ma condannando e reprimendo l'infibulazione.
La ricerca di questa difficile via liberale è un itinerario flessibile che va avanti e indietro nel secolo come su una scacchiera che permette all'autore incursioni fulminee e illuminanti nella storia e/o post-storia che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Lo scrittore spazia dal terrorismo alle società autoritarie, dall'inconscio profondo delle collettività ai sussulti dell'immediatezza, dalle ideologie eternizzanti a quelle altrettanto metafisiche che si inebriano dell'effimero, dall'´altro lato della morte' esperimentato nei Lager all'enfasi del progresso. Ramoneda sa che tutte le ideologie servono a velare e a sopportare l'intollerabile tragicità della vita nuda, con la quale non è il caso di civettare e che è bene far finta di ignorare. Il suo disincanto preferisce le regole del gioco ai valori, sospettati di intollerante totalitarismo, ma quando - citando Semprún - egli dice che la pace e la vita non sono beni supremi e debbono, in circostanze sciagurate come ad esempio nella resistenza al nazismo, venir sacrificate a un bene superiore, egli afferma la fede in un valore e non semplicemente l'osservanza di una regola.
Non a caso, dinnanzi alla gelatinosa totalità socioeconomica che risucchia la realtà, egli dice che la nostra modernità deve fondarsi su due ´principi morali minimi': ´Non tutto è possibile' e ´Tutto potrebbe essere avvenuto in modi diversi'. Non sono poi così minimi, quei postulati di un'etica universale.