Pensioni, in scena le commedie degli equivoci
Si riporta
l'articolo di Elsa Fornero ( Il Sole 24 Ore del 31 agosto 1999
) perché mette a fuoco con molta chiarezza quali siano le questioni essenziali
in gioco per la correzione del sistema pensionistico.
Più che una pacata discussione su quanto ancora resta da fare per rendere il
sistema pensionistico meno squilibrato e più equo, l’attuale dibattito si sta
rivelando una sorta di «commedia degli equivoci» con molti attori e poco
riguardo per il pubblico. Anche il neoministro del Lavoro — al quale
spetterebbe più il ruolo di regista — ha voluto ritagliarsi la sua parte,
dichiarando che la priorità pensioni è stata in larga misura imposta dai «poteri
forti». Un’affermazione che aggiunge ambiguità là dove invece occorrerebbe
aumentare la chiarezza. E la necessità di chiarezza implica che vengano fugati
almeno tre malintesi.
Il primo è di carattere tecnico e riguarda il «metodo contributivo». Sovente,
anche grazie alla sua impropria interpretazione come passaggio a un sistema di
capitalizzazione, si scorge in questo metodo la riforma definitiva, mentre così
non è. Il sistema pubblico infatti è, e resterà, a ripartizione, ma la
formula di calcolo della pensione terrà conto della storia contributiva di
ciascuno e della durata attesa del pensionamento; estendere il
"contributivo", pertanto, significa soltanto adottare per il futuro il
nuovo metodo per tutti, indipendentemente dall’anzianità di lavoro e senza la
discriminazione introdotta con la riforma del 1995 a favore dei lavoratori meno
giovani. Si tratta perciò di una misura che corregge un’ingiustificata
disparità di trattamento, non di un toccasana finanziario in grado di arginare
il previsto disavanzo strutturale tra contributi e prestazioni.
Il secondo malinteso, derivante da un’errata politica dell’informazione sui
veri contenuti delle riforme, è il timore, se non addirittura l’ansia, di
molti pensionati anziani che i nuovi tagli riguardino anche le loro pensioni.
Occorre ribadire con estrema chiarezza che gli anziani non saranno toccati perché
le loro pensioni, in generale abbastanza modeste, hanno già subito consistenti
tagli in termini reali, soprattutto a seguito dell’abolizione, nel 1992,
dell’indicizzazione alle retribuzioni contrattuali. Diverso, invece, è il
caso dei pensionati giovani, protagonisti della corsa al pensionamento
anticipato degli ultimi anni, i quali hanno beneficiato di condizioni di grande
favore e che spesso continuano a svolgere attività lavorativa in posizione
irregolare; a questi pensionati, in parallelo con le inevitabili misure che,
presto o tardi, dovranno essere adottate sulle pensioni di anzianità, non
sarebbe improprio chiedere un contributo di solidarietà nei confronti dei loro
meno fortunati colleghi.
Un terzo malinteso, frequente in sede sindacale, è quello dell’inopportunità
di interventi sulle pensioni di anzianità perché le classi d’età che ne
sarebbero colpite (i cinquantenni) non sono più in grado, per motivi
anagrafici, di accumulare risparmi sufficienti a crearsi una pensione
"privata" che compensi la minore pensione pubblica. Ciò è
senz’altro vero; il ragionamento sottintende però che i giovani possano
costruirsi la pensione integrativa senza fare sacrifici, quasi fosse una manna
che cade dal cielo e non il frutto di un risparmio accantonato mese dopo mese.
In realtà, le prospettive dei giovani sono più dure di quelle dei loro padri
perché nel 33% di aliquota contributiva al sistema pubblico è compresa la
parziale restituzione del debito contratto dallo Stato quando, in passato, ha
promesso pensioni indebitamente generose. Per i giovani, quindi, la pensione
pubblica risulterà, sotto ogni realistica previsione, un’operazione in
perdita mentre quella privata richiede una carriera di lavoro continuativa e
redditi netti sufficientemente elevati da consentire un congruo risparmio, due
caratteristiche oggi piuttosto carenti.
C’è dunque una sorta di miopia nel prendere a riferimento soltanto il modesto
orizzonte temporale di un lavoratore di età intermedia come principale
impedimento al riaggiustamento del sistema pensionistico. Tale riaggiustamento
può invece essere paragonato a una politica di rientro dal debito pubblico. Con
una differenza importante, però: che quel rientro si è sin qui potuto
realizzare senza forti lacerazioni sociali o generazionali perché i titoli del
debito erano distribuiti in maniera relativamente uniforme tra le famiglie. Il
sistema pensionistico, per contro, è stato nel passato, e in parte continua a
essere, un meccanismo di profonda e distorta ridistribuzione dei redditi. La sua
correzione, verso un sistema efficiente di assicurazione del reddito nell’età
anziana, non offre dunque scappatoie rispetto all’individuazione delle
categorie e classi di età sulle quali ripartire l’onere. Fare chiarezza su
questa distribuzione di oneri è compito del Governo. Alimentare la commedia
degli equivoci, sperando che il tempo basti da solo a invertire l’ordine di
priorità, può soltanto contribuire a rendere più aspre e più dolorose le
scelte del futuro.