Un telefonino all'asta
Il Professor Francesco Giavazzi , con questo articolo sul Corriere della Sera ( 8 maggio 2000 ) , analizza a fondo la questione della gara UMTS nei suoi aspetti finanziari, procedurali e di politica economica di un paese che voglia veramente aprirsi alla new economy.
Nei prossimi giorni il governo deciderà come assegnare le licenze per i telefonini della terza generazione, quelli che consentiranno l'accesso a Internet da un cellulare: è l'occasione per verificare se ai tanto declamati principi seguiranno fatti concreti. Quali siano i requisiti per partecipare all'avventura della new economy è un refrain che sta diventando persino noioso: mercati liberi e concorrenza, ricerca e capitale umano, accesso alla rete.
Per capire l'entità del problema è opportuno ricordare alcune cifre. In Gran Bretagna il governo ha incassato, dall'asta per l'assegnazione di cinque nuove licenze, una cifra equivalente a 75 mila miliardi di lire. Nell'asta in corso in Germania, sulla base delle offerte vincolanti sinora presentate dai concorrenti, il governo incasserebbe 100 mila miliardi: l'asta non è chiusa, e l'incasso potrebbe ancora salire.
Si stima che la potenzialità del mercato italiano, che vanta la maggior diffusione al mondo di telefoni cellulari, sia simile a quella della Germania. (D'altronde Tim ha recentemente pagato 5 mila miliardi per acquistare in Turchia la terza licenza della vecchia tecnologia Gsm).
Si tratta quindi di una questione rilevante, probabilmente la più importante tra quelle che Giuliano Amato dovrà affrontare nei prossimi dodici mesi. Il governo deve decidere con quale procedura assegnare le nuove licenze e come impiegare il ricavato, una cifra che equivale alla somma di parecchie leggi finanziarie.
Non vi è dubbio che la procedura migliore sia un'asta competitiva: nessuno meglio dei concorrenti stessi è in grado di calcolare il valore economico di una licenza, tenendo ovviamente conto degli investimenti che dovrà fare e della regolamentazione cui il servizio sarà soggetto.
L'obiezione che un prezzo d'asta "eccessivo" si trasferirebbe sui consumatori non tiene conto del fatto che il servizio verrà regolato: utile è su questo punto la lettura di pagina 90 dell'Economist di questa settimana. L'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni potrebbe ad esempio annunciare che l'accesso a Internet dai nuovi telefonini dovrà esser gratuito: non credo che il prezzo delle licenze ne soffrirebbe dato che Internet si paga con la pubblicità, non con la tariffa di connessione. Comunque è opportuno che simili decisioni siano annunciate prima dello svolgimento dell'asta.
Rinunciare all'asta competitiva, ad esempio introducendo un tetto al prezzo delle licenze, significa impedire che sia il mercato a decidere il valore di una licenza: sorprende che questa sia la soluzione sostenuta dalla Confindustria e da alcuni rappresentanti del Polo, entrambi fautori della libertà di mercato. Un tetto pone anche un problema complicato poiché introduce discrezionalità nella procedura: con quale criterio verranno scelti i vincitori tra le molte imprese che si dichiareranno disposte a pagare il prezzo massimo? Alcune imprese pubbliche partecipano alla gara, ad esempio le Ferrovie: non vorremmo che il criterio fosse quello di "favorirne la crescita".
L'asta competitiva, tuttavia, non è consentita dalla legge: essa prevede la procedura della licitazione privata. Ovviamente una modifica della legge sarebbe la soluzione ideale, ma questo purtroppo non è possibile in tempi brevi. Chi la richiede ha in realtà l'obiettivo di rimandare sine die la decisione del governo. Fra l'altro non è neppure necessario cambiare la legge perché una licitazione privata ben disegnata può dare lo stesso risultato di un'asta competitiva. Affinché questo avvenga sono necessarie tre condizioni: 1) che tutte le imprese interessate siano invitate a partecipare: alla licitazione infatti si può accedere solo per invito (stupisce che su questo punto non si sia ancora udita la voce della Commissione europea); 2) che la selezione avvenga sulla base del prezzo: questo è possibile perché la procedura di licitazione non indica l'importanza relativa da assegnare alle diverse caratteristiche di ogni singola offerta; 3) che i concorrenti abbiano la possibilità di rilanciare, e che i rilanci siano sempre trasparenti, cioè che ogni partecipante conosca il prezzo offerto dagli altri. Queste condizioni sono facilmente realizzabili purché vengano fissate opportune regole per la licitazione privata e si rendano pubblici, a ogni rilancio, i dati dell'asta.
Sarebbe inoltre auspicabile sfruttare questa occasione per far accedere nuove imprese al mercato, in modo da allargare la concorrenza. Così ha fatto la Gran Bretagna, riservando una licenza ai nuovi operatori. Ma se l'obiettivo è accrescere la concorrenza, chiunque non sia in possesso di una vecchia licenza Gsm deve poter partecipare all'asta "riservata": quindi anche un portale Internet europeo, o un operatore estero di telefonia mobile, non ancora presente in Italia. (In Gran Bretagna l'asta per la frequenza riservata ha raggiunto uno dei prezzi più elevati).
Una volta stabilite le regole per l'aggiudicazione delle licenze, il governo dovrà spiegare come intende impiegare il ricavato. La vendita del diritto a usare l'etere è di fatto una privatizzazione, e la legge prevede che l'incasso delle privatizzazioni sia destinato alla riduzione del debito pubblico: il beneficio non è immediato, ma diverrà evidente il giorno in cui i tassi di interesse sull'euro saliranno e scopriremo quanto è pericoloso portarsi appresso una quantità di debito tanto elevata. Vi sono due alternative: lo Stato può restituire tutto il ricavato alle imprese, mediante una riduzione dell'Irpeg, oppure può investire in quelle attività che sono indispensabili perché la new economy si sviluppi davvero: capitale umano, ricerca e accesso alla rete. Da questa operazione l'Italia trarrà pochi benefici se le nuove frequenze saranno utilizzate dai ragazzini per scambiarsi messaggi solo un po' più veloci. Finché i nostri ricercatori migliori fuggiranno in America, e accedere a Internet da Castelfranco Veneto sarà un'impresa disperata, parlare di new economy è tempo sprecato.
Corriere della Sera 8 maggio 2000