GLI ADOLESCENTI DI LUNGO CORSO
Corriere della Sera , 12 settembre 1999
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Nelle società del nostro tempo, con i loro
circuiti che raccolgono le masse scolastiche o universitarie, il
distacco tra generazioni ha non di rado assunto caratteri estremi.
Così è stato in Italia, per esempio, a causa dell'ingenuo
entusiasmo con il quale dalla metà di questo secolo fu accolta
qualsiasi pedagogia o sociologia permissiva che legittimava ogni
sorta di "bisogni e desideri", provocando l'indiscriminata
rottura d'ogni tradizione. Mentre la pedagogia tradizionale,
benché anacronistica, possedeva una sua coerente organicità, la
diffusione delle nuove pedagogie fu improvvisata e incoerente nel
nesso tra mezzi economici e ambizioni sociali, oltreché
influenzata spesso da supersemplificazioni e false nozioni
trasfuse poi nel costume collettivo.
Una falsa nozione propagata negli ultimi decenni, ma persistente,
attribuisce per esempio a Rousseau l'origine dell'incondizionata
permissività. Niente di più sbagliato, giacché nell'Emilio si
legge: "Quando il bambino tende con sforzo la mano senza dir
nulla e crede di raggiungere l'oggetto perché non ne vede la
distanza, egli è in errore. Ma quando si lamenta e grida nel
tendere la mano, allora non s'inganna più sulla distanza,
comanda all'oggetto d'avvicinarsi o a voi di portarglielo. Nel
primo caso, avvicinatelo all'oggetto con piccoli e lenti passi.
Nel secondo, non fate neppure finta di intenderlo, quanto più
griderà tanto meno dovrete ascoltarlo. È necessario abituarlo
per tempo a non comandare agli uomini poiché non è il padrone
loro, né alle cose poiché non lo comprendono". Chiaro? Ma
se ci guardiamo intorno, da qualche decennio succede tutto il
contrario.
Dal modo di trattare l'infanzia fino a quello di considerare gli
studi liceali e universitari, un'altra falsa lettura è poi
quella che ancora contesta il principio selettivo in ogni grado d'istruzione
citando a sproposito persino Don Milani. Eppure il popolare prete
di Barbiana nel Mugello, con quella sua famosa Lettera a una
professoressa, aveva riprovato l'ardua selezione solo nella
scuola d'obbligo, "dove ognuno ha un diritto profondo ad
essere uguale", non certo negli studi superiori, dove si
formano i "cittadini specializzati" come ingegneri o
medici al servizio di tutti gli altri.
Fra tanti malintesi, ora non dev'essere agevole il compito dell'insegnante.
A maggior motivo quando la demagogia politica vuole compiacere le
masse delle nuove generazioni con le piaggerie che in altri tempi
venivano tributate al "giovane principe", mentre padri
e madri oltreché certi docenti sembrano in gara per postulare il
benevolo giudizio da parte di figli e studenti, o mentre i mass
media decantano il deresponsabilizzante costume del vivere in
branco, che non è affatto "socializzare".
Si può ricordare che già Montale avvertiva: "È sospetto
questo voler vivere sempre in gruppo, così nessuno diventa
responsabile di quello che pensa e fa". Perché non
ripeterlo, qualche volta, nelle aule di scuola?
12 settembre 1999