Una proposta per cambiare la legge
Il 19 agosto 1999, il sen. Andrea Manzella ( Ulivo-DS) ha scritto su Repubblica linteressante articolo che segue sul problema della regolamentazione degli spot elettorali mettendo chiaramente a fuoco i punti principali della questione.
CAMBIARE
LA LEGGE SUGLI SPOT IN TV
di ANDREA MANZELLA
Da
quasi sei anni, precisamente dalla legge 10 dicembre 1993, numero
515, il divieto di spot televisivi politici nell'ultimo mese di
campagna elettorale è norma pacificamente vigente nel nostro
paese. In questo lungo periodo ci sono state due campagne per il
Parlamento, con risultati alterni, ma nessuno si è sentito leso
nei suoi diritti elettorali. E la Corte Costituzionale, nella
sentenza numero 161 del 1995 ha ritenuto "giustificato"
questo divieto di spot "al fine di preservare l'elettore
dalla suggestione di messaggi brevi e non motivati". Vi è
di più: la attuale legge non prevede spot elettorali sulla
televisione pubblica. I partiti che credono nella capacità
suggestiva di questa forma di pubblicità devono, per forza,
rivolgersi alle emittenti private. In questa situazione, dunque,
l'iniziativa del governo - che ha animato la stagione - è
consistita nel portare all'indietro, fin dal giorno di inizio
della campagna elettorale (non solo nell'ultimo mese) il divieto
di spot. E di equiparare, in questo divieto, televisioni
pubbliche e televisioni private.
È DIFFICILE che, chiamata a decidere su questo allargamento del
divieto di suggestione, la Corte costituzionale decida
diversamente dal 1995 sulla tutela della "libertà
psicologica" dell'elettore. Possono dunque tornare negli
hangar gli aeroplanini della "libertà". L'iniziativa
del governo non è incostituzionale. È soltanto sbagliata, in
quattro punti.
Sbagliata, innanzitutto, per reazione.
Da un po' di tempo, legislatore e Autorità garante si sono
incartati in una distinzione impossibile: quella tra "pubblicità"
e "propaganda" elettorale. Gli studiosi che si sono
occupati della materia (come Cesare Pinelli e Antonella Sciortino)
avevano avvertito che la situazione non poteva reggere: dato che
l'una e l'altra forma di comunicazione politica utilizzano le
stesse tecniche di persuasione e di semplificazione del
linguaggio. Infatti la distinzione non ha retto. E nelle ultime
Europee si sono proiettati, fino alla vigilia del voto, spot con
le caratteristiche formali della "propaganda": e l'Autorità
garante naturalmente non ci ha trovato nulla da eccepire. Per
reagire a questa situazione, il progetto governativo, invece di
abbandonare l'impossibile distinzione, le rimane fedele e, per
non esserne più tradito, vieta del tutto la "pubblicità-spot"
e dice che la "propaganda" televisiva elettorale è
solo quella in cui vi è contraddittorio. Cioè, da un lato,
proibisce e, dall'altro per evitare l' aggiramento, detta regole
di conformazione. Il tutto in una materia giuridicamente e
tecnicamente incandescente: dove la cosa più saggia sarebbe
lasciare mano libera agli interessati e ai pubblicitari. Quelli
che con il loro mestiere di fantasia riescono a leggere e
rivelare molta più politica al mondo di quanto non sia più
capace di fare la politica come mestiere.
Secondo punto. Il progetto è sbagliato anche nella sua concezione. Nell'eccezionale situazione del mercato televisivo italiano, quel che deve preoccupare di più non è la forma della propaganda politica ma la sua sostanza. Vedere cioè se vi sia una vera eguaglianza nel diritto di esprimere le proprie idee politiche e quindi nel diritto di accesso al mezzo televisivo. E se questa eguaglianza non c'è, per la struttura oligopolistica di quel mercato, occorre che il legislatore promuova azioni attive di liberalizzazione, di sfondamento delle barriere incostituzionali che vi si oppongono. Quel che occorre creare, perché tutti ne possano fruire, è un diritto comune elettorale per l'accesso alle televisioni, senza distinzione fra proprietà pubblica e proprietà privata. Da questo punto di vista l'obbligo "a partecipare" alla campagna elettorale dev'essere esteso a tutte le televisioni che hanno già, con il telegiornale, un vincolo di informazione politica. Come ha scritto Paolo Barile, una volta che la televisione privata non fa solo intrattenimento e viene a partecipare a quel diritto-dovere dell'informazione che nasce dall'articolo 21 della Costituzione, devono valere per essa sotto la vigilanza dell'Authority - indipendente sia dal governo sia dal Parlamento - le stesse regole che la legge impone per il servizio pubblico.
Viene in gioco, insomma, quella che la Corte costituzionale ha chiamato "funzione d'interesse generale". Una funzione che viene richiesta all'attività radiotelevisiva in quanto tale, a prescindere dalla "natura", pubblica o privata, dei soggetti che la esercitano. Di fronte alla esigenza pubblica non solo di evitare adulterazioni della campagna elettorale ma di fornire ogni tipo di comunicazione politica per il buon esercizio del diritto elettorale e contro l'astensionismo, la titolarità della rete diventa ininfluente. Tutte le televisioni devono essere considerate uguali davanti alle urne, titolari di un servizio pubblico "allargato". L'eccezione del canone che, a quanto pare, è l'unica che permetta ora di distinguere la concessionaria pubblica dalle concessionarie private, può servire solo a differenziare il regime amministrativo: gratuità della pubblicità elettorale sulla televisione pubblica, fattura a prezzo di costo di produzione sulle private. Un capitolo apposito del finanziamento pubblico della politica potrebbe essere riservato a questi costi televisivi: realizzandosi, per questa via, una fornitura di servizio che anche i più accaniti avversari del finanziamento non potrebbero rifiutare.
Terzo punto. Il progetto è arretrato anche per quel che riguarda le garanzie. La ripartizione dei controlli tra Commissione parlamentare e Authority, "nell'ambito della propria competenza", non convince più. Innanzitutto, perché a parità di regole sia per il settore pubblico sia per il settore privato, devono corrispondere garanzie omogenee. In secondo luogo, perché in un sistema non più proporzionale dove chi vince "piglia tutto", un organo parlamentare, soggetto alla regola della maggioranza (anche se una buona prassi italiana ne assegna la presidenza all'opposizione) non è certo la migliore garanzia di controllo per il settore pubblico. Infine, perché il settore privato non può essere concettualmente sottoposto ad un controllo politico di maggioranza. L'assegnazione esclusiva dei controlli all' Authority è, dunque, una misura richiesta non solo dal buon senso, ma anche dalla nuova logica maggioritaria del sistema politico.
Quarto punto. Non è giusto che in
regime maggioritario gli spazi televisivi siano ripartiti per
"gruppi politici" e non per coalizioni. La tecnica
divisionistica, incrementata da improvvidi regolamenti
parlamentari e da distorte norme di finanziamento pubblico,
dovrebbe essere ripudiata per far posto allo scenario reale su
cui gli elettori sono chiamati a decidere e a scegliere. Se la
vedranno poi le coalizioni al loro interno, magari prendendo per
parametro i risultati delle ultime elezioni generali (un criterio
assai diffuso in Europa: e peggio per chi, al suo interno, di
partiti ne ha dodici e non tre...). Dovranno essere salvaguardati,
ovviamente, spazi per le terze forze non coalizionate e per i
"nuovi venuti" (per i quali l'accesso al mezzo
televisivo dovrebbe essere commisurato come in Spagna, al numero
di candidature presentate e "garantito", come in Gran
Bretagna da una forte cauzione, restituita solo se si superi una
certa soglia di voti).
È da sperare che alla ripresa, quando si sarà abbassato il
polverone d'estate, questi quattro punti saranno ben visibili sul
tavolo di una riforma ormai necessaria.