La pericolosa corsa alla diligenza del fisco


di MASSIMO RIVA

 

( Repubblica  28 agosto 1999)

PIATTO ricco mi ci ficco. Il preannuncio che le entrate fiscali degli ultimi mesi avrebbero portato in dote all'Erario sette-ottomila miliardi più del previsto sta sollevando una minacciosa ondata di euforia generale, la quale rischia di travolgere soprattutto il buon senso. La classe dirigente di un paese normale si rallegrerebbe, innanzi tutto, perché questo maggior gettito può rendere finalmente credibile l'impegno di contenere il disavanzo pubblico entro i limiti del vincolo sottoscritto con l'Europa.

VICEVERSA, la tragicommedia a cui si assiste è quella di ministri e sottosegretari, sindacalisti e commercianti impegnati in una gara pirotecnica a chi le spara più grosse sulle possibili destinazioni d'uso di queste insperate risorse.
L'unico coi piedi per terra in questa gaia corsa alla spensieratezza sembra essere, per il momento, il ministro delle Finanze, il quale - si badi bene - ha ammesso che in effetti gli incassi del suo dicastero sono in crescita, ma finora si è rifiutato e continua a rifiutarsi di fornire le cifre esatte del maggior gettito. Un po' perché il consuntivo degli incassi non è stato ancora tirato e un altro po' perché l'anno fiscale finisce col 31 dicembre e non si può escludere che nei prossimi mesi il "boom" tributario possa alquanto ridimensionarsi. Solo che questa prudente reticenza di Vincenzo Visco non potrà comunque durare a lungo e, se la corsa alla diligenza è già scattata sulla base di dati presuntivi, c'è da fasciarsi la testa all'idea di quel che potrà accadere quando il ministro dovesse confermare che l'erario ha messo in cassaforte parecchie migliaia di miliardi più dell'atteso.


Un primo guaio, del resto, questo miracolo delle entrate tributarie lo ha già combinato. Fino a ieri era ancora in piedi l'ipotesi di un'ulteriore manovra strutturale sul fronte previdenziale, mentre oggi - come ha proclamato Cesare Salvi - "i conti dello Stato vanno bene e non c'è nessuna urgenza di intervenire subito sulle pensioni". Frase che, pronunciata da un ministro in carica, mette una pietra tombale sulla questione anche perché di fatto toglie al governo ogni spazio di manovra negoziale nei confronti di un mondo sindacale che non vuol sentir ragione, né di aritmetica contabile né di equità generazionale, sull'anticipo della verifica della riforma previdenziale rispetto alla scadenza prefissata del 2001. A quanto si capisce, nella migliore delle ipotesi, sul tavolo resterà soltanto la prospettiva di qualche sforbiciata qua e là su alcune incongruenze del sistema. Aggiustamenti magari sacrosanti in termini d'equità sociale, ma con effetti più importanti sul terreno della demagogia che su quello del bilancio Inps.
Il punto è che questo preannuncio di "boom" fiscale è stato accolto come l'improvvisa eredità di un dimenticato zio d'America da tutti coloro che di fare interventi strutturali sulle pensioni non vogliono neppure sentire parlare. Data l'improvvisa ondata di ottimismo c'è solo da sperare che questa ritrovata allegria faccia anche del bene: per esempio, seppellendo sotto una risata alcune delle tante stravaganze circolate come proposte alternative a quella di rimettere mano sul serio alla riforma previdenziale. Come quella di usare i proventi delle privatizzazioni Enel, Telecom ed Alitalia per tamponare i buchi del bilancio Inps: ipotesi che - ostacoli giuridici e finanziari a parte - contraddice scandalosamente non solo regole elementari di corretta gestione ma anche la benemerita legge Ciampi, in forza della quale ogni cessione patrimoniale dello Stato deve andare a ridurre l'abnorme debito pubblico del paese. Ovvero come quell'altra - avanzata incredibilmente da un giurista quale Franco Bassanini - di rendere retroattivo per le pensioni più alte il metodo di calcolo contributivo: ipotesi questa che potrebbe superare il vaglio soltanto di una Corte costituzionale di diritto asiatico.

CiO' che è più da temere, in ogni caso, è l'assalto a quei sette-ottomila miliardi, per ora soltanto presunti, di maggior gettito fiscale. Queste sono le settimane preparatorie della Legge finanziaria per l'anno venturo e la pressione degli interessi particolari e delle clientele più influenti è sempre in agguato. Certo, un aumentato incasso dell'Erario - se confermato a fine d'anno - può rendere più agevole una riduzione del severo carico fiscale che cittadini e sistema produttivo devono sopportare a causa del pesante debito pubblico. E può anche darsi che la strada più opportuna per attuare questo allentamento non sia quella sulla quale il governo si è già impegnato con la promessa di ridurre dal 27 al 26 per cento l'aliquota Irpef che tocca la fascia forse più popolosa di contribuenti. E' lecito e auspicabile che si avanzino al riguardo proposte migliorative.

QUELLO che non vorremmo vedere, ma purtroppo stiamo guardando, è lo spettacolo di ministri che buttano disinvoltamente alle spalle ogni proposito di tagli di spesa per correre ad accaparrarsi maggiori risorse a beneficio dei rispettivi dicasteri. Così come vorremmo che ci fosse risparmiata la sfacciata improntitudine del presidente della Confcommercio, il quale ha proposto di "detassare completamente la tredicesima e la quattordicesima mensilità degli italiani". A parte il fatto che questi ultimi non sono soltanto lavoratori dipendenti, l'ipotesi suona così chiaramente mirata a far girare i registratori di cassa dei negozianti da risultare offensiva per l'intelligenza comune. Ma lo sa o non lo sa l'ottimo Sergio Billè che, per esempio, la pur modesta crescita della domanda interna ha avuto finora soltanto il non proprio vantaggioso effetto di spingere con prepotenza le nostre importazioni dall'estero? Capisco che i commercianti possano infischiarsene dei saldi della bilancia commerciale, ma forse sarebbe cosa buona e utile se si risparmiassero (e ci risparmiassero) simili sceneggiate.
Quand'anche il ministro Visco dovesse presto confermare che in effetti il prodigio tributario c'è stato, non per questo le finanze pubbliche risulterebbero d'incanto risanate. Il cammino dell'aggiustamento ne sarebbe aiutato, ma continuerebbe a risultare lungo e difficile come sa ogni italiano di normale buon senso. E' troppo chiedere a ministri, sottosegretari, sindacalisti e commercianti vari di pensare a questa amara verità prima di aprire la bocca? Di tutto oggi il paese e le sue finanze hanno bisogno fuorché di una classe dirigente che si esibisce in numeri da ora del dilettante.