L’Europa non è l’America


L’editorialista del Corriere della Sera Guido Gentili ha ripreso le tematiche trattate nel Quinto Rapporto del Centro Einaudi di Torino su cui la riflessione è comunque d’obbligo.

 

Perché l'euro, la moneta degli europei, continua nella sua caduta rispetto al dollaro? Il dibattito è aperto. C'è chi mette l'accento sulla mancanza di una vera unità politica del Vecchio Continente. Chi critica le tecniche di controllo monetario della Banca Centrale Europea. Chi pone sul banco degli imputati le politiche fiscali divergenti. Tutto vero. Ma se la risposta migliore fosse, nella sua brutale semplicità, che l'euro non ce la fa a star dietro al dollaro perché "L'Europa non è l'America", come si legge nel quinto rapporto del Centro Einaudi curato dall'economista Mario Deaglio?

Dietro il quotidiano ping pong valutario il confronto Usa-Europa è, diciamo così, strutturalmente impietoso. Primo: la popolazione europea è più vecchia di quella americana (tasso di natalità a livello 12 per mille abitanti contro il 18 per mille) mentre il rapporto tra giovani e anziani (tasso di dipendenza) è nettamente superiore e il divario tende a crescere perché un flusso immigratorio più forte alimenta la "giovinezza" della popolazione Usa. E' chiaro che questo rapporto squilibrato poggia, in Europa, su sistemi previdenziali pubblici relativamente più generosi ma anche più onerosi e tali, alla lunga, da costituire un freno allo sviluppo.

Secondo: l'Europa conta quindici milioni di disoccupati in più. Ma non solo. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione femminile è più basso di quello europeo ed è quasi uguale - al contrario di ciò che accade da questa parte dell'Atlantico - a quello maschile. Certo, le protezioni sono minori ma sono anche maggiori le opportunità di lavoro per una donna americana. Terzo: più del 60 per cento dei giovani statunitensi studia nelle università contro il 20-40% che si registra in Europa. Quarto: negli Usa le spese per la ricerca scientifica in rapporto alla popolazione sono superiori a quelle europee ed è molto stretto il raccordo tra la ricerca, anche militare, ed i suoi usi economici e civili, come dimostra il caso di Internet.

Tra il 1970 ed il 1997 gli Stati Uniti hanno creato quasi 51 milioni di posti di lavoro, l'Europa appena 19 e non deve meravigliare, dunque, che il mercato e i tassi d'interesse, nel loro vorticoso e (apparentemente) caotico saliscendi, rispecchino alla fine valori consolidati nella società. E se l'Europa non è l'America non si capisce come potrebbe mai l'euro essere uguale al dollaro. Già nel 1967, il fondatore del settimanale francese L'Express Jean- Jacques Servan-Schreiber cercò di svegliare l'Europa e le sue sinistre con un rapporto, La sfida americana, che prevedeva per il 2000 la vittoria del modello Usa. Oggi il caso si ripete, mentre il dollaro soverchia l'euro e dopo che il vertice di Lisbona, preso atto del ritardo europeo, si è chiuso affermando che al Vecchio Continente occorreranno trent'anni, cioè il tempo di una generazione, per poter riacciuffare gli Stati Uniti.

Quanto all'Italia, già campione mondiale di denatalità, il ritardo è ancora più grave. Istruzione e formazione sono le cenerentole del sistema. Abbiamo 12 ricercatori ogni 10 mila lavoratori contro i 57 degli Usa e i 38 della Germania. Investiamo solo l'1,05% del Prodotto interno lordo, circa 20 mila miliardi, in ricerca e sviluppo, la metà della media europea e tanto quanto investono due sole aziende tedesche, DaimlerChrysler e Siemens.

La sfida americana uscì in Italia nel '68, con una prefazione di Ugo La Malfa che denunciava i "tabù ideologici" e le "idiosincrasie" delle sinistre. Nel 2000 un altro autentico riformista, Giuliano Amato, è grosso modo alle prese con problemi analoghi. Faccia una cosa, il capo del governo: prenda il rapporto del Centro Einaudi e lo spedisca in giro per l'Italia, in primo luogo ai sindacati. Chissà che abbia maggior fortuna nel far capire perché gli altri corrono più di noi.

Il Corriere della Sera, 4 maggio 2000