Libertà di stampa sì, ma che sia responsabile


di Ugo Ruffolo

Il corporativismo è una strana malattia. Vediamo spesso quella pagliuzza nell'occhio altrui, mai questa trave nel nostro. Il tema giudici e illecito dei giornalisti non fa eccezione. I secondi lamentano, a ragione, che i primi, quando parte lesa, ottengono risarcimenti giudiziali più pingui e più celeri dei comuni mortali; ma recriminano poi, a torto, che i troppo elevati risarcimenti accordati alle vittime di illecito da mass media imbavagliano il giornalismo. E v'è addirittura chi, oltre a chiedere ingiustificate e discriminatorie limitazioni di tetto risarcibile, propone l'autogestione delle responsabilità, sottraendole a codici e giudici per consegnarle a norme deontologiche e organi giudicanti corporativamente autogestiti: è il cosiddetto Giurì dei giornalisti. Con singolare incoerenza, così, chi accusa di episodica parzialità corporativa i giudici (che giudicano per mestiere, e in genere piuttosto bene) vorrebbe poi diventare legislatore e giudice di se stesso.
Il modello invocato - anche in un recentissimo convegno - è quello dell'autodisciplina pubblicitaria, dimenticando che la pubblicità resta nel quadro costituzionale delle libertà di impresa (art. 41): diverse, più limitabili e meno assolute di quella di parola (art. 21), che è libertà della persona, incomprimibile ed irrinunciabile. A differenza della pubblicità, "la stampa non può essere sottoposta ad autorizzazioni o censure"; neppure autodisciplinari o da vincolo deontologico associativo. E l'autodisciplina è autocensura preventiva: compatibile, allora, con la pubblicità e la libertà di impresa, ma incompatibile con la libertà di parola. Senza contare, poi, i pericoli che lo strumento sfugga di mano e venga utilizzato in direzioni diverse da quelle che sembrano ragionevoli. La genesi è una antica tendenza della stampa britannica a prevenire, con vincolo autodisciplinare, foto o commenti irrispettosi o iconoclastici verso la Royal Family. Ma se un siffatto vincolo potesse essere oggetto di obbligazione giuridica, i contenuti d'esso potrebbero essere piegati al servizio di interessi e concezioni del mondo opposti rispetto a quelli ora per noi ragionevoli. Così, altro è esecrare la mercificazione del nudo ammiccante in copertina, altro è volerlo reprimere con un vincolo preventivo autodisciplinare, sottoscritto da ciascuno all'ingresso della professione giornalistica, senza suscitare brividi orwelliani. Ad ogni mutare dei valori collettivamente accettati, pesanti vincoli di conformismo giornalistico scenderebbero ad ingessare le libertà: perché si tradurrebbero in norme autodisciplinari vincolanti, alla cui sottoscrizione sarebbe difficile sottrarsi.
Legittimando qui il vincolo contro il nudo in copertina, si rischia di legittimare altrove quello a non pubblicare foto di donne non copertissime; o prive di chador. I giornalisti debbono rivendicare la libertà di stampa come incensurabilità, non come irresponsabilità; senza invocare dicriminatori privilegi di immunità o franchigie, né dimenticare i diritti delle vittime: spesso il piombo tipografico colpisce quanto quello di un'arma. Il diritto a dare notizie non significa diritto di propagarle quando sbagliate o incerte. Il diritto al segreto professionale sulle fonti vale a impedire talune incriminazioni penali, ma non può esentare dagli oneri della prova per evitare responsabilità civili. Vi possono ben essere casi di notizia falsa senza responsabilità del giornalista, quando incolpevolmente ingannato dalla "verità putativa". Ma per evitare la responsabilità risarcitoria egli dovrà allora darne prova; e non potrà sottrarsi nascondendosi dietro il segreto professionale e pretendendo di essere creduto sulla parola. Guardiamoci, poi, da codici deontologici che nascondono poteri di legiferare consegnati a chi impera governando associazioni obbligatorie ed ordini professionali. Ricordiamo che essi né possono comprimere libertà fondamentali, né godere dell'intero spettro delle libertà associative, che presuppongono sempre la corrispondente libertà di non associarsi. La quale viene meno quando le associazioni sono "obbligatorie" (riguardino esse giornalisti, medici, avvocati...) e pubblicisticamente rilevanti, riducendosi così la autonomia di autodiscipline e codici deontologici come leggi private.


La Nazione 23 aprile 2000

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