Qualche problema tra Stato e Chiesa
di ALBERTO RONCHEY
Corriere della Sera 22 agosto 1999
A Roma, da qualche anno, il potere
confessionale appare incline a esercitare pressioni crescenti su
quello statale. Forse perché, dopo la dissoluzione della grande
DC, troppi partiti o gruppi cercano il voto cattolico vagante in
una gara di zelo verso la gerarchia ecclesiastica. O anche perché,
dopo la caduta dei regimi comunisti d'Europa, risulta spesso
imperioso il carattere di questo Papato. Fra le ultime
controversie, basta ricordare quelle sulla scuola, sulla
bioetica, sulle richieste vaticane in tema di opere pubbliche o d'accoglienza
delle moltitudini chiamate a Roma per il Giubileo.
La vertenza sui reclamati sussidi per
quell'istruzione privata che in larga misura è confessionale si
trascina fra interpretazioni restrittive o estensive delle norme
Costituzionali, ossia l'art. 33 sul diritto d'istituire scuole
private senza oneri per lo Stato e l'art. 34 sull'istruzione per
tutti da favorire con borse di studio e altre sovvenzioni.
Volendo attenuare la disputa, il ministro Luigi Berlinguer ha
promosso un disegno di legge, approvato già dal Senato, che non
concede finanziamenti alle scuole fuori dall'amministrazione
statale, ma stanzia 800 miliardi per un triennio a favore delle
famiglie sotto una certa soglia di reddito che mandano i loro
figli sia nelle scuole di Stato sia in quelle private o
confessionali. Eppure vescovi, che sollecitavano diretti
finanziamenti per l'istruzione cattolica, manifestano scontento e
delusione, anche se già grava sullo Stato il costo dei docenti
di catechismo in tutte le scuole pubbliche. Ora, in attesa della
discussione alla Camera, seguiranno altre invocazioni e
sollecitazioni.
Sulla bioetica, il massimo contrasto
riguarda la procreazione detta eterologa per vincere la sterilità,
consentita in quasi tutta l'Europa e disapprovata finora dal voto
della Camera fra le acclamazioni dei vescovi, ma non dal Senato,
laddove anzi è previsto un differente giudizio. Il divario di
concezioni appare inasprito e insanabile. Beninteso, la materia
è complessa, e a maggior motivo la gerarchia cattolica ha il
pieno diritto di dettare i principi ai quali devono obbedire i
fedeli praticanti. Non si vede perché, invece, la dottrina
cattolica dovrebbe imporsi a tutti gli altri. Eppure la Chiesa
preme affinché la legislazione italiana si adegui alla sua
dottrina. la stessa Curia non ne fa mistero, anzi lo ripete con
appelli clamorosi ai parlamentari. Si possono ricordare, a questo
punto, le analoghe dispute passate sul divorzio e quelle più
tormentate sull'aborto, allora in piena egemonia democristiana,
quando prevalse tuttavia nella comune cultura e nei voti
parlamentari o referendari l'argomento che il fedele praticante
poteva rispettare la dottrina confessionale, ma questa non poteva
imporsi per legge a tutti gli altri.
Ultima questione, il Giubileo a Roma.
Gli appelli per la Peregrinatio ad Petri Sedem, in questi
anni prima del 2000, avrebbero dovuto commisurarsi al contesto
urbano, strutturale, ambientale, logistico. Ma il Vaticano, che
auspica e pronostica 30 milioni di pellegrini, ha manifestato
esigenze spesso esorbitanti. Oltre a richiedere lavori pubblici
costosi, o anche avventurosi come lo scampato pericolo del grande
sotto-passo di Castel Sant'Angelo, ha imposto per esempio che
vengano accolti a Tor Vergata 2 milioni di pellegrini fra il 29 e
30 agosto 2000, che significa 26 mila pullman destinati a
occupare 780 chilometri di rete stradale. Sarebbe spettato al
Campidoglio e a Palazzo Chigi far presente, con il massimo
rispetto, che si rischiava e si rischia un disastro. Ma la Chiesa
di Roma non conosce Roma?
Qualcuno vorrebbe addebitare simili
problemi, che derivano dalla duplicità del potere sulle due rive
del Tevere, a residuati pregiudizi anticlericali. Ma non è
affatto così, sempre ché non esistano i neoclericali. Rimane
invece che troppo zelo confessionale può degenerare nella
commistione tra sacerdotium e regnum, benché siano
passati centotrenta lunghi anni dai tempi del Papa Re.