La STABILITA'? FALSO SCOPO
di GIOVANNI SARTORI
Corriere della Sera, 10 settembre 1999
Il
capo dello Stato insiste nel sollecitare riforme istituzionali. E certo buone
riforme sarebbero necessarissime. Il guaio è che tra le riforme in cantiere
molte non sono buone. E premere, promuovere, spingere senza sapere o precisare
per che cosa - come se qualsiasi riforma sia buona per definizione - non mi
sembra utile. Anzi.
Per
esempio, tra le riforme in pista di arrivo quella della elezione diretta dei
presidenti delle Regioni viene celebrata come un importante passo avanti. Io non
la combatto perché non ne vale la pena; ma alla stessa stregua nemmeno mi
eccito. Una volta attuata, scopriremo di aver gravato un sistema politico già
appesantito da troppe elezioni con una elezione in più, e scopriremo che
l'appetito dei nuovi presidenti regionali
è cresciuto. A loro piace (né posso dare loro torto) un potere senza
controllo. E questo sarà, temo, il maggior risultato del ritrovato. Idem come
sopra per il principio della
sussidiarietà che il presidente della Camera Violante vorrebbe iscrivere nella
Costituzione. Quel principio è salutare, visto che stabilisce che lo Stato deve
intervenire da ultimo, come ultima ratio, soltanto quando gli attori privati o
anche le amministrazioni locali non sono in grado di provvedere. Ma se lo
inseriamo nella Costituzione rischia soltanto di ingorgare la Corte
Costituzionale.
Qual è, allora, la riforma pregiudiziale sulla quale occorre concentrare le forze e gli sforzi? È, direi, qualsiasi riforma atta a rafforzare l'esecutivo, qualsiasi riforma che dà governabilità. E se questo è l'intento, allora è sbagliato indicarlo - come ci ostiniamo ottusamente a fare - dicendo governi stabili. La questione non è di parole. Il medico che sbaglia la parola sbaglia per ciò stesso medicina e cura. Analogamente, chi dice stabilità sbaglia diagnosi e terapia. Stabilità è soltanto la permanenza o durata di uno stato di fatto. La stabilità della occupazione è la stessa quantità di occupazione. La stabilità della stupidità è costanza di stupidità. La stabilità di un deficit è un disavanzo immutato. Dunque, stabilità è un concetto neutro. Da solo non qualifica.
La
stabilità è positiva se agganciata a una cosa buona, è negativa se agganciata
a una cosa cattiva. Trasferita in politica, la stabilità di un cattivo governo
è cattiva, così come la stabilità di un buon governo è buona. Dal che si
ricava che il problema è il buon governo. Se è buono, se è in grado di
funzionare, allora rendiamolo stabile. Ma non è che rendendolo stabile diventa
buono. E invece tutte le proposte in auge in materia di governabilità sono
tutte proposte atte a stabilizzar un cattivo governo, e cioè governi impotenti
e costitutivamente paralizzati. Incredibile? Sì, a me sembra incredibile. Ma
tant’è.
Dovrebbe
ormai essere arcisaputo che i nostri governi non funzionano perché sono
costituiti da maggioranze altamente scollate e quindi da coalizioni
impossibilmente disomogenee. Ed è così perché abbiamo un sistema elettorale
maggioritario sbagliato che non solo moltiplica i partitini ma
che massimizza il loro potenziale di ricatto. E se questa è - come è -
la diagnosi, ne viene che la terapia deve cominciare da una riforma elettorale
atta a ridurre drasticamente la frammentazione partitica e atta a minimizzare il
potere di ricatto e anche di veto dei partitini. (A richiesta confermo
che sono pronto a proporre ben due sistemi elettorali che otterrebbero
questo esito).
Invece
no. Il progetto di riforma elettorale con più chances è, al momento, il
progetto Amato-Villone: un doppio turno di coalizione (il trucco sta lì) che
andrebbe soltanto a cementare lo status quo, e cioè le maggioranze
brancaleoniche che paralizzano i nostri governi. Pertanto l'Amatum (l'ho
chiamato così lo scorso febbraio) farebbe più male che bene. Né farebbe alcun
bene l'abolizione della quota proporzionale del Mattarellum riproposta dal nuovo
referendum di Alleanza nazionale.
Quel referendum è da appoggiare per ragioni di principio; ma in pratica non
risolve in alcun modo il problema. Infine, il divieto di ribaltone tanto bramato
dai più ci darebbe, a mio sommesso avviso, l'ultima mazzata. Certo, è
probabile che aumenti la stabilità, e cioè la durata dei governi (a meno che
non aumenti soltanto la frequenza delle elezioni anticipate). Ma rendere stabili
governi paralitici, governi impotenti, è come imbalsamare un malato invece di
curarlo.
Dunque,
direi che proprio non ci siamo. E non ci siamo - insisto - perché l'obiettivo
da perseguire non è la stabilità dei governi ma la loro fattività, la loro
capacità di decidere e di agire. La stabilità deve servire alla governabilità.
Se no, no. Un governo può essere stabile e inerte. E finché continueremo a
dire «stabilità» vorrà dire che il problema non è capito.