Italia, trappola all’Onu


 

L’ex ambasciatore italiano all’Onu , Francesco Paolo Fulci , ha scritto per la Stampa ( 5 maggio 2000) un importante articolo che chiarisce una questione che è di vitale importanza anche se non è spesso sotto i riflettori dei mass-media.

Nel discorso di presentazione del nuovo governo alle Camere il Presidente del Consiglio Amato ha affermato che esiste il G7, e l’Italia ne fa parte; esiste il G10, e l’Italia ne fa parte; esiste il Gruppo dei 20, e l’Italia ne fa parte. "Non può esistere un Consiglio di sicurezza di 24 Paesi, senza che l’Italia ne faccia parte. Questo non avrebbe senso comune!".

Sante parole, sacrosanti propositi. Tutti i governi italiani che si sono susseguiti dal 1993 ad oggi, l’intero Parlamento e l’intera opinione pubblica si sono strenuamente battuti per non far emarginare ed escludere l’Italia dal Cds e farla relegare a nazione di terza o quarta categoria. Ciò che, oltre tutto sarebbe supremamente iniquo, considerato che l’Italia è il quinto maggior contribuente al bilancio ordinario delle Nazioni Unite (viene prima di tre membri permanenti: Gran Bretagna, Russia e Cina) ed il terzo maggior contributore di truppe in assoluto alle operazioni di pace ed umanitarie dell’Onu (prima degli stessi tre membri permanenti nonché dei due grandi pretendenti a nuovi seggi).

Assistiamo ormai da sette anni al tentativo di cinque Paesi (Germania, Giappone, India, Brasile e Nigeria) di divenire membri permanenti del Consiglio in aggiunta ai cinque che già lo sono. Se i "great pretenders" riuscissero nell’intento di vedersi riconosciuto anch’essi lo status di grande potenza - perché di questo si tratta - le conseguenze sarebbero gravi per l’Italia, per l’Europa, per l’Onu. Per l’Italia perché verrebbe di fatto emarginata dal novero dei dieci principali Paesi del mondo e declassata a potenza di secondo o terzo rango. Il G7 cui siamo tanto fieri di appartenere verrebbe dalla sera alla mattina svuotato di contenuto da un nuovo gruppo di coordinamento comprendente i vecchi e i nuovi membri permanenti occidentali del Consiglio di sicurezza. L’Italia ne sarebbe esclusa. Altri deciderebbero per noi, senza di noi e spesso su di noi. E, si sa, gli assenti hanno sempre torto

La seconda vittima sarebbe l’Europa. Con la Germania membro permanente diverrebbe molto più problematica la creazione di quel seggio europeo indispensabile ai fini di una politica estera e di difesa comune, senza di cui l’Unione europea, nonostante la moneta unica, non risulterà mai compiuta. In breve si darebbe una spinta in direzione non di una Germania europea bensì di un ritorno ai nazionalismi. Ma soprattutto se passasse una riforma del genere le Nazioni Unite diverrebbero un’Organizzazione più oligarchica e meno democratica.

Chi può seriamente pensare che dieci membri permanenti, magari dotati di diritto di veto, consentirebbero meglio alla Comunità internazionale di agire in Kosovo o di prevenire la catastrofe umanitaria in Ruanda? Un aumento limitato invece ai soli otto o dieci seggi elettivi come proposto dall’Italia condizionerebbe lo strapotere degli attuali membri permanenti del Consiglio.

L’Italia ha condotto questa battaglia, ponendosi con altri alla testa di una pattuglia di Paesi raggruppati nel cosiddetto Coffee Club - la denominazione è stata mutuata dagli iniziali governi-ombra britannici che si riunivano ostentatamente per sorseggiare una tazza di caffè - impugnando il vessillo della democrazia, della trasparenza, della partecipazione di tutti e dell’esclusione di nessuno. Sotto questa bandiera abbiamo vinto il 23 novembre 1998 un’essenziale battaglia di procedura. Accogliendo una nostra mozione quel giorno l’Assemblea generale deliberò che nessuna decisione sulla riforma del Consiglio di sicurezza potesse essere adottata con meno dei voti di due terzi dei componenti la stessa Assemblea generale: cioè 126 voti; e non già, come volevano i pretendenti, mediante una maggioranza soltanto dei due terzi dei presenti e votanti.

Abbiamo vinto una battaglia ma attenzione ora a non perdere la guerra. Secondo le cronache politiche il primo ministro giapponese Yoshiro Mori, in visita avantieri a Roma, avrebbe suggerito che - perché no - forse anche l’Italia potrebbe ora brigare un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza. E’ una proposta che ricorda da vicino il canto delle sirene: guai a caderne vittime, anche se per mero calcolo di furbizia. La grande maggioranza dei Paesi membri dell’Onu non potrebbe non tener conto di questo nuovo "giro di valzer": finirebbe col dare, obtorto collo, luce verde ai pretendenti di sempre premiando la costanza del loro proposito.

Ma boccerebbe senza appello coloro che dopo aver sbandierato per sette anni gli ideali della partecipazione e della democrazia decidessero di colpo di trasferirsi sugli spalti dell’oligarchia.

Guai a cadere in una simile trappola mortale. In un sol colpo tutto sarebbe perduto.

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