SPOT


Nel  pezzo "LA POLITICA NON ABBIA PAURA DEGLI SPOT" apparso su Repubblica del 21 agosto 1999, il prof.  Stefano Rodotà, al di là di alcuni passaggi meno convincenti, pone un problema obiettivamente centrale per la nostra democrazia.

 

VI sono punti di contatto non occasionali, né banali tra i due fatti che hanno movimentato l'estate politica - quelli della rappresentanza. Da anni si insiste nel dire che le elezioni non sono il momento in cui i cittadini scelgono i loro rappresentanti, ma semplicemente quello in cui determinano una maggioranza, scelgono un governo o, come ormai si dice senza mezzi termini, investono una persona. Semplificato in modo così brutale il momento elettorale, ci si può poi meravigliare che le tecniche adoperate seguano la stessa logica, che cresca il disinteresse degli elettori, che si scelgano altre vie per riconquistare una presa diretta sulla politica?
La diserzione elettorale di massa può essere accettata tranquillamente solo da chi ritiene ormai definitiva la riduzione della politica a sofisticata tecnica di gestione dell'economia, sì che ogni pretesa dei cittadini di far sentire la loro voce in forme organizzate e collettive, si tratti di tavoli referendari o di azioni sindacali, viene percepita come un disturbo al referendum e gli spot elettorali. Entrambi si presentano come strumenti per una semplificazione radicale della politica: gli spot riducono la comunicazione a slogan; i referendum riducono questioni complesse ad una alternativa secca tra sì e no. Entrambi privilegiano l'appello diretto ai cittadini, saltando ogni mediazione. Entrambi confidano nella tecnologia: gli spot ne sono espressione diretta; i promotori del referendum invocano spesso l'informazione televisiva quasi come una condizione del loro successo.
Ma, al di là di questi accostamenti, essi mettono in evidenza mutamenti profondi nel funzionamento dei sistemi politici. Si tratta di mutamenti irreversibili? Si sta forse avverando la previsione di chi ha sostenuto che le tecnologie dell'informazione e della comunicazione creano il contesto congeniale al populismo politico del nostro tempo?
La vicenda dei referendum illustra con straordinaria evidenza il mutamento di funzione di questo istituto, e l'influenza profonda che ha esercitato e continua ad esercitare sulle dinamiche del nostro sistema politico. Nasce come strumento per contestare decisioni del Parlamento, mentre oggi viene indicato come l'unica via per supplire alla sua inerzia. È per lungo tempo presentato come un mezzo che consente ai cittadini di partecipare alla definizione dell'"agenda" parlamentare, mentre oggi individua piuttosto aree nelle quali i cittadini vogliono essere gli unici protagonisti.

 
SI E' arrivati persino a sostenere che le Camere dovrebbero astenersi dall'intervenire nelle materie per le quali sia stato chiesto un referendum. Questo strumento, d'altra parte, non è stato mai gradito dalla classe politica, tanto che per evitare il referendum sul divorzio si arrivò addirittura allo scioglimento delle Camere, avviando così una catena di scioglimenti anticipati che avrebbero segnato pesantemente il funzionamento del sistema politico.
Quest'insieme di fatti rivela un malessere profondo delle democrazie alla fine del secolo, che in Italia ha avuto manifestazioni precoci, ma che è comune ai più diversi sistemi politici. Si possono innestare nel corpo della democrazia rappresentativa istituti di democrazia diretta? Queste due forme di democrazia sono destinate al conflitto, o dalla loro integrazione nascerà la democrazia di domani? Domande ineludibili, e che prospettano questioni che vanno ben oltre il tema del referendum. Proprio le tecnologie della comunicazione rendono possibili interventi continui e non formali dei cittadini (il "popolo del fax", ormai in via di sostituzione dal ben più massiccio "popolo di Internet"), un loro continuo ascolto attraverso i sondaggi, una comunicazione continua e personalizzata attraverso le diverse tecniche del marketing politico (che è cosa non riducibile ai soli spot), interventi diretti grazie a consultazioni più frequenti e ravvicinate, quei "referendum elettronici" tecnicamente ormai a portata di mano. L'universo della democrazia diretta, simboleggiato dai referendum e quello della tecnopolitica, simboleggiato dagli spot, sono dunque destinati ad una sempre più intensa compenetrazione. Ma la discussione italiana, quando c'è, oscilla tra approssimazione e rifiuto. Quando si parla della società dell'informazione, troppo spesso non si va oltre banalità destinate a durare un giorno, tipo "un computer ad ogni studente" o "rottamiamo i personal". E dire che proprio l'Italia ha avuto una grande occasione per fare della tecnopolitica il tema per una analisi seria delle dinamiche politiche e sociali, quando nel 1994 Berlusconi vinse le elezioni e tutto il mondo si interrogò sulle modalità di quel successo.

QUELLA riflessione, che nel resto del mondo prosegue intensamente tra teoria e sperimentazione, da noi si è arenata, non riesce ad andare oltre la dimensione polemica o consolatoria, ignorando perfino esperienze significative, e internazionalmente riconosciute, come quelle delle reti civiche. Prevale un atteggiamento schizofrenico, per cui un giorno si proclama che, per carità!, non è la televisione che fa vincere le elezioni e il giorno dopo ci si preoccupa maniacalmente dell' immagine e della presenza in video. Prevale una logica strumentale, per cui un giorno si tuona contro l'abuso dei referendum, ma si dimentica il sostegno dato il giorno prima ad iniziative referendarie che, al di là dei temi trattati, proclamavano la superiorità in sé del referendum su ogni altro strumento politico. Prevale un riflesso ideologico, per cui gli spot sono in sé un male o un bene, senza che si svolga un'analisi adeguata sulla loro funzione e sui costi vertiginosamente crescenti d' una politica affidata a questo strumento, che non solo fa saltare ogni seria disciplina delle spese elettorali (è avvenuto negli Stati Uniti), ma obbliga i politici ad impiegare quote crescenti del loro tempo nella ricerca di fondi. Prevale un oscuramento della ragione, per cui si tuona contro le semplificazioni di una politica venduta come merce o prodotto, ma poi la si rattrappisce nel gioco d'una scelta secca tra personalità contrapposte, che porta inevitabilmente con sé proprio il ricorso alle tecniche vituperate. La nuova dimensione d'una politica innervata dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione non si presta ad analisi tutte congiunturali. La tecnologia non può essere eliminata con una mossa volontaristica: il marketing politico può non piacere, ma dei libri ad esso dedicati sono ormai pieni gli scaffali delle biblioteche. E, poiché non credo all'inconsapevolezza totale di chi affronta come politico questi temi, sono portato a supporre che tanto maggiore è l'insistenza sulle modalità tecniche della comunicazione politica quanto minore è la propensione o la capacità di fare i conti con i veri nodi delle politiche democratiche nel tempo della comunicazione globale.


Il rischio d'una "democrazia senza cittadini" non è una fantasia. E non ci si può consolare con la cantilena di chi ritrova nella decresente partecipazione elettorale nientemeno che il segno di un nostro allineamento alle democrazie più mature. Ma è difficile inventare un ruolo per i cittadini in un ambiente profondamente segnato da quella che a me pare la vicenda più devastante: non l'uso o l'abuso del referendum o degli spot, ma la sostanziale cancellazione del manovratore. La perdita di forza e di credito dei grandi mediatori sociali, per la crisi dei partiti, fa percepire il sistema della comunicazione come l'unico, grande luogo di mediazione (e infatti i politici affollano le trasmissioni televisive più che le aule parlamentari), e respinge i cittadini nel silenzio o nell'identificazione sempre più aggressiva con gli interessi particolari. In questa prospettiva, l' aspetto più inquietante del ricorso al marketing politico non è costituito dagli spot, ma dalle tecniche che consentono di scomporre l'elettorato in tanti segmenti, indirizzando a ciascuno un programma politico personalizzato, per catturarne il consenso senza preoccupazioni di omogeneità e coerenza, e spegnendo così gli ultimi barlumi di un interesse generale. Il marketing politico, ad ogni modo, è il segno della capacità del sistema delle imprese di cogliere le opportunità offerte dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, e di trasferirle anche in ambiti diversi. Deve pure venire il momento in cui il sistema politico, uscendo dalla logica dell'accettazione passiva o del puro rifiuto, comincia autonomamente a cogliere le opportunità offerte dall'universo della comunicazione per redistribuire poteri tra i cittadini, ricostruire forme di azione collettiva e mediazione sociale, rifiutare le nuove diseguaglianze del denaro e del sapere, rendere effettiva la partecipazione. La democrazia del nuovo millennio ha questa strada obbligata.

 

28 agosto 1999