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FEDERAZIONE DEI LIBERALI
7° CONGRESSO - Firenze, 5 novembre 2005

Relazione del Segretario Raffaello Morelli

Cari amici, ancora una volta desidero innanzitutto ringraziare Radio Radicale che, trasmettendo i lavori del nostro congresso, rende possibile alla sua non piccola platea di ascoltatori di conoscere le idee e le proposte liberali. Facendo questo, i radicali svolgono con efficacia, imparzialità, in solitudine e da anni, un vero e proprio servizio pubblico essenziale di cui dobbiamo esser loro grati come cittadini. E' un ringraziamento doveroso per riconoscere un merito indubitabile. E al tempo stesso è il giusto modo liberale di conservare la libertà di criticare i radicali quando lo riterremo opportuno (magari anche oggi stesso).

Passando poi al mondo liberale, il ringraziamento va alle lettere di saluto che hanno inviato ai congressisti Lord Alderdice, Presidente di Liberal International, e Annemie Neyts, presidente del Partito Liberale Europeo-ELDR, lettere che sono state distribuite in fotocopia a tutti voi. Questi messaggi ci fanno particolarmente piacere perché mostrano un legame che permane con chi continua a voler essere liberale prima di tutto e al tempo stesso un interesse per le cose italiane che ci auguriamo possa divenire sempre più attento. Ce ne sarebbe tanto bisogno, a cominciare dalla necessitò ristabilire in Italia la verità dei fatti circa la distinzione del liberalismo rispetto alle internazionali socialista e popolare.

Cari amici, al 6° Congresso, nel 2003, parlammo di "Libertà contro privilegio: destra, sinistra, liberali" e esprimemmo con una chiarezza del resto per noi liberali fisiologica, i punti di principio e di quotidianità politica per cui i liberali non sono berlusconiani e aborrono il di qua o di là, che è il nuovo modo di aggirare l'imprescindibile e prima esigenza di colmare il buco di liberalismo che c'è in questo paese. Noi allora , in vista delle elezioni europee 2004, facemmo l'appello alla GRANDE ALLEANZA LIBERAL E LAICA a tutti coloro che avrebbero potuto senza difficoltà riconoscersi in questo disegno. Ma i fatti hanno mostrato che i repubblicani europei sono corsi ad acquattarsi nell'Ulivo, che i radicali si sono chiusi in disegno autoreferenziale perpetuando la politica solipsistica del tentativo di trattare sui due fronti, che Segni, pur animato da buone intenzioni, non usciva dal ruolo di monarca costituzionale della sua area. E così avvenne che, nonostante tutte le nostre insistenze, quello che avrebbe dovuto essere il primo passo di un ampio disegno dell'area liberal e laica, si risolse in uno striminzito accordo tecnico all'ultimo tuffo, sulla base dell'adesione al gruppo ELDR e di un protocollo economico, che non poteva aver successo nella misura in cui ancora una volta si era finito per nascondere un effettivo messaggio politico di rinnovamento. Questo in sintesi, tanto per ricordare che come FdL siamo allenati a fare tutto il possibile, anche ingoiando i rospi di atteggiamenti miopi di cui non possiamo davvero essere accusati.

Da allora , di certo la destra ha continuato imperterrita lungo la sua rotta , che non è aliberale, bensì è antiliberale, e di cui sono il pane quotidiano scelte come la legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita, il federalismo dissolutorio, l'abbandono di ogni politica di liberalizzazione, il chiudersi al riequilibrio fiscale delle rendite finanziarie, il recalcitrante europeismo residuale. E altrettanto di certo il centro sinistra ha continuato a bordeggiare a distanza da una politica liberale. Si è piuttosto impegnato in una ricerca spasmodica e ricorrente di una scorciatoia costruita sul lancio di nuove speranze in cui dissolvere le contraddizioni di schieramento, e nel protendersi all'unità nell'ulivismo indistinto, alle schermaglie tattiche DS/Margherita per contendersi la supremazia con manovre sotto il pelo dell'acqua, alla enfatizzazione di una opposizione al governo fatta spesso di parole d'ordine esagitate invece che di comportamenti più coerenti e più determinati nel costruire l'alternativa che il paese attende.

Tuttavia, se la specificità liberale è al fondo quella di allora ed il buco di liberalismo semmai si è allargato, il quadro generale è molto diverso perché non siamo più verso la metà della legislatura, bensì alla sua conclusione. E' ormai il momento - soprattutto per chi, come noi liberali, è stato promotore dei referendum che portarono al maggioritario e del maggioritario hanno caparbiamente difeso il principio nonostante i guasti del mattarellum - è ormai il momento di fare le scelte politico operative in vista delle elezioni 2006. Elezioni che per chi voglia battere il berlusconismo, non sono affatto facili e tanto meno dallo scontato esito favorevole (i meno giovani ricorderanno bene la sicurezza dell'autunno inverno del 1993 ostentata dalla gioiosa macchina da guerra). E del resto dopo le mitizzate regionali della primavera scorsa, c'è stato un referendum certo non rassicurante per l'Italia laica e liberale. Né cambia molto osservare che in realtà si è trattato di un regalo - ovviamente non nel merito del problema ma nella scelta dei tempi e dei modi di utilizzare lo strumento referendario - fatto dai laici dissennati e dai sempre primi della classe, agli avversari che lavoravano per saldare nel recinto del centro destra i conservatori con i clericali (per di più con l'aggravante che nel mondo liberale varie voci si erano levate in tempi non sospetti per avvertire i festanti promotori del pacco, in senso napoletano, che si andava confezionando ai danni dell'Italia liberale). Ora, occorre tener fermo il traguardo, che sono le politiche del 2006. E le scelte di fondo in vista delle elezioni sono naturali : contribuire al meglio possibile a battere la coalizione governativa di centro destra e insieme adoperarsi perché il Prodi secondo svolga un'azione di governo abbastanza attenta al metodo e alle scelte liberali.

Il dibattito vero, nell'area liberale, si incentra sul come contribuire al meglio. Noi siamo convinti che il miglior contributo sia un raggruppamento liberale che dia voce ai cittadini laici e critici. Che esistono, che non sono una razza così comune come vuol far credere chi non è liberale in modo da banalizzare il senso del liberalismo, e che però è una razza meno rara di quanto sembri temere chi liberale lo è ma non ha il coraggio di battersi per farla emergere. Per noi, oggi, come sempre in democrazia, il contributo migliore è quello che deriva dalla partecipazione alla luce del sole, quando la mentalità e le proposte avanzano sorrette dalle persone che vi ci si riconoscono. La FdL diffida naturalmente delle dotte memorie presentate ai comodi tavoli dei padroni del vapore nella speranza di coglierne la condiscedente benevolenza. Foss'altro perché i padroni del vapore spesso si sentono (giustamente) minacciati dalle idee liberali e dunque concederanno sempre il meno possibile e addirittura nulla se non costretti dalla spinta esterna. Per fare un esempio fra tanti, sulla spinta esterna si arrivò ad ottenere la tesi 1 dell'Ulivo – cioè l'impegno per il maggioritario a doppio turno che è stato da sempre il cavallo di battaglia dei liberali, già al tempo del vecchio PLI – ma successivamente ai tavoli dei potenti si rinunciò a questa tesi per tener buoni i cattolici democratici. Il risultato è che oggi si comincia a tornare addirittura indietro.

Dunque noi siamo convinti che il raggruppamento dei liberali sia la cosa migliore, ma non tutti fra quelli che partono da posizioni di cultura liberale ne sono convinti, o almeno si comportano di conseguenza. Tra i liberali è sempre in agguato la tentazione di distorcere l'individualismo, da principio politico basilare attivabile attraverso un libero lavoro di collaborazione politica, a pratica individualistica della politica finalizzata ai personali punti di vista. Da questa tentazione sgorgano due tipologie comportamentali, quella dei teorizzatori del liberalismo come ruolo cortigiano di altre ascendenze politico culturali e quella dei liberali sostenitori della tesi della ineliminabile esistenza di liberali di destra e di liberali di sinistra. Il problema è che simili teorie e tesi implicano il disimpegno da comportamenti liberali e ciò dissolve in partenza il peso politico e perfino la possibilità di esistere di un gruppo liberale.

Simili tentazioni vengono adottate su ambedue i versanti della politica. Capita sul versante del centrodestra, nonostante che la Casa della Libertà, oltre a ritrovarsi praticamente tutta nei popolar conservatori, abbia una politica di governo incompatibile con il liberalismo su temi chiave ( la laicità delle istituzioni, l'europeismo, la parità nella propaganda elettorale, una tassazione non preferenziale delle rendite finanziarie, l'esorbitante concentrazione di potere economico mediatica, le liberalizzazioni, il federalismo non dissolutorio, il conflitto di interessi elevato a sistema). Qui alcuni faticano a convincersi che chi sta nella Casa della Libertà non è liberale e chi è liberale non può stare nella Casa della Libertà. Un qualcosa di analogo, seppure con modalità diverse, capita anche nell'area del centro sinistra, nonostante che l'Unione, pur dovendo fare di necessità virtù e dunque essendo più pluralista ( spesso purtroppo solo nel senso di più generica), sia però afflitta dalla ricorrente sindrome della ricaduta nei vecchi miti della sinistra non riformista, tra cui è tornato a dominare quello dell'unità di massa, ora nella forma dell'ulivismo indistinto. Nell'area del centro sinistra alcuni faticano a convincersi che l'ulivismo esprime il conformismo non liberale, porta alla evanescenza dei programmi e soffoca quei margini di influenza liberale che su quegli stessi temi potrebbero esistere se la coalizione si allargasse ad una presenza liberale autonoma .

La lettera che Valerio Zanone mi ha e ci ha inviato, al di là della cortesia e dell'amicizia sincera che esprime a me e ai partecipanti a questo Congresso, sembra incline ad ascoltare queste sirene. Credo che a nome di tutti posso formulargli gli auguri per la pronta guarigione dall'intervento. Ma oltre le cortesie e l'amicizia sincera, resta il fatto che l'associazione per la Democrazia Liberale che, come Valerio scrive, ha messo in piedi, è stata messa in piedi esattamente un anno fà quando ancora era Presidente della FdL in piena funzione. Poi è stato avviato con Critica Liberale e Bogi il tentativo dell'Intesa Democratico Liberale, che guarda caso, a quanto risulta, si è arenato proprio sul fatto che Zanone e Bogi non apparivano abbastanza interessati ad operare per una effettiva soggettualità liberale. Oggi Zanone scrive che l'Associazione si adopera per quanto può al fine di imprimere un'impronta liberale nel programma dell'Unione, che è in corso con la sinistra liberale l'iniziativa di una costituente che riunisca i liberali in opposizione alla destra ed al suo governo e che sarebbe lieto se la federazione vorrà esserne parte. Se si dovessero prendere letteralmente queste parole, si ribalterebbe la storia.

Anche non riaprendo la questione della partecipazione da tre anni in qua, oltretutto con una mera funzione esornativa, agli organi dirigenti della Margherita, che proprio non si può dire un partito liberale o vicino al liberalismo, se si fosse ritenuto decisivo - come ad esempio noi riteniamo - l'esistenza del raggruppamento liberale, non avrebbe avuto senso un anno fà procedere a costituire l'Associazione per la Democrazia Liberale, in seguito non avrebbe avuto senso lasciar finire sulle secche la prova di Intesa per la Democrazia Liberale, in estate non avrebbe avuto senso opporsi alla possibilità di una candidatura liberale alla Primaria2005, e di recente, dopo la tavola rotonda del 1° ottobre sulla Costituente dei Liberali - una formula inventata dagli ambienti della FdL e accettata da quelli della Sinistra liberale - non avrebbe avuto senso promuovere in solitario un incontro unilaterale della Associazione per la Democrazia Liberale con Prodi per dargli qualche mano liberale nel suo progetto di costruire il Partito Democratico, per poi arrivare a scrivere, dopo questo incontro unilaterale, quello che insieme si era già detto di voler fare il 1° ottobre, vale a dire la costituente dei liberali.

In realtà , lo scritto di Valerio Zanone perde del tutto questa aura di incoerenza se si intende il vero messaggio politico sottostante. Che appare essere questo. L'importante non sta nell'esistenza di un raggruppamento liberale. Ormai non ce ne sono più le condizioni. L'importante è l'essere ammessi al tavolo da quelli che un altro comune amico scrive essere i padroni del centro sinistra: anche a costo di svolgere a questo tavolo la funzione di consulenti, di necessità ossequiosi, dei sostenitori del partito democratico. L'aspirazione ad essere ammessi non va neppure vissuta nel segno del liberalismo complessivamente inteso ma, attenzione, nel segno dei liberali che sono in opposizione alla destra. Finendo così per riconoscere, freudianamente, che esistono liberali anche a destra, e dunque per accettare che il liberalismo sarebbe solo un aggettivo di altri sostantivi politico culturali e non un soggetto politico.

Qui sta la vera differenza politica che ha portato nel tempo a quei comportamenti in apparenza incongrui. Noi della FdL riteniamo che il buco del liberalismo nella politica italiana sia riducibile solo assicurando una riconoscibile presenza liberale dotata dei caratteri propri dell'Internazionale Liberale e dell'ELDR. Altri, noti e meno noti, che pure appartengono alla storia liberale in Italia, lo giudicano politicamente impossibile e dunque preferiscono trovar rifugio altrove, non arrivando neppure a chiedere asilo politico in quanto liberali, perché percepiscono che altrove i liberali sono accettati solo se, al momento dell'accettazione, dichiarano la propria disponibilità ad annullarsi nella grande nebbia dell'ulivismo indistinto.

Per noi della FdL, riprendere il cammino per la Costituente dei Liberali è un obbligo. Però non è un obbligo nominalistico. La Costituente è feconda solo partendo dalla convinzione che il liberalismo politico non possa dividersi su più fronti perché nella realtà italiana di oggi non possono esistere più fronti liberali, dalla convinzione che la piattaforma per una politica liberale è nelle cose e dalla convinzione che la costruzione di una piattaforma del genere quale soggetto politico autonomo è una necessità concettualmente e politicamente prioritaria per poter avviare la copertura di quel buco di liberalismo politico. I liberali non devono chiedere a nessuno patenti di ammissione all'area dei riformatori e dei propugnatori della libertà prima di tutto; caso mai devono essere gli stessi liberali a rilasciare patenti di coerenza dei comportamenti di fatto rispetto alle dichiarazioni di liberalismo posticcio. Solo così i liberali possono svolgere la loro funzione e solo così possono imporre di essere ascoltati dai padroni del vapore, che sono molto diffidenti verso i liberali e che possono ascoltare solo se obbligati dalla forza delle cose.

La Costituente dei Liberali non potrà essere né la celebrazione liturgica del culto degli antenati né il palcoscenico per aspirare alla medaglietta. La Costituente dei Liberali dovrà avere e dare la chiara consapevolezza che nell'Italia di oggi la mentalità critica e sperimentale della politica liberale è un elemento autonomo indispensabile e non surrogabile sulla strada di una convivenza più aperta. I principi liberali non sono banalità, toccano sempre le radici dei reali problemi quotidiani. Anche e soprattutto quando fanno affermazioni di principio che una vulgata sciocca vorrebbero accantonare con l'accusa di essere questioni astratte. I principi liberali sono la bussola più concreta per far crescere la libertà di ognuno in una società pluralista, multietnica e democraticamente conflittuale. Ed è la bussola essenziale poiché la libertà politica è il solo strumento inventato dall'uomo nei secoli, che comprende il tempo e che dunque è in sintonia con la vita. Tutto il resto ruota intorno a questo. A cominciare dagli aspetti fondamentali per chi è liberale, del conflitto, della frantumazione del potere e della modernizzazione.

Con buona pace dell'ex popperiano ed ex laico Marcello Pera, oggi guru della destra neocon, il liberalismo non è affatto una teoria armonica per la quale non esistono i conflitti, meglio non dovrebbero neppure esistere. Esattamente al contrario, il liberalismo si fonda sul conflitto secondo le regole, che è la sola congiunzione coerente tra la libertà dell'individuo e la convivenza libera. E sempre con buona pace di Marcello Pera, guru della destra neocon, per il liberalismo il male esiste ma sta nel mancato rispetto delle regole della convivenza tra individui, non nel mancato adeguarsi al conformismo dello stile di vita imposto dalla comunità, magari con tecniche felpate. E sempre con buona pace di Marcello Pera, guru della destra neocon, il liberalismo si fonda sulla consapevolezza che la libertà va conquistata giorno per giorno senza smettere di battersi per farla vivere. Il liberalismo, sempre con buona pace di Marcello Pera, non è un accolita di miopi ottimisti. E' un insieme di gente realista che guarda lontano, che per questo punta alla società aperta o alla società equa e non si pone mai l'obiettivo della società buona, della società virtuosa, della società con un senso, che sono invece l'obiettivo di convinzioni religiose o etiche in cui la verità della propria convinzione viene prima di tutto e spinge a soppiantare la libertà degli altri. Il liberalismo non è e non vuol essere una teoria salvifica, di ascendenza religiosa o conservatrice, è e intende essere un metodo per sviluppare la libertà di esprimersi dei singoli individui nel reciproco confronto.

Qui, sull'idea del conflitto secondo le regole, trova il suo fondamento quella che nell'Italia di oggi è la principale caratteristica del liberalismo, la laicità delle istituzioni. La separazione delle scelte politiche dalle questioni religiose consegue dalla necessità di far esistere spazi di libertà individuale pubblica distinti dallo spazio senza regole esterne che è la libertà individuale privata e che comprende le scelte religiose. Tale separazione delle scelte politiche dalle questioni religiose è stata alla base dello sviluppo delle società libere e oggi costituisce la strada maestra per contrastare efficacemente l’attuale drammatica sfida dei fondamentalismi. La laicità delle istituzioni assicura l'esercizio della piena libertà religiosa senza privilegi a favore di qualunque confessione e dunque rende superato e controproducente ogni strumento concordatario, che, come scriveva Montale, è un residuo fossile degli stati autoritari che inquina i corretti rapporti in una libera convivenza.

Sempre dall'esigenza di rendere possibile il conflitto secondo le regole, discendono anche altre importanti caratteristiche del liberalismo, la particolare attenzione a mantenere frantumato il potere attraverso poteri istituzionali in equilibrio tra loro, così come a favorire la concorrenza tra le iniziative produttive e a promuovere la continua apertura del circuito dello scambio sociale. Poi c'è l'altro aspetto chiave del liberalismo, la modernizzazione. Modernizzazione vuol dire consapevolezza di quanto sia illusorio affidarsi alle identità statiche modellate sul passato e di come sia necessario assecondarla, comportandosi esattamente all’opposto dei fondamentalismi che utilizzano le tecnologie introdotte dalla modernizzazione rifiutandone al contempo lo spirito. Modernizzare vuol dire educare al senso critico e al senso civico e l'impegno liberale è quello di diffonderli attraverso il rilancio della scuola pubblica che ha questa funzione specifica ed irrinunciabile.

Tutte queste impostazioni di fondo hanno portato il liberalismo ad individuare un grande progetto istituzionale che negli anni, passo a passo, è divenuto così importante da assumere esso stesso il rilievo di principio. Parlo del forte impegno liberale per costruire gli Stati Uniti di Europa che, dotati di proprie istituzioni democratiche federali e laiche direttamente legittimate, e forti dell’Unione economica e monetaria raggiunta, sono la sola dimensione adatta nel quadro occidentale per influire sui processi di mutamento globale, per salvaguardare il sistema sociale capace di coniugare libertà, uguaglianza, equità, innovazione, e per sostenere un processo di allargamento che valorizzi l’identità dell’Europa e le sue specificità politiche e civili senza fughe in avanti e senza soste.

E' il caso di richiamare almeno altre due importanti caratteristiche del liberalismo in Italia. Il federalismo che non dissolve ma ridefinisce le strutture dello Stato di fronte alle sfide dell’integrazione europea e che dunque sia modellato su uno spirito di autonomia diffuso eppure attento ai legami unitari, non aumenti i dipendenti pubblici ma li redistribuisca e configuri sul territorio istituzioni più vicine al cittadino e meglio da lui controllate. E poi – basterebbe questo punto per contrapporre i liberali al berlusconismo – la parità dei diversi gruppi nel dibattito politico, che deve essere assoluta quando si tratta di propaganda elettorale televisiva; parità che quanto meno, con la nuova legge elettorale, deve concernere le coalizioni in gara. Così come la necessità di regole per evitare le eccessive disuguaglianze nell’accesso alle risorse per la politica.

Con questo bagaglio di principi e di esperienze, i liberali si impegnano nel ricercare la soluzione per quanto possibile delle sfide che la vita continuativamente ripropone; gli altri, che non sono liberali, si affannano ad esorcizzare queste sfide come se fosse possibile un mondo senza problemi. Per i liberali la crisi, o meglio le crisi, sono un fattore fisiologico della convivenza e le regole servono a gestirle democraticamente nel quadro di quel conflitto che è connaturato al sistema libero; per chi non è liberale, le crisi sono il diabolico turbamento dell'ordine costituito nella comunità e sono dunque da evitare ad ogni costo privilegiando l'immobilismo conformista sulla vitalità del cambiamento.

La battaglia liberale per la libertà e per la conoscenza è un modo d'essere politico che affronta con il metodo critico le questioni di base del nostro tempo. Appunto per questo è soggetto a cont?inui attacchi da parte dei fautori di una irragionevole sicurezza, a loro dire insita nello stato di natura e nel sentirsi parte di una comunità e di una forza di massa. Sono questi attacchi che già bastano a comprovare la necessità del mantenere la nostra identità e l'importanza della posta in gioco. Per fare un esempio. Di recente, un noto storico ed editorialista del più diffuso quotidiano italiano ha scritto che da un quindicennio è in corso un grande passaggio di fase storica, dalle visioni del mondo che assegnavano una centralità assoluta alla dimensione collettiva, deducendo da essa il singolo , al ritorno in forze di una prospettiva centrata sull'individuo. Bene. "L' individuo si presenta come un campo di battaglia, nel quale si trovano a contendere le uniche due prospettive valoriali sopravvissute ai tempi: da un lato la religione, dall' altro la scienza, le sole in grado oggi di incontrarsi con i bisogni profondi della soggettività. Il punto è che, naturalmente, esse lo fanno secondo due prospettive diversissime. Si disegnano in tal modo due opposti scenari: uno scenario che assume la naturalità e in particolare la naturalità umana come qualcosa di dato e di non manipolabile, l' altro scenario, viceversa, che considera la naturalità umana come qualcosa di continuamente articolabile e modificabile in relazione ai mutamenti del progresso scientifico-tecnico". A questo punto, il noto storico ed editorialista si affretta a sottrarsi all'alternativa da lui stesso delineata. E quasi per non irritare i teocons, conclude in modo repentino prendendosela con i laici e i liberali: " Le cose, in realtà, sono ben più complicate e profonde di quello che pensa chi crede di poter ridurre tutto ad «arroganza della Chiesa», a «libera Chiesa in libero Stato», o ad altre vetustà politico-culturali del genere. In gioco, se non lo si è capito, è l' orizzonte culturale dei tempi e in fin dei conti l' avvenire di noi tutti: non la riverita memoria del conte di Cavour".

Dunque, perfino quando si parla di ritorno dell'individualismo, vi sono intellettuali che non comprendono ( oppure preferiscono non comprenderlo ?) che dovrebbe essere il momento di privilegiare il liberalismo, da sempre imperniato sul metodo della libertà individuale e sulla ricerca nel reciproco controllo. Quel liberalismo non per caso assimilabile per più versi alla scienza e che è la sola costruzione ideale modellata sui ritmi del tempo. E invece si continua ad attaccare il liberalismo proprio per la sua straordinaria capacità - come alla sua epoca fece il conte di Cavour - di vedere in anticipo quale è il nocciolo delle questioni e di attivare così il continuo mutamento istituzionale e sociale. Si ripete quasi la vicenda dei soldati giapponesi che continuavano a combattere nelle isole del Pacifico ignorando che la guerra fosse finita decenni prima. Nel cuore delle metropoli italiane, tutt'oggi, esiste chi, di fronte alle sfide della convivenza quotidiana e alla prospettiva della minaccia fondamentalista, pretenderebbe di non applicare lo sperimentato metodo liberale della libertà e della separatezza stato/religione, e di ricorrere invece alle vecchie ricette della speranza e della promessa. Un simile atteggiamento di condiscendenza verso un armamentario politico sorpassato ha per conseguenza anche di spingere a snaturare il senso dell'attuale presenza più attiva della religione nella sfera pubblica. Infatti non è pericoloso che le istituzioni religiose utilizzino sempre più i media per dire la loro su quello che vogliono. Questa è la libertà dei liberali. Pericoloso, anzi pericolosissimo, è il fatto che troppi sedicenti laici corrano a trasformare la presenza religiosa nella vita pubblica, fisiologica in una società liberale, in una occasione per tentare di accattivarsi i credenti clericali anche a costo di usare la fede come fonte legislativa.

Poco meno pericolosa, anche se argomentata con dignità, è anche la linea di sostenere, come ancora in queste ore ha fatto Amato, che, se non si vuole rendere impossibile il dialogo tra democrazia e religione, occorre che la democrazia lasci fuori del dialogo i suoi assoluti ideologici. E' una linea equivoca e confusa, sia perché si ostina ad omettere ogni riferimento al liberalismo ( e per esperienza la democrazia senza libertà può avere esiti catastrofici) sia perché fa finta di non vedere che mentre con il sistema pubblico della libertà (l'assoluto del liberalismo, nel linguaggio di Amato) è libera anche la religione, viceversa le istituzioni teocratiche impediscono la libertà. In altre parole, i principi ultimi del liberalismo funzionano consentendo la coesistenza anche con quegli altri principi ultimi che, una volta arrivati a prevalere in campo istituzionale, non hanno mai consentito altra idea/verità che la loro.

Insomma, la vera differenza politica di fondo è tra l'idea liberale del metodo critico della libertà e della conoscenza per affrontare nel concreto i problemi quotidiani del convivere, da un lato, e dall'altro l'antico sistema di voler ricondurre i problemi ad una concezione del mondo prestabilita e rigida che tende a porsi al di fuori del tempo. Così, la partecipazione liberale è confrontarsi di continuo nel segno della ragione onde elaborare proposte programmatiche legate al luogo e al tempo, mentre la partecipazione dei non liberali spesso si riduce alla celebrazione di massa di una speranza e di un mito senza definire quale siano né l'obiettivo politico né le proposte programmatiche. Non a caso questa situazione è resa emblematica dalla proposta del partito democratico. I suoi maggiori teorizzatori, Parisi, Salvati e di recente Amato, non hanno mai dato indicazioni precise né sulle basi culturali che non siano un sogno visionario né sulle finalità di progetto né sulle scelte di programma. Soprattutto i primi due ne hanno date solo circa la loro volontà di fare un soggetto indistinto ed omologante.

Parisi è una persona seria e dice apertamente quello che pensa. Lo ha fatto un anno fà, di questi giorni, e stamani sul Corriere. Allora scrisse che "c'è un solco che ci separa decisamente dall'illusione del darvinismo liberale e da ogni pretesa rivoluzionaria. Questo solco è il riformismo". E già qui mettere sullo stesso piano la pretesa rivoluzionaria e il darwinismo liberale, ricorda quando quaranta anni fa, Moro, per perpetuare il potere DC, equiparava le proposte del PCI e del PLI come inadatte alle riforme sociali. Già allora i risultati non furono brillanti. E dopo tutto quello che è avvenuto nel frattempo, accusare il liberalismo di essere un illuso darvinista ( con uno sprezzo dell'esperienza storica che tradisce l'antico rivoluzionario ) mette a nudo il reale pensiero di Parisi. Che di fatti aggiungeva: "il riformismo è un processo di lunga durata, indefinito" al quale "non riusciremmo a dar senso se non lo collocassimo all'interno di un progetto, di una tensione di lunga durata, ... reintroducendo la categoria della visione allargando l'orizzonte dall'anno, alla legislatura, al secolo, al millennio, spingendo a liberarsi dalla prigionia del presente, recuperando un punto di vista più alto. Bisogna orientare nuovamente la cultura, spingere ad abbandonare quel tratto della politica contemporanea che è l'appiattimento giorno per giorno, la prassi sganciata da ogni punto di riferimento valoriale. Un tempo veniva trasmesso un senso, una risposta alla domanda di significato posta ad esempio dai giovani".

Ora, la denuncia da parte dei liberali (quasi da soli) che negli ultimi dieci anni il dibattito politico è avvizzito e vive tra gli stenti, è cosa del tutto diversa dall'intento di orientare la cultura ( quasi inseguendo il berlusconismo) e di comprimere ancor di più il senso critico affidando alla politica, e non appunto al senso critico individuale, il compito di dare risposte alle domande di senso e di significato della vita ( quasi inseguendo l'elefantino ferrariano). Dare risposte che intendono essere valide per tutti è un tipico compito religioso oppure, sul piano politico, l'approccio dei fondamentalisti.

E non si ferma qui il Parisi pensiero di un anno fà. Parisi irrise alla partecipazione dei movimenti piccoli e dei cittadini come singoli, sostenendo che "i soggetti sono chiamati ad essere all'altezza dei problemi, ma spesso sono tentati di abbassare i problemi alla loro altezza. I soggetti che hanno l'1% sanno che non guideranno mai il paese e se non vogliono ridere di se stessi quando si guardano allo specchio devono interessarsi degli unici argomenti che li possano riguardare: la distribuzione delle cariche". Mi limito ad obiettare che il processo di governare le società democratiche è esattamente l'inverso e ne è per questo la forza. Gli equilibri si formano dal confronto tra (tutti) i cittadini e non sono calati dall'alto dei palazzi dei potenti, soprattutto quando i sistemi elettorali sono centrati su meccanismi maggioritari e chiunque può fare la differenza.

Da allora è passato un anno ma lo sfondo dell'intervista di stamani resta lo stesso. Già appare significativa l'ambientazione, una video-galleria bolognese degli antenati che il Partito Democratico cerca di intestarsi. San Paolo, S. Agostino, Tommaso Moro, Locke, Rousseau, Paine, Robespierre, Tocqueville, Cobden, Clemenceau, Keynes, Gramsci, Fermi, Golda Meir, Popper, Desmond Tutu , Betty Friedan, e una sfilza di altri personaggi storici, dell'Europa, dell'America, del Terzo Mondo, dalle posizioni più contrastanti e affastellati in un miscuglio geneticamente impossibilitato a comporre un'identità politica complessiva. E comunque nell'ambiente si stagliano le parole chiarissime di Parisi. "Tra la rivoluzione francese e l' americana, che non cancella né la libertà né Dio, scelgo la seconda. Per quanto della rivoluzione francese esistano due letture: quella giacobina e quella che conduce alla partecipazione, al pluralismo, al federalismo, a uno Stato laico ma non laicista, che non vieta i crocefissi né il chador. Per questo è bene che nel video ci sia Darwin: scienza e fede devono essere autonome ma non contrapposte. La fede alimenta la passione e la curiosità della conoscenza". E poi. "Nel nuovo partito nessuno dovrà rinunciare a nulla di quanto gli appartiene. Qualche anno fa Fassino mi disse: nelle nostre sezioni abbiamo Gramsci e Berlinguer, in quelle Dc c' erano De Gasperi e Moro. Quali ritratti porteremo nelle sezioni di questo tuo partito democratico? Gli ho risposto: tutti i padri costituenti. E lui : ma non tutti la pensavano allo stesso modo. Certo. Come i padri risorgimentali. Però noi siamo abituati a pensarli insieme, Vittorio Emanuele II e Cattaneo, Cavour e Garibaldi".

Le perplessità di Fassino sono espressive. E' plasticamente evidente l'intento parisiano di rifiutare l'idea stessa di diversità e della funzione del conflitto democratico, mettendo in scena la caricatura del processo evolutivo e tentando di ricondurre il tutto all'unità indistinta dell'appartenenza al genere umano. A parte il solito ritornello della misteriosa contrapposizione tra stato laico e laicista, si ritrova la negazione della libertà della scienza formulata attraverso la pretesa che la conoscenza sia alimentata dalla fede ( rimuovendo il piccolo particolare che il peccato originale fù appunto il violare il divieto di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza) e si ritrova la negazione che la costruzione delle regole della convivenza , la costituzione, derivi dallo scontro dialettico tra i differenti punti di vista. Emergono imperiose due esigenze: il restare lontani dal vivere il presente sperimentando la competizione secondo le regole e il cercare rifugio nel perseguire un progetto di fede e di speranza piuttosto che nel comporre alleanze su precisi programmi circoscritti nel tempo e negli ambiti di applicazione.

Salvati non è millenarista come Parisi ma anche lui è il profeta del partito democratico inteso quale strumento per fondere le grandi culture (socialismo e popolarismo) e inghiottire il liberalismo. Quella di Salvati è una sorta di aspirazione emozionale con la quale si vorrebbe far nascere un grande partito dal cuore genericamente socialista ed egemone nell'area del centro sinistra, un partito caratterizzato non per i programmi di innovazione ma per la capacità di farsi affidare il governo "da una maggioranza di elettori che richiede soprattutto protezione”. Risiamo al metodo delle speranze e delle illusioni. E naturalmente anche Salvati esprime scetticismo sulla possibilità di difendere fino in fondo, senza tentennamenti, la grande tradizione laica e scientifica dell'Occidente e soprattutto – con una venatura di cinismo appresa dalla sbrigatività di chi al fondo pensa la politica come solo potere – resta dubbioso sulla possibilità di affrontare conflitti culturali forti, anche all'interno dei nostri paesi, senza bandiere che diano certezze. "Nei conflitti servono bandiere" ha scritto e "come costruire una bandiera popolare e coinvolgente, come organizzare una efficace difesa contro la intolleranza rimanendo tolleranti ? "

La risposta dei liberali è chiara e decisa. Rispondono con l'esperienza storica, con la bandiera della libertà del cittadino prima di tutto e del senso critico, con il farsi carico per quanto possibile dei problemi e dei bisogni di chi è restato indietro, cittadini e popoli, con la partecipazione come mezzo per confrontare le esigenze e i progetti, con la valutazione dei comportamenti e dei modi di governare, con i conflitti democratici secondo le regole, con la frammentazione dei poteri, con la laicità delle istituzioni. Ed è assai difficile, al di là dei verbalismi, poter seguire questa strada liberale imboccando quella del partito democratico. Soprattutto – ed è la cosa che più preoccupa i liberali oggi, alla vigilia del 2006 – è davvero arduo costruire attraverso una coalizione Unione imperniata sull'Ulivo-partito democratico e senza i liberali, un'alleanza che rappresenti una proposta riformista credibile, che lavori passo a passo e coinvolga i cittadini più liberi sottraendoli alle lusinghe dei conservatori.

Ecco, è per queste ragioni al tempo stesso di cultura politica e di strategia elettorale che i liberali non possono confondersi con l'ulivismo indistinto e il conseguente progetto di Partito Democratico. Le cronache autorevoli e autorizzate dell'incontro tra l'Associazione per la Democrazia Liberale e Prodi, ci dicono che Prodi ha asserito che l'Ulivo – cioè la lista comune prodromica al Partito Democratico, non , si badi bene, l'Unione – ha radici liberaldemocratiche, cattolico-democratiche e socialdemocratiche. Il che è un modo più diplomatico di presentare la medesima logica della video-galleria bolognese e, con l'aria di consegnare alla storia le singole tradizioni culturali, di cercare di rimuovere il grande metodo liberale della diversità e del conflitto, quel conflitto che si rivolge in primo luogo contro i nemici della libertà e della democrazia, ma deve esistere anche nella libertà e nella democrazia. Noi liberali, invece, ci battiamo per applicare di continuo questo metodo della diversità e del conflitto e dunque non possiamo prendere parte alla costruzione del Partito Democratico, indefinito nella sua cultura operativa e privo di obiettivi concreti.

Né è dignitoso ( perché coscientemente ingannevole) accettare la tesi di chi propone che i liberali facciano finta di accettare la prospettiva dell'ulivismo indifferenziato e del partito democratico perchè tanto il partito democratico non si farà mai nei tempi della politica, cioé in quelli progettabili. Un liberale non può, senza contraddirsi, sostenere politiche che vanno contro l'esperienza e il principio di libertà individuale e di chiarezza, riproponendo la fuga nell'utopia, che spesso non è neppure utopia ma solo illusionismo da fiera paesana. Per di più esiste un ulteriore motivo per cui i liberali non debbono confondersi con il progetto del Partito Democratico se hanno a cuore il successo dell'opposizione al governo della Casa delle Libertà. Perché ogni fusione di filoni culturali e di liste di partito, soprattutto se concepita a tavolino, raccoglie nel sistema proporzionale un minor numero di consensi. Lo dice l'esperienza. E, nel caso specifico, non è affatto detto che i consensi volati via dal Partito Democratico unificato vengano poi ricuperati da Bertinotti o da Mastella.

Uno dei principali problemi elettorali dell'Unione è quello di dare maggiore visibilità ai liberali, non di nasconderli e ancor meno di tentare di assorbirli. Nasconderli e tentare di assorbirli è la via seguita in ogni modo negli ultimi sette/otto anni a livello nazionale da più di un partito e non pare che il risultato sia proficuo per chi lo ha esperito. La presenza autonoma dei liberali è indispensabile per dare alla coalizione Unione quel riequilibrio di mentalità che è alla base di una politica più attenta alle questioni del cambiamento in direzione della libertà. O almeno, meno ambigua al riguardo. Viene alla mente un caso metaforico, quello della normativa europea in materia di libera circolazione di professionalità di diversi generi, la direttiva Bolkestein. Una direttiva contestatissima nel centro sinistra, oltretutto con reticenze politicamente assai diffuse. Eppure è un prodotto della commissione europea presieduta da Prodi e con il liberale Bolkestein, già Presidente di Liberal International, commissario alla concorrenza. Oltre il ferrato segreto italico della circostanza che Bolkestein è liberale – così da evitare anche il coagulo sui liberali dei favorevoli alla norma – non risulta che vi sia stata da parte di Prodi o dei fautori del Partito Democratico un adeguato e fermo sostegno di questo provvedimento e della sua ratio che spinge all'apertura del circuito sociale su scala europea. E questo, oltre ad essere un errore di per sé, comporta un altro difetto: accende i riflettori sul le decisioni del Sindaco di Bologna Cofferati, che, pur nella sua concezione celebrativa dell'autorità costituita, almeno coglie l'esistenza di un problema di rispetto delle regole della convivenza e non privilegia gli atteggiamenti buonisti verso tutto e verso tutti. Peccato che lo stesso Cofferati, per tutta la sua storia personale, non è presentabile come interprete credibile di quella politica di libera cittadinanza attiva in cui si riconosce l'elettorato laico e critico. E il saldo della vicenda è un nuovo favore fatto all'Italia corporativa e conservatrice. Si potrebbero fare molti altri esempi. Ma quello che qui preme rimarcare è che i vari tentativi di ammantare il riformismo di una vaga aura di liberalismo tenendo a distanza i liberali, sono falliti e, quel che più conta, sono strutturalmente destinati al fallimento. Ricordiamoci anche delle sue ammiccanti buone intenzioni del Riformista.

Ecco perché, come ho detto fin dall'inizio, il miglior modo di contribuire da liberali a sconfiggere il governo della Casa delle Libertà e a dare connotati più liberali al secondo governo Prodi, è quello di realizzare la Costituente dei Liberali e costruire un soggetto autonomo liberale. Con determinazione e con rapidità. Non difettiamo né di principi né di patrimonio storico né di persone, il problema semmai sono la volontà di faticare, i pochi mezzi di cui disponiamo, la chiusura quasi ermetica dell'informazione, sia di qua che di là, nei confronti dei liberali. Di là si può capire, ma di qua no, si raggiunge l'autolesionismo. Comunque è essenziale mettere con cura e chiarezza le basi per la costruzione del soggetto autonomo dei liberali - Costituente dei Liberali o comunque si voglia chiamarla - perché ingabbiare ambiguità e ipocrisie nelle fondamenta farebbe opera di disgregazione minando alla radice la stabilità di ogni successiva costruzione. E non sussiste l'obiezione che preoccupazioni del genere metterebbero in forse la possibilità di aggregare rapidamente. Non è così. Non si chiede di aggregare su tutte le problematiche del mondo. Questo lo fanno le chiese e le concezioni autoritarie e totalitarie. Si chiede di aggregare su alcuni punti cardine per un liberale. E a tal fine è ragionevole tener conto anche del comportamenti concreti tenuti dall'interlocutore, specie se ripetuti e ricorrenti. Il liberalismo è l'idea di dare sempre nuove possibilità ma insieme è anche la metodologia dell'esperienza, perché la possibilità liberale di ricominciare presuppone la consapevolezza del passato e non cancella affatto la memoria. Un liberale, non ragiona in termini di perdono, ma in termini di affidabilità, specie in politica ove non ci sono diritti alla carriera. Il soggetto autonomo dei liberali deve avere le fondamenta solide di chi ha dato prova di crederci e di battersi coerentemente per metterlo in cantiere.

E' sulla base di queste considerazioni e di questi indirizzi che è maturata la possibilità di un patto di consultazione e collaborazione con Critica Liberale. Un patto che potrebbe esprimersi in un protocollo di cui i congressisti hanno la bozza e di cui fin d'ora propongo l'approvazione nel testo che definiremo tra noi e con gli amici di Critica – che sono presenti qui e che salutiamo con piacere – insieme all'approvazione finale del Manifesto 2005 della FdL, di cui pure i congressisti hanno la bozza. Critica Liberale è una rivista culturale che ha saputo conquistarsi negli anni uno spazio significativo nel panorama culturale e di primo piano in quello della cultura liberale. Critica Liberale non ha la stessa storia della FdL, al di là della differenza di funzioni. Ci accomuna però la stessa attenzione, seppur variamente articolata, per l'esigenza di colmare il buco di liberalismo che esiste nel paese. Un'esigenza intesa come prospettiva politica e non strumento di piccolo cabotaggio per disegni di breve respiro. Il soggetto politico autonomo cui intendiamo dar vita, punta a soddisfare questa esigenza che non è di breve periodo, innanzitutto aprendosi a tutti coloro, singoli e associati, che giudicano indifferibile riequilibrare in senso liberale la politica italiana e che vogliono impegnarsi da subito per contribuire a sconfiggere, con il governo della Casa della Libertà, una politica conservatrice ed illiberale.

La priorità, ora come ora, è l'avvio del soggetto liberale autonomo e la sua collocazione, in vista delle politiche 2006, nella coalizione dell'Unione. E ci auguriamo di riuscire ad aggregare su questo obiettivo il più possibile di coloro che si riconoscono nel liberalismo politico, a cominciare da chi, come Zanone, ne è stato per lungo tempo l'esponente politico riconoscibile. Ma immediatamente dopo, non appena sarà definitivamente chiaro il quadro delle nuove regole elettorali, dovremo scegliere il modo più efficace per rendere visibile e riconoscibile il soggetto dell'area liberale. La scelta dovrà essere fatta con realismo ma senza spirito rinunciatario né paralizzanti prudenze, confrontandoci tra di noi e con la situazione tecnico politico quale si sarà allora determinata. Per chiarezza intellettuale, peraltro, una cosa bisogna dirla fin d'ora. Qualora l'effettiva legge elettorale fosse quella votata finora, il teorico miglior utilizzo della ritrovata soggettualità politica liberale sarebbe una lista autonoma in una allargata coalizione dell'Unione.

Di fatti a parte i difetti di questa legge - tra i quali svetta per la sua incredibile chiusura partitocratica quello di prevedere liste bloccate, sulla falsariga della legge regionale Toscana approvata a braccetto dalla destra e dalla sinistra - a parte i difetti, dobbiamo constatare che, per quanto concerne la scelta della coalizione vincente alla Camera, il nuovo sistema è più maggioritario di prima. Per la prima volta nella storia della Repubblica chi ottiene più voti ( anche se molto sotto il 50%) prende la maggioranza dei deputati e per la prima volta nella storia della Repubblica in ogni coalizione si sommano i voti di tutte le liste senza franchigie d'alcun genere. Ora una coalizione Unione poggiata solo su gambe non liberali non può entusiasmare gli elettori laici e critici, che non sono attirati dalla lista ulivista, non sono disposti a votare Mastella e non sono compatibili con il centro destra berlusconiano. Un gruppo liberale visibile, riconoscibile e del tutto autonomo assicurerebbe un contributo per battere Berlusconi, che alla fine potrebbe anche risultare decisivo. Vedremo.

In ogni caso occorrerà verificare quale sarà allora la situazione di fatto, del nostro soggetto politico in via di aggregazione e dei rapporti nella coalizione dell'Unione. Ed anche rispetto ad altre soluzioni atte a risolvere il problema di dare visibilità ai liberali. Ci sono alcuni tra noi FdL che invitano a tener presente anche il soggetto in costruzione tra SdI e Radicali. Senza dubbio è una aggregazione politica con la quale dobbiamo interloquire, pur senza dimenticare le esperienze fatte fino ad ieri né le differenze che permangono con noi, al di là della semplicistica introduzione della parola liberali nel logo della rosa nel pugno.

L'avvicinamento o, se durerà, la fusione tra socialisti democratici e radicali, ha prodotto alcuni effetti utili. Ha guarito Boselli dall'insana passione che per tutto il 2004 e metà del 2005 lo portava ad essere un appassionato cultore dell'ulivismo indifferenziato; e ha curato Pannella dalle aperture di credito al berlusconismo fatte sul filo dello stile neocon e delle suggestioni referendarie antiparlamentariste fino al regalo del referendum sulla PMA. Resta ancora non chiarito a sufficienza se il progetto SdI/PR si basi solo sull'amarcord del contesto degli anni 70/80 e sull'accentuazione dei caratteri socialisti di allora ( Pannella cita, quale padre del divorzio, solo Fortuna e non Baslini, il che è un non lieve errore storico e una caduta di tono umano) oppure se vi sia un più definito progetto politico per accomunare il mondo radicale e quello socialista. Il che richiede assai di più di documenti di vertice a Fiuggi per entrare nella pratica quotidiana della politica, visto che, negli ultimi dieci anni e fino alla scorsa primavera, SdI e Radicali erano divisi in Italia addirittura sullo schieramento e a livello di politica internazionale sul restare ancorati all'ONU oppure sul richiedere una Organizzazione Mondiale della e delle sole Democrazie. Questioni non banali e non secondarie. La cosa più importante seguita a questa aggregazione in corso è stata l'iniziativa di Boselli di riaprire nell'Unione il confronto sull'abrogazione del Concordato, iniziativa che incontra il favore dei liberali e che vedrà il nostro appoggio qualora l'iniziativa venga portata avanti in modo non episodico. Per ora, mi pare si possa dire che il disegno SdI/PR , per quanto se ne possa capire, non è quello nostro del soggetto liberale riconoscibile e che però si propone di dare importanza effettiva a questioni di laicità. Per questo appare meno lontano dal modo di essere dei liberali di quanto lo siano altri soggetti della galassia dell'Unione. Quando verrà il tempo di esaminare come assicurare il contributo di un gruppo liberale visibile e riconoscibile per battere Berlusconi, prenderemo in esame, a livello di tecnica elettorale, anche l'opportunità SdI/PR.

Cari amici, per dare gambe a questo nostro ambizioso disegno della Costituente dei Liberali, penso sia anche necessario procedere ad una ristrutturazione interna della FdL che permetta più compattezza operativa, più flessibilità, più spazio alle nostre nuove generazioni.

( segue la parte dedicata alle questioni di ristrutturazione della FdL qui non riportata )

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