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FEDERAZIONE
DEI LIBERALI 7° CONGRESSO - Firenze, 5 novembre 2005
Relazione del Segretario Raffaello Morelli
Cari amici, ancora una volta desidero innanzitutto ringraziare
Radio Radicale che, trasmettendo i lavori del nostro congresso,
rende possibile alla sua non piccola platea di ascoltatori di
conoscere le idee e le proposte liberali. Facendo questo, i
radicali svolgono con efficacia, imparzialità, in solitudine
e da anni, un vero e proprio servizio pubblico essenziale di
cui dobbiamo esser loro grati come cittadini. E' un ringraziamento
doveroso per riconoscere un merito indubitabile. E al tempo
stesso è il giusto modo liberale di conservare la libertà di
criticare i radicali quando lo riterremo opportuno (magari anche
oggi stesso).
Passando
poi al mondo liberale, il ringraziamento va alle lettere di
saluto che hanno inviato ai congressisti Lord Alderdice, Presidente
di Liberal International, e Annemie Neyts, presidente del Partito
Liberale Europeo-ELDR, lettere che sono state distribuite in
fotocopia a tutti voi. Questi messaggi ci fanno particolarmente
piacere perché mostrano un legame che permane con chi continua
a voler essere liberale prima di tutto e al tempo stesso un
interesse per le cose italiane che ci auguriamo possa divenire
sempre più attento. Ce ne sarebbe tanto bisogno, a cominciare
dalla necessitò ristabilire in Italia la verità dei fatti circa
la distinzione del liberalismo rispetto alle internazionali
socialista e popolare.
Cari
amici, al 6° Congresso, nel 2003, parlammo di "Libertà contro
privilegio: destra, sinistra, liberali" e esprimemmo con una
chiarezza del resto per noi liberali fisiologica, i punti di
principio e di quotidianità politica per cui i liberali non
sono berlusconiani e aborrono il di qua o di là, che è il nuovo
modo di aggirare l'imprescindibile e prima esigenza di colmare
il buco di liberalismo che c'è in questo paese. Noi allora ,
in vista delle elezioni europee 2004, facemmo l'appello alla
GRANDE ALLEANZA LIBERAL E LAICA a tutti coloro che avrebbero
potuto senza difficoltà riconoscersi in questo disegno. Ma i
fatti hanno mostrato che i repubblicani europei sono corsi ad
acquattarsi nell'Ulivo, che i radicali si sono chiusi in disegno
autoreferenziale perpetuando la politica solipsistica del tentativo
di trattare sui due fronti, che Segni, pur animato da buone
intenzioni, non usciva dal ruolo di monarca costituzionale della
sua area. E così avvenne che, nonostante tutte le nostre insistenze,
quello che avrebbe dovuto essere il primo passo di un ampio
disegno dell'area liberal e laica, si risolse in uno striminzito
accordo tecnico all'ultimo tuffo, sulla base dell'adesione al
gruppo ELDR e di un protocollo economico, che non poteva aver
successo nella misura in cui ancora una volta si era finito
per nascondere un effettivo messaggio politico di rinnovamento.
Questo in sintesi, tanto per ricordare che come FdL siamo allenati
a fare tutto il possibile, anche ingoiando i rospi di atteggiamenti
miopi di cui non possiamo davvero essere accusati.
Da
allora , di certo la destra ha continuato imperterrita lungo
la sua rotta , che non è aliberale, bensì è antiliberale, e
di cui sono il pane quotidiano scelte come la legge sulla Procreazione
Medicalmente Assistita, il federalismo dissolutorio, l'abbandono
di ogni politica di liberalizzazione, il chiudersi al riequilibrio
fiscale delle rendite finanziarie, il recalcitrante europeismo
residuale. E altrettanto di certo il centro sinistra ha continuato
a bordeggiare a distanza da una politica liberale. Si è piuttosto
impegnato in una ricerca spasmodica e ricorrente di una scorciatoia
costruita sul lancio di nuove speranze in cui dissolvere le
contraddizioni di schieramento, e nel protendersi all'unità
nell'ulivismo indistinto, alle schermaglie tattiche DS/Margherita
per contendersi la supremazia con manovre sotto il pelo dell'acqua,
alla enfatizzazione di una opposizione al governo fatta spesso
di parole d'ordine esagitate invece che di comportamenti più
coerenti e più determinati nel costruire l'alternativa che il
paese attende.
Tuttavia,
se la specificità liberale è al fondo quella di allora ed il
buco di liberalismo semmai si è allargato, il quadro generale
è molto diverso perché non siamo più verso la metà della legislatura,
bensì alla sua conclusione. E' ormai il momento - soprattutto
per chi, come noi liberali, è stato promotore dei referendum
che portarono al maggioritario e del maggioritario hanno caparbiamente
difeso il principio nonostante i guasti del mattarellum - è
ormai il momento di fare le scelte politico operative in vista
delle elezioni 2006. Elezioni che per chi voglia battere il
berlusconismo, non sono affatto facili e tanto meno dallo scontato
esito favorevole (i meno giovani ricorderanno bene la sicurezza
dell'autunno inverno del 1993 ostentata dalla gioiosa macchina
da guerra). E del resto dopo le mitizzate regionali della primavera
scorsa, c'è stato un referendum certo non rassicurante per l'Italia
laica e liberale. Né cambia molto osservare che in realtà si
è trattato di un regalo - ovviamente non nel merito del problema
ma nella scelta dei tempi e dei modi di utilizzare lo strumento
referendario - fatto dai laici dissennati e dai sempre primi
della classe, agli avversari che lavoravano per saldare nel
recinto del centro destra i conservatori con i clericali (per
di più con l'aggravante che nel mondo liberale varie voci si
erano levate in tempi non sospetti per avvertire i festanti
promotori del pacco, in senso napoletano, che si andava confezionando
ai danni dell'Italia liberale). Ora, occorre tener fermo il
traguardo, che sono le politiche del 2006. E le scelte di fondo
in vista delle elezioni sono naturali : contribuire al meglio
possibile a battere la coalizione governativa di centro destra
e insieme adoperarsi perché il Prodi secondo svolga un'azione
di governo abbastanza attenta al metodo e alle scelte liberali.
Il
dibattito vero, nell'area liberale, si incentra sul come contribuire
al meglio. Noi siamo convinti che il miglior contributo sia
un raggruppamento liberale che dia voce ai cittadini laici e
critici. Che esistono, che non sono una razza così comune come
vuol far credere chi non è liberale in modo da banalizzare il
senso del liberalismo, e che però è una razza meno rara di quanto
sembri temere chi liberale lo è ma non ha il coraggio di battersi
per farla emergere. Per noi, oggi, come sempre in democrazia,
il contributo migliore è quello che deriva dalla partecipazione
alla luce del sole, quando la mentalità e le proposte avanzano
sorrette dalle persone che vi ci si riconoscono. La FdL diffida
naturalmente delle dotte memorie presentate ai comodi tavoli
dei padroni del vapore nella speranza di coglierne la condiscedente
benevolenza. Foss'altro perché i padroni del vapore spesso si
sentono (giustamente) minacciati dalle idee liberali e dunque
concederanno sempre il meno possibile e addirittura nulla se
non costretti dalla spinta esterna. Per fare un esempio fra
tanti, sulla spinta esterna si arrivò ad ottenere la tesi 1
dell'Ulivo – cioè l'impegno per il maggioritario a doppio turno
che è stato da sempre il cavallo di battaglia dei liberali,
già al tempo del vecchio PLI – ma successivamente ai tavoli
dei potenti si rinunciò a questa tesi per tener buoni i cattolici
democratici. Il risultato è che oggi si comincia a tornare addirittura
indietro.
Dunque
noi siamo convinti che il raggruppamento dei liberali sia la
cosa migliore, ma non tutti fra quelli che partono da posizioni
di cultura liberale ne sono convinti, o almeno si comportano
di conseguenza. Tra i liberali è sempre in agguato la tentazione
di distorcere l'individualismo, da principio politico
basilare attivabile attraverso un libero lavoro di collaborazione
politica, a pratica individualistica della politica finalizzata
ai personali punti di vista. Da questa tentazione sgorgano due
tipologie comportamentali, quella dei teorizzatori del liberalismo
come ruolo cortigiano di altre ascendenze politico culturali
e quella dei liberali sostenitori della tesi della ineliminabile
esistenza di liberali di destra e di liberali di sinistra. Il
problema è che simili teorie e tesi implicano il disimpegno
da comportamenti liberali e ciò dissolve in partenza il peso
politico e perfino la possibilità di esistere di un gruppo liberale.
Simili
tentazioni vengono adottate su ambedue i versanti della politica.
Capita sul versante del centrodestra, nonostante che la Casa
della Libertà, oltre a ritrovarsi praticamente tutta nei popolar
conservatori, abbia una politica di governo incompatibile con
il liberalismo su temi chiave ( la laicità delle istituzioni,
l'europeismo, la parità nella propaganda elettorale, una tassazione
non preferenziale delle rendite finanziarie, l'esorbitante concentrazione
di potere economico mediatica, le liberalizzazioni, il federalismo
non dissolutorio, il conflitto di interessi elevato a sistema).
Qui alcuni faticano a convincersi che chi sta nella Casa della
Libertà non è liberale e chi è liberale non può stare nella
Casa della Libertà. Un qualcosa di analogo, seppure con modalità
diverse, capita anche nell'area del centro sinistra, nonostante
che l'Unione, pur dovendo fare di necessità virtù e dunque essendo
più pluralista ( spesso purtroppo solo nel senso di più generica),
sia però afflitta dalla ricorrente sindrome della ricaduta nei
vecchi miti della sinistra non riformista, tra cui è tornato
a dominare quello dell'unità di massa, ora nella forma dell'ulivismo
indistinto. Nell'area del centro sinistra alcuni faticano a
convincersi che l'ulivismo esprime il conformismo non liberale,
porta alla evanescenza dei programmi e soffoca quei margini
di influenza liberale che su quegli stessi temi potrebbero esistere
se la coalizione si allargasse ad una presenza liberale autonoma
.
La
lettera che Valerio Zanone mi ha e ci ha inviato, al di là della
cortesia e dell'amicizia sincera che esprime a me e ai partecipanti
a questo Congresso, sembra incline ad ascoltare queste sirene.
Credo che a nome di tutti posso formulargli gli auguri per la
pronta guarigione dall'intervento. Ma oltre le cortesie e l'amicizia
sincera, resta il fatto che l'associazione per la Democrazia
Liberale che, come Valerio scrive, ha messo in piedi, è stata
messa in piedi esattamente un anno fà quando ancora era Presidente
della FdL in piena funzione. Poi è stato avviato con Critica
Liberale e Bogi il tentativo dell'Intesa Democratico Liberale,
che guarda caso, a quanto risulta, si è arenato proprio sul
fatto che Zanone e Bogi non apparivano abbastanza interessati
ad operare per una effettiva soggettualità liberale. Oggi Zanone
scrive che l'Associazione si adopera per quanto può al fine
di imprimere un'impronta liberale nel programma dell'Unione,
che è in corso con la sinistra liberale l'iniziativa di una
costituente che riunisca i liberali in opposizione alla destra
ed al suo governo e che sarebbe lieto se la federazione vorrà
esserne parte. Se si dovessero prendere letteralmente queste
parole, si ribalterebbe la storia.
Anche
non riaprendo la questione della partecipazione da tre anni
in qua, oltretutto con una mera funzione esornativa, agli organi
dirigenti della Margherita, che proprio non si può dire un partito
liberale o vicino al liberalismo, se si fosse ritenuto decisivo
- come ad esempio noi riteniamo - l'esistenza del raggruppamento
liberale, non avrebbe avuto senso un anno fà procedere a costituire
l'Associazione per la Democrazia Liberale, in seguito non avrebbe
avuto senso lasciar finire sulle secche la prova di Intesa per
la Democrazia Liberale, in estate non avrebbe avuto senso opporsi
alla possibilità di una candidatura liberale alla Primaria2005,
e di recente, dopo la tavola rotonda del 1° ottobre sulla Costituente
dei Liberali - una formula inventata dagli ambienti della FdL
e accettata da quelli della Sinistra liberale - non avrebbe
avuto senso promuovere in solitario un incontro unilaterale
della Associazione per la Democrazia Liberale con Prodi per
dargli qualche mano liberale nel suo progetto di costruire il
Partito Democratico, per poi arrivare a scrivere, dopo questo
incontro unilaterale, quello che insieme si era già detto di
voler fare il 1° ottobre, vale a dire la costituente dei liberali.
In
realtà , lo scritto di Valerio Zanone perde del tutto questa
aura di incoerenza se si intende il vero messaggio politico
sottostante. Che appare essere questo. L'importante non sta
nell'esistenza di un raggruppamento liberale. Ormai non ce ne
sono più le condizioni. L'importante è l'essere ammessi al tavolo
da quelli che un altro comune amico scrive essere i padroni
del centro sinistra: anche a costo di svolgere a questo tavolo
la funzione di consulenti, di necessità ossequiosi, dei sostenitori
del partito democratico. L'aspirazione ad essere ammessi non
va neppure vissuta nel segno del liberalismo complessivamente
inteso ma, attenzione, nel segno dei liberali che sono in opposizione
alla destra. Finendo così per riconoscere, freudianamente, che
esistono liberali anche a destra, e dunque per accettare che
il liberalismo sarebbe solo un aggettivo di altri sostantivi
politico culturali e non un soggetto politico.
Qui
sta la vera differenza politica che ha portato nel tempo a quei
comportamenti in apparenza incongrui. Noi della FdL riteniamo
che il buco del liberalismo nella politica italiana sia riducibile
solo assicurando una riconoscibile presenza liberale dotata
dei caratteri propri dell'Internazionale Liberale e dell'ELDR.
Altri, noti e meno noti, che pure appartengono alla storia liberale
in Italia, lo giudicano politicamente impossibile e dunque preferiscono
trovar rifugio altrove, non arrivando neppure a chiedere asilo
politico in quanto liberali, perché percepiscono che altrove
i liberali sono accettati solo se, al momento dell'accettazione,
dichiarano la propria disponibilità ad annullarsi nella grande
nebbia dell'ulivismo indistinto.
Per
noi della FdL, riprendere il cammino per la Costituente dei
Liberali è un obbligo. Però non è un obbligo nominalistico.
La Costituente è feconda solo partendo dalla convinzione che
il liberalismo politico non possa dividersi su più fronti perché
nella realtà italiana di oggi non possono esistere più fronti
liberali, dalla convinzione che la piattaforma per una politica
liberale è nelle cose e dalla convinzione che la costruzione
di una piattaforma del genere quale soggetto politico autonomo
è una necessità concettualmente e politicamente prioritaria
per poter avviare la copertura di quel buco di liberalismo politico.
I liberali non devono chiedere a nessuno patenti di ammissione
all'area dei riformatori e dei propugnatori della libertà prima
di tutto; caso mai devono essere gli stessi liberali a rilasciare
patenti di coerenza dei comportamenti di fatto rispetto alle
dichiarazioni di liberalismo posticcio. Solo così i liberali
possono svolgere la loro funzione e solo così possono imporre
di essere ascoltati dai padroni del vapore, che sono molto diffidenti
verso i liberali e che possono ascoltare solo se obbligati dalla
forza delle cose.
La
Costituente dei Liberali non potrà essere né la celebrazione
liturgica del culto degli antenati né il palcoscenico per aspirare
alla medaglietta. La Costituente dei Liberali dovrà avere e
dare la chiara consapevolezza che nell'Italia di oggi la mentalità
critica e sperimentale della politica liberale è un elemento
autonomo indispensabile e non surrogabile sulla strada di una
convivenza più aperta. I principi liberali non sono banalità,
toccano sempre le radici dei reali problemi quotidiani. Anche
e soprattutto quando fanno affermazioni di principio che una
vulgata sciocca vorrebbero accantonare con l'accusa di essere
questioni astratte. I principi liberali sono la bussola più
concreta per far crescere la libertà di ognuno in una società
pluralista, multietnica e democraticamente conflittuale. Ed
è la bussola essenziale poiché la libertà politica è il solo
strumento inventato dall'uomo nei secoli, che comprende il tempo
e che dunque è in sintonia con la vita. Tutto il resto ruota
intorno a questo. A cominciare dagli aspetti fondamentali per
chi è liberale, del conflitto, della frantumazione del potere
e della modernizzazione.
Con
buona pace dell'ex popperiano ed ex laico Marcello Pera, oggi
guru della destra neocon, il liberalismo non è affatto una teoria
armonica per la quale non esistono i conflitti, meglio non dovrebbero
neppure esistere. Esattamente al contrario, il liberalismo si
fonda sul conflitto secondo le regole, che è la sola congiunzione
coerente tra la libertà dell'individuo e la convivenza libera.
E sempre con buona pace di Marcello Pera, guru della destra
neocon, per il liberalismo il male esiste ma sta nel mancato
rispetto delle regole della convivenza tra individui, non nel
mancato adeguarsi al conformismo dello stile di vita imposto
dalla comunità, magari con tecniche felpate. E sempre con buona
pace di Marcello Pera, guru della destra neocon, il liberalismo
si fonda sulla consapevolezza che la libertà va conquistata
giorno per giorno senza smettere di battersi per farla vivere.
Il liberalismo, sempre con buona pace di Marcello Pera, non
è un accolita di miopi ottimisti. E' un insieme di gente realista
che guarda lontano, che per questo punta alla società aperta
o alla società equa e non si pone mai l'obiettivo della società
buona, della società virtuosa, della società con un senso, che
sono invece l'obiettivo di convinzioni religiose o etiche in
cui la verità della propria convinzione viene prima di tutto
e spinge a soppiantare la libertà degli altri. Il liberalismo
non è e non vuol essere una teoria salvifica, di ascendenza
religiosa o conservatrice, è e intende essere un metodo per
sviluppare la libertà di esprimersi dei singoli individui nel
reciproco confronto.
Qui,
sull'idea del conflitto secondo le regole, trova il suo fondamento
quella che nell'Italia di oggi è la principale caratteristica
del liberalismo, la laicità delle istituzioni. La separazione
delle scelte politiche dalle questioni religiose consegue dalla
necessità di far esistere spazi di libertà individuale pubblica
distinti dallo spazio senza regole esterne che è la libertà
individuale privata e che comprende le scelte religiose. Tale
separazione delle scelte politiche dalle questioni religiose
è stata alla base dello sviluppo delle società libere e oggi
costituisce la strada maestra per contrastare efficacemente
l’attuale drammatica sfida dei fondamentalismi. La laicità delle
istituzioni assicura l'esercizio della piena libertà religiosa
senza privilegi a favore di qualunque confessione e dunque rende
superato e controproducente ogni strumento concordatario, che,
come scriveva Montale, è un residuo fossile degli stati autoritari
che inquina i corretti rapporti in una libera convivenza.
Sempre
dall'esigenza di rendere possibile il conflitto secondo le regole,
discendono anche altre importanti caratteristiche del liberalismo,
la particolare attenzione a mantenere frantumato il potere attraverso
poteri istituzionali in equilibrio tra loro, così come a favorire
la concorrenza tra le iniziative produttive e a promuovere la
continua apertura del circuito dello scambio sociale. Poi c'è
l'altro aspetto chiave del liberalismo, la modernizzazione.
Modernizzazione vuol dire consapevolezza di quanto sia illusorio
affidarsi alle identità statiche modellate sul passato e di
come sia necessario assecondarla, comportandosi esattamente
all’opposto dei fondamentalismi che utilizzano le tecnologie
introdotte dalla modernizzazione rifiutandone al contempo lo
spirito. Modernizzare vuol dire educare al senso critico e al
senso civico e l'impegno liberale è quello di diffonderli attraverso
il rilancio della scuola pubblica che ha questa funzione specifica
ed irrinunciabile.
Tutte
queste impostazioni di fondo hanno portato il liberalismo ad
individuare un grande progetto istituzionale che negli anni,
passo a passo, è divenuto così importante da assumere esso stesso
il rilievo di principio. Parlo del forte impegno liberale per
costruire gli Stati Uniti di Europa che, dotati di proprie istituzioni
democratiche federali e laiche direttamente legittimate, e forti
dell’Unione economica e monetaria raggiunta, sono la sola dimensione
adatta nel quadro occidentale per influire sui processi di mutamento
globale, per salvaguardare il sistema sociale capace di coniugare
libertà, uguaglianza, equità, innovazione, e per sostenere un
processo di allargamento che valorizzi l’identità dell’Europa
e le sue specificità politiche e civili senza fughe in avanti
e senza soste.
E'
il caso di richiamare almeno altre due importanti caratteristiche
del liberalismo in Italia. Il federalismo che non dissolve ma
ridefinisce le strutture dello Stato di fronte alle sfide dell’integrazione
europea e che dunque sia modellato su uno spirito di autonomia
diffuso eppure attento ai legami unitari, non aumenti i dipendenti
pubblici ma li redistribuisca e configuri sul territorio istituzioni
più vicine al cittadino e meglio da lui controllate. E poi –
basterebbe questo punto per contrapporre i liberali al berlusconismo
– la parità dei diversi gruppi nel dibattito politico, che deve
essere assoluta quando si tratta di propaganda elettorale televisiva;
parità che quanto meno, con la nuova legge elettorale, deve
concernere le coalizioni in gara. Così come la necessità di
regole per evitare le eccessive disuguaglianze nell’accesso
alle risorse per la politica.
Con
questo bagaglio di principi e di esperienze, i liberali si impegnano
nel ricercare la soluzione per quanto possibile delle sfide
che la vita continuativamente ripropone; gli altri, che non
sono liberali, si affannano ad esorcizzare queste sfide come
se fosse possibile un mondo senza problemi. Per i liberali la
crisi, o meglio le crisi, sono un fattore fisiologico della
convivenza e le regole servono a gestirle democraticamente nel
quadro di quel conflitto che è connaturato al sistema libero;
per chi non è liberale, le crisi sono il diabolico turbamento
dell'ordine costituito nella comunità e sono dunque da evitare
ad ogni costo privilegiando l'immobilismo conformista sulla
vitalità del cambiamento.
La
battaglia liberale per la libertà e per la conoscenza è un modo
d'essere politico che affronta con il metodo critico le questioni
di base del nostro tempo. Appunto per questo è soggetto a cont?inui
attacchi da parte dei fautori di una irragionevole sicurezza,
a loro dire insita nello stato di natura e nel sentirsi parte
di una comunità e di una forza di massa. Sono questi attacchi
che già bastano a comprovare la necessità del mantenere la nostra
identità e l'importanza della posta in gioco. Per fare un esempio.
Di recente, un noto storico ed editorialista del più diffuso
quotidiano italiano ha scritto che da un quindicennio è in corso
un grande passaggio di fase storica, dalle visioni del mondo
che assegnavano una centralità assoluta alla dimensione collettiva,
deducendo da essa il singolo , al ritorno in forze di una prospettiva
centrata sull'individuo. Bene. "L' individuo si presenta come
un campo di battaglia, nel quale si trovano a contendere le
uniche due prospettive valoriali sopravvissute ai tempi: da
un lato la religione, dall' altro la scienza, le sole in grado
oggi di incontrarsi con i bisogni profondi della soggettività.
Il punto è che, naturalmente, esse lo fanno secondo due prospettive
diversissime. Si disegnano in tal modo due opposti scenari:
uno scenario che assume la naturalità e in particolare la naturalità
umana come qualcosa di dato e di non manipolabile, l' altro
scenario, viceversa, che considera la naturalità umana come
qualcosa di continuamente articolabile e modificabile in relazione
ai mutamenti del progresso scientifico-tecnico". A questo punto,
il noto storico ed editorialista si affretta a sottrarsi all'alternativa
da lui stesso delineata. E quasi per non irritare i teocons,
conclude in modo repentino prendendosela con i laici e i liberali:
" Le cose, in realtà, sono ben più complicate e profonde di
quello che pensa chi crede di poter ridurre tutto ad «arroganza
della Chiesa», a «libera Chiesa in libero Stato», o ad altre
vetustà politico-culturali del genere. In gioco, se non lo si
è capito, è l' orizzonte culturale dei tempi e in fin dei conti
l' avvenire di noi tutti: non la riverita memoria del conte
di Cavour".
Dunque,
perfino quando si parla di ritorno dell'individualismo, vi sono
intellettuali che non comprendono ( oppure preferiscono non
comprenderlo ?) che dovrebbe essere il momento di privilegiare
il liberalismo, da sempre imperniato sul metodo della libertà
individuale e sulla ricerca nel reciproco controllo. Quel liberalismo
non per caso assimilabile per più versi alla scienza e che è
la sola costruzione ideale modellata sui ritmi del tempo. E
invece si continua ad attaccare il liberalismo proprio per la
sua straordinaria capacità - come alla sua epoca fece il conte
di Cavour - di vedere in anticipo quale è il nocciolo delle
questioni e di attivare così il continuo mutamento istituzionale
e sociale. Si ripete quasi la vicenda dei soldati giapponesi
che continuavano a combattere nelle isole del Pacifico ignorando
che la guerra fosse finita decenni prima. Nel cuore delle metropoli
italiane, tutt'oggi, esiste chi, di fronte alle sfide della
convivenza quotidiana e alla prospettiva della minaccia fondamentalista,
pretenderebbe di non applicare lo sperimentato metodo liberale
della libertà e della separatezza stato/religione, e di ricorrere
invece alle vecchie ricette della speranza e della promessa.
Un simile atteggiamento di condiscendenza verso un armamentario
politico sorpassato ha per conseguenza anche di spingere a snaturare
il senso dell'attuale presenza più attiva della religione nella
sfera pubblica. Infatti non è pericoloso che le istituzioni
religiose utilizzino sempre più i media per dire la loro su
quello che vogliono. Questa è la libertà dei liberali. Pericoloso,
anzi pericolosissimo, è il fatto che troppi sedicenti laici
corrano a trasformare la presenza religiosa nella vita pubblica,
fisiologica in una società liberale, in una occasione per tentare
di accattivarsi i credenti clericali anche a costo di usare
la fede come fonte legislativa.
Poco
meno pericolosa, anche se argomentata con dignità, è anche la
linea di sostenere, come ancora in queste ore ha fatto Amato,
che, se non si vuole rendere impossibile il dialogo tra democrazia
e religione, occorre che la democrazia lasci fuori del dialogo
i suoi assoluti ideologici. E' una linea equivoca e confusa,
sia perché si ostina ad omettere ogni riferimento al liberalismo
( e per esperienza la democrazia senza libertà può avere esiti
catastrofici) sia perché fa finta di non vedere che mentre con
il sistema pubblico della libertà (l'assoluto del liberalismo,
nel linguaggio di Amato) è libera anche la religione, viceversa
le istituzioni teocratiche impediscono la libertà. In altre
parole, i principi ultimi del liberalismo funzionano consentendo
la coesistenza anche con quegli altri principi ultimi che, una
volta arrivati a prevalere in campo istituzionale, non hanno
mai consentito altra idea/verità che la loro.
Insomma,
la vera differenza politica di fondo è tra l'idea liberale del
metodo critico della libertà e della conoscenza per affrontare
nel concreto i problemi quotidiani del convivere, da un lato,
e dall'altro l'antico sistema di voler ricondurre i problemi
ad una concezione del mondo prestabilita e rigida che tende
a porsi al di fuori del tempo. Così, la partecipazione liberale
è confrontarsi di continuo nel segno della ragione onde elaborare
proposte programmatiche legate al luogo e al tempo, mentre la
partecipazione dei non liberali spesso si riduce alla celebrazione
di massa di una speranza e di un mito senza definire quale siano
né l'obiettivo politico né le proposte programmatiche. Non a
caso questa situazione è resa emblematica dalla proposta del
partito democratico. I suoi maggiori teorizzatori, Parisi, Salvati
e di recente Amato, non hanno mai dato indicazioni precise né
sulle basi culturali che non siano un sogno visionario né sulle
finalità di progetto né sulle scelte di programma. Soprattutto
i primi due ne hanno date solo circa la loro volontà di fare
un soggetto indistinto ed omologante.
Parisi
è una persona seria e dice apertamente quello che pensa. Lo
ha fatto un anno fà, di questi giorni, e stamani sul Corriere.
Allora scrisse che "c'è un solco che ci separa decisamente dall'illusione
del darvinismo liberale e da ogni pretesa rivoluzionaria. Questo
solco è il riformismo". E già qui mettere sullo stesso piano
la pretesa rivoluzionaria e il darwinismo liberale, ricorda
quando quaranta anni fa, Moro, per perpetuare il potere DC,
equiparava le proposte del PCI e del PLI come inadatte alle
riforme sociali. Già allora i risultati non furono brillanti.
E dopo tutto quello che è avvenuto nel frattempo, accusare il
liberalismo di essere un illuso darvinista ( con uno sprezzo
dell'esperienza storica che tradisce l'antico rivoluzionario
) mette a nudo il reale pensiero di Parisi. Che di fatti aggiungeva:
"il riformismo è un processo di lunga durata, indefinito" al
quale "non riusciremmo a dar senso se non lo collocassimo all'interno
di un progetto, di una tensione di lunga durata, ... reintroducendo
la categoria della visione allargando l'orizzonte dall'anno,
alla legislatura, al secolo, al millennio, spingendo a liberarsi
dalla prigionia del presente, recuperando un punto di vista
più alto. Bisogna orientare nuovamente la cultura, spingere
ad abbandonare quel tratto della politica contemporanea che
è l'appiattimento giorno per giorno, la prassi sganciata da
ogni punto di riferimento valoriale. Un tempo veniva trasmesso
un senso, una risposta alla domanda di significato posta ad
esempio dai giovani".
Ora,
la denuncia da parte dei liberali (quasi da soli) che negli
ultimi dieci anni il dibattito politico è avvizzito e vive tra
gli stenti, è cosa del tutto diversa dall'intento di orientare
la cultura ( quasi inseguendo il berlusconismo) e di comprimere
ancor di più il senso critico affidando alla politica, e non
appunto al senso critico individuale, il compito di dare risposte
alle domande di senso e di significato della vita ( quasi inseguendo
l'elefantino ferrariano). Dare risposte che intendono essere
valide per tutti è un tipico compito religioso oppure, sul piano
politico, l'approccio dei fondamentalisti.
E
non si ferma qui il Parisi pensiero di un anno fà. Parisi irrise
alla partecipazione dei movimenti piccoli e dei cittadini come
singoli, sostenendo che "i soggetti sono chiamati ad essere
all'altezza dei problemi, ma spesso sono tentati di abbassare
i problemi alla loro altezza. I soggetti che hanno l'1% sanno
che non guideranno mai il paese e se non vogliono ridere di
se stessi quando si guardano allo specchio devono interessarsi
degli unici argomenti che li possano riguardare: la distribuzione
delle cariche". Mi limito ad obiettare che il processo di governare
le società democratiche è esattamente l'inverso e ne è per questo
la forza. Gli equilibri si formano dal confronto tra (tutti)
i cittadini e non sono calati dall'alto dei palazzi dei potenti,
soprattutto quando i sistemi elettorali sono centrati su meccanismi
maggioritari e chiunque può fare la differenza.
Da
allora è passato un anno ma lo sfondo dell'intervista di stamani
resta lo stesso. Già appare significativa l'ambientazione, una
video-galleria bolognese degli antenati che il Partito Democratico
cerca di intestarsi. San Paolo, S. Agostino, Tommaso Moro, Locke,
Rousseau, Paine, Robespierre, Tocqueville, Cobden, Clemenceau,
Keynes, Gramsci, Fermi, Golda Meir, Popper, Desmond Tutu , Betty
Friedan, e una sfilza di altri personaggi storici, dell'Europa,
dell'America, del Terzo Mondo, dalle posizioni più contrastanti
e affastellati in un miscuglio geneticamente impossibilitato
a comporre un'identità politica complessiva. E comunque nell'ambiente
si stagliano le parole chiarissime di Parisi. "Tra la rivoluzione
francese e l' americana, che non cancella né la libertà né Dio,
scelgo la seconda. Per quanto della rivoluzione francese esistano
due letture: quella giacobina e quella che conduce alla partecipazione,
al pluralismo, al federalismo, a uno Stato laico ma non laicista,
che non vieta i crocefissi né il chador. Per questo è bene che
nel video ci sia Darwin: scienza e fede devono essere autonome
ma non contrapposte. La fede alimenta la passione e la curiosità
della conoscenza". E poi. "Nel nuovo partito nessuno dovrà rinunciare
a nulla di quanto gli appartiene. Qualche anno fa Fassino mi
disse: nelle nostre sezioni abbiamo Gramsci e Berlinguer, in
quelle Dc c' erano De Gasperi e Moro. Quali ritratti porteremo
nelle sezioni di questo tuo partito democratico? Gli ho risposto:
tutti i padri costituenti. E lui : ma non tutti la pensavano
allo stesso modo. Certo. Come i padri risorgimentali. Però noi
siamo abituati a pensarli insieme, Vittorio Emanuele II e Cattaneo,
Cavour e Garibaldi".
Le
perplessità di Fassino sono espressive. E' plasticamente evidente
l'intento parisiano di rifiutare l'idea stessa di diversità
e della funzione del conflitto democratico, mettendo in scena
la caricatura del processo evolutivo e tentando di ricondurre
il tutto all'unità indistinta dell'appartenenza al genere umano.
A parte il solito ritornello della misteriosa contrapposizione
tra stato laico e laicista, si ritrova la negazione della libertà
della scienza formulata attraverso la pretesa che la conoscenza
sia alimentata dalla fede ( rimuovendo il piccolo particolare
che il peccato originale fù appunto il violare il divieto di
mangiare il frutto dell'albero della conoscenza) e si ritrova
la negazione che la costruzione delle regole della convivenza
, la costituzione, derivi dallo scontro dialettico tra i differenti
punti di vista. Emergono imperiose due esigenze: il restare
lontani dal vivere il presente sperimentando la competizione
secondo le regole e il cercare rifugio nel perseguire un progetto
di fede e di speranza piuttosto che nel comporre alleanze su
precisi programmi circoscritti nel tempo e negli ambiti di applicazione.
Salvati
non è millenarista come Parisi ma anche lui è il profeta del
partito democratico inteso quale strumento per fondere le grandi
culture (socialismo e popolarismo) e inghiottire il liberalismo.
Quella di Salvati è una sorta di aspirazione emozionale con
la quale si vorrebbe far nascere un grande partito dal cuore
genericamente socialista ed egemone nell'area del centro sinistra,
un partito caratterizzato non per i programmi di innovazione
ma per la capacità di farsi affidare il governo "da una maggioranza
di elettori che richiede soprattutto protezione”. Risiamo al
metodo delle speranze e delle illusioni. E naturalmente anche
Salvati esprime scetticismo sulla possibilità di difendere fino
in fondo, senza tentennamenti, la grande tradizione laica e
scientifica dell'Occidente e soprattutto – con una venatura
di cinismo appresa dalla sbrigatività di chi al fondo pensa
la politica come solo potere – resta dubbioso sulla possibilità
di affrontare conflitti culturali forti, anche all'interno dei
nostri paesi, senza bandiere che diano certezze. "Nei conflitti
servono bandiere" ha scritto e "come costruire una bandiera
popolare e coinvolgente, come organizzare una efficace difesa
contro la intolleranza rimanendo tolleranti ? "
La
risposta dei liberali è chiara e decisa. Rispondono con l'esperienza
storica, con la bandiera della libertà del cittadino prima di
tutto e del senso critico, con il farsi carico per quanto possibile
dei problemi e dei bisogni di chi è restato indietro, cittadini
e popoli, con la partecipazione come mezzo per confrontare le
esigenze e i progetti, con la valutazione dei comportamenti
e dei modi di governare, con i conflitti democratici secondo
le regole, con la frammentazione dei poteri, con la laicità
delle istituzioni. Ed è assai difficile, al di là dei verbalismi,
poter seguire questa strada liberale imboccando quella del partito
democratico. Soprattutto – ed è la cosa che più preoccupa i
liberali oggi, alla vigilia del 2006 – è davvero arduo costruire
attraverso una coalizione Unione imperniata sull'Ulivo-partito
democratico e senza i liberali, un'alleanza che rappresenti
una proposta riformista credibile, che lavori passo a passo
e coinvolga i cittadini più liberi sottraendoli alle lusinghe
dei conservatori.
Ecco,
è per queste ragioni al tempo stesso di cultura politica e di
strategia elettorale che i liberali non possono confondersi
con l'ulivismo indistinto e il conseguente progetto di Partito
Democratico. Le cronache autorevoli e autorizzate dell'incontro
tra l'Associazione per la Democrazia Liberale e Prodi, ci dicono
che Prodi ha asserito che l'Ulivo – cioè la lista comune prodromica
al Partito Democratico, non , si badi bene, l'Unione – ha radici
liberaldemocratiche, cattolico-democratiche e socialdemocratiche.
Il che è un modo più diplomatico di presentare la medesima logica
della video-galleria bolognese e, con l'aria di consegnare alla
storia le singole tradizioni culturali, di cercare di rimuovere
il grande metodo liberale della diversità e del conflitto, quel
conflitto che si rivolge in primo luogo contro i nemici della
libertà e della democrazia, ma deve esistere anche nella libertà
e nella democrazia. Noi liberali, invece, ci battiamo per applicare
di continuo questo metodo della diversità e del conflitto e
dunque non possiamo prendere parte alla costruzione del Partito
Democratico, indefinito nella sua cultura operativa e privo
di obiettivi concreti.
Né
è dignitoso ( perché coscientemente ingannevole) accettare la
tesi di chi propone che i liberali facciano finta di accettare
la prospettiva dell'ulivismo indifferenziato e del partito democratico
perchè tanto il partito democratico non si farà mai nei tempi
della politica, cioé in quelli progettabili. Un liberale non
può, senza contraddirsi, sostenere politiche che vanno contro
l'esperienza e il principio di libertà individuale e di chiarezza,
riproponendo la fuga nell'utopia, che spesso non è neppure utopia
ma solo illusionismo da fiera paesana. Per di più esiste un
ulteriore motivo per cui i liberali non debbono confondersi
con il progetto del Partito Democratico se hanno a cuore il
successo dell'opposizione al governo della Casa delle Libertà.
Perché ogni fusione di filoni culturali e di liste di partito,
soprattutto se concepita a tavolino, raccoglie nel sistema proporzionale
un minor numero di consensi. Lo dice l'esperienza. E, nel caso
specifico, non è affatto detto che i consensi volati via dal
Partito Democratico unificato vengano poi ricuperati da Bertinotti
o da Mastella.
Uno
dei principali problemi elettorali dell'Unione è quello di dare
maggiore visibilità ai liberali, non di nasconderli e ancor
meno di tentare di assorbirli. Nasconderli e tentare di assorbirli
è la via seguita in ogni modo negli ultimi sette/otto anni a
livello nazionale da più di un partito e non pare che il risultato
sia proficuo per chi lo ha esperito. La presenza autonoma dei
liberali è indispensabile per dare alla coalizione Unione quel
riequilibrio di mentalità che è alla base di una politica più
attenta alle questioni del cambiamento in direzione della libertà.
O almeno, meno ambigua al riguardo. Viene alla mente un caso
metaforico, quello della normativa europea in materia di libera
circolazione di professionalità di diversi generi, la direttiva
Bolkestein. Una direttiva contestatissima nel centro sinistra,
oltretutto con reticenze politicamente assai diffuse. Eppure
è un prodotto della commissione europea presieduta da Prodi
e con il liberale Bolkestein, già Presidente di Liberal International,
commissario alla concorrenza. Oltre il ferrato segreto italico
della circostanza che Bolkestein è liberale – così da evitare
anche il coagulo sui liberali dei favorevoli alla norma – non
risulta che vi sia stata da parte di Prodi o dei fautori del
Partito Democratico un adeguato e fermo sostegno di questo provvedimento
e della sua ratio che spinge all'apertura del circuito sociale
su scala europea. E questo, oltre ad essere un errore di per
sé, comporta un altro difetto: accende i riflettori sul le decisioni
del Sindaco di Bologna Cofferati, che, pur nella sua concezione
celebrativa dell'autorità costituita, almeno coglie l'esistenza
di un problema di rispetto delle regole della convivenza e non
privilegia gli atteggiamenti buonisti verso tutto e verso tutti.
Peccato che lo stesso Cofferati, per tutta la sua storia personale,
non è presentabile come interprete credibile di quella politica
di libera cittadinanza attiva in cui si riconosce l'elettorato
laico e critico. E il saldo della vicenda è un nuovo favore
fatto all'Italia corporativa e conservatrice. Si potrebbero
fare molti altri esempi. Ma quello che qui preme rimarcare è
che i vari tentativi di ammantare il riformismo di una vaga
aura di liberalismo tenendo a distanza i liberali, sono falliti
e, quel che più conta, sono strutturalmente destinati al fallimento.
Ricordiamoci anche delle sue ammiccanti buone intenzioni del
Riformista.
Ecco
perché, come ho detto fin dall'inizio, il miglior modo di contribuire
da liberali a sconfiggere il governo della Casa delle Libertà
e a dare connotati più liberali al secondo governo Prodi, è
quello di realizzare la Costituente dei Liberali e costruire
un soggetto autonomo liberale. Con determinazione e con rapidità.
Non difettiamo né di principi né di patrimonio storico né di
persone, il problema semmai sono la volontà di faticare, i pochi
mezzi di cui disponiamo, la chiusura quasi ermetica dell'informazione,
sia di qua che di là, nei confronti dei liberali. Di là si può
capire, ma di qua no, si raggiunge l'autolesionismo. Comunque
è essenziale mettere con cura e chiarezza le basi per la costruzione
del soggetto autonomo dei liberali - Costituente dei Liberali
o comunque si voglia chiamarla - perché ingabbiare ambiguità
e ipocrisie nelle fondamenta farebbe opera di disgregazione
minando alla radice la stabilità di ogni successiva costruzione.
E non sussiste l'obiezione che preoccupazioni del genere metterebbero
in forse la possibilità di aggregare rapidamente. Non è così.
Non si chiede di aggregare su tutte le problematiche del mondo.
Questo lo fanno le chiese e le concezioni autoritarie e totalitarie.
Si chiede di aggregare su alcuni punti cardine per un liberale.
E a tal fine è ragionevole tener conto anche del comportamenti
concreti tenuti dall'interlocutore, specie se ripetuti e ricorrenti.
Il liberalismo è l'idea di dare sempre nuove possibilità ma
insieme è anche la metodologia dell'esperienza, perché la possibilità
liberale di ricominciare presuppone la consapevolezza del passato
e non cancella affatto la memoria. Un liberale, non ragiona
in termini di perdono, ma in termini di affidabilità, specie
in politica ove non ci sono diritti alla carriera. Il soggetto
autonomo dei liberali deve avere le fondamenta solide di chi
ha dato prova di crederci e di battersi coerentemente per metterlo
in cantiere.
E'
sulla base di queste considerazioni e di questi indirizzi che
è maturata la possibilità di un patto di consultazione e collaborazione
con Critica Liberale. Un patto che potrebbe esprimersi in un
protocollo di cui i congressisti hanno la bozza e di cui fin
d'ora propongo l'approvazione nel testo che definiremo tra noi
e con gli amici di Critica – che sono presenti qui e che salutiamo
con piacere – insieme all'approvazione finale del Manifesto
2005 della FdL, di cui pure i congressisti hanno la bozza. Critica
Liberale è una rivista culturale che ha saputo conquistarsi
negli anni uno spazio significativo nel panorama culturale e
di primo piano in quello della cultura liberale. Critica Liberale
non ha la stessa storia della FdL, al di là della differenza
di funzioni. Ci accomuna però la stessa attenzione, seppur variamente
articolata, per l'esigenza di colmare il buco di liberalismo
che esiste nel paese. Un'esigenza intesa come prospettiva politica
e non strumento di piccolo cabotaggio per disegni di breve respiro.
Il soggetto politico autonomo cui intendiamo dar vita, punta
a soddisfare questa esigenza che non è di breve periodo, innanzitutto
aprendosi a tutti coloro, singoli e associati, che giudicano
indifferibile riequilibrare in senso liberale la politica italiana
e che vogliono impegnarsi da subito per contribuire a sconfiggere,
con il governo della Casa della Libertà, una politica conservatrice
ed illiberale.
La
priorità, ora come ora, è l'avvio del soggetto liberale autonomo
e la sua collocazione, in vista delle politiche 2006, nella
coalizione dell'Unione. E ci auguriamo di riuscire ad aggregare
su questo obiettivo il più possibile di coloro che si riconoscono
nel liberalismo politico, a cominciare da chi, come Zanone,
ne è stato per lungo tempo l'esponente politico riconoscibile.
Ma immediatamente dopo, non appena sarà definitivamente chiaro
il quadro delle nuove regole elettorali, dovremo scegliere il
modo più efficace per rendere visibile e riconoscibile il soggetto
dell'area liberale. La scelta dovrà essere fatta con realismo
ma senza spirito rinunciatario né paralizzanti prudenze, confrontandoci
tra di noi e con la situazione tecnico politico quale si sarà
allora determinata. Per chiarezza intellettuale, peraltro, una
cosa bisogna dirla fin d'ora. Qualora l'effettiva legge elettorale
fosse quella votata finora, il teorico miglior utilizzo della
ritrovata soggettualità politica liberale sarebbe una lista
autonoma in una allargata coalizione dell'Unione.
Di
fatti a parte i difetti di questa legge - tra i quali svetta
per la sua incredibile chiusura partitocratica quello di prevedere
liste bloccate, sulla falsariga della legge regionale Toscana
approvata a braccetto dalla destra e dalla sinistra - a parte
i difetti, dobbiamo constatare che, per quanto concerne la scelta
della coalizione vincente alla Camera, il nuovo sistema è più
maggioritario di prima. Per la prima volta nella storia della
Repubblica chi ottiene più voti ( anche se molto sotto il 50%)
prende la maggioranza dei deputati e per la prima volta nella
storia della Repubblica in ogni coalizione si sommano i voti
di tutte le liste senza franchigie d'alcun genere. Ora una coalizione
Unione poggiata solo su gambe non liberali non può entusiasmare
gli elettori laici e critici, che non sono attirati dalla lista
ulivista, non sono disposti a votare Mastella e non sono compatibili
con il centro destra berlusconiano. Un gruppo liberale visibile,
riconoscibile e del tutto autonomo assicurerebbe un contributo
per battere Berlusconi, che alla fine potrebbe anche risultare
decisivo. Vedremo.
In
ogni caso occorrerà verificare quale sarà allora la situazione
di fatto, del nostro soggetto politico in via di aggregazione
e dei rapporti nella coalizione dell'Unione. Ed anche rispetto
ad altre soluzioni atte a risolvere il problema di dare visibilità
ai liberali. Ci sono alcuni tra noi FdL che invitano a tener
presente anche il soggetto in costruzione tra SdI e Radicali.
Senza dubbio è una aggregazione politica con la quale dobbiamo
interloquire, pur senza dimenticare le esperienze fatte fino
ad ieri né le differenze che permangono con noi, al di là della
semplicistica introduzione della parola liberali nel logo della
rosa nel pugno.
L'avvicinamento
o, se durerà, la fusione tra socialisti democratici e radicali,
ha prodotto alcuni effetti utili. Ha guarito Boselli dall'insana
passione che per tutto il 2004 e metà del 2005 lo portava ad
essere un appassionato cultore dell'ulivismo indifferenziato;
e ha curato Pannella dalle aperture di credito al berlusconismo
fatte sul filo dello stile neocon e delle suggestioni referendarie
antiparlamentariste fino al regalo del referendum sulla PMA.
Resta ancora non chiarito a sufficienza se il progetto SdI/PR
si basi solo sull'amarcord del contesto degli anni 70/80 e sull'accentuazione
dei caratteri socialisti di allora ( Pannella cita, quale padre
del divorzio, solo Fortuna e non Baslini, il che è un non lieve
errore storico e una caduta di tono umano) oppure se vi sia
un più definito progetto politico per accomunare il mondo radicale
e quello socialista. Il che richiede assai di più di documenti
di vertice a Fiuggi per entrare nella pratica quotidiana della
politica, visto che, negli ultimi dieci anni e fino alla scorsa
primavera, SdI e Radicali erano divisi in Italia addirittura
sullo schieramento e a livello di politica internazionale sul
restare ancorati all'ONU oppure sul richiedere una Organizzazione
Mondiale della e delle sole Democrazie. Questioni non banali
e non secondarie. La cosa più importante seguita a questa aggregazione
in corso è stata l'iniziativa di Boselli di riaprire nell'Unione
il confronto sull'abrogazione del Concordato, iniziativa che
incontra il favore dei liberali e che vedrà il nostro appoggio
qualora l'iniziativa venga portata avanti in modo non episodico.
Per ora, mi pare si possa dire che il disegno SdI/PR , per quanto
se ne possa capire, non è quello nostro del soggetto liberale
riconoscibile e che però si propone di dare importanza effettiva
a questioni di laicità. Per questo appare meno lontano dal modo
di essere dei liberali di quanto lo siano altri soggetti della
galassia dell'Unione. Quando verrà il tempo di esaminare come
assicurare il contributo di un gruppo liberale visibile e riconoscibile
per battere Berlusconi, prenderemo in esame, a livello di tecnica
elettorale, anche l'opportunità SdI/PR.
Cari
amici, per dare gambe a questo nostro ambizioso disegno della
Costituente dei Liberali, penso sia anche necessario procedere
ad una ristrutturazione interna della FdL che permetta più compattezza
operativa, più flessibilità, più spazio alle nostre nuove generazioni.
(
segue la parte dedicata alle questioni di ristrutturazione della
FdL qui non riportata ) |
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