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Il significato politico della Legge 40
LA LAICITA’ DELLE ISTITUZIONI
PER LA AUTONOMIA E LA LIBERTA’ DI SCELTA
DI CITTADINI RESPONSABILI
La legge sulla fecondazione medicalmente assistita è già stata definita da scienzati, medici
e giuristi una legge oscurantista, che in un colpo solo umilia le donne, impedisce la ricerca
avanzata, condanna definitivamente una moltitudine di malati in attesa sulla nuova frontiera
della medicina.
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Umilia le donne perché, in caso di fecondazione dell’ovulo, le obbliga
all’impianto nell’utero, le spinge di fatto all’aborto in questa come in altre circostanze
e le sottopone a rischi crescenti contrari alla deontologia medica.
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Impedisce la ricerca avanzata perché vieta la sperimentazione sugli embrioni soprannumerari e
perfino lo studio del trapianto di cellule somatiche in ovuli privati dei nuclei originari,
donati volontariamente da donne, studio già previsto dal Rapporto della Commissione presieduta
dal Premio Nobel Dulbecco, che addirittura evita la formazione dell'embrione e quindi di
toccare problemi più direttamente etici e che, applicato in Corea, di recente ha consentito
di ottenere cellule staminali progenitrici da differenziare verso le linee cellulari
e i tessuti.
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Condanna i malati perché, oltre ad escludere dalla procreazione assistita le coppie portatrici
di patologie genetiche trasmissibili, preclude la via italiana alla clonazione terapeutica
suggerita dal Rapporto Dulbecco e con essa la possibilità di costruire le basi di nuove
terapie per la cura di milioni di italiani affetti da patologie gravissime attualmente
in gran parte inguaribili.
Inoltre, la legge sulla fecondazione medicalmente assistita confligge con gli articoli 3, 9,
32 e 33 della Costituzione della Repubblica che inquadrano la pari dignità sociale
del cittadino, lo sviluppo della ricerca, la tutela della salute, la libertà della scienza.
Purtroppo tutto questo non è ancora tutto. Questa legge è il sintomo inequivoco di una nuova
minaccia ai criteri di fondo della nostra libera e pacifica convivenza. Contro l’autonoma
responsabilità del cittadino e contro la sua libertà, stanno crescendo forze potenti che
ancora una volta, per paura del nuovo e del cambiamento, vogliono imporre la visione
chiusa di un’autorità statale superiore che indirizzi le scelte di vita di ciascuno di noi,
fissando ciò che è lecito e ciò che non lo è. Il recentissimo Regolamento Burka emanato in
applicazione della legge, ne è una ulteriore innegabile riprova. E’ tempo di divenirne
consapevoli. E dunque di reagire presto. Le richieste di abrogare o di modificare la
legge sulla procreazione assistita chiama a mobilitarsi per ottenere una legge diversa
che ribalti il criterio ispiratore della legge attuale: il cammino della conoscenza,
delle cure, dell’emancipazione femminile, vanno proseguiti e non bloccati, anche se solo
inconsapevolmente.
La via maestra per farlo non sono le decisioni di una qualsiasi autorità, è l’affidarsi
alla responsabilità dei ricercatori, dei medici, delle coppie e al libero confronto dei
cittadini. Questa via maestra non è il Far West dell’assenza di regole. E’ la via di regole
non dogmatiche che non mortifichino nessun punto di vista né precostituiscano la verità
fattuale per via legislativa.
Il vero motore della conoscenza e dell’evoluzione umana sono la piena legittimità del
pluralismo dei valori, del confronto delle idee e della pratica sperimentale. Che non devono
essere accantonati proprio quando si tratta di affrontare materie e problemi che, al di là
delle persone più direttamente interessate, toccano nel profondo le prospettive di vita di
tutti e anche i rapporti di interazione con le altre specie e la natura circostante. Al
contrario, devono essere agevolati e promossi. La storia insegna che apertura e discussione
sono indispensabili per poter conoscere di più. E che conoscere di più è essenziale per
poter progressivamente liberare l’umanità dalla sofferenza, che ieri era infinitamente
più grande e più diffusa di oggi e che oggi è probabilmente più grande e più diffusa
di quanto potrà esserlo un domani.
Tutta la storia è segnata dalla lotta dell’essere umano contro l’ignoranza e contro la paura,
contro la superstizione e contro l’occulto, nel continuo sforzo di spiegare e di capire la
natura trovando significati nuovi per il rapporto tra ambiente, esseri viventi ed umanità.
Questo grandioso meccanismo evolutivo ricorre sempre di più, e sempre più intensamente,
agli apporti di miliardi di individui, ciascuno a suo modo e nel suo tempo. Viene ostacolato,
rapidamente soffocato e fatto involvere tutte le volte che si pretende di sostituire il
metodo di questi apporti, frutto di secolari elaborazioni, con qualche autorità, singola,
corporativa, di censo, di classe, etnica, militare, religiosa o comunque circoscritta,
che abbia il compito di definire per tutti il vero e il falso, il bene e il male, il giusto
e l’ingiusto, permessi e divieti. L’essenziale è garantire alla convivenza regole aperte
che consentano questi distinti apporti individuali, che sono imprescindibili e decisivi,
innanzitutto nel campo delle biotecnologie, delle scienze umane e della morale, per
individuare i possibili rischi, per dissolvere irragionevoli timori, per impedire abusi e
per costruire sperimentalmente nuovi diritti e benefici a favore dell’umanità intera.
Non si deve ripartire da zero. Lo strumento esiste ed è stato pensato ed avviato già prima di
noi : è la laicità delle istituzioni. Un principio che è il cuore di un’organizzazione della
convivenza che guarda al futuro e vuol basarsi sul cittadino di una società multirazziale e
multireligiosa e di un mondo che ha bisogno di più conoscenza per migliorare la condizione di
un numero sempre maggiore di persone. Il principio della laicità delle istituzioni è
essenziale nella cultura della diversità e non è riducibile a fattore statico senza contraddirlo.
Deve essere adeguato di continuo alla mutevole realtà e dunque dibattuto per individuare meglio
le regole aperte ritenute necessarie,
Purtroppo, in Italia il dibattito sulla laicità delle istituzioni è stato soffocato, oltre
che dagli avversari di principio, da ampi settori laico progressisti che per anni hanno
predicato il presunto anacronismo della separazione tra politica e religione in campo
istituzionale. Questa separazione, lungi dall’essere questione anacronistica, è il cardine
della possibilità di produrre regole aperte della convivenza. E senza questo dibattito
diffuso sulla laicità è arduo arrivare a leggi liberali sulla fecondazione e su molti
altri aspetti di una libera convivenza quotidiana tra cittadini responsabili.
Il principio della laicità delle istituzioni non significa affatto richiamarsi all’ateismo
di stato o all’agnosticismo. Al contrario, è il presupposto per avere leggi che, a prescindere
dall’essere il legislatore personalmente credente o non credente, privilegino la libertà
di scelta per il cittadino. In una società multireligiosa, questo principio costituisce
l’unica e solida garanzia di pacifica convivenza, che è cosa ben distante dall’ecumenismo
conformistico di chi, purtroppo anche in ambito istituzionale, si ingegna di fare della
religione una bandiera utilizzata a fini politici, magari senza neppure credere. In Italia,
su questo terreno, si corre un reale pericolo di regresso, come testimonia il forte sostegno
mediatico alla tesi assurda del crocifisso quale simbolo dell’identità italiana al posto del
tricolore.
Il principio della laicità delle istituzioni significa solo rifiutare che una fede venga
trasformata in fonte legislativa e i precetti di un credo, religioso o d’altro genere, in
obblighi civili. Quando si legifera, specie in materie di alto rilievo etico, sono in gioco le
grandi questioni politiche della convivenza e l’unica e vera libertà di coscienza da sostenere
è quella del cittadino. Certo, il legislatore ha il pieno diritto – nella sua coscienza - di
non volere una società organizzata sulla libertà di coscienza di ogni cittadino. Ma deve
essere chiaro che chi nega la laicità delle istituzioni, magari per interessi di altra natura,
e affida allo Stato moralità e scelte di vita, attenta ad aspetti essenziali della libertà
del cittadino.
Le regole non dogmatiche e aperte dello Stato Laico corrispondono alla consapevolezza
della distinzione tra norme giuridiche e principi morali, necessariamente impositive le prime
e volontari i secondi. E quanto più le culture, i valori e i principi morali sono molteplici,
differenziati, in evoluzione, potenzialmente conflittuali, tanto più è decisivo che l’imposizione
della norma giuridica sia ridotta al minimo necessario per consentire la convivenza senza
impedire l’esercizio della cosciente scelta individuale. La legge, più che definire rigidamente,
deve favorire l’insorgere di comportamenti responsabili influenzati dal confronto tra opinioni
differenti, a livello di specialisti così come di cittadini comuni, in modo che l’autonomia e la
libertà di scelta del cittadino siano il più ampie possibili, specie sulle scelte morali, di
qualità della vita, di accesso alle terapie e di tecniche riproduttive.
Solo così può essere dato da ciascuno, nella sua uguale dignità, l’apporto critico alla
conoscenza e al confronto tra le diverse possibili vie percorribili, nei diversi campi,
da quello medico, a quello civile, a quello religioso. Solo così può diffondersi anche una
coscienza morale progressivamente condivisa pur se fondata su valori contrastanti. Sulla
laicità delle istituzioni, la sola struttura che consente questa piena libertà di coscienza
del cittadino, non vi è contrapposizione tra credenti e non credenti. La contrapposizione è
tra politiche conservatrici (che asservono anche la religione alle loro paure demagogiche
verso la scienza e verso il crescente potere delle donne) e politiche laico liberali
(con il loro ottimismo di fondo sulla capacità del cittadino, senza distinzione di genere,
di razza, di religione, di fare le proprie scelte e trovare la propria via).
Non puntare sulla laicità delle istituzioni equivale a chiudere la società italiana non solo
al suo interno ma anche all’esterno. Una insufficiente laicità delle istituzioni conduce ad
una ricerca ingabbiata, particolarmente su quelle biotecnologie, che, oltre ad essere una
delle frontiere più promettenti della scienza, in altri paesi consentono importanti ricadute
economiche e sociali e un potenziale miglioramento della qualità dell'ambiente e dell’igiene
per popolazioni più arretrate. Ingabbiare così la ricerca, vuol dire votarsi all’isolamento
internazionale, al declino scientifico ed economico, alla rinuncia di contribuire a far crescere
la salute mondiale.
Non puntare sulla laicità delle istituzioni significa chiudere gli occhi sul fatto che la
pretesa di un’autorità di imporre un’etica comportamentale ai cittadini è il punto di avvio
di ogni fondamentalismo. I fondamentalismi non sono una religione né un fatto religioso.
Sono un disegno politico che, attraverso un messaggio sul senso ultimo delle cose e della vita,
punta ad asservire l’individuo e ogni sua facoltà critica e creativa, respingendo la conoscenza
secondo ragione, politicizzando il culto e instaurando il dominio della comunità dei fedeli e
degli obbedienti. La laicità delle istituzioni è la via corretta e possente per tagliare alle
radici la logica e le premesse dei fondamentalismi.
Impegnarsi per l’abrogazione delle parti più aberranti della legge sulla procreazione
medicalmente assistita è il modo più coinvolgente di sanare una ferita inferta alla concezione
laica dello Stato. E insieme è l’occasione importante di mobilitarsi per rilanciare il principio
della laicità delle istituzioni, per dibatterne il significato e per chiederne a tutti, specie
a chi ci governa e all’opposizione che aspira a governarci, un rispetto completo fatto di
comportamenti coerenti e conseguenti.
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